Cavallo e Di Benedeto contro il reintegro di Fava
Le consigliere d’opposizione: «Quando le istituzioni tacciono, viene meno anche la tutela della dignità della donna e della persona»
Il reintegro nelle sue funzioni del Vicesindaco Giuseppe Fava non può essere derubricato a una semplice vicenda politica o amministrativa. Quello che oggi ci indigna profondamente è il messaggio che, attraverso questo modus operandi, le istituzioni stanno consegnando alla città: la dignità della persona, e in particolare quella delle donne, può essere offesa, mortificata e poi semplicemente archiviata con il trascorrere del tempo.
È questo il punto sul quale non intendiamo tacere. Lo dicono le consigliere Dara Cavallo e Antonella Di Benedetto aggredito verbalmente due mesi fa dall'assessore.
"Un’istituzione non dovrebbe limitarsi a registrare ciò che accade al proprio interno, ma dovrebbe essere la prima a tutelare le persone, il loro ruolo e la loro dignità. Quando vengono pronunciate parole offensive e denigratorie nei confronti di donne che ricoprono un ruolo pubblico, non siamo di fronte a una semplice “uscita infelice” o a una normale contrapposizione politica: siamo davanti a un problema che riguarda la cultura del rispetto, la qualità delle nostre istituzioni e il modo in cui la politica sceglie di rapportarsi alla persona.Ed è proprio qui che emerge la responsabilità del Sindaco Terenziano Di Stefano.
In queste settimane abbiamo atteso una parola chiara, una condanna netta, una presa di posizione che restituisse alle consigliere coinvolte e, più in generale, a tutte le donne che rappresentano le istituzioni, la certezza che il Palazzo non sarebbe rimasto indifferente davanti alla violenza verbale e alla mortificazione della persona.Quella parola non è arrivata.
Il silenzio del Sindaco, in questo contesto, non può essere considerato una posizione neutrale. Quando chi ha il compito di garantire il rispetto all’interno delle istituzioni sceglie di non intervenire con fermezza, finisce per diventare parte di quel meccanismo che normalizza l’offesa.
Ed è questo che riteniamo più grave.
Perché la tutela della donna non può essere un principio da difendere soltanto nelle ricorrenze, nei convegni o nelle dichiarazioni di facciata. Deve essere una pratica quotidiana, soprattutto quando a essere colpita è una donna che esercita un mandato elettivo e che, proprio per questo, dovrebbe poter contare sulla piena tutela delle istituzioni. Lo stesso vale per ogni essere umano.
Il rispetto della persona non può essere subordinato alle convenienze politiche, agli equilibri di maggioranza o alla necessità di lasciarsi alle spalle una vicenda scomoda.
A questo si aggiunge la vicenda dell’autosospensione, che riteniamo abbia finito per trasformarsi in una parentesi utile più a far abbassare l’attenzione pubblica che ad assumere una reale responsabilità politica. Non possiamo accettare che siano le stesse figure istituzionali a decidere autonomamente quando “sospendersi” e quando rientrare, mentre nel frattempo continuano a percepire le relative indennità, e che tutto questo avvenga nel sostanziale silenzio del Sindaco.
Al di là degli aspetti formali e amministrativi, resta una domanda politica e soprattutto etica: che valore hanno le parole “rispetto”, “dignità” e “tutela della donna” se, quando vengono messe alla prova dai fatti, le istituzioni scelgono il silenzio?Noi crediamo che Gela meriti altro.
Merita una politica capace di riconoscere che le parole hanno un peso, che la violenza verbale non è meno grave perché non lascia segni visibili e che la dignità di una donna, di un uomo, di un consigliere comunale o di qualsiasi cittadino non può essere sacrificata sull’altare della convenienza politica.Per questo continueremo a svolgere il nostro ruolo di opposizione e vigilanza con ancora maggiore determinazione. Non soltanto per contestare un atto o una scelta amministrativa, ma per difendere un principio che dovrebbe appartenere a tutti: nelle istituzioni non può venire meno la tutela della persona. Mai.
33.1°