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Ipse Dixit

“Il teatro, l’essenza della vita!”

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Il pranzo è pronto. Lo aspettano in cucina per cominciare. “Ti dedico qualche minuto e poi corro dai miei. Il banchetto domenicale, dalle nostre parti, è un rito. Per tutti. Ed anche per me”. Come dargli torto. Gli prometto che perderemo una decina di minuti per scambiare quattro chiacchiere.
Allora caro Enrico Guarneri, come stai?
“Benone. Anche se mi manca tanto il teatro. Mi manca tanto esibirmi dinnanzi al pubblico. Siamo in piena emergenza Covid 19 e puoi immaginare quante difficoltà materiali stiamo affrontando. Il teatro è l’essenza della vita. Parallelamente, questo infausto periodo emergenziale che tarda a finire, mi è servito a riflettere. Attualmente mi dedico alla lettura”.
Cosa stai leggendo?
“Spazio da Il Contratto di Edaurdo De Filippo a La Dama sciocca di Lope de Vega. Mi sono fatto trasportare da “Il professor Unrat di Heinrich Mann, che il film “l’Angelo Azzurro” con Marlene Dietrich ha reso leggendario”
Accennavi del pubblico
“Si, il pubblico è importantissimo. E’ la base di tutto quello che noi facciamo sul palcoscenico. Attore e spettatore, due anime in simbiosi; due anime che si sentono e che si interfacciano. Nessuna delle due componenti può fare a meno dell’altra”.
In tema di divieti: per il teatro e il cinema, non si poteva scaglionare l’ingresso, ridurne la capienza invece che chiudere definitivamente così come disposto dai vari decreti presidenziali?
“Assolutamente d’accordo. Comprendo le difficoltà governative. La salute deve prevalere su tutto. Perché se l’uomo muore, è tutto inutile. Però mi chiedo: se è possibile entrare in chiesa, assistere alla messa, rispettando le regole (mascherine, distanziamento, igienizzazione delle mani) perché non è possibile farlo per il mondo dello spettacolo? Ci sono domande – credimi – alle quali non riesco a dare alcuna risposta. Si parla tanto e giustamente di bar, ristoranti, piste da sci, discoteche. E il teatro? Quando riaprirà? Ho solo un suggerimento: oltre alla scienza, che ha fatto passi da gigante, per combattere allegramente il virus, consiglierei alla politica di assistere una volta alla settimana (quando si potrà) ad alcune nostre esibizioni. Ridere ha sempre fatto bene. In ogni campo”.
Ma l’emergenza Covid è stata affrontata con criterio da chi ci governa?
“Non è facile prendere decisioni. Al governo è come se fosse caduto il mondo addosso. Chi mai aveva fatto fronte ad una situazione del genere? Tutto inaspettato. Troppe vittime. Imprevedibile. E vittima è anche l’economia a seguito delle tante chiusure. L’unica speranza è il vaccino. Io lo farò. A 67 anni, proverò anche questa…”
Quando tutto finirà (speriamo presto), cosa ci lasceremo alle spalle?
“Il non avere avuto il piacere di godere della bellezza che abbiamo accanto. A tutti noi attualmente mancano gli abbracci, i baci, il rapporto di famiglia. Mancano gli amici. Anche se vicini, siamo lontani, rispettando il distanziamento sociale. Non vedo l’ora che l’incubo finisca”. Immaginiamo per un attimo di essere sul palco del teatro. Chi tra i politici, potrebbe interpretare una delle tue tante maschere?
“Per la voce che ha, il senatore Ignazio La Russa, nostro conterraneo, è portato a svolgere ruoli grotteschi. Lo vedrei bene in Mastro don Gesualdo. Giuseppe Conte potrebbe interpretare Pappagone (personaggio immaginario ideato dal grande Peppino De Filippo, ndr) mentre Matteo Renzi potrebbe sciorinare le vesti di Bertoldo. E’ un volpino, è in gamba”.
E il governatore Musumeci?
“Il nostro presidente è un uomo saggio, savio. Comunque, se provo ad immaginare, potrebbe interpretare Don Pasquale Minedda in “Il Paraninfo di Luigi Capuana”. Un’opera grottesca, umorale ed umoristica. Sul Conte dimissionario, avrei qualcos’altro da dire…”
Dicci pure
“Non voglio girarci attorno – si fa serio – ma personalmente non l’ho mai riconosciuto come premier. Non si è mai scommesso, non è espressione degli italiani. Ha occupato la poltrona più importante, senza avere ottenuto un voto politico. E’ da 30 anni che non c’è un presidente del Consiglio eletto dal popolo e si continua su questa falsa riga. Non è corretto. Nei confronti dell’Italia intera”.
Dunque, cosa pensi della politica?
“Tutto il male possibile, mi spiace. C’è immobilismo totale su tutti i fronti. Si, è vero che adesso c’è il virus. Ma prima? Cosa ha frenato per anni il rilancio dell’economia nostrana? Bisogna far ripartire le grandi opere. Dalla costruzione delle condotte idriche ai trasporti. C’è un diretto che rischia la fame. E di conseguenza anche l’indotto. Ma non ci arrivano a pensare a tutto ciò? Ci sono resistenze? Documentandomi attraverso la televisione, vedo treni sfrecciare; vedo costruire ponti; realizzare opere di ingegneria. Qui in Italia, e soprattutto al Sud, è tutto fermo. Si parla tanto del ponte sullo Stretto. Che lo si faccia, una volta per tutte. Si ha paura della mafia che potrebbe allungare i tentacoli su un progetto così importante? Allora facciamo in modo che la realizzazione sia controllata capillarmente dall’Esercito. Ma basta più inefficienza. Siamo stanchi”.
Deduco che sul tema della politica, ti sei infiammato. E non poco. Parliamo di te. Cosa fai durante la giornata?
“Non faccio nulla – ride -. Sono pigro. Mi diletto a fare il cicloturista. Tante pedalate al giorno, tanti chilometri immerso nella mia bella Sicilia. Ho una casetta in campagna che pulisco e ripulisco. E’ la mia dimora. Il mio habitat naturale”
E il tuo sostentamento economico da dove arriva?
“Dal teatro e dalle mie esibizioni in tv e in piazza. Fare l’attore non significa avere un hobby. E’ un lavoro che ti impegna tantissimo. Devi studiare il copione, calarti nel personaggio, non dimenticare le battute. E soprattutto, quando il caso lo richiede, devi saper far ridere. Faccio l’attore proprio perché tantissimi anni fa, avevo 21 anni, una compagnia teatrale del mio paese mi propose un ruolo in una commedia. Bene, sono stato l’unico a riscuotere applausi a scena aperta. Ricordo ancora le parole che mi disse il regista: con te la gente ride caro Enrico, insisti su questa strada. Ed eccomi qui…”
E se non avessi fatto l’attore, cosa ti sarebbe piaciuto fare?
“L’agricoltore o il poliziotto. Dopo avere conseguito il diploma di geometra, ho fin da subito cominciato a lavorare. Sono stato capo cantiere per diverse imprese. Anzi, per dirla alla “Litterio”, un vero e proprio capo carriola. Il giorno lavoravo e la sera mi dedicavo al teatro”
In tante occasioni sei stato a Gela per numerosi spettacoli. Cosa ne pensi della nostra città?
“Gela possiede un teatro bellissimo, diretto e gestito con amore. Quando tocco il sipario è come se toccassi una creatura. Una sensazione bellissima. Mi piace tanto il centro storico. Ci sono alcune zone, però, che lasciano a desiderare. Conseguenze di uno sviluppo violento e rapido che ha provocato tutto questo. Bisogna intervenire, risanare. La città potrebbe vivere di luce propria: mare, reperti archeologici, clima, brava gente. Non è una polemica, ma fin quando Gela farà capo a Caltanissetta, cambierà poco o nulla”.
Perché per affermarsi in determinati ambiti, il siciliano deve allontanarsi dalla propria terra?
“Perché siamo in periferia! Se vivi di cinema, devi necessariamente spostarti a Roma o a Milano. Sono loro le capitali dello spettacolo. Penso che se il grandissimo Turi Ferro avesse fatto armi e bagagli per trasferirsi da Catania, dove ha sempre vissuto, sarebbe stato considerato ancora di più. Da tutti.”
Parliamo di un altro grande dello spettacolo: il compianto Gigi Proietti
“Un capo scuola, un punto di riferimento. Un vero e proprio faro per lo show e il varietà. Una grave perdita”.
Ritorno a parlare di politica. Ti hanno mai chiesto di schierarti?
“Si, mi è stato proposto tante volte. Sia in ambito locale che regionale. Ma sono poco tagliato e ho declinato l’invito. Non chiedermi per quale partito e da chi sono stato chiamato. Faccio scena muta…”
Qual è il tuo sogno di Sicilia?
“Avere un’isola splendida, perfetta, pulita, organizzata, serena. Un’isola in cui nessuno chieda il pizzo; un’isola in cui nessuno trasformi il proprio mare in un immondezzaio; un’isola in cui chiunque possa posteggiare la propria auto sotto casa, senza avere il timore che qualcuno possa rubargliela, nonostante abbia installati ben tre antifurti”.
E il tuo sogno nel cassetto?
“Essere riconosciuto come l’alfiere della drammaturgia siciliana nel Mondo!”
Il nuovo Pirandello. Con la scurcidda. Lo chiamano dalla cucina. Mi sa che sono giunti al dolce…

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Ipse Dixit

Gli scatti vip di Sonia Aloisi, “ringrazio Dio ogni istante della mia vita”

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“E’ il destino che mi ha portato a Gela e mi ha dato l’opportunità di conoscere mio marito che considero la ricompensa che Dio ha deciso per me….”

Quando fato e credenze si intrecciano, è un’esplosione di gioia. La stessa che prova tuttora la fotografa Sonia Aloisi, torinese d’origine ma gelese d’adozione.

“Da parte di mamma sono comunque siciliana,  quindi in Sicilia scendevo spesso anche da piccola per qualche mese di ferie coi nonni” – ci tiene a precisare. Il richiamo materno è indissolubile. Sempre, ad ogni latitudine.

Hai trasformato la passione in lavoro. Come e perché ti sei innamorata della fotografia?

“Penso che abbia sempre fatto parte di me. Ho foto in cui,  avevo appena 5-6 anni, portavo la macchina fotografica al collo, di quelle con le immagini prestampate all’interno. C’è differenza tra fare il fotografo ed essere un fotografo: io penso di esserlo sempre stata anche quando non sapevo cosa fosse la tecnica. Mi ha sempre affascinato il fatto che l’unica cosa che blocca il tempo, che tiene vivo il ricordo,  sia proprio una foto, è l’unica cosa che resta di un ricordo, di un luogo, di una persona cara”.

Hai conseguito la laurea triennale in psicologia ma alla fine hai deciso di non percorrere questa strada. Perché?

“In realtà il mio unico vero grande sogno era diventare medico, ma per una serie di circostanze familiari non mi è stato possibile e questo rimarrà per sempre il mio unico rimpianto. Essendo molto brava a scuola ho optato per un altro indirizzo consono al mio diploma. Adesso invece mi sono iscritta nuovamente all’università scegliendo scienze della comunicazione con indirizzo digital marketing…una grande sfida per me perché incastrare lavoro, famiglia e studio non è semplice. Ma la forza di volontà tutto puo!”

Qual è il tuo stile di foto?

“Non amo classificare o collocare le foto in uno schema, perché ogni storia da raccontare ha dei parametri diversi. Amo alternare delle foto composte e studiate a foto più spontanee. Oggi va molto di moda parlare di “reportage” ma in Italia è impossibile realizzarlo perché siamo legati alle tradizioni, abbiamo un modo diverso di concepire la fotografia, che non è né meglio né peggio, semplicemente diverso. La foto è un linguaggio:  parla, emoziona, analizza e racconta del soggetto ma anche tanto di chi la scatta. Ecco perché non amo rilegare le mie foto all’interno di uno standard, perché per me l’unica cosa che conta è che raccontino una storia. Anzi la storia di chi si è affidato a me”.

I tuoi scatti piacciono e la dimostrazione, negli anni, è arrivata dalle grandi riviste italiane che si occupano prevalentemente di moda. Quando ti hanno contattata, cosa hai pensato?

“Che erano pazzi!  Scherzi a parte, penso che abbia colpito l’idea originale, un po’ fuori dagli schemi. Sicuramente è stata una bella dose di autostima e di soddisfazione”.

Non solo riviste, ma anche set cinematografici, tra cui “Thid Person” di Paul Haggis e il “Tredicesimo apostolo”. Che esperienze sono state e come si sono intrecciate le vostre vite?

“Meravigliose! Conoscere il premio Oscar Liam Neeson è stato un sogno. Ero andata con la scuola a vedere al cinema “Schindler list”, e dopo un po’ di anni proprio lui era davanti a me e alla mia macchina fotografica. Ed è stata la conferma di come persone così grandi e talentuose fossero così umili e semplici. Le esperienze romane anche con Claudio Gioe’ e Claudia Pandolfi le porterò sempre nel cuore, vedere e soprattutto partecipare a quelle fiction è stato un grande insegnamento, tecnico e umano”.

Entusiasmante l’esperienza provata al festival di Sanremo nel 2015, al fianco di Emma Marrone, di cui hai curato l’immagine del dietro le quinte?

“Emma mi è sempre piaciuta moltissimo, per il suo carattere, le sue idee, le sue battaglie sociali, soprattutto dopo essere stata operata per la terza volta di cancro. Essere al suo fianco in un posto sacro per la musica come l’Ariston è stato inebriante. Non si può capire che macchina perfetta ma isterica sia il dietro le quinte di uno spettacolo così importante… migliaia di persone che lavorano come soldati, nessuno può sbagliare o tardare anche solo di un minuto”.

Hai lavorato anche per Gianni Sperti,  per Alessandra Amoroso e Paolo Bonolis. In particolare, di cosa ti sei occupata?

“Per Bonolis il lavoro è stato continuativo, per quattro anni sono stata la fotografa della linea di abbigliamento di sua figlia Adele e di sua moglie Sonia, persona meravigliosa con la quale ancora oggi ho un bellissimo rapporto. Gianni invece mi contatto’ direttamente, dopo avere visto alcune delle foto che avevo scattato, tramite la sua truccatrice, amica mia ma anche di Alessandra Amoroso. In particolar modo era rimasto colpito dalla post produzione delle mie foto e voleva realizzare un servizio fotografico esterno che seguisse quella linea, non posato in studio.  In meno di due giorni organizzammo tutto e partii per Roma. Per Alessandra invece mi sono occupata di realizzare il servizio fotografico all’Arena di Verona, altro tempio sacro per la musica. Ricordo che quando vidi da dietro le quinte 20 mila persone, scoppiai a piangere dall’emozione, perché se apparentemente tutto può sembrare facile, dietro c’è sempre tanto studio, costanza e soprattutto testardaggine”.

Eri stata anche contattata per immortalare Eros Ramazzotti durante i suoi concerti, ma un gravissimo lutto non te lo ha permesso

“Anche Eros mi contatto’ direttamente, ancora conservo le nostre conversazioni, e ancora ci scriviamo di tanto in tanto. Dovevo andare all’Olimpico di Roma, ma un paio di giorni prima mori’ mio padre e l’accordo salto’. O meglio è stato semplicemente posticipato ad altra occasione, che sono certa arriverà. E da lassù, papà ne sarà contento…”

Accennavamo alla famiglia…Cosa rappresenta per te?

“Tutto! È il mio punto fermo, è la mia radice, è l’unico posto in cui torno sempre. Non esiste lavoro, successo, soldi che valgano o abbiano importanza se non hai accanto chi ami.  Perché tutto passa, i periodi buoni e brutti si alternano, la gente intorno è solo di passaggio o approfitta del “momento di gloria”, o giudica pensando di conoscerti . Forse all’apparenza non sembra perché il mio lavoro mi porta ad avere migliaia di conoscenze, e per natura sono una persona molto socievole, ma in questo sono molto selettiva: non permetto a tutti di entrare nei miei spazi privati, mi apro solo con chi decido io, e le mie vere amicizie sono sempre le stesse da 20 anni a questa parte. Niente e nessuno può distrarmi dall’amore che ho per mio marito e per quei pochi veri amici che ho e che considero una seconda famiglia”.

I tuoi cari hanno sempre sposato le tue idee per il lavoro che fai?

“Si. Sempre. Perché conoscendomi davvero sanno perfettamente che se mi metto in testa una cosa è solo questione di tempo ma ci riuscirò’ . Sanno che ho un ottimo intuito e sono talmente testarda che se decido di ottenere qualcosa, studio finché non ci sarò riuscita. Sono sempre stata così, ho sempre bisogno di tenere il cervello in movimento e appena ottengo un risultato professionale ne ho già adocchiato un altro.  Oramai sono rassegnati”.

Nella vita privata, chi è Sonia Aloisi?

“Una persona completamente diversa da ciò che sembra. Sono sempre allegra ma molto spesso introspettiva e malinconica, ho momenti in cui voglio stare sola e in silenzio per i fatti miei. Sono molto altruista ed empatica, troppo sensibile (e ho capito negli anni che forse è più un difetto che un pregio). Alle persone che amo do tutta me stessa, ma pretendo altrettanto. Nonostante il mio lavoro imponga altro, odio la tecnologia, o meglio non sopporto più l’abuso che se ne fa. Ha sostituto per molti la vita reale: io sono rimasta ancorata al bigliettino scritto carta e penna, a quattro chiacchiere faccia a faccia, agli abbracci e ai baci con chi amo. La tecnologia avrebbe dovuto migliorarla la vita, non sostituirla”.

Tornando indietro nel tempo, cosa non rifaresti?

“Non sono quel tipo di persona che rinnega nulla, manco gli sbagli”.

Deduco che sei fortemente credente in Dio

“Si, ma ho imparato negli anni ad avere un dialogo con Lui. E la mia fede si è rafforzata quando cercavo risposte ad eventi difficili da superare che stranamente anziché allontanarmi mi hanno avvicinato e aiutato a sopportare e superare grandi dolori e dispiaceri. Io ogni giorno gli dico grazie per aver messo sul mio cammino mio marito, per avermi fatto superare problemi di salute e soprattutto ringrazio sempre perché non voglio nulla di più, nulla di meno di ciò che ho già”.

Ultimamente, attraverso le colonne di questo giornale, hai voluto esprimere il tuo personale sentimento di cordoglio per il dottor Alfio Garotto, scomparso a seguito di un incidente stradale. Chi è stato per te il noto medico chirurgo e divulgatore, già Direttore del Reparto di Chirurgia Generale e di Chirurgia Metabolica dell’Istituto Ortopedico del Mezzogiorno di Italia di Messina?

“Ancora adesso stento a credere che sia successa davvero questa tragedia. Mi sembra impossibile che davvero non ci sia più una persona come lui. È stato un fulmine a ciel sereno. Io sono sempre stata magra, poi tanti anni fa ho subito un incidente alla gamba che mi ha costretto alla paralisi e ad oltre un anno di ricovero in clinica. Li il mio metabolismo si è bloccato, inceppato. Negli anni a seguire, nonostante non avessi un’alimentazione scorretta, ho iniziato a prendere chili su chili. Nonostante la dieta, non riuscivo a dimagrire… A 122 chili, capii che non potevo andare avanti così. Fu a quel punto che una mia amica mi trascinò a forza alla sua prima visita, che fu scioccante. Tutti siamo abituati a medici frettolosi, che parlano forbito, che non ti guardano mai in faccia, che considerano i pazienti dei numeri. Lui invece era l’opposto: parlava solo in dialetto con tutti, spiegava il metabolismo tra una battuta e una risata, faceva sembrare tutto facile. Mi operó da lì a pochi mesi, “un intervento da manuale e una paziente con decorso perfetto” così mi defini’. Diventammo amici, sapeva che a differenza di molti che provano quasi vergogna a parlare di un intervento subito, io avevo scelto la strada della verità, raccontando a tutti del mio percorso, anche perché potevo essere d’aiuto ad altri. Sapeva che avevo molte persone che mi seguivano e così organizzammo anche delle dirette Instagram per parlare a tutti del mini bypass gastrico. Lui aveva qualcosa di soprannaturale, un carisma unico, un linguaggio per tutti. La sua morte è sicuramente una perdita immensa, perché medici e uomini come lui sono davvero doni di Dio. E mi dispiace per tutti quelli che non potranno più aver la fortuna di conoscerlo”.

Chi è stato per te il compianto Luca Agati, vittima del Covid?

“Questa è una ferita ancora più dolorosa. Poco prima che ricoverassero Luca, in una bruttissima situazione c’ero io… Questo pensiero mi ha divorato per mesi. E la sua situazione familiare e lavorativa,  molto simile alla mia, mi ha resa più sensibile al dolore di sua moglie. Inoltre, vivere questo dispiacere durante la stagione lavorativa è stato uno strazio, perché dovevamo fingere allegria davanti alle coppie quando dentro di noi avevamo solo lacrime. È stato brutto rendersi anche conto che nel nostro lavoro, qualsiasi cosa accada, non ci si può fermare perché sostanzialmente ciò che abbiamo dentro non interessa. Noi siamo gli “addetti ai lavori” e quindi si va avanti. Comunque. Angelica pochi giorni dopo era già al lavoro, non ha avuto neanche il tempo di piangere il suo dolore. Tutto proseguiva normalmente, vorticosamente, un matrimonio dietro l’altro, evento dopo evento. Chi era Luca nel lavoro lo sanno tutti, e spero vivamente che non sarà mai dimenticato,  perché ha fatto davvero tanto per accontentare i suoi clienti e ha fatto tanto per la comunità gelese”.

E’ un vantaggio nell’attività che svolgi, essere una donna?

“Ho sempre pensato di sì. Perché una donna ha una innata sensibilità, un gusto estetico differente. Fondamentalmente io ho a che fare con le spose ed essere una donna ti pone sullo stesso livello empatico di chi hai di fronte, si ha più facilità ad entrare in confidenza. Non so perché la fotografia è sempre stato un settore maschile, ma sicuramente ho aperto la strada a un nuovo punto di vista, appunto quello femminile”.

Chi o cosa vorresti fotografare e perché?

“Avrei tanto voluto fotografare mio nonno, la persona più importante della mia vita, ma purtroppo non ne ho avuto il tempo. Quando ero ragazzina, non esistevano cellulari o iPad, le foto che ho sono tutte da rullino. Quindi non si sprecavano. Si aspettava la scampagnata, i vestiti a festa per scattare, si stampavano e si attaccavano negli album, che ora conservo come gioielli. Un valore totalmente diverso dal presente. Ora invece si scatta di continuo ma inutilmente, perché per la frenesia di non perdere nulla non si guarda più con gli occhi, non si stampa più e i veri ricordi andranno persi. Per sempre”.

Primo premio internazionale “Contest Winter”. Di cosa si tratta?

“Di un concorso a cui si inviano delle foto di matrimonio e una giuria internazionale esprime dei giudizi tecnici e assegna dei voti. È così che mi è stato assegnato il secondo posto nel 2019 e il primo posto nel 2020. Penso di rimettere a giudizio le mie foto quest’anno, purtroppo con la pandemia un po’ tutto è rallentato”.

Qual è stato il complimento più bello che hai ricevuto per il lavoro che svolgi?

“Quando mi sento dire che riconoscono le mie foto ancora prima di leggere chi le ha pubblicate. Lo considero un gran complimento perché vuol dire che ho un’identità, uno stile personale, che può piacere o no. Ma è il mio”.

L’emozione più grande che hai vissuto?

“Avere incontrato Papa Francesco. Ho pianto talmente tanto da non riuscire neanche a formulare una parola di senso compiuto al suo cospetto. Non dimenticherò mai quel giorno”.

In tutti i settori lavorativi, c’è sempre qualche critica dietro l’angolo. Ne hai ricevute?

“Penso di poter scrivere un libro su ciò che sento dire su di me, cose che a volte manco io so di me stessa…Da dove inizio? Si dice io sia antipatica, troppo esigente, troppo cara, che vestivo male quando ero in carne ma che ora pubblico troppi selfie perché sono tornata magra..potrei andare avanti per un bel po’…ma mi fermo qui per non tediare”.

Ti hanno mai chiesto di fotografare scene… osé?

“Mi manca solo questo… (ride) No no,  nessuna richiesta hot, ne a me ne a mio marito”

Qual è stata la richiesta più strana che hai ricevuto?

“Di sostituire in una foto già pronta, la presenza di una donna, inserendo con l’utilizzo di Photoshop una pianta al suo posto…La richiesta è giunta direttamente dal suo ex compagno”.

Soddisfatta della sindacatura Greco?

“Non sono in grado di dare un’opinione, sono troppo stufa di sentire tante promesse durante la campagna elettorale e di vedere poi Gela sempre nello stesso stato da 20 anni. Mi hanno stufato tutti!  Non credo esistano politici a cui interessi davvero il bene comune, forse idealmente si inizia così. Poi gli interessi personali prendono il sopravvento…”

Cosa ha bisogno Gela per emergere?

“Tutto! Gela ha vantaggi naturali come la posizione geografica, il mare e le spiagge, la sua storia, il cibo. Ma sono risorse trascurate. In qualsiasi altro posto al mondo,  creano turismo senza aver nulla, qui c’è tutto e non si fa niente. Ma io non do la colpa solo ai politici.  I primi a sbagliare e a degradare questa città siamo noi cittadini: gettiamo carta ovunque, imbrattiamo muri, sradichiamo panchine e docce pubbliche, parcheggiamo in terza fila, non facciamo nulla per mantenere decoro nel luogo in cui viviamo”

Se dovessi fotografare un angolo della nostra città, su cosa punteresti e per quale motivo?

“Vico Santa Lucia. È un angolo che adoro, perché dà esattamente il senso di come dovrebbe essere tutta la città. L’impegno e la volontà dei commercianti del vicolo lo ha reso un fiore all’occhiello, tutti di comune accordo lo mantengono pulito, colorato, coi fiori e con addobbi e decorazioni. Hanno insistito e resistito visto che all’inizio venivano distrutte anche le piantine di un euro. Ciò vuol dire che se tutti volessimo,  Gela diventerebbe bellissima…”

Il primo vero scatto l’ho sempre fatto col cuore. Poi con l’obiettivo”….è sempre attuale il tuo mantra?

“Assolutamente si. E non cambierà mai. Il giorno in cui non scatterò più col cuore, lascerò la macchina fotografica e farò altro”

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Ipse Dixit

Il mondo incantato di Alberto Ferro, nella magia della musica

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Pochi giorni addietro, ha deliziato la platea del teatro comunale Eschilo in una performance coinvolgente. Gli applausi scroscianti e sinceri lo hanno emozionato. Perché – è risaputo – quando un gelese perbene ritorna nella propria città d’origine, è accolto come una star. Alberto Ferro, prossimo ai 27 anni, è un ragazzo schivo, umile e senza fronzoli per la testa. Innamorato della propria famiglia (papà Giovanni e mamma Marisa) e della sua terra, in ogni concerto dà il meglio di sé, riscuotendo innumerevoli consensi, abbondantemente meritati. Chi lo ascolta, entra in un mondo incantato, assoluto protagonista di un viaggio senza fermate, accompagnato solo dalle note. E dalla magia. Il suo nome circola da parecchi anni nel firmamento internazionale della musica colta: dal Copenaghen Summer Festival alle Settimane Musicali di Ascona in Svizzera; dal Kissinger Sommer al Brussels Piano Festival; dal teatro La Fenice di Venezia al Museo d’arte di Tel Aviv, solo per citarne alcune, è stato un crescendo di entusiasmo. Ha lavorato, tra gli altri, con i più grandi direttori d’orchestra: Arvo Volmer, Christian Zacharias, Paul Meyer e Marco Parisotto. Sempre accanto a quello che lui stesso definisce il “suo interlocutore diretto”: il pianoforte.

Come vengono scelti ed elaborati i brani che proponi al pubblico?

“Generalmente, scelgo composizioni stilisticamente diverse, prediligendo in particolare la scelta di una sonata classica, almeno una composizione romantica e una moderna, a volte anche qualche trascrizione”.

Cosa ti lega alla musica colta?

“Tutto, la mia vita si svolge intorno alla musica e al pianoforte. Grazie alla musica sto maturando esperienze, esplorando il mondo, conoscendo tanta gente. Ho scelto di vivere con la musica perché essa è il miglior modo per esprimere le mie emozioni e le mie sensazioni. Penso che la musica colta sia il genere artistico più formativo nell’educazione umana, perché permette di studiare e approfondire il periodo storico del compositore e ciò che il compositore stesso voleva trasmettere. Inoltre la musica colta fa avvicinare l’uomo alla natura”.

Custode del diploma accademico di secondo livello con il massimo dei voti e la lode, conseguita all’istituto Superiore di Studi Musicali “Vincenzo Bellini” di Catania, hai frequentato numerosi corsi di perfezionamento con pianisti di grosso calibro quali Richard Goode, Vladimir Ashkenazy e Dina Yoffe. Perché hai scelto proprio il pianoforte tra un’infinità di strumenti musicali?

“Mia madre si è diplomata in pianoforte, quindi ho avuto da sempre un approccio naturale allo studio. Attraverso il pianoforte posso manifestare una varietà di stati d’animo e sfumature”.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la strada intrapresa era quella giusta?

“Quando vinsi il Secondo Premio al Concorso Busoni di Bolzano nel 2015. È stato un importantissimo trampolino di lancio che mi ha fatto intraprendere una carriera internazionale”.

Ci sono stati passaggi in cui hai pensato di mollare tutto?

“Soltanto da bambino ho avuto qualche volta dei momenti di demotivazione, ma attraverso lo stimolo dei miei genitori e grazie alla guida del mio maestro sono riuscito a superare questi momenti, che penso abbiano avuto in molti”.

Qual è il brano a cui sei più affezionato e perché?

“Il Concerto n. 2 di Bartók. Mi piace tantissimo la varietà tecnica e tematica all’interno di questo concerto. Sono presenti tanti episodi resi particolari da elementi ritmici e percussivi nel primo movimento, da atmosfere estatiche e sonorità fredde nel secondo. Infine nel terzo movimento predominano temi popolari ungheresi e filastrocche”.

C’è un concerto a cui sei particolarmente legato?

“Il mio recital alla Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale di Roma del 5 marzo del 2017. Il concerto è stato trasmesso in diretta su Rai Radio 3 e attraverso i collegamenti Euroradio in molti paesi d’Europa. Cinque minuti prima di iniziare è arrivato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per assistere al mio concerto ed è stato ancora più emozionante esibirmi davanti a lui. Quando ho finito di suonare, si è alzato ed è venuto a complimentarsi, ringraziandomi per il concerto che avevo donato a lui e al pubblico”.

Non dirmi che in auto con la moglie Erika ascoltate Beethoven, Scriabin, Fauré…

“In realtà (ride) io e mia moglie ci spostiamo sempre con i mezzi pubblici, che funzionano molto bene a Palermo, dove viviamo…”

Con chi in tutti questi anni hai intessuto vere amicizie in ambito musicale?

“Vere amicizie sinceramente con nessuno. In generale conoscenze varie con altri strumentisti e direttori d’orchestra. Sono in ottimi rapporti anche con i miei colleghi di conservatorio a Palermo”.

Con chi ti piacerebbe suonare?

“Con i Berliner Philharmoniker”.

Perché un gelese riesce ad esplodere e ad affermarsi solo quando mette piede fuori dalla propria città?

“Perché purtroppo questa città può dare ben poco ai giovani. Sulla formazione scolastica non ci sono aspetti negativi; io personalmente mi vanto di aver studiato al Liceo Classico “Eschilo”, che penso sia uno dei licei più importanti in Italia. Il problema è che non ci sono sedi distaccate di Università statali, Conservatori, Accademie di Belle Arti. Certamente se Gela fosse provincia, le cose potrebbero cambiare in meglio. Pertanto, il gelese dopo gli studi scolastici è quasi costretto ad emigrare per specializzarsi e lavorare altrove”.

Qualcuno, in ambito locale, ti ha chiesto di entrare in politica?

“Fortunatamente nessuno!”

Il tuo auspicio per l’anno che è appena cominciato?

“Mi auguro di continuare a tenere concerti in tutto il mondo, con l’obiettivo di condividere la mia passione per la musica con il pubblico che mi segue”.

Il consiglio che rivolgi ai giovani della tua età?

“Ai miei coetanei consiglio di avere coraggio, di studiare tanto e di avere sempre fiducia in se stessi”.

Cosa dicono di Gela i tanti che incontri nei tuoi numerosi spostamenti in giro per l’Europa?

“In Europa Gela non è abbastanza conosciuta. Chi la conosce mi dice che a Gela c’è il mare più bello della Sicilia, e io confermo al 100%!”

Come te la immagini Gela nel prossimo futuro?

“Me la immagino più pulita, più ricca di cultura e più stabile dal punto di vista lavorativo. Ma forse io vivo di sogni…”

Ah proposito: il tuo sogno ricorrente?

“Debuttare alla Filarmonica di Berlino, alla Carnegie Hall di New York e al Teatro alla Scala di Milano”.

Mi auguro che nella tua vita frenetica in ambito musicale, possa trovare spazio e tempo per concentrarti sulla lettura. L’ultimo libro che hai letto?

“La musica è un tutto. Etica ed estetica” di Daniel Barenboim”.

Quasi fisiologico, aggiungiamo…

Invece in cucina sei una buona forchetta? “Sì, da sempre. Mangio di tutto!”

E il tuo piatto preferito?

“Le lasagne alla bolognese”.

Hai vinto numerosi premi in concorsi nazionali ed internazionali. Ricordiamo il 1’ premio a Venezia nel 2015, il 6’ premio e il premio del pubblico al “Regina Elisabetta di Bruxelles” nel 2016, il premio come finalista e il premio Children’s Corner al “Clara Haskil” di Vevev e il 1’ premio e il premio del pubblico al “Telekom – Beethoven” di Bonn. Nel 2016 e nel 2017, hai ricevuto la medaglia della Camera dei Deputati, quale riconoscimento per il tuo talento artistico e per i successi ottenuti. Per tutto questo e per tutto quello che avverrà nel prossimo futuro, c’è un grazie che vuoi estendere?

“Si! A mia moglie, ai miei genitori e al mio maestro Epifanio Comis che mi sostengono sempre”.

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Ipse Dixit

Il giornalismo tra la gente, Salvo Sottile si racconta

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Il suo nome è anche sull’enciclopedia on line della Treccani, così come i grandi giornalisti e conduttori televisivi di primo piano. Un posto meritato sul campo dopo tanti anni di intensa e dura gavetta. Nel periodo in cui ha cominciato, Salvo Sottile, ha letteralmente consumato le suole delle scarpe per accaparrarsi una notizia, indagando anche nel sottobosco della propria realtà territoriale. E non solo. Si incontravano persone, si verificavano le situazioni. In occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Francesco lo ha sottolineato più volte: “la crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada…” Purtroppo è l’amara realtà dei giorni nostri.

Partiamo proprio dai tempi che furono.

Hai cominciato la tua brillante carriera quando avevi appena 16 anni. Cosa ti ha spinto ad intraprendere quella che poi sarebbe stata la tua professione?

“La possibilità di poter portare, mano nella mano, i telespettatori nei luoghi che vedevo e di far conoscere, attraverso una telecamera, le persone che incontravo”.

Era il 1989 quando hai cominciato a muovere i primi passi con La Sicilia e con Telecolor Video 3. Cosa ricordi di quel periodo?

“Che guadagnavo 100 mila lire al mese. Facevo tutto, dalle fotocopie all’accoglienza ospiti. Ma sopratutto guardavo i colleghi più grandi e cercavo di imparare o di “rubare” con gli occhi”.

Possiamo definirti un figlio d’arte? Cosa ti ha insegnato tuo padre Giuseppe, già capocronista del Giornale di Sicilia?

“Mi ha insegnato il rigore e la disciplina insieme alla curiosità. Senza la curiosità non avrei potuto fare il mio mestiere”.

A livello nazionale, la gente ha cominciato a conoscerti su Canale 5. Per l’allora telegiornale diretto da Enrico Mentana, avevi la mansione di “informatore” dalla Sicilia, soprattutto in tema di cronaca nera. Com’è nata la collaborazione?

“Facevo dei servizi per Telecolor e uno di quei servizi finì a Roma in mezzo a tanti altri provenienti dalla Sicilia. A Mediaset rimasero colpiti dalla mia voce e mi offrirono un ruolo di informatore”.

La tua corrispondenza del 19 luglio del 1992, in via D’Amelio, a Palermo, teatro dell’assassinio del giudice Borsellino e degli agenti di scorta, rimane tuttora un “pezzo” di alto giornalismo per come la strage mafiosa è stata raccontata. Cosa hai provato in quella circostanza?

“Paura, smarrimento. Molti di quei ragazzi della scorta li avevo conosciuti di persona. Fare una diretta lunga una notte assieme a Mentana mi costrinse a crescere in fretta. Avevo 18 anni, dovevo sembrare più grande della mia età e mi trovai a raccontare da “palermitano” una tragedia che aveva colpito la mia città”.

Un giornalista è un uomo e come tale prova delle sensazioni/emozioni che difficilmente farà trasparire dinnanzi ad una telecamera o nella realizzazione di un articolo di giornale. E’ stato così anche per te in quel funesto pomeriggio di trent’anni fa?

“Questo l’ho imparato col tempo. Essendo sensibile e molto passionale all’inizio facevo fatica, l’esperienza ti aiuta a schermarti davanti al dolore e alle tragedie”.

La mafia aveva alzato il tiro, la Sicilia perdeva due uomini di altissimo valore. A distanza di anni, credi che la strada tracciata da Falcone e Borsellino sia stata percorsa da chi è deputato a combattere la criminalità?

“Credo di sì, anche se oggi di mafia non si parla più, anzi sembra che la mafia non esista più. Invece esiste solo che ha cambiato strategia: ora si è inabissata, non fa rumore, illude tutti che sia stata sconfitta”.

Quando riusciremo ad eliminare del tutto l’equazione Sicilia=mafia?

“È’ già così, chi arriva in Sicilia si rende subito conto che la nostra isola non è luogo di cui avere paura ma una certa “cultura” , un certo modo di pensare, purtroppo, è’ ancora radicato, retaggi del passato”.

Torniamo alla tua brillante carriera che include anche le mansioni di corrispondente di guerra durante il conflitto in Afghanistan e la cronaca dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle. Non solo Tg5, ma collaborazione anche con la Rai ed in particolar modo con il Tg1 e il Tg3. Quali le differenze sostanziali che hai notato tra il servizio pubblico e quello privato?

“Sono due aziende diverse. Mediaset nel periodo in cui ho lavorato con loro era un’azienda agile e mi ha permesso di imparare un mestiere e di farmi crescere. La Rai e’ la tv di stato e anche se talvolta tutto è’ più lento, è un traguardo per chiunque voglia fare il mio mestiere”.

Abbiamo letto la tua firma anche per i settimanali Epoca e Panorama e per il quotidiano Il Tempo. Ti manca il contatto con la carta stampata?

“A volte si ma purtroppo i giornali sono destinati a sparire, si comprano sempre meno. Ormai sappiamo tutto attraverso i cellulari”.

Hai lavorato come corrispondente dalla Sicilia anche per Rds e Rtl 102.5 e hai scritto tre romanzi. Se ad un esordiente nel campo giornalistico dovessi illustrare le differenze tra TV, radio e giornale, cosa diresti?

“Sono tre ambiti diversi. In radio devi sostituire le immagini coi suoni, sui giornali devi essere l’occhio del lettore, sulla tv devi sapere raccontare per immagini”.

Parlaci delle tue esperienze su Sky TG24. Non solo conduzione del tg ma anche il format mattutino “Doppio Espresso” e il settimanale di approfondimento “La scatola nera”

“È’ stata una bella esperienza. Ho condotto io il primo telegiornale su Sky”.

Possiamo dire che la conduzione di Quarto Grado su Rete 4 (record assoluto nel 2010 con 18,33 di share con 4 milioni e 665 mila telespettatori) ti ha dato un’enorme popolarità?

“Certo, enorme!”

Qual’è stato il caso di cronaca che durante Quarto Grado ti ha particolarmente colpito e perché?

“L’omicidio di Melania Rea, una donna uccisa dal marito, un militare, Salvatore Parolisi. Lui si era sembra proclamato innocente ma quando lo ospitai in studio, ebbi la sensazione che volesse confessarmi il delitto. Non lo fece alla fine ma nei suoi occhi lessi la voglia di togliersi un peso”.

Sempre a proposito di Quarto Grado, in tanti sottolineano che i processi si svolgono in un’aula di tribunale e non dinnanzi alle telecamere perché ciò potrebbe compromettere il lineare svolgimento dello stesso.

“Che mai la tv si deve sostituire al tribunale. La tv deve raccontare storie. I processi si fanno da altre parti e chi fa un mestiere come il nostro deve pensare principalmente alle vittime”.

Ti abbiamo visto anche a Ballando con le stelle nelle vesti di concorrente. Come ti sei trovato?

“È’ stato puro divertimento. Amo le sfide e amo mettermi in gioco. Avevo una maestra tosta che mi faceva allenare 6 ore al giorno”.

Cosa ti hanno lasciato le conduzioni di”Estate in diretta” con Eleonora Daniele e “Domenica In” con Paola Perego?

“Sono due grandi professioniste e con tutte le donne con cui ho lavorato mi sono divertito molto”.

Mi manda Raitre” possiamo definirlo un vero e proprio format di denuncia?

“Si, un programma di servizio pubblico. Aiutare i cittadini a risolvere dei problemi era qualcosa che mi faceva sentire utile”.

Come ti spieghi la decisione assunta dal direttore di rete, Franco Di Mare, di rimuoverti dalla conduzione dopo quattro stagioni consecutive in cui “Mi manda Raitre” andava per la maggiore?

“Invidia personale. Di Mare è’ stato il peggiore direttore di Raitre, umanamente una delusione. Mi ha tolto un programma al massimo del successo solo per ripicca e senza mai incontrarmi o spiegarmi le motivazioni. Ora vedo che si trova al centro di una brutta storia di molestie tirata fuori da Striscia la notizia, e a uno che tocca il fondoschiena di una collega in tv e dice che è uno scherzo, cosa vuoi dire? Provi solo umana pietà”.

Perché è stato deciso di non mandare più in onda le tue conduzioni, già registrate, di Palestre di vita su Rai tre?

“Non ne ho idea, per ripicca credo”.

Hai esplorato l’universo notturno in tutte le sue sfaccettature attraverso la conduzione del programma “Prima dell’alba”. Che esperienza è stata?

“Incredibile! Raccontare la notte e i lavori notturni era un mio pallino. Programma bellissimo ma faticoso, non ho dormito per settimane ma mi sono divertito molto ed e’ stato un grande successo”.

Da due anni, assieme ad Anna Falchi, conduci i “Fatti Vostri” su Rai 2, lo storico programma ideato da Michele Guardì e Giovanna Flora.

“I Fatti Vostri e’ un vestito che ho cercato di cucirmi addosso. Con Michele e Giovanna c’è un rapporto di grande stima e di amicizia ed e’ anche quella una grande palestra. Il programma mi stupisce perché ogni giorno racconti una storia diversa e ti affezioni a tutte”.

Ti piace l’imitazione che fa di te il tuo compaesano Sergio Friscia?

“Molto ma anche quella di Fiorello. Non mi prendo mai troppo sul serio”.

Che Sicilia immagini nel prossimo futuro? “Un posto dove godermi la pensione”.

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