Ciak, si gira. Cinzia Susino porta in alto il nome di Gela sul set

"Ho sempre sognato di fare l'attrice. Da piccola mi divertivo a presentare il festival di Sanremo..."

01 febbraio 2026 09:15
Ciak, si gira. Cinzia Susino porta in alto il nome di Gela sul set -
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"Il mio abbraccio di cuore ai niscemesi che stanno vivendo un momento terribile a causa della frana. Vi sono vicina, non mollate!”

Il primo pensiero dell’attrice gelese Cinzia Susino, è dedicato ai “cugini” del nostro territorio che in questi giorni portano con loro la capacità di adattarsi, il coraggio di ricominciare, la speranza. Una vera e propria lezione di umanità. Quando la terra tradisce, non porta via solo case e strade, ma certezze, ricordi, pezzi di vita.


“A chi ha perso tutto, e a chi vive nell’attesa e nella paura, va la mia vicinanza più sincera. Che la solidarietà diventi forza, e che dal dolore possa nascere, passo dopo passo, una nuova speranza”.

La nostra concittadina, ultimamente, su Paramount Plus, l’abbiamo vista nel ruolo della carabiniera nella quarta stagione della serie tv “Vita da Carlo” con Carlo Verdone e ne abbiamo riconosciuto, ancora una volta, indubbie qualità sceniche. Tra poco ne riapprezzeremo le sue doti, davanti al grande schermo, in occasione delle proiezioni dei film “Scuola di seduzione”, sempre con Carlo Verdone ed “E’ andata così” di Gianni Zanasi (con Valerio Mastrandrea, Valentina Lodovini e Michele Riondino). Prevista anche la miniserie “Portobello” di Marco Bellocchio, che narra la storia del giornalista e presentatore televisivo Enzo Tortora, vittima di un clamoroso errore giudiziario. In quest’occasione vestirà i panni di una docente. Per Gela è un vanto avere una propria conterranea che è diventata un simbolo di orgoglio locale e che si fa strada in questa complessa "fabbrica di sogni" e specchio della società, dove si fondono immagini, suoni e narrazione per evocare emozioni profonde. Cinzia Susino, dopo il conseguimento dei diplomi di maturità scientifica e magistrale, si è laureata con lode in lingue e letterature straniere a Catania, ottenendo un master in traduzione letteraria. A Londra ha insegnato l’italiano in tre scuole elementari e l’inglese ai calciatori David Di Michele e allo svizzero (di origine kosovara) Valon Berhami, quando vestivano la maglia del West Ham United. E’ stata assistente di lingua italiana in due licei di Belfast e ha partecipato al progetto Erasmus a Salamanca, in Spagna. Ha insegnato l’inglese in corsi di formazione per dipendenti, organizzati dalla Regione Lazio. E’ traduttrice professionista di inglese e spagnolo, anche per il doppiaggio per serie, film e documentari di Netflix, Amazon e Disney Plus. Recita in lingua francese, tedesca e russa. E’ un mezzosoprano e spicca nella danza classica, jazz e moderna. Vive e lavora a Roma, la città eterna, la città del cinema.


Quando hai capito che la recitazione sarebbe stata la tua strada?


“Credo di averlo sempre saputo. Non necessariamente la recitazione ma sicuramente la necessità di esprimermi artisticamente. Da bambina prendevo le riviste e davanti allo specchio, con una spazzola come microfono, facevo la presentatrice dei cantanti di Sanremo o l’annunciatrice dei programmi televisivi, la signorina buonasera.
Poi ho sempre cantato, imitato, ballato. So tutte le sigle di Fantastico, da “Cicale” a “Sugar Sugar”. Sono cresciuta a pane, tv, canzoni e cinema. Quando vidi Loretta Goggi cantare “Maledetta primavera” al Festival di Sanremo, ricordo ancora com’era vestita, ebbi una folgorazione. Pensai: “Io voglio fare quella cosa lì”. Sono sempre stata molto empatica e lo sono a volte ancora troppo. Penso che mi manchi uno strato di pelle e mettermi nei panni degli altri è sempre stato istintivo, immediato, anche doloroso a volte. Per cui, interpretare altro da me mi è venuto piuttosto naturale. Sono brava a imitare le persone e gli accenti. So imitare l’accento irlandese, londinese, australiano. Poi, nonostante io faccia anche la traduttrice e l’insegnante, due lavori che amo, le emozioni che ricevo sul set non fanno che confermarmi che il mio percorso è questo. Se fosse stato il tipico sacrosanto sogno infantile come il “voglio fare il calciatore, voglio fare la ballerina”, al conseguimento della laurea, di un lavoro “standard”, sarebbe passato anche il sogno di bambina. Eppure, conseguita laurea e lavoro, niente, l’amore per questo lavoro era lì, sempre più forte. Talmente forte che mi chiedo come faccia chi fa altri lavori a vivere senza desiderare di fare l’attore”.


Sono tantissime le sue presenze sul set, l’elenco è lunghissimo. Ci limitiamo a ricordare quello del ruolo della cugina di Tommaso Buscetta ne “Il traditore” con Pierfrancesco Favino a quello della maestra Paola in “La guerra dei nonni” con Vincenzo Salemme e Max Tortora, dalla dottoressa di bordo ne “Il mio nome è Thomas” per la regia di Terence Hill a quello di Saveria in “L’abbaglio” con Toni Servillo, Ficarra e Picone.

C’è stato un ruolo che ha segnato una svolta nella tua carriera?

“La mia carriera non ha avuto svolte, non ancora, almeno. E in realtà, più che carriera, la definisco un regalo; mi sento sempre di aver iniziato ieri, anzi oggi. Per me è sempre tutto nuovo, tutto da cominciare e imparare. Lavoro quando ho la fortuna di essere l’attrice giusta che il o la regista aveva in mente per quel ruolo, ed è sempre una grande gioia perché stare sul set è quello che mi piace di più in assoluto. Credo che sia un luogo magico e l’ho sperimentato anche in altre vesti. Penso di essere riuscita a fare tutto quello che era nelle mie possibilità e competenze: assistente di produzione, aiuto regia, aiuto costumista (è così che ho imparato a fare il nodo alla cravatta), segretaria di edizione e ovviamente nelle produzioni più povere ho lavato piatti, sistemato pranzi. Il set è l’ambiente che mi è più congeniale, il mio elemento, non vi sento né fatica, né fame, né sonno. Vivo in una sospensione del tempo, in una sorta di euforia perenne”.

Hai lavorato con numerosi registi. Chi ti ha colpito di più nel suo lavoro e perché?

“Senza far torto a nessuno perché tutti, dai più grandi ai più acerbi, mi hanno lasciato e insegnato qualcosa, cito Marco Bellocchio e Carlo Verdone, pur nella loro diversità.
Reputo Bellocchio il regista più grande del nostro cinema, sia come direttore di attori che come narratore di immagini. Alcune sue inquadrature sono da incorniciare e affiggere nei musei come opere d’arte. Mi piace il modo asciutto con cui dirige gli attori e ovviamente la sua scrittura. Sul set mi ha colpito la sua estrema gentilezza, dà a tutti del lei, e la freschezza del suo sguardo. Nonostante l’età è il più giovane del set, quello che ha più energia, entusiasmo e voglia di fare. Io ero chiaramente onorata ed emozionata ma è andata molto bene, e lui, complimentandosi con me, mi ha salutata dicendomi che devo fare cose importanti. Io ci sto! Carlo Verdone, con cui ho già lavorato due volte, è proprio come lo si vede: un amore di persona, gentile, disponibile e girare con lui è un'esperienza giocosa. È il regista con cui mi sono sentita più a mio agio e più autorizzata a sbagliare, a mettermi in gioco. Ti permette di improvvisare, di aggiungere battute. Ti diverti proprio a girare con lui, non ti sembra neanche di stare su un set così importante. Nel film, che uscirà a marzo, c'è una sorta di approccio tra i nostri due personaggi e vi lascio immaginare il mio divertimento al solo pensiero che uno dei miei miti cinematografici stesse cercando, pur nella finzione, di far colpo su di me".


Chi, invece, tra gli attori di fama con cui hai lavorato ti ha lasciato un segno indelebile nel tuo percorso cinematografico?

“Sicuramente Elio Germano e Adam Driver, per motivi diversi. Elio perché ho studiato con lui in vari laboratori, mi ha anche diretta in un cortometraggio e lavoro nella collecting da lui fondata, Artisti 7607, che si occupa di diritti connessi al diritto d’autore. Per me Elio è un faro, credo che sia un interprete eccezionale e tutte le volte che ho studiato con lui non ho mai avuto la sensazione di avere a che fare con uno che si poneva su un piedistallo, come spesso succede con molti “grandi”, ma con un attore che considerava noi del corso come colleghi. Ho imparato tantissimo da lui. Quando sono sul set metto in pratica molte delle cose che mi ha insegnato. E poi anche dal punto di vista umano è davvero una persona speciale, come poche. Adam Driver in Gucci interpreta Maurizio Gucci e io la sua segretaria. Avevo quattro scene, tutte poi tagliate, quindi nel film non mi si vede ma è un’esperienza che mi ha comunque lasciato un segno. Una di queste scene non soddisfaceva Ridley Scott, che quindi chiede a Driver, nelle prove prima del ciak, di interrompersi tra una battuta e l’altra e chiamarmi per chiedermi di chiudere la porta che divide i nostri due uffici, perché la discussione con l’altro personaggio si sta scaldando e il suo personaggio ha bisogno di privacy perché sfocerà sicuramente in una lite. Perciò, per 4 o 5 prove, Driver, tra le battute, urla dalla sua alla mia scrivania: “Cynthia, please close the door”. Io mi alzo, lo faccio e loro continuano a discutere in modo sempre più acceso. Quando Scott è soddisfatto della scena, dice a Driver che non è più necessario che si interrompa per chiamarmi e che sia il caso di tornare al copione originale, in cui discutono in modo sempre più acceso fino a litigare e io mi alzerò e andrò a chiudere la porta per lasciar loro un po’ di privacy quando avvertirò una certa temperatura tra i due, così come avrebbe dovuto essere dall’inizio. Io sento quello che Scott dice a Driver, me lo conferma poi anche l’aiuto regista; quindi, sono seduta in attesa del ciak, so già che a un certo punto della scena mi alzerò per chiudere la porta e nessuno, cioè Driver/Gucci, mi chiamerà.
Siamo pronti a girare e Adam Driver, dalla sua scrivania, si alza, percorre tutto il suo studio bellissimo e grandissimo, viene nel mio ufficio, fino alla mia scrivania e in inglese mi dice “Allora, adesso giriamo ma io non ti chiamerò come abbiamo fatto per le prove, va bene? Non sentirai più ‘Cinzia, chiudi la porta, per favore!’”. E io sempre in inglese rispondo che mi hanno già avvisato ma che è stato molto carino da parte sua scomodarsi per venirmelo a dire. E lui mi fa il sorriso più bello del mondo.
Io ricambio col sorriso più bello che riesco a fare e in quell’istante penso a lui e penso a me. Io nata e cresciuta a Gela, o Locu Baruni, e lui, un attore statunitense da milioni di dollari. E sono grata. Il pensiero che un attore del suo peso si sia preoccupato di venire da me, attrice sconosciuta, per assicurarsi che avessi chiara la scena anziché mandare per avvisarmi chiunque, dall’aiuto a un assistente, mi accarezza e commuove profondamente”.


In una società in cui, in alcuni casi, l'analfabetismo logico, una volta che inizia a mangiare, diventa insaziabile e può nutrirsi solo di se stesso, Cinzia ha raggiunto i suoi traguardi grazie ad un bagaglio di conoscenze ed abilità che hanno evidenziato come la formazione sia la chiave del successo professionale.


"Io sono socratica, in continua ricerca. Non conto quanti corsi ho fatto e faccio ancora. C’è sempre da imparare e da studiare per poi togliere e alleggerire. Sia da attrice che da fruitrice mi piace una recitazione in sottrazione. Chiaramente da ogni esperienza prendi quello che ti è affine e che puoi fare tuo, perchè ognuno di noi ha la sua bellezza e unicità“.

Teatro, cinema o televisione: dove ti senti più a casa e perché?

“Sono tutti i mezzi espressivi in cui mi sento a mio agio e che veicolano un bisogno di far sentire la mia voce, emozionare ed emozionarmi ma ritengo che questa sia l’era del cinema perché immortala, rende eterni. Un film è per sempre e riesce a emozionare, comunicare, insegnare, disgustare, divertire, spaventare, sedurre, provocare, distrarre, intrigare, istruire, commuovere generazioni di persone nonostante gli sceneggiatori, gli interpreti, i registi, i produttori siano morti da un pezzo. Da attrice amo la macchina da presa e il set e anche da fruitrice sono più una frequentatrice di cinema che di teatro, da sempre. Il teatro l’ho fatto, lo faccio ma il mio grande amore è il cinema, sia inteso come macchina da presa che come sala. I film li guardo lì”.

Come ti prepari per entrare in un personaggio?

"Per prima cosa, mi interessa leggere la sceneggiatura perchè un personaggio scollato dal resto mi interessa poco. Voglio sapere la storia, cosa racconta e la necessità di raccontarla. Non mi piace andare al cinema, vedere un film e poi chiedermi “Era necessario fare questo film? Per quanto riguarda il mio personaggio, cerco il suo obiettivo, mi chiedo quale sia l’arco della sua trasformazione, il suo conflitto interiore, i suoi ostacoli, le sue ombre. Non mi interessano né stimolano i personaggi piatti. E poi sono una grafomane, scrivo tanto. Creo un vissuto del personaggio, un’infanzia, un’adolescenza, cerco di dargli una memoria. Di solito, riscrivo le mie battute a penna, non solo per memorizzarle ma perchè scrivere è un processo fisico-cerebrale che mi aiuta ad acquisire e fare mie quelle parole e quelle sensazioni. Poi cerco di imparare anche le battute degli altri“.


Qual è il ruolo che ti ha messo più alla prova emotivamente?

"Non so se mi ha messo alla prova però è stato un bel ruolo drammatico quello che ho interpretato nel film indipendente pluripremiato. “L’anima in pace” di Ciro Formisano che trovate su Prime Video. Interpreto Rosi, la zia della protagonista, che è una ragazza che cerca di guadagnare qualche soldo per riavere la custodia dei fratellini che sono stati sottratti alla madre. Sua madre, interpretata da Donatella Finocchiaro, è una poco di buono e il mio personaggio ospita sia la sorella (Finocchiaro) che la nipote perché è l’unica ad avere un lavoro e una casa, quindi una solidità economica, e loro due sono in grande difficoltà. È un ruolo in cui non ho grandi esternazioni, eppure, è un ruolo forte; io sono la parte solida di questa famiglia disfunzionale, di cui mi sento un po’ il carico sulle spalle. Nonostante la mia generosità, mia sorella va a letto con il mio uomo (questo mi procura un dissidio interiore non indifferente), ma io decido comunque di continuare ad ospitarle e a sostenerle anche durante il processo per la custodia dei piccoli perchè mi rendo conto che hanno solo me”.

Ti è mai capitato di rifiutare un ruolo e per quali motivi?

"Si, quando si tratta di progetti non seri o professionali che vengono spacciati per tali. Oppure quando si tratta di ruoli evidentemente non adatti a me".

C’è un personaggio che senti ancora “addosso” anche fuori dal set?

"No, ma resto affezionata ai personaggi che interpreto. Per cui, quando mi rivedo in video o vedo delle foto, ripiombo immediatamente lì e sento esattamente le emozioni, le paure, le difficoltà che ho provato in quel momento".


Pensi che oggi ci siano più opportunità per le donne nel mondo dello spettacolo?

"Non vedo nessuna differenza".

Quanto è importante per te raccontare storie che abbiano un impatto sociale?


“L’arte è uno strumento fondamentale per veicolare idee e per sensibilizzare gli animi. Le idee e l’arte cambiano il mondo”.


C’è un tema che vorresti affrontare in un tuo prossimo lavoro?

“Rispondo con uno dei miei sogni di bambina: vorrei condurre il Festival di Sanremo”.

Cosa ti aiuta a rimanere con i piedi per terra?

“Il mio 43, infatti le scarpe le compro online. Scherzo, non sul numero perché porto il 43 ma sul dover rimanere coi piedi per terra, perché non ne ho bisogno. La mia tv è accesa 24 ore su 24 sul telegiornale, esattamente su Rainews, conosco i nomi di tutti i suoi giornalisti, guardo Mentana, comprese le sue maratone, che adoro, leggo i quotidiani, purtroppo ormai online, sono appassionata di politica, so quanti sono i nuovi poveri in Italia ogni anno, so quant’è lo stipendio medio in Italia e che gli insegnanti sono i più sottopagati d’Europa, non capisco perché non ci sia un salario minimo, sono contro quella follia che si chiama ponte sullo stretto, sono inorridita dall’Ice negli States e dalle 16mila esecuzioni in 12 giorni in Iran. Potrei continuare per ore…”

Come vivi il rapporto tra vita privata e visibilità pubblica?

“Ma guardate che a me non mi conosce nessuno! Sono una persona normalissima, esco quasi sempre senza trucco. A Roma come a Gela. Ogni tanto mi riconoscono come TikToker, divertendomi molto. Avendo una vena umoristica molto spiccata, da sempre scrivo battute che mi pubblicano su pagine satiriche e umoristiche. Pertanto, un paio d’anni fa mi sono detta “Ma queste battute, oltre a scriverle, perchè non interpretarle, visto che sono un’attrice?“ E mi sono imbarcata in quest’avventura TikTok che diverte soprattutto me. Realizzo microvideo che poi pubblico anche su Youtube, Facebook e Instagram e pare che facciano ridere anche altri esseri umani. La mia sorella minore mi prende in giro e anche questa cosa mi diverte molto. Se siete curiosi, vi aspetto! Basta cercare il mio nome e cognome”.

Che consiglio dai a chi vuole entrare nel mondo del cinema?


“La prima cosa è quella di essere certi che sia veramente quello che si vuole fare.
Se si vuole fare gli attori bisogna mettere in conto che è un lavoro fatto di tanti no e di alcuni sì, ma la percentuale pende sempre dalla parte del no. Per cui, bisogna temprarsi ben bene e non permettere ai no di determinare la propria autostima e il senso del sé. I provini si fanno e si scordano immediatamente dopo averli fatti. È del tutto inutile ripensarci. Se sono andati bene, si saprà. E poi, provare a entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia o alla Gian Maria Volonté e guardare tutti i film possibili e immaginabili, anche quelli brutti”.

Che tipo di progetti ti piacerebbe affrontare nei prossimi anni?

“Mi piacerebbe molto lavorare in una serie del Regno Unito, come The Crown. The sky is the limit!”

C’è un regista o un’attrice/attore con cui sogni di lavorare?

“Sono due i registi, di cui ho visto tutti i film e che amo alla follia, con cui vorrei lavorare e che non ho mai incontrato. Uno è Emanuele Crialese e l’altro è Clint Eastwood. “Respiro” e “I ponti di Madison County” sono tra i film della mia vita. Li ho rivisti mille volte”.

Cosa ti ha trasmesso tuo padre, "l'amore della tua vita", che ti ammira da lassù?

“Mio padre Totò, il ragionier Susino, l’amore della mia vita, che mi ha lasciato nell’agosto del 2023, mi ha trasmesso tutto quello che sono. Noi due eravamo anime gemelle, due corpi della stessa anima, ho il suo stesso senso dell’umorismo, la sua sensibilità, il suo essere senza filtri, il suo essere sboccato, fisicamente ho il suo corpo, la sua altezza, la sua conformazione ossea, le sue mani, le sue gambe, la sua carnagione rosea chiarissima, eravamo identici. Era un cantante e attore nato. La persona più geniale e brillante, intelligente, ironica. Industrioso, intraprendente, si è fatto da solo: di famiglia contadina, è riuscito a riscattarsi da un’origine umile, a studiare, a primeggiare a scuola, a vincere borse di studio e a realizzare tutto quello che voleva. Mi ha trasmesso il rispetto, il valore del lavoro, il senso di indipendenza, la libertà, la capacità di strappare un sorriso a tutte le persone che lo incontravano, la generosità, la propensione a fare del bene. Ma lui non mi ammira da lassù. Lui è qui con me, sempre. E mi aiuta e incoraggia in tutti i momenti in cui ne ho bisogno. Il suo colore preferito è il blu, che lui chiamava blè, e da quando fisicamente non c’è più, sul set mi vestono sempre con qualcosa di blu. Mi piace raccontare un aneddoto: sul set della serie di Bellocchio “Portobello”, che esce tra poco, io interpreto una professoressa che va a casa di Enzo Tortora con una scolaresca delle medie per farsi raccontare della sua esperienza in carcere. In una delle scene, quella iniziale in cui entriamo a casa di Tortora, io saluto seguita dalla classe di scolari ma non dico niente di specifico. Dopo il primo ciak, l’aiuto regista mi riferisce che Bellocchio vorrebbe che sulla porta io mi presentassi. Io replico che sul copione la professoressa non ha nessun cognome. E lui: “Va bene, tu ce l’hai un cognome, no? Di’ il tuo.” Per cui al secondo ciak, suono il campanello e “Buongiorno, sono la professoressa Susino” e la compagna di Tortora “Prego, accomodatevi”. In quel momento ho sorriso pensando al mio papà sorridente accanto a me e al suo, nostro cognome inciso nella serie di Marco Bellocchio, forse, chissà, suggerito da lui. Birbante”.

In quelle poche occasioni che hai di tornare a Gela, hai notato dei cambiamenti in città?

“Lo scorso Natale ho visto una bellissima Gela piena di luci, tante iniziative e concerti e mi ha fatto molto piacere. A novembre avevo notato dei nuovi murales vicino piazza Sant'Agostino e quest’estate tutte le decorazioni in via Buscemi, in via Pisa e via Morello. Ho fatto dei video a tal proposito. In generale, mi sembra che Gela stia vivendo un periodo di rinascita e noto che le strade principali sono più pulite”.


Perché Gela non riesce a decollare, una volta per tutte, in ambito turistico e culturale secondo te?

“Questo per me resterà sempre un mistero, considerati la sua ricchezza storica, archeologica, la sua bellezza naturale, il centro storico. Io, attraverso i miei video TikTok, cerco di mostrare la mia città e di farla conoscere a chi non c’è mai stato e di farla rivedere a chi manca da decenni”.

Cosa ci dici della tua sfera sentimentale?

“Dopo un rapporto a distanza per quattro anni, sono con me stessa da 13 anni. Credo di non essere fatta per la vita a due”.

Ascolti musica italiana o preferisci quella straniera?

“Ascolto musica di vario genere sia italiana che straniera. Tra i miei preferiti ci sono i Tinturia, per i quali ho una sorta di febbre, i Queen, le Spice Girls, Franco Battiato, Brunori Sas, Mina, Alanis Morissette, i Take That, Jamiroquai, Claudio Baglioni, i Coors, Lady Gaga e numerosi altri”.

Calzone, arancino o pane e panelle?


“Senza dubbio pane e panelle perché dei tre è l'unico che cerco e mangio anche a Roma nei pochi luoghi siciliani. È una ricerca che non ho mai fatto né per calzoni né per arancini…”






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