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Maniaci, il giornalismo coi baffi: “c’è del marcio nell’Antimafia!”

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“Lo diceva Peppino Impastato: la mafia è una montagna di mer… Io lo confermo e lo sottoscrivo! La nostra amata Sicilia è una terra bellissima, invidiata da tutti ma devastata da pochi stronz…..che l’hanno resa famosa soltanto per la cupola e i morti ammazzati”. L’incipit del nostro articolo è ricco di ben due sostantivi mozzati ma l’idea rende, eccome. Perché in effetti il pensiero del collega giornalista Pino Maniaci, editore e direttore di TeleJato, è un pensiero comune. In tanti la pensano come lui, trincerandosi però dietro ad un cupo silenzio. Lui invece ci mette la faccia dinnanzi alla telecamera “perché – dice – qualcuno doveva pur farlo”. Con tutti i rischi annessi. E di rischi Pino ne ha corsi tanti, toccando pedine fino a quel momento ovattate da un sistema istituzionale che sapendo faceva finta di non sapere. Chiamiamola reticenza, per non dire omertà.
Se la mafia è quanto appena scritto, allora cos’è l’antimafia?
“Beh, qui si apre un mondo. E’ nata con ottimi auspici. Tutti a fare muro contro il malaffare: associazioni, movimenti. Poi, ad un tratto, qualcuno ha capito che con l’antimafia poteva arricchirsi. Troppi soldi in giro, il boccone era appetibile e l’occasione è stata presa al volo. Qualcuno mi criticava e mi massacrava quando parlavo di mafia dell’antimafia, ma le varie inchieste e i vari processi hanno dimostrato, nel tempo, che non mi sbagliavo….Soldi chiamano soldi”.
Ti fa più paura la mafia o l’antimafia?
“Sei cattivo con questa domanda (ride e inala la nicotina dell’ennesima sigaretta). Sono sincero: fanno paura entrambe. Non mi sarei mai aspettato che il Tribunale di Palermo, definito un vero e proprio avamposto contro la mafia, il top del top in tema di legalità, non ascoltasse le mie denunce quando parlavo che dentro i palazzi (soprattutto in ambito di misure di prevenzione), c’era qualcuno che si fregava i soldi, così come poi ampiamente acclarato dal tribunale di Caltanissetta. Dicevo ai magistrati palermitani: attenti, c’è qualcosa che non va per il verso giusto. Dall’altra parte, però, ricevevo solo risposte evasive. Chi gestiva la sezione misure di prevenzione del tribunale, era Dio onnipotente. Intoccabile”. Il riferimento è a Silvana Saguto, radiata dalla magistratura e condannata in primo grado a 8 anni e mezzo per affari illeciti nella gestione dei beni confiscati alla mafia.
Deduco che è una vera e propria lotta tra te e la Saguto
“Saguto è solo un nome. Bisogna intervenire a fondo. Dalla serie cambia il direttore d’orchestra ma la musica è sempre la stessa. Purtroppo c’è un arricchimento personale da far paura. Pensa che ci sono parcelle milionarie che spaziano dai 7 ai 4 milioni di euro. Impressionante. Un vero e proprio bancomat, soldi a palate. Alcuni beni confiscati, sono stati venduti ad una cordata cipriota che – mi risulta – è composta da gente poco raccomandabile. Il paradosso dei paradossi”.

In quanti secondo te hanno fatto carriera con l’antimafia?
“L’elenco è lunghissimo e coinvolge politici, associazioni farlocche, magistrati, massoni”.
Cosa hai provato quando nel 2016 sei stato coinvolto nel blitz per mafia a Borgetto e Partinico, con l’accusa di avere estorto somme di denaro e agevolazioni dai due sindaci per evitare commenti critici sull’operato delle amministrazioni?
“Mi è caduto il mondo addosso ma me lo aspettavo. Pochi giorni prima mi erano giunte voci che volevano farmela pagare per le mie inchieste. Ti vogliono fare fuori, mi dicevano. Quello che ho appena detto è confermato dalle intercettazioni telefoniche. Non potevo mai pensare che quelli che credevo i punti di riferimento delle mie denunce, potessero diventare i miei carnefici. C’è stata molta cattiveria, quasi una vendetta. Vedere la mia foto e sentire il mio nome durante la conferenza stampa assieme ai 9 mafiosi arrestati durante la stessa retata, mi ha fatto molto male. Mi sono chiesto: cosa ci faccio io assieme a questi pezzi di mer…? Ma la verità viene sempre a galla e lo scorso aprile è giunta l’assoluzione piena”.

Hai sempre avuto fiducia nella giustizia?
“Assolutamente si!” Purtroppo ci sono magistrati che hanno un solo obiettivo: quello di essere degli eroi, di andare in prima pagina, di distruggerti. Lo ha detto pure Palamara: una parte della giustizia è corrotta e corruttibile!”

Torniamo per un attimo alla Saguto. Entrambi siete stati protagonisti della docu-serie di Netflix tra il cinema e il giornalismo, ribattezzata “Vendetta – guerra nell’antimafia”. Divisi da una rivalità profonda, probabilmente insanabile, quello che ci ha più colpito è la naturalezza con la quale avete affrontato le telecamere e le aule di giustizia. Manco fosse una fiction…
“Personalmente sono abituato alla tv e dunque per me è stato naturale. Devi pensare che il progetto di Netflix è nato nel 2005. La troupe televisiva mi ha seguito passo passo perché voleva realizzare un documentario sulle mie inchieste giornalistiche. Poi la realtà si è disposta in modo sorprendente”.
Perché in Sicilia è facile delinquere?
Riaccende l’ennesima sigaretta. “Tre parole: assenza dello Stato. Si può delinquere e rimane impuniti. Si vuole realmente fare la lotta alla mafia? Bene, allora facciamola. Ma sul serio. E le pene devono essere esemplari. In Italia abbiamo una delle migliori intelligence del Mondo, tra Carabinieri, Polizia, Finanza, Servizi Segreti, Ros. E’ mai possibile che non si riesca a scovare quel cogl….di latitante che corrisponde al nome di Matteo Messina Denaro? Dobbiamo avere bisogno del pentito di turno per individuarlo? Negli anni siamo riusciti a debellare le Brigate Rosse e l’Anonima Sequestri. L’impegno è stato costante e risolutivo. Non vorrei pensare male…”
In che senso?
“Se si sconfiggesse la mafia, cosa resterebbe dell’antimafia? Sarebbero tutti disoccupati…”
Come te la immagini la Sicilia tra qualche anno?
“Vorrei che splendesse di luce propria. Una terra libera dal malaffare. Ci vuole l’impegno di tutti noi. Io personalmente ce la sto mettendo tutta attraverso le mie inchieste giornalistiche e non mi fermerò mai, dinnanzi a niente e a nessuno. Ma lo Stato deve fare la sua parte, liberandoci dall’oppressione mafiosa. E, soprattutto, cambiando le leggi: chi commette fatti cruenti deve marcire in galera!”
Nei tuoi tg non mancano gli attacchi al boss Matteo Messina Denaro
“Voglio che sia arrestato, la sua latitanza rappresenta l’emblema di Sicilia terra di mafia. Ho fatto una scommessa: quando lo prenderanno, mi taglierò i baffi. Spero che accada al più presto…”

Hai mai avuto paura per la tua incolumità?
“Tutti abbiamo paura, è un fatto naturale. E come ti dicevo prima, ho paura sia della mafia che della pseudo antimafia. Dal 2008 sono sotto tutela dei Carabinieri. Sembra quasi un gioco: mi indagano per estorsione ma mi tutelano”. Ride per non piangere.

Cuffaro, Crocetta, Musumeci. Qual è il tuo giudizio sui tre ultimi governatori della Sicilia?
“Non farmi entrare in questo campo. Come tutti gli esseri umani, hanno i loro difetti. Te la dico in siciliano: “Nun c’è nenti di pigghiari dei tre. Il mio giudizio è assolutamente negativo”.
Conosci la realtà di Gela? “Gela é molto distante dal mio ambito lavorativo. Leggo dalle cronache che c’è un serio problema dovuto all’inquinamento. Bisogna intervenire subito per rendere la città vivibile e fruibile a tutti. Non escludo, in futuro, di realizzare un servizio televisivo con la mia troupe”. Cosa ti senti di dire a quei giovani che si affacciano al mondo del giornalismo?
“Di dire sempre la verità e di non guardare in faccia a nessuno. Soprattutto di non essere politicizzati. Deve trionfare sempre l’imparzialità”.

Consigliavi di dire sempre la verità. Tu l’hai sempre detta in questi anni di lavoro?
“Sempre. E l’ho pagata caramente. Ma ne vale la pena per una Sicilia libera!”

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Il miracolato della strage di Capaci: combattere la mafia nel ricordo di Falcone e Borsellino

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“Giovanni Falcone è stato un uomo prima che un magistrato. Possedeva un alto senso di responsabilità e trasmetteva valori difficilmente riscontrabili in altri”. E tanti altri, prima, durante e dopo, chi risponde alle nostre domande, ne ha incontrati e conosciuti parecchi. Più maschere che uomini veri. Giuseppe Costanza, autista giudiziario, medaglia d’oro al valor civile, è la persona con la quale il giudice antimafia ha scambiato le sue ultime parole. C’era lui nella Fiat Croma bianca, fatta saltare in aria alle 17.58 del 23 maggio del 1992 nei pressi di Capaci. Cosa Nostra tentò di cancellare per sempre la libertà. Ma non ci riuscì. Perché fin quando il ricordo di Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Antonino Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani resterà vivo dentro ognuno di noi, la legalità regnerà sempre e gli uomini resteranno liberi.

“Liberi di amare la nostra terra. La strada intrapresa è quella giusta. La gente ha capito da che parte stare. E sono fermamente convinto che ce la faremo. In tutti questi anni, partecipando soprattutto a numerosi incontri nelle scuole, ho riscontrato sete di giustizia. Non bisogna voltare le spalle. Per una Sicilia più libera, ci vuole il coraggio di denunciare…”

Però la percezione attuale del fenomeno mafioso – secondo un ultimo sondaggio, realizzato nel trentennale dell’attentato – dimostra che per quattro italiani su dieci, la mentalità mafiosa sta diventando “di moda” tra i ragazzi

“Non voglio crederci, stento a crederci. Le nuove generazioni – come accennavo prima –  vogliono invece che la cancrena malavitosa sia definitivamente debellata. Io con i ragazzi ci parlo e non mi sembra che il fenomeno mafioso sia trainante così come invece emerge dal sondaggio, anzi. Ciò non esclude – purtroppo –  che c’è ancora tanto da fare per annientare del tutto anche quella sparuta minoranza che si rivolge alla delinquenza…”

E come si fa?

“Partendo dai fondamentali. Ci sono i presidi giudiziari a cui rivolgersi, se vittime di soprusi. E’ finito il tempo in cui si cercava l’amico dell’amico, il boss di quartiere per risolvere ogni problema. Anche il più insignificante. E anche quando si va a votare, la gente analizza e controlla a chi destinare il proprio consenso elettorale. Oramai è destinato all’oblio, il tempo in cui si andava a votare solo per ricevere favori. Il classico voto condizionato dai poteri forti. L’equazione “tu mi voti io ti favorisco” sarà definitivamente cancellata. Almeno questa è la mia sensazione”

La mafia non spara più: ha scelto il silenzio e serpeggia ovunque, purtroppo

“Anche questo fenomeno sarà spazzato via. Ci vorrà del tempo ma come diceva sempre Falcone, la mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine!”

La celebre frase di Falcone continuava e recitava testualmente che “piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Costanza, vado spedito: le istituzioni sono state al fianco del giudice antimafia?

“Assolutamente no. In tribunale, a Palermo, in quegli anni non c’era nessun barlume di amicizia e sostegno nei confronti di Falcone ma solo invidia. Pensi che qualcuno che frequentava il palazzo di giustizia, andava dicendo in giro che il fallito attentato all’Addaura del 21 giugno del 1989 se l’era commissionato lo stesso giudice. Farneticazioni che tutt’ora mi lasciano molta amarezza”

Un eroe, un uomo che col suo impegno è andato ben oltre il dovere di giudice e servitore dello Stato. Per il 71% degli italiani, Giovanni Falcone è stato abbandonato dalla politica e per il 75% dalla magistratura.

“Un eroe costretto a combattere la mafia da solo. Alcuni giorni prima che accadesse la strage, il giudice mi confidò che sarebbe diventato procuratore nazionale antimafia. C’erano tutti i presupposti affinché ciò accadesse. Era il giusto riconoscimento per tutto quello che aveva fatto, per avere messo all’angolo Cosa Nostra, per avergli fatto sentire il fiato della legalità sul collo. Avrebbero potuto ucciderlo ovunque, ma Falcone è stato assassinato in Sicilia, a Palermo, nella sua terra come a certificare la potenza della mafia. Chi ha ordito la sua eliminazione non è stato ancora individuato. Abbiamo scoperto gli esecutori, ma non i mandanti. Avere a capo della Procura Nazionale Antimafia, con pieni poteri, un uomo come Giovanni Falcone, sarebbe stato un durissimo colpo per quelli che lo stesso giudice definiva menti raffinatissime…”

Sarebbe questo il movente che ha scatenato l’inferno di Capaci?

Ne sono fermamente convinto!”

Secondo lei, le istituzioni reagirono a quella strage cercando un compromesso politico con Cosa Nostra?

“Non ci sono delle prove nel merito, è una pagina buia della storia d’Italia ancora tutta da scoprire e chiarire. Fino in fondo”.

Sono passati 30 anni dalla carneficina sull’autostrada ma ancora la verità su quanto accaduto è ancora incompleta

“Come dicevo prima, conosciamo chi materialmente ha commesso la strage ma ci sono ancora tanti elementi da sviscerare. Chi di competenza, non si è mai fermato per chiudere definitivamente il cerchio, nonostante i numerosi silenzi e le reticenze continue. Comunque sono fiducioso che ci saranno risvolti importanti, anche a distanza di tempo”.

Lei in più occasioni, si è sentito abbandonato dallo Stato. Perché?

“Eviterei qualsiasi polemica. Ci sono stati momenti in cui mi sono realmente sentito solo ma è acqua passata. Cambiano i tempi e, fortunatamente, cambiano anche gli uomini. Lo scorso 6 maggio sono stato presente nell’aula bunker di Palermo, in occasione della prima conferenza dei procuratori generali dei 46 Paesi del Consiglio d’Europa. Era presente anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. E’ stato un momento di grande apertura che ho molto apprezzato. Come dicevo prima, fortunatamente sono cambiati anche gli uomini che occupavano posti istituzionali di un certo peso e di conseguenza sono cambiate tante altre cose. E personalmente continuo a diffondere il credo della legalità in tutte le scuole d’Italia. E i ragazzi mi ascoltano e capiscono l’importanza dell’argomento…”

La politica ascolta? Qual è il suo pensiero?

“In politica c’è gente perbene. Altri, invece, preferiscono farsi i fatti propri, allontanandosi dall’affrontare il tema mafia perché sono proprio loro che vanno a braccetto col malaffare”.

Da quello che dice, deduco che il vento è cambiato in Sicilia quando si parla di legalità

“C’è ancora tanto da fare, è inutile negarlo. E’ una battaglia lunga ma ce la faremo. Tutti insieme. Però si, il vento è cambiato. Una dimostrazione tangibile è il pizzo. Fino a poco tempo fa, era inimmaginabile che qualcuno denunciasse gli estorsori, facendo nomi e cognomi. Chi subisce, adesso trova il coraggio di farlo. Leggo che a Gela c’è grande fermento in questo senso. Bisogna continuare così”.

Ritorniamo per un attimo a quel 23 maggio del 92. Cosa ricorda?

Ero seduto sul sedile posteriore. Il giudice Falcone era alla guida e accanto c’era sua moglie, la quale aveva preferito accomodarsi davanti perché soffriva il mal d’auto. Ricordai al magistrato di darmi le chiavi quando saremmo arrivati a destinazione.  Falcone distrattamente le sfilò, facendo rallentare l’auto di qualche secondo. Poi, nulla. Il buio. Mi sono svegliato in un letto di ospedale, dopo essere stato in coma. Chiesi perché mi trovassi in quel posto e cosa fosse accaduto. Mi dissero che avevo subito un incidente stradale. Ricordo che vennero a trovarmi il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (appena eletto) e il giudice Paolo Borsellino, l’unico magistrato che venne a sincerarsi delle mie condizioni di salute. Con se aveva un’agenda (probabilmente quella rossa, di cui si sono perse le tracce? ndr)  sulla quale prendeva appunti”.

Paolo Borsellino, altra vittima della ferocia mafiosa e stragista. E con lui, i cinque agenti di scorta in quel maledetto 19 luglio, 57 giorni dopo la strage di Capaci

“Una morte annunciata. Il giudice Borsellino, dopo l’uccisione di Falcone, sarebbe divenuto il nuovo Procuratore Nazionale Antimafia e avrebbe continuato il lavoro del suo fidato collega-amico di sempre…”

Quanti ricordi…

“Ho tanti ricordi belli di Giovanni Falcone. Uno su tutti è quando andavo a trovarlo a casa sua per barba e capelli. Si, prima che facessi l’autista giudiziario ero stato un parrucchiere. Per lui era troppo rischioso andare in una sala da barba e chiese a me. L’ho fatto per quasi 8 anni. Ricordo che la moglie ci portava sempre il caffè…”

Ha mai avuto paura per il lavoro che svolgeva, sempre al fianco di Falcone?

“Trent’anni fa non sono morto fisicamente ma dentro di me. Mi reputo un miracolato e per questo tutto quello che faccio lo dedico interamente a chi ha perso la vita in quel maledetto giorno. Col giudice Falcone, dal lontano 1984, giorno in cui mi chiese di diventare l’autista della sua macchina, ho avuto un rapporto di grande stima e fiducia, nel massimo rispetto dei ruoli. Le racconto un episodio che per me assume un valore enorme…”

Ci dica pure

“A Bagheria, il 23 novembre del 1989, vennero uccisi tre familiari del boss pentito Francesco Marino Mannoia. Assieme al giudice Falcone ci apprestammo a recarci sul posto, quando lo stesso giudice mi consigliò di prendere una strada secondaria, al fine di evitare che potessimo essere vittime di un possibile agguato. Arrivammo e trovammo il procuratore capo Pietro Giammanco. Ricordo che lo stesso Procuratore disse a Falcone che al ritorno sarebbero saliti entrambi su un’altra macchina e che io sarei dovuto andare da solo a Palermo, facendo quasi da battistrada, in una sorta di bonifica del tragitto. La risposta di Falcone fu secca e repentina: io non lascio da solo Costanza, vado con lui. Ecco chi era Giovanni Falcone. Un uomo in possesso di un elevato senso dell’altruismo e di un bene incommensurabile. Un uomo a cui devo la vita e a cui tutti noi dobbiamo dire grazie per tutto quello che ha fatto. Non solo in occasione della ricorrenza del 23 maggio, ma ogni giorno. Sempre!”

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“No a Gela pattumiera! Con Greco solo rapporti istituzionali. Multerei l’ex sindaco Messinese…”

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“Gela e i gelesi non sono pattumiera né di Musumeci né della sua sgangherata maggioranza. Annunciare a pochi mesi dalle elezioni la costruzione di un inceneritore nella città del Golfo è penoso. In una città dove mancano strade, ospedali, acqua e agricoltura, Musumeci pensa all’affaire rifiuti. Noi lo impediremo strenuamente. Inceneritori? Mai, men che meno a Gela”. Come fosse un mantra, Ketty Damante, deputata gelese del Movimento 5 Stelle all’Assemblea Regionale Siciliana, lo ha ripetuto più volte negli ultimi giorni e – assieme agli altri attivisti grillini – è pronta alle barricate se il progetto della costruzione del termovalorizzatore dovesse andare avanti.

Onorevole, andiamo subito al sodo: cosa non piace al movimento di cui lei fa parte, dell’attuale compagine amministrativa e del suo presidente Musumeci?
“Sarebbe più facile dire ciò che ci piace. Sicuramente la sua arroganza e la tracotanza dimostrata nei confronti dei siciliani e soprattutto nei confronti del Parlamento Siciliano, non sono un bel biglietto da visita.  Ricordo ancora che durante la mia prima finanziaria, nel 2020, la cosiddetta Finanziaria di Guerra che doveva affrontare l’emergenza sanitaria nella sua Fase 1, Musumeci non era presente durante i lavori d’aula. Un Presidente delle Regione Siciliana non si è mai assentato durante il dibattito dell’atto politico per eccellenza del Parlamento, la Finanziaria e l’approvazione del Bilancio. Che dire poi della gestione dell’emergenza sanitaria messa in campo dal suo delfino Razza, anzi della sua idea di sistema sanitario regionale che ha messo Catania al centro di ogni interesse ai danni degli ospedali di periferia quali quelli di Gela, Ragusa e Siracusa. E degli aiuti alle imprese e del Bonus Sicilia messo in piedi da Turano in piena emergenza sanitaria? Ne vogliamo parlare? E le infinite riprogrammazioni dei fondi extraregionali? Ha cambiato pure dirigenti ma  le riforme e le azioni tanto annunciate sono rimaste al palo. Forse quindi il problema non era tecnico ma di una politica inadeguata, una politica da titolo sui giornali o da anteporre alle azioni del Governo Nazionale Conte. Che pena!” 

Dunque, cosa avrebbero potuto e dovuto fare in questi anni di governo, Musumeci e company?
“Affrontare i problemi e non solo elencarli e scaricare la colpa una volta a Bruxelles, un’altra volta a Roma, un’altra volta al governo che lo ha preceduto per finire adesso alla sua stessa maggioranza. Non ho mai visto un atto di indirizzo vero di questo Governo, una programmazione, una pianificazione di azioni ed interventi per affrontare e governare le varie problematiche siciliane. Li abbiamo visti invece in azione, Musumeci e i suoi Assessori, solo per affrontare le problematiche quando ormai eravamo arrivati all’emergenza, con soluzioni improvvisate e approssimate. Ma poi una programmazione o riprogrammazione può mai essere portata a termine senza l’opportuna considerazione del Parlamento tutto? Il risultato di questa sua chiusura, io dico arroganza e inadeguatezza, ha comportato un immobilismo che non ha eguali nella storia siciliana: riforme ferme in commissione o in parlamento da anni e certo questo non piò essere addebitato alle opposizioni ma alla sua sgangherata maggioranza. Parlo della riforma sulle Ati, sui rifiuti, sui consorzi di bonifica, sulle partecipate…”

Parliamo delle prossime elezioni regionali. Come si sta muovendo in tal senso il Movimento 5 Stelle, al fine di individuare una figura che possa ambire alla poltrona di governatore, dopo avere dato forma al patto progressista col centro sinistra? 


“Come ormai è noto andremo alle prossime regionali in coalizione, il fronte progressista, e l’obiettivo è solo uno: restituire alla Sicilia lo splendore che merita. Ma bisogna partire dal fatto che il M5s c’è ed è forte, soprattutto in Sicilia. E non possiamo avere un ruolo di secondo piano. Noi questo cambiamento lo vogliamo, ne vogliamo essere i protagonisti e gli autori. Ultimamente si è intrapreso il percorso con Pd, Centopassi, i Verdi e Articolo 1 e si è trovata una convergenza sulla necessità di stabilire un metodo e un cammino verso le regionali comune, partecipato e condiviso, senza fughe in avanti né prese di posizione autonome”. 

 Per la poltrona di governatore, si staglia all’orizzonte anche uno “scatenato” Cateno De Luca. Cosa ci dice in merito?

“Abbiamo già visto uomini come Cateno in Parlamento e non credo che la Sicilia meriti ancora personaggi da avanspettacolo. La Sicilia merita persone serie che non raccontino balle per strappare solo qualche like, la Sicilia merita un Governatore non un suonatore di cornamuse”.

Il suo giudizio sull’attuale governatore è mediocre ma negli ultimi giorni, attraverso un sondaggio realizzato da Youtrend, emerge che per il 58 per cento dei siciliani il Governatore Nello Musumeci vincerà le elezioni regionali e resterà Presidente della Regione siciliana. Alla domanda del sondaggio “Secondo lei, chi sarà il prossimo presidente della Regione siciliana?”, gli intervistati hanno poi risposto: per il 29 per cento Cateno De Luca, l’ex sindaco di Messina, che si è dimesso proprio per annunciare la candidatura a Governatore;  per il 4 per cento il Presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè;  per il 3% l’ex assessore alla Formazione Roberto Lagalla, attuale candidato a sindaco di Palermo;  per il 2 per cento il Presidente della Commissione regionale antimafia all’Ars, Claudio Fava e per l’1 per cento Giancarlo Cancelleri, sottosegretario alle Infrastrutture. Spiazzata dai dati emersi?
“Ho letto con attenzione i risultati del sondaggio youTrend  ed è chiaro che nella coalizione di centrodestra Musumeci, per l’elettorato, resti il miglior candidato. A me onestamente ha colpito, e per nulla spiazzata, le risultanze dell’altra domanda di youTrend, che recita: assodato che il candidato del centrodestra è Musumeci, lei per chi voterebbe? La risposta premia il governatore in carica col 39.2% ma il centrosinistra, se unito, è appaiato, mentre il M5s risulterebbe sempre il primo all’Ars.  Il fronte progressista soffre al momento la mancanza di un candidato Presidente noto ai siciliani”.


 Rimaniamo in tema: i sondaggi (sia a livello nazionale che regionale) non sorridono al Movimento 5 Stelle. Soprattutto negli ultimi mesi avete perduto tanti consensi. Come legge questo dato?

“I sondaggi sicuramente hanno mostrato delle flessioni rispetto ai risultati elettorali del 2017 e del 2018 ma ci attestano comunque al 13% a livello nazionale, e addirittura circa 20% in Sicilia. Un movimento che adesso non è più solo movimento di protesta ma che si candida ad essere forza di governo, ci sta che perda consensi di massa ed attesta invece il suo zoccolo duro”. 

 Quando si perdono consensi, si prova a riconquistarli. Avete una formula in serbo?

“Il movimento si è evoluto, pensa sì a cercare consensi ma per le proposte e le azioni che ha messo e intende mettere in campo quali il salario minimo, il reddito di cittadinanza, meno spese per gli armamenti e più aiuti alle famiglie, politiche di lavoro attive, azioni che possano permettere alle famiglie italiane di affrontare la crisi socio economica che stiamo vivendo dopo la pandemia e ora pure con il conflitto nel cuore dell’Europa. E’ ovvio che non tutte le scelte e le posizioni possono accogliere il consenso dell’intera nazione. Ma fare politica significa fare delle scelte e decidere da che parte stare”. 

 In tanti contestano il Reddito di cittadinanza, uno dei vostri cavalli di battaglia. Non sarebbe stato meglio – tuonano i contestatori – elargire denaro a chi si spende per il territorio, offrendo un personale contributo? 
“Chi muove queste proposte sicuramente non ha ben capito la natura e il ruolo del Reddito di Cittadinanza. Ma cosa sarebbe capitato a milioni di italiani, senza la misura del reddito di cittadinanza, come si sarebbe potuta affrontare prima l’emergenza sanitaria e ora la crisi economica e sociale che questi due anni di pandemia hanno causato? In tutta Europa esisteva uno strumento come il reddito, solo in Italia e in Grecia mancava. Non mi pare che nel resto d’Europa tale strumento venga demonizzato come qui in Italia. La narrazione è del tutto finalizzata a colpire il Movimento 5 Stelle, non tanto lo strumento. Poi è ovvio, lo strumento va perfezionato e sicuramente migliorato, vanno riformati sicuramente i Centri per l’impiego ma questi, attenzione,  sono di competenza regionale. In Sicilia, ad esempio, solo a dicembre 2021, con due anni di ritardo, il governo regionale ha bandito l’avviso per il potenziamento dei Centri per l’Impiego, le prove sono previste per il mese di maggio. Come mai tutto questo ritardo? Eppure i soldi erano stati stanziati dallo Stato due anni fa. Io una risposta l’avrei: il governo regionale ha preferito posticipare il bando per farsi campagna elettorale facendo pagare ai siciliani un ritardo di più di due anni non solo per la messa a punto del Reddito di Cittadinanza ma anche per l’aumento di posti di lavoro in questa terra”. 

 In troppi hanno percepito il Rdc non avendone i requisiti. I classici furbetti. Purtroppo – lo dicono le cronache – il malcostume è costante e diffuso. Come e dove si può intervenire? 
“I furbetti ci sono e si saranno sempre in Italia, per ogni misura o sostegno messo in atto, ma nel Reddito di Cittadinanza i controlli sono stati previsti e vengono sempre implementati, ecco perché escono i furbetti. Quelli scoperti vengono molto pubblicizzati dai media ma in realtà si riferiscono, secondo i dati della Guardia di Finanza,  all’1% dei percettori. Sarebbe interessante sapere perché quando si scoprono i falsi invalidi nessuno richiede l’abolizione dell’assegno di invalidità”. 


 Cosa è cambiato con l’arrivo dell’ex premier Conte al Movimento?

“Conte è stato il miglior Presidente del Consiglio che io ricordi e con lui è iniziata sicuramente una nuova era del Movimento. Con lui siamo diventati forza di governo e ci candidiamo ad esserlo nel futuro, anche qui in Sicilia. Ma abbiamo bisogno di strutturarci, superare i limiti stessi della forma del movimento senza però snaturarci del tutto. Il percorso non è facile e sicuramente non immediato”. 

 Il suo rapporto con l’attuale capogruppo Nuccio Di Paola, gelese doc come lei?
“Ottimo e in piena sintonia, siamo tutti e due convinti che l’obiettivo comune è solo uno: restituire alla Sicilia lo splendore che merita”. 

Il vostro europarlamentare Dino Giarrusso, leggendo i nomi dei referenti regionali e provinciali ha detto che renderebbero la Sicilia un feudo personale di Giancarlo Cancelleri…
“Le nomine dei referenti regionali e provinciali non sono ancora stati ufficializzati”.


 In ambito locale, come sono i vostri rapporti col sindaco Lucio Greco?

“Prettamente istituzionali”.

 State lavorando all’individuazione di una figura che possa presentarsi alle future amministrative?

“Intanto stiamo lavorando alle figure per le prossime regionali e alle amministrative 2022, per le elezioni a Gela c’è ancora tempo”.

La telenovela porto rifugio continua e ad ogni minimo interessamento sul da farsi, in politica ognuno vuole la sua parte intestandosi la primogenitura. In tutta sincerità, la vicenda ha stancato. Non crede?
“La questione porto di Gela è il paradosso più grande della nostra Gela. L’unico sbocco a mare della provincia da cui non è possibile uscire neanche con una lancia. Ma è un porto regionale, e per fortuna da qualche settimana sotto la competenza dell’Autorità di sistema portuale Occidentale, e in più siamo area Sin. La regione siciliana non ha risorse economiche sufficiente per far fronte alla manutenzione ordinaria o straordinaria dei propri porti, questo è sotto gli occhi di tutto, a maggior ragione se tale porto ricade nel territorio a sud della provincia di Caltanissetta. Il vero pacco ce lo fecero nel 2016 quando decisero di affidare l’intervento alla Protezione Civile quando invece doveva essere affidato al dipartimento competente, quello delle infrastrutture. Poi ci si è messa anche la nuova normativa su piani di caratterizzazione risalente al 2018 (la gara fatta dalla regione è del 2017). Una situazione che certamente ha stancato molti ma che non mi stancherà personalmente fino a quando non avremo il porto funzionante”. 


Gela non può più attendere il campo di atletica. L’amministrazione comunale deve subito individuare l’area idonea e dare avvio alla progettazione. È inammissibile che le somme stanziate e disponibili per l’impianto sportivo vengano ancora tenute nel cassetto. Le sue parole, pronunciate più di un mese fa, hanno prodotto qualcosa di concreto?
 “Io non amministro questo comune né faccio parte delle forze che sostengono questa amministrazione. Il mio approccio è stato sempre costruttivo e di piena collaborazione anche perché nelle mie funzioni potrei dare una mano d’aiuto, così come è stato per l’empasse che abbiamo avuto sul  Museo dei relitti prima a dicembre 2019 e poi ad aprile 2020. Le mie parole e le mie azioni mirano a dare una mano alle amministrazioni coinvolte a trovare soluzioni e, laddove necessitano, consultazioni o accelerazioni di iter. Ma quando non posso fare altro denuncio e accendo i riflettori sui problemi del territorio. Nella fattispecie, ritengo di avere fatto bene. Questa amministrazione, nonostante le riunioni, conferenze stampa, commissione urbanistica, impegni e foto, non aveva fatto nulla. E ancora non smette di rigirarsi i pollici, forse perché non vuole: volere è potere…”


 Lei è stata sempre al fianco di Domenico Messinese. Assieme agli altri attivisti grillini, lo ha sostenuto affinché (nel 2015) diventasse sindaco. Ricordo come fosse oggi, la festa in piazza Salandra con tanto di brindisi. I rapporti continuano, nonostante l’espulsione dal M5s?
“No!”


 Cosa ha provato quando lo stesso Messinese è stato sfiduciato quasi all’unanimità dal Consiglio comunale?

“Ho preso parte a quel consiglio comunale, era giusto così. Lui è entrato in quel consiglio perché espressione di un gruppo politico. Nel dicembre 2015 decide, buttandoci fuori, di non appartenere più al quel gruppo politico e nel frattempo non mi pare che abbia trovato altri gruppi politici disposti a sostenerlo. Cosa può fare un Sindaco, in una città complessa come quella di Gela,  senza nessun gruppo che lo sostiene in Consiglio Comunale? Io al suo posto non avrei aspettato di essere cacciato dal Movimento, mi sarei dimessa subito. Francamente, mi sono divertita…”


 Ultimamente la criminalità ha rialzato la testa a Gela. Come legge il fenomeno?
“La criminalità a Gela non ha mai abbassato la testa, ha solo ripreso a farsi vedere. Scuola, famiglia e società non fanno abbastanza. La mancanza di lavoro è solo un alibi, è la mentalità che va cambiata. Ci vogliono tempo e risorse”.

 In tutta sincerità: le piacerebbe fare il sindaco di Gela?

“Gela è la sesta città della Sicilia, è riconosciuta Area di Crisi Complessa, assieme a Termini Imerese, è area SIN (solo tre in Sicilia), ha un piano di risanamento ambientale mai del tutto attuato che andrebbe pure aggiornato visto che è molto datato e tante altre situazioni sociali ed economiche che la caratterizzano per complessità e urgenza. E alla fine nessuno ha veramente il coraggio di affrontare e governare i processi di questa città sicuramente difficile. Ciò premesso, è inutile scegliere certi ruoli: sono i ruoli che scelgono te. Certo che per me sarebbe un onore”.

 Se un giorno ci riuscisse, quale sarebbe la prima cosa che farebbe? 

“Multare Messinese”


Perché?
“Chi di multa ferisce… di multa perirà!!! Ricordo che subito dopo che decise di estromettermi dalla giunta assieme a Pietro Lorefice e a Nuccio Di Paola, organizzò una manifestazione al porto contro le trivellazioni, causando numerosi problemi all’associazione dei pescatori. Noi – parallelamente – organizzamo un’altra manifestazione e ci multò. Comunque la sua azione nei confronti del gruppo politico che lo aveva portato a vincere ha causato tante reazioni a catena, come del resto ogni azione in politica. Poteva benissimo farsi una sua lista civica, la legge lo permetteva. Ecco il senso vero della mia provocazione….”

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Ipse Dixit

“Garantire la speranza tra i detenuti”

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L’ho conosciuto anni addietro durante un reportage sulle condizioni del carcere di contrada Balate a Gela. Mi ha colpito la sua ampia disponibilità nell’accoglienza e l’alta professionalità nel rispondere alle mie domande. Senza tentennamento alcuno,  rispettando i ruoli. Col tempo, ne ho apprezzato doti umane e professionali. Così come hanno fatto gli altri. Francesco Salemi, 47 anni, laureato in giurisprudenza, regolarmente iscritto all’Albo degli avvocati e abilitato alla professione, nella vita ha scelto di…indossare la divisa della Polizia Penitenziaria. E’ stato comandante di reparto presso il nuovo complesso penitenziario “Solliciano” di Firenze e dopo l’esperienza in Toscana, è tornato nella sua Sicilia (è originario di Acate), guidando gli agenti nella casa circondariale di Gela (dal 2012 al 2018), e successivamenti quelli in servizio a Caltanissetta e a Caltagirone. Da quattro anni a questa parte, è comandante di reparto presso la casa circondariale di Piazza Lanza, a Catania. Nel 2021, ha avuto l’incarico di supporto nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto per poi riprendere il suo originario servizio nella città etnea. 
Comandante, carceri sovraffollate ovunque. Quale potrebbe essere il rimedio per evitare tutto ciò?

“Le soluzioni sono ampiamente note a tutti i soggetti istituzionali e rientrano nell’ambito delle scelte di politica penale. Personalmente ritengo che ancora oggi ci sia una concezione della restrizione della libertà personale, quindi del carcere, come l’unica “pena vera” a fronte dei comportamenti penalmente rilevanti. Mi auguro che questa concezione possa essere superata e che nel tempo maturi la convinzione che il ricorso alle pene alternative al carcere non è solo una necessità per decongestionare gli istituti di pena, ma una scelta di modernità”.
Le carceri riescono a redimere?

“Le carceri non redimono. Il concetto di redenzione non si può utilizzare, a mio avviso, per descrivere le finalità rieducativa dell’istituzione penitenziaria. Il carcere può e deve offrire degli strumenti di “inclusione sociale”, ossia opportunità di lavoro, formazione e riflessione tali da consentire, al detenuto che ha la voglia di coglierle, una ricostruzione personale su basi diverse rispetto a quelle che lo hanno portato a delinquere. Lo sforzo della polizia penitenziaria e di tutti gli operatori del carcere è quello di promuovere un processo di revisione critica del comportamento che, tuttavia, deve essere maturato dalla persona. Un processo condizionato da fattori esterni su cui l’istituzione carceraria non può incidere. Mi riferisco alle condizioni familiari, ai legami con gli ambienti criminali di provenienza, al contesto sociale di riferimento del soggetto. Il concetto di recupero della persona deviante va oltre il fine e gli strumenti dell’istituzione carceraria: impatta sulla cultura, sulla maturità e sulla ricchezza della società”.
 Quante delle persone che hanno trascorso i loro giorni in galera, subito dopo la loro scarcerazione sono ritornate purtroppo a delinquere?

“Il tasso di recidiva è alto, troppo alto rispetto agli sforzi e alle risorse che tutti gli operatori del carcere mettono in campo quotidianamente. Sulle cause della recidiva vi è una letteratura sconfinata che non è il caso di richiamare. La mia personale convinzione è che laddove la società si dimostra pronta a riaccogliere quel soggetto che è stato in carcere, evitando la “ghettizzazione” ed offrendo occasioni di lavoro e di libertà, la recidiva diminuisce. L’andamento della recidiva segue la diversità sociale, culturale e, soprattutto, la ricchezza economica delle varie regioni d’Italia”.
 Qual è il rimedio per fare in modo che ciò non accada?

“La cultura, la conoscenza e il lavoro che costituiscono le basi della dignità della persona”.
 Quando interagisce con i carcerati, cosa le dicono in particolare?

“Un Comandante della Polizia Penitenziaria operativo nelle carceri “deve” interloquire con i detenuti, deve cercare di intercettarne i bisogni e deve agire con fermezza per prevenire comportamenti illeciti e potenzialmente dannosi per l’ordine e la sicurezza interna e l’ordine pubblico. Il Comandante deve conoscere personalmente e attraverso il lavoro dei suoi ispettori, sovrintendenti e, soprattutto agenti, la personalità del detenuto. Durante la mia carriera ho sempre rispettato questo principio ed interloquito con la popolazione detenuta ascoltando le storie dei singoli, spesso brutali, ma altrettanto spesso dense di una umanità negata. Eccezion fatta per quei soggetti, quelli di maggiore spessore criminale che oserei definire irriducibili, i detenuti comuni chiedono chiarimenti rispetto ai diritti previsti dall’Ordinamento Penitenziario, o a tematiche di convivenza, o attinenti alla vita quotidiana penitenziaria e, soprattutto, chiedono di poter svolgere un lavoro all’interno al carcere che consenta loro di sostenersi e sostenere le famiglie. Lavoro che, purtroppo, non c’è per tutti”.
 Sbagliamo quando indichiamo la quotidianità dei carcerati, una vera e propria “libertà sospesa”?

“Non si sbaglia. Condivido. I detenuti, in quanto tali, non sono liberi e dipendono in tutto e per tutto dai loro custodi. Ma tale sospensione prima o poi, anche per i condannati a “fine pena mai” a determinate condizioni, può concludersi. Rientra nella facoltà del singolo gestire al meglio, entro le regole penitenziarie, questo periodo di libertà sospesa”
Come passano le giornate i detenuti?
“Le giornate sono scandite da tempi, modalità e disposizioni previste nel Regolamento Interno vigente in ciascun istituto penitenziario della Repubblica e secondo prescrizioni di legge. In generale, negli istituti di pena, vengono attivati degli strumenti di formazione, scuola, lavoro, sostegno, che possono accompagnare il detenuto in questo periodo, da lei correttamente definito come di sospensione della libertà”. 
 Perché ha deciso di indossare la divisa della Penitenziaria?
“Da giovane studente di liceo ho urlato di rabbia alla notizia delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Ho percepito quella cappa di violenza e prevaricazione che portò a quelle decine di morti ammazzati nei primi anni 90 a Gela. Ho maturato in quel momento la convinzione di intraprendere gli studi di giurisprudenza e di provare a servire lo Stato. Ho esercitato per un breve periodo la professione forese e sono entrato nella Polizia Penitenziaria perché volevo far parte di una Forza di Polizia. Oggi, dopo anni di carriera, posso di dire di avere fatto la scelta giusta perché faccio parte di un Corpo chiamato a contrastare l’illegalità e la prepotenza criminale nelle carceri e nel territorio. Un Corpo che mi onora e che io onoro con tutto me stesso”.
 Ha mai avuto paura del lavoro che svolge?
“Non sono mancati, nel corso della mia carriera, momenti di forte contrasto nei confronti di quei detenuti che intendevano affermare la propria posizione di supremazia con l’intimidazione e la sopraffazione a discapito dei più deboli, ma ho sempre svolto il mio servizio applicando la legge. Credo nei valori dello Stato ed ho sempre sentito forte la tutela della mia Istituzione. No. Non posso dire di avere avuto paura. Piuttosto ho il rammarico di non aver sempre compreso fino in fondo la vera personalità di alcuni soggetti che sono stato chiamato a custodire”. 
 Che ricordo ha dell’esperienza di Gela? 

“Un ricordo meraviglioso. Di una struttura modello, con un personale di polizia penitenziaria dalla grande esperienza e professionalità. Struttura non a caso onorata della presenza del Provveditore della Sicilia, fra tutti i penitenziari della regione in occasione della festa del Corpo del 2018. Porto dentro di me i frutti di quella esperienza: la grande sinergia tra la Polizia Penitenziaria, le Istituzioni locali, le altre Forze dell’ordine,  Magistratura, un Direttore capace di valorizzare la struttura ed il territorio”.

Ci sono delle differenze tra il carcere di Gela e quello di Piazza Lanza in cui attualmente presta servizio?
“La differenza è data dalla struttura, dalle dimensioni, dai numeri e dalla complessità territoriale. La Casa Circondariale di Catania Piazza Lanza riceve il 25% circa degli arrestati della Sicilia, insiste in pieno centro cittadino, è una struttura storica, del 1910, ma esempio di virtuosa ristrutturazione. Ma al pari del carcere di Gela ho trovato un reparto di Polizia Penitenziaria eccezionale, operatori dalla grandissima professionalità e conoscenza, un terzo settore estremamente attivo ed un Direttore di grandissimo spessore ed illuminazione. Posso dire, con non poco orgoglio, di avere avuto la fortuna, nel corso della mia carriera, passando dalla Toscana alla Sicilia e svolgendo disparati incarichi per l’Amministrazione Penitenziaria, di lavorare con delle eccellenze”. 

Abbiamo visto e letto ultimamente di fatti di cronaca che hanno interessato il corpo della Polizia Penitenziaria. Il riferimento è alla violenza perpetrata da agenti – secondo quanto sostiene la magistratura – ai danni dei detenuti a Santa Maria Capua Vetere. Qualcuno l’ha definita una vera mattanza. Qual è il suo pensiero?
“Non posso esprimermi su fatti per i quali vi è ancora un processo in corso. Osservo solamente che il motto del Corpo è: “despondere spem munus nostrum” ossia “garantire la speranza è il nostro dovere”, ed altresì che nel nostro Paese, patria del diritto, esiste un sistema di garanzie costituzionali a tutela di tutti i cittadini, anche detenuti. La Polizia Penitenziaria è un Corpo sano, bisogna avere fiducia nelle Istituzioni e nella loro capacità di resilienza”. 
 Come avete gestito (e fate ancora) l’emergenza Covid tra i detenuti?

“Vi sono dei protocolli firmati tra le Direzioni degli istituti e le Asp di riferimento (la medicina penitenziaria, infatti, dipende dall’Azienda Sanitaria del territorio) che disciplinano le modalità di ricezione degli arrestati e, in generale, dei nuovi giunti nelle strutture nonché le procedure di “quarantena” dei casi positivi e dei loro contatti. I nuovi per alcuni giorni, a seconda dello stato di salute nonché vaccinale, vengono messi in stanza singola in domiciliazione fiduciaria e, solo dopo tampone negativo, molecolare o rapido, acquisito il nulla osta sanitario, vengono avviati a vita in comune nelle sezioni ordinarie. Gli eventuali casi positivi gestibili in istituto – asintomatici o paucisintomatici- vengono associati in una sezione a ciò dedicata all’interno della quale, tutto il personale, di polizia penitenziaria e operatori sanitari, presta servizio con i dispositivi di protezione individuale integrale. Ciò fino alla loro negativizzazione allorquando, acquisito il nulla osta sanitario,  vengono riportati a vita in comune. Nel tempo, inoltre, sono stati acquistati ed installati dei sanificatori degli ambienti e le singole stanze detentive sono oggetto di sanificazione periodica ed alla bisogna. Di certo non sono mancati i momenti di criticità e di tensione, specie nel primo periodo dell’emergenza quando abbiamo dovuto adottare una serie di misure rigidissime per limitare l’ingresso del virus in carcere – la sospensione dei colloqui in presenza ne rappresenta quella più eclatante – struttura chiusa per eccellenza, tuttavia, il mio reparto ha saputo arginare e gestire al meglio gli eventi in sinergia con i sanitari dell’Asp di Catania. Il reparto ha dimostrato con senso di responsabilità, professionalità ed umanità attraverso una costante opera di informazione e persuasione nei confronti della popolazione detenuta che ha sempre avuto contezza delle motivazioni delle misure”. 
 D’accordo con l’ergastolo ostativo?
“Si. L’articolo 4bis e l’articolo 41bis sono i capisaldi del contrasto alla criminalità organizzata sul versante penitenziario e, come già hanno detto uomini dello Stato ben più autorevoli di me, non vi è dubbio che ancora oggi siamo chiamati a gestire soggetti strutturati per i quali solo la collaborazione con la giustizia può essere considerata la prova della cesura dei legami con l’organizzazione d’appartenenza. Sono sicuro che il legislatore, come già avvenuto in passato, riuscirà a trovare il giusto equilibrio per garantire l’efficacia dell’impianto normativo oggi esistente e le indicazioni della Corte Costituzionale”. 

 Sono altissimi i suicidi e i tentativi nelle carceri italiane, così come è alto il numero di atti di autolesionismo. Come fronteggiare quest’allarmante sequela?
“Potrei risponderle con la creazione del carcere che vorremmo! Quello in cui funziona tutto: manutenzione della struttura rapida ed efficace, condutture e rifornimenti d’acqua efficienti, cucine moderne, riscaldamenti, tempi di risposta rapidi alle esigenze personali dei detenuti, più lavoro, più formazione, più poliziotti in numero e qualifiche adeguate, più educatori, più psicologi, più mediatori culturali, più operatori del terzo settore! In realtà non sempre è così. Il carcere resta un luogo di sofferenza. Un luogo pieno di difficoltà che amplificano il disagio dei soggetti più fragili. Ed allora la risposta è: con gli strumenti che abbiamo. Parlo di professionalità, conoscenza e senso di umanità. Con la reale presa in carico dei soggetti fragili da parte di tutti gli operatori del carcere tra i quali un ruolo preponderante è quello della Polizia Penitenziaria che osserva 24 ore su 24 i detenuti e grazie alla quale possiamo parlare, nella maggior parte dei casi, di “tentativi” e non di tragici fatti consumati”.

Parlavamo di suicidi e di atti di autolesionismo da parte dei detenuti. Non mancano – purtroppo – anche aggressioni agli agenti. Più volte il sindacato ha fatto la voce grossa, chiedendo interventi immediati e risolutivi al Dap sulle disfunzioni e sugli inconvenienti che si riflettono sulla sicurezza e sulla operatività delle carceri siciliane e del personale di polizia penitenziaria che vi lavora con professionalità, abnegazione e umanità nonostante una significativa carenza di organico…
“Purtroppo il fenomeno delle aggressioni è presente ed, a mio avviso, è ampliato, da un lato, dalle grandi difficoltà gestionali collegate alla pandemia, dall’altro, dalla elevata presenza di soggetti con problematiche psichiatriche, che limitano gli interventi di sicurezza e le scelte dell’organizzazione. I sindacati fanno la loro parte in quanto elementi fondamentali, per stimolo e critica, a volte anche aspra, dell’amministrazione e ci aiutano, ad intercettare un certo malessere del personale. Per questo li ringrazio. In linea generale il personale di polizia penitenziaria conosce le regole d’ingaggio ed è ben addestrato ma, purtroppo, la carenza di organico e l’esiguo numero di professionisti del trattamento, cui l’amministrazione sta cercando di far fronte con nuove assunzioni, allo stato attuale, rappresentano una grossa criticità. Di certo esistono alcuni aspetti di sistema che si possono affrontare in via amministrativa: penso ad esempio alla rimodulazione dei rapporti dei detenuti con le loro famiglie in un’ottica di premialità o, relativamente al personale di polizia penitenziaria,  all’attivazione di alcune specializzazioni e ad una formazione specifica per i soggetti psichiatrici. Ciascuno di noi, ai vari livelli dell’amministrazione,  è in campo su questo fronte”. 

Non soltanto fatti di cronaca ma – ce lo auguriamo – anche aneddoti. Ce ne può raccontare qualcuno?
“Le racconto due aneddoti che, a mio avviso, possono far riflettere su cosa fa il carcere e su cosa fanno la società e le relazioni umane. Il primo è quello di un giovane finito in carcere per reati legati a sostanze stupefacenti ma con una storia dietro di famiglia emarginata, servizi sociali, abbandono scolastico, carcere minorile. Quando lo conobbi, poco più che ventenne, era ancora analfabeta ed in perenne conflitto con tutti gli operatori, specie i poliziotti. Abbiamo capito che l’unico trattamento per lui era quello di mandarlo a frequentare la scuola elementare interna al carcere, cosa che abbiamo fatto con non poche difficoltà. Praticamente all’epoca l’abbiamo quasi adottato! Dopo qualche mese, questo giovane incominciò a leggere e a scrivere e dopo un anno partecipò addirittura, grazie a dei volontari, ad un corso di scrittura creativo componendo una poesia per la mamma che venne pubblicata in un libretto poi dato alle stampe. In seguito, è uscito dal carcere e mi auguro che oggi sia stato capace di rompere con il passato. Il secondo riguarda un altro giovane entrato per reati contro la persona, collaterale ad una delle organizzazioni criminali che ammorbano il nostro territorio. Qualche tempo dopo il suo ingresso seppe dai suoi familiari che la sua fidanzata, di una famiglia dignitosa, era in gravidanza. Da quel momento assistemmo ad un cambiamento di questo detenuto evidente. Smise i suoi comportamenti oppositivi, accettò tutte le offerte che il carcere poteva dargli (formazione, scuola e una borsa lavoro),  cambiò anche fisicamente rilassando lo sguardo ed imparando a relazionarsi correttamente. Uscì dopo un anno circa ma non gli andò bene. Fu coinvolto in un fatto di sangue e rientrò in carcere. Quando lo rividi, di nuovo con quello sguardo cattivo, intimidatorio, negazionista ed oppositivo, gli chiesi: “come sta la sua compagna e suo figlio?” Mi rispose: “non lo so. Comandante, quando sono uscito dal carcere dovevo trovare la pace ed invece non ho trovato nulla. La mia compagna e mio figlio mi hanno lasciato”. Queste storie sono comuni alla maggior parte dei detenuti. Poi ci sono gli irriducibili. Quelli dell’ergastolo ostativo”
Cosa c’è dietro le sbarre? 
“Un mondo parallelo, in cui metà della popolazione dipende in tutto e per tutto dall’altra metà. Un mondo in cui si osservano tutte le caratteristiche dell’animo umano: da quelli peggiori, mi riferisco a quei soggetti strutturati, incapaci di proiettarsi al di fuori dell’ambiente criminale da cui provengono, al soggetto psichiatrico, che ad un certo punto la società si stanca di gestire e manda in carcere. Un mondo in cui coesistono fermezza, rigidità e controllo, ma anche opportunità e responsabilizzazione”. 

 Voltaire diceva che “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”….E’ proprio così? 
“È così se intendiamo che il carcere rispecchia la società. In realtà la civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di garantire opportunità di lavoro e di cultura, dalla capacità di creare e distribuire ricchezza al maggior numero di persone, dalla capacità di non lasciare nessuno indietro, anche i detenuti. Purtroppo, c’è ancora tanta strada da fare”. 

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Direttore Responsabile: Giuseppe D'Onchia
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