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La parola della domenica

‘Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora’

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In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.
Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.
Gv 2,1-11


Inizia la vita sociale di Gesù Inizia la sua missione. Le nozze di Cana sono viste da molti come un raccontino. Una favoletta. Invece, sono di grande profondità. Parla dell’alleanza tra noi e Dio. Le nozze di Cana parlano di noi. Di me e di te. Del nostro rapporto con Dio. Con La fede. Durante  un matrimonio, in cui erano invitati Maria e Gesù,  è venuto a mancare il vino.  Quante volte facciamo questa esperienza, nelle nostre vite. Eravamo partiti pieni di entusiasmo, convinti, determinati poi, cammin facendo, viene a mancare il vino. Ci viene a mancare la forza di andare avanti, di pregare, di andare in Chiesa, di andare in Comunità. Il nostro entusiasmo è finito. Siamo ritornati nella tristezza più cupa. Una sofferenza, un fallimento, un’esperienza negativa, anche un semplice raffreddore. E ci rendiamo conto che manca qualcosa di importante. Il vino, simbolo della gioia, della festa, della gratuità, della voglia di fare. Ve la immaginate una festa di nozze senza vino? No. Esatto. Manca il vino, manca la voglia di vivere, di andare avanti, di fare festa. Allora tutto diventa grigio, faticoso, rancoroso. E cresce la rabbia, l’aggressività, la depressione. La malattia del secolo. Avevamo trovato la strada giusta è l’abbiamo persa, E siamo diventati acqua. Chi si accorge che non abbiamo più la forza di andare avanti? Chi si accorge che il vino è finito? Maria. La Madre. Sempre lei.  Come tutte le mamme si accorge che qualcosa che non va. Lei è il tratto di unione tra il vecchio e il nuovo. Tra il vino vecchio e il vino nuovo. A lei si rivolge quasi rimproverandola Gesù: Non è giunta la mia ora, che arriverà dopo qualche anno. Ma, Maria la Madre nostra, lo chiama, intercede per gli sposi, intercede per noi. Non hanno più vino, non hanno più forza, aiutali.  Maria,  poi,  si rivolge a noi. Ora parla a me e a te fratello lettore.  Fate quello che vi dirà.  E ne informa il Figlio. E a noi intima: fate. Non: aspettate. Non: pregate. Non: pazientate. Non: rassegnatevi. Fate. La gioia di costruisce, mica si attende. Si plasma. Dobbiamo riempire le giare fino all’orlo. Con l’acqua, non abbiamo altro. Ma va bene. Abbiamo poco. Ma quel poco basta a Cristo per farci diventare vino, per farci diventare discepoli.   Le  giare dove si raccoglie questo vino sono in pietra . Simbolo di una fede stanca, impietrita, trascinata. Come spesso è la nostra. Io la chiamo la Fede a Yo-Yo. Sale e scende. In maniera continua. Eppure proprio questa fede va riempita. Non snobbata. Non abbandonata. Ma vissuta con tutto ciò che siamo. Poveri, illusi, stanchi, peccatori.  Obbediscono, i camerieri. Obbediamo, noi servi inutili. Il Signore ci invita a riempire queste giare. Le nostre vite. Ci viene difficile. Come fai ad amare? Come fai in questa società a seguire Cristo? Abbiamo voglia di mollare tutto. Di lasciare tutto e seguire come zombie la corrente del mondo che scorre e ci trascina. Vorremmo abbandonarci al suo flusso. Ma resistiamo . Ma teniamo duro. E riempiamo le giare, anche se sono di pietra. Coraggio siamo stanchi. Ma riempiamo le giare.  Quell’acqua  diventa un vino straordinario. Tale che  il maestro di tavola si complimenta con lo sposo. Litri. Ettolitri. Intere botti di ottimo vino. Perché questo matrimonio, questa festa, questo segno numero uno, è la storia d’amore fra lo sposo, Dio, e noi che partecipano a questa festa. E della madre del Signore, prima fra i discepoli, prima fra i credenti, che discretamente si accorge dell’assenza della gioia. E provvede, spingendo ad agire il Signore. E noi.  Inizia così il nostro anno civile. Annotando, con amarezza, quanto sia faticosa la nostra vita quando manca il vino della gioia. E guardando avanti. Offrendo un percorso. No, non stiamo precipitando nel caos E nemmeno nella disperazione più cupa. Alcuni aspettano la fine della festa, incuranti di quanto accade e guardano solo a quella.  Altri si lamentano con l’imperizia dello sposo. A noi è chiesto di riempire le giare fino all’orlo.  Maria, guarda sempre nella mia  vita se questo vino finisce e aiutami, con la tua intercessione,  che tuo Figlio, il Nostro Signore possa guardarci con grande Misericordia e darci sempre la forza di riempire le giare.

Buona  Domenica

Totò Sauna

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La parola della domenica

Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri

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Rubrica ad ispirazione cattolica a cura di Totò Sauna


Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’ uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 
Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. 
Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Gv 13,31-33a.34-35


Gli ultimi capitoli del Vangelo di Giovanni vengono chiamato il Testamento di Gesù Cristo. Proprio negli ultimi capitoli, Gesù fa tutta una serie di raccomandazioni ai suoi discepoli e a noi, che non troviamo negli altre vangeli. Giovanni conosceva bene i vangeli di Matteo, Luca e Marco, avendo scritto il suo vangelo qualche decennio dopo i tre. Quindi, cerca di sottolineare aspetti e parole che non sono state sviluppate nei primi tre vangeli. Cosa preme molto a Gesù negli ultimi attimi della sua vita? Sa che quelli sono i suoi ultimi attimi passati con i suoi discepoli. Sa che quelle sono le sue ultime parole. Deve misurarle, deve cogliere il centro. Va dritto dritto alla questione. Non può correre il rischio che qualcuno non capisca o qualcuno tergiversi le sue parole. Quindi,non parla per parabole, come invece aveva fatto prima, ma va dritto dritto al cuore. Punta su una cosa. Ti vuoi salvare? Vuoi conquistare il Paradiso ? Vuoi stare alla mia destra? Devi amare il fratello che ti sta vicino. Il fratello che hai accanto. Senza se e senza ma. Sic et sempliciter. Con lamore che, provenendo da Cristo, può riempire il nostro cuore per poi defluire verso il cuore degli altri. Non ci sono categorie esonerate. Non ci sono sconti. Vogliamo seguire Cristo? Dobbiamo amare il fratello. Si, proprio quello antipatico, quello che è odioso, quello che straparla, quello che ci ha tagliato la strada, quello che ci sparla. Si lui. Perché, continua Gesù, vi riconosceranno da questo amore. Guardate come è rivoluzionario Cristo. Non dice che ci riconosceranno e diventeremo cristiani da quanti tesori, da quante processioni, da quante messe, da quanti rosari accumuleremo Ci riconosceranno semplicemente se amiamo il nostro fratello. Da quanto amore semineremo durante la nostra vita terrena. Basta. Non aggiunge altro. Me ne vado in crisi. Si, in crisi. Perché vedete , lo confesso, non sempre ci riesco. Sono lontano da queste parole. Ma so che sono vere. So, che solo amando conquisto la felicità. Ogni volta che non ci riesco, vado via amareggiato. Nervoso, vorrei spaccare il mondo e non trovo la pace. Poi, mi rifugio nella preghiera, nel dialogo con Cristo e piano piano risplende la serenità. Posso continuare cosi? Posso continuare ad avere questa Fede con il sali e scendi? Il Signore è sempre là , fermo che ci aspetta, fino a quando diventeremo maturi. Si perché amare è dare tutto se stesso allaltro. Amare vuol dire fare vuoto dentro di me e di te e riempirlo dellaltro. Ho sempre avuto lidea dellamore come se fossimo, io e laltro mio fratello da amare, due giare, vi ricordate quelle della festa di Cana? Due giare. Se ciascuna giara, che rappresenta ciascuno di noi, è piena fino allorlo, come può un liquido di una essere travasata nellaltra? Impossibile. Stiamo cosi in questo momento. Ognuno di noi è pieno di se. Con le proprie idee, i propri pensieri, le proprie ragioni, i propri orgogli , il proprio io. E non vogliamo retrocedere di un passo. Caschi il mondo, ma io non cedo. Ogni giorno vedo i leader di questa assurda guerra imbruttita dallodio. Le giare piene. Siamo le giare piene. Non vogliamo che qualcuno venga a mettere altro liquido dentro di noi. Venga a mettere se stesso. Stiamo bene cosi. Non abbiamo bisogno di nessuno. Gesù , invece, non la pensa cosi. Anzi. Ci dice vuoi diventare un cristiano? Ama il tuo fratello. Cioè svuota te stesso, manda via il liquido che riempiva la tua giara e fai entrare il liquido dellaltra giara, fai entrare in te tuo fratello. Ascoltalo. Amalo. Iniziamo a fare trascorrere amore dalluna allaltra giara. Travasati. Un pò di liquido mio e un po del tuo. Per farlo dobbiamo svuotarci. Mettere da parte tutto e fare entrare il fratello e diventare una cosa sola. Come dirà Giovanni nel capitolo 17 del suo vangelo. Ecco il miracolo: diventare una cosa sola. Ecco la Chiesa viva e vera. E come facciamo a svuotarci? Con la preghiera. Con il Rosario, con la frequentazione della Messa, con la meditazione silenziosa. Amando.
Buona Domenica
Totò Sauna

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La parola della domenica

… nessuno ci strapperà mai dal suo abbraccio

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Rubrica ad ispirazione cattolica a cura di Totò Sauna

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. 
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. 
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Gv 10,27-30

Gesù ci sta dicendo che siamo nelle sue mani, in mani sicure, che nessuno ci strapperà mai dal suo abbraccio, che solo in Lui riceviamo la vita dell’Eterno. Ma per seguirlo occorre ascoltarlo e riconoscere la sua voce, cioè frequentare la sua Parola, meditarla assiduamente. Quella Parola che diventa segno della sua presenza, che illumina ogni altro segno della presenza del Risorto. Diventare adulti nella fede significa scoprire ciò che Gesù dice: nulla mai ci potrà allontanare dalla mano di Dio. Gesù ci tiene per mano, con forza. Ci ama, come un pastore capace, come qualcuno che sa dove portarci a pascolare. Non come un pastore pagato a ore, ma come il proprietario che conosce le pecore ad una a una. Siamo stati comprati a caro prezzo dall’amore di Cristo. Perché dubitare della sua presenza? Nulla mi può separare dalla sua mano. La fonte della fede, l’origine della fede è l’ascolto. Ascolto della nostra sete profonda di bene e di luce. Ascolto della Parola che Gesù ci rivolge svelando il Padre. Questo ascolto ci permette di ascoltare la nostra vita in maniera diversa, di mettere il Vangelo a fondamento delle nostre scelte. Questo ascolto che è l’unica via per realizzare noi stessi, per essere felici.  Ci danniamo per trovare un percorso di vita che ci porti alla felicità. Si, perché, lo scopo della nostra vita, di ognuno di noi è di essere felici. Non c’è nulla di male. Anzi. Cercare la felicità non è un peccato. Però, nonostante tutto, tutti gli sforzi che facciamo non siamo mai contenti. C’è sempre un velo di amarezza in noi. Un velo di tristezza. Ci sono momenti chiassosi, allegri. Ma, poi nell’intimo nostro, c’è qualcosa che non va. Vedo, infatti, attorno a  noi gente triste, gente che si lamenta,  dice che non ce la fa più. A Gela come in tutti gli altri posti. Non ci fermiamo ad ascoltare. Gesù ci parla e noi siamo da un’altra parte. Rileggiamo il brano del Vangelo” Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono”. Se non ascoltiamo non possiamo dirci pecore del Signore. Osserviamo in giro tanta gente che è triste, e quando gli proponi di cambiare vita, di cambiare percorso, restano perplessi. Per un primo periodo pare che prendono i tuoi consigli, ma, dopo poco tempo, ritornano alla vita di prima. Li risenti dopo una settimana, la solita musica. Non abbiamo voglia di cambiare vita. Ci piace questo tiri tera, questa altalena continua, snervante, incessante. E cosi trascorre la vita, la mia e la tua caro lettore. Ma Cristo ci vuole felici. Ma  vuole il nostro Si . Nel brano del vangelo di Giovanni, ancora una volta, Gesù ritorna ad un tema molto caro, quello  del pastore e delle pecore. Lui si presenta come Pastore e noi come pecore. Ma perché le Pecore ? Un animale che, spesso, viene descritto come negativo. “Sei una pecora, hai il coraggio di una pecora, siete un popolo di pecore.” Queste sono alcune espressioni che sentiamo dire in senso negativo. Ma se  Gesù sceglie la pecora ci sarà un motivo. Io, allora, voglio fare due riflessioni. Anche, se fra loro sono concatenate. La prima, ma perché le pecore e non le capre? Si assomigliano, sono quasi uguali, ma ci sarà una differenza? Ci sarà un motivo che spesso il diavolo è visto con la forma di una capra, con le corna? Guardate il comportamento delle une e delle altre. Le capre non ascoltano. Fanno di testa loro. Non sempre obbediscono. Raramente stanno in gruppo, Salgono sugli alberi, sulle rupi più alte, si appoggiano ai rami per prendere la fogliolina più lontana. Non si accontentano dell’erba dei prati. I pastori fanno più fatica a tenerli in branco. Guardate le pecore. Stanno assieme si aiutano, difendono gli agnellini, non si distraggono, seguono in silenzio il pastore. Ascoltano i suoi comandi. Sono docili, mansueti. Al contrario delle capre non fanno salti nel vuoto . Tutto sta qui. vogliamo la felicità? Cosa scegliamo essere pecore o essere capre? Non ci solo alternative. Queste sono le due strade. Vogliamo fare voli pindarici? Vogliamo fare sempre di testa nostra?  O seguiamo il Pastore e i suoi insegnamenti. Ma la grande differenza per i due animali sta nell’Obbedienza. Hanno un diverso modo di approcciarsi. Le une più ribelli, le altre obbedienti fino alla fine, fino alla morte. Ma cosa è l’obbedienza? Viviamo in una società che esalta continuamente il relativismo etico e l’estremo individualismo. Non a caso il sociologo Baumann parla di società “liquida”. Una società che prende e cambia forma continuamente. Non siamo abituati ad obbedire. A volte, anzi, spesso  ci comportiamo come le capre .Siamo intolleranti, vogliamo fare di testa nostra . Invece, Gesù ci indica una strada nuova. Ci invita ad ascoltarlo, a seguirlo in maniera docile. Vogliamo la felicità? Vogliamo sentire dentro il nostro cuore, la serenità, la gioia ? Si. Allora, dobbiamo essere come le pecore. Obbedienti. Ascoltatori. Ma non è un’ obbedienza umana. Asettica. Meccanica. E qui che c’è l’inganno. Certa stampa laica  presenta questa obbedienza come  negativa, come se fossimo degli automi. No. E’ un rispondere SI all’Amato, Si al tuo e mio Dio. Come fai a dire no a chi ti ama? a chi ti vuole e vuole il tuo bene? Noi  non sappiamo, a volte non capiamo dove ti porterà questo si, nemmeno io. So che senza Cristo nel cuore tutto diventa nebuloso e sbaglio continuamente la strada.” Dacci la forza Signore di esserti obbedienti. Fa, o Signore che noi siamo, sempre, delle  pecorelle del tuo gregge. Guidaci Signore, solo tu conosci i sentieri sicuri per la nostra vita, per la nostra felicità.”

Totò Sauna

Buona Domenica

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La parola della domenica

Gesù ci invita a non stancarci di “pescare”

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Rubrica ad ispirazione cattolica a cura di Totò Sauna
 
In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri.
Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti.
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».


Gv 21,1-19
Pietro è stato l’ultimo a convertire il proprio cuore al risorto. Troppo dolore da smaltire, troppa delusione nei propri confronti. Non c’è nulla di più difficile che perdonare un proprio fallimento. E Pietro torna indietro, ricomincia da capo. Quella pesca a Cafarnao è segno di un ritorno al passato, come se Gesù fosse una parentesi ormai da chiudere. Ma non resta solo, i suoi amici lo raggiungono, gli sono vicini. La pesca è un disastro, non c’è mai limite al peggio. Ma alla fine delle notte più fallimentare, il Signore ci aspetta, con pazienza, con affetto. Me la immagino la scena, il viandante che attacca bottone, il malumore serpeggiante, la richiesta: riprendete il largo. E i discepoli che si guardano in silenzio, a lungo. Cosa ha detto? Di prendere il largo? Tre anni prima era accaduta una cosa simile, lo stesso lago, le stesse parole. Prendete il largo. Lo fanno, senza una parola, un tumulto nel petto. E accade. Pesci come se piovesse. Un segno, il segno. È di nuovo lui, il risorto, è venuto apposta per salvare Pietro dal suo dolore. La stessa esperienza la facciamo noi. Quante volte ci sentiamo stanchi. Sfiduciati. Abbiamo lavorato tanto per raccogliere niente. O Poco. Un pugno di mosche. L’esperienza che facciamo tutti. Fatichiamo, lavoriamo, per raccogliere  briciole. Fatiche, sudore, lacrime versate. Ogni giorno sperimentiamo il fallimento. Programmiamo,progettiamo, elaboriamo chissà quali alchimie, e poi magari per un banale di raffreddore, una piccola caduta, non possiamo arrivare all’atteso appuntamento. Eppure. non potevamo mancare. Era importante. Decisivo per la nostra vita. Si decideva il nostro futuro .L’aspettavamo da anni. Ogni giorno tocchiamo con mano i nostri limiti, la nostra stanchezza, la nostra fatica. Lavoriamo sempre di più. Facciamo tante di quelle cose che poi alla fine ci sentiamo stanchissimi. Poca voglia di chiacchierare. Vuoti. Delusi.  Pensiamo che per uscire dalla crisi bisogna lavorare sempre si più. Più ore. Più fatica. Poi, ci arriva un incidente e tutto finisce. Ma, dobbiamo correre, dobbiamo farlo. Ce lo impone la società. Perché per essere felici hai bisogno di più soldi, per compare questo e quello e senza questo e quello tu ed io non siamo felici. E corriamo e corriamo. Siamo incapaci di fermarci. Si sentivano cosi anche Piero e i suoi fratelli dopo una pesca infruttuosa e dopo aver avuto la consapevolezza che Cristo Gesù non c’era più. Ma era là con loro. Non se ne rendevano conto. La loro anima, il loro cuore era concentrato sulla pesca. Non ascoltavano. Come noi quanto siamo in chiesa e la Parola ci scivola via, eravamo là presenti fisicamente ma la mente vagava. La guerra in Ucraina, i debiti, la partita. E chissà quante altre cose pensavamo. Cosi ci racconta l’evangelista Giovanni. Avevano lavorato tutta la notte. Stanchi, sfiduciati, arrivarono a riva. Le reti erano vuote. Nemmeno un pesciolino. Pur piccolo. Niente. Cosa dobbiamo mangiare domani? Cosa diremo alle nostre famiglie? Eppure, avevano lavorato tutta la notte. Eppure abbiamo lavorato pure la Domenica. Mentre ci sentiamo cosi,  arriva nella mia e  nella tu a vita Gesù. Sotto forma di un viandante. Non so sotto quale forma lo incontriamo. Il catechista, il collega, un fatto. E come a Simone a me e a te ci dice. Coraggio ributtate le reti. . Riprendi forza, abbi fiducia in me. Affidati. Lo so, sei stanco, ma ascoltami riprendi il cammino. Non è facile rispondere. Si non è facile alzarsi, e riprendere il cammino, siamo stanchi, lottiamo contro una malattia, siamo senza lavoro, senza futuro. Coraggio ributtiamo le reti. Riprendiamo a camminare. E cosa succede?  Giovanni ci racconta che Simon Pietro uscì di nuovo e ritornò con le reti piene di pesci. Grandi e piccoli. Abbiamo continuato a buttare le reti su cose finite. Su cose che ci hanno illuso. Noi abbiamo sperato su cose che oggi ci sono e domani no. Siamo andati dietro a pesche che dicevano pericolose e siamo tornati con le reti vuote. “ Ma come mi aveva promesso un posto di lavoro, ma come mi garantivano vincite sicure, ma come…E’ arrivato il momento, ed è questo, che anche noi iniziamo a ritornare al largo e iniziamo di nuovo a buttare le reti. Questa volta su cose solide, dove né tignola e  ruggine non consumano. Con la certezza che solo sulla Parola di Gesù c’è la Salvezza. 


Totò Sauna
Buona Domenica
 
 

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Direttore Responsabile: Giuseppe D'Onchia
Testata giornalistica: G. R. EXPRESS - Tribunale di Gela n° 188 / 2018 R.G.V.G.
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