Da Gela alla Garfagnana nel segno della vocazione: "Il mare dentro e la fede tra le persone"
Don Angelo Ferrera e la sua idea di Chiesa oltre i confini. "Più che risposte preconfezionate, ai giovani serve la nostra presenza"
C’è un filo invisibile ma indissolubile che unisce le scogliere dorate di Gela ai rilievi d’Appennino, il profumo salmastro del mare al respiro antico dei boschi toscani. È il filo di un viaggio umano e spirituale che risponde a una sola parola: vocazione. Un cammino che muove dalle piazze affollate e rumorose della nostra città, dove la fede è un intreccio viscerale di tradizione, grida di devozione e processioni di popolo, e approda tra i cipressi e le pievi in pietra serena della campagna lucchese, avvolte dal profumo del mosto d'autunno e da silenzi quasi contemplativi. È in questa nuova terra di approdo che, all’indomani dell’ordinazione presbiterale, don Angelo Ferrera ha radicato il suo ministero come vicario parrocchiale della Comunità San Pietro Apostolo a Castelnuovo di Garfagnana, un borgo di cinquemila anime incastonato tra le montagne, e come vice direttore della Pastorale Giovanile dell’Arcidiocesi di Lucca. Quarantadue anni, nella terra dei poeti del Rinascimento ha portato con sé le radici, i ricordi e i valori maturati nella nostra città. Un’esperienza che racconta anche il volto di una Chiesa capace di muoversi oltre i confini geografici e culturali.
Don Angelo, partiamo proprio da qui: sei nato a Gela, terra di mare, di fede forte e anche di contraddizioni. Cosa ti ha dato la nostra città che ti porti addosso in Toscana?
“Gela mi ha dato moltissimo, probabilmente più di quanto riesca a riconoscere. Mi ha dato le radici: la famiglia, gli affetti, gli amici, la fede semplice della nostra gente e quella religiosità popolare che, quando è autentica, sa ancora parlare al cuore. Mi ha dato anche le sue contraddizioni. Gela è una città bellissima e ferita e mi ha insegnato che amare un luogo non significa idealizzarlo, ma sentirsi responsabili della sua bellezza. E poi c’è il mare. Chi nasce a Gela credo se lo porti dentro anche vivendo tra le montagne della Garfagnana. Oggi appartengo profondamente alla Chiesa di Lucca, ma a Gela restano le mie radici: lì ho imparato a credere e ad amare e lì è nata anche la mia vocazione”.
In Sicilia il prete è ancora una figura di riferimento nel quartiere. Da bambino, chi era il prete per te?
“Era anzitutto una presenza. Ricordo un sacerdote che c’era sempre, non si assentava mai anche quando era ammalato o semplicemente stanco. Un parroco non è chiamato a “gestire” un ente, ma ad accompagnare paternamente con la sua presenza, la porzione di popolo a lui affidato. Crescendo ho capito che mi aveva consegnato una delle lezioni più importanti sul sacerdozio: esserci. Nei momenti belli e difficili, ma soprattutto nell’ordinarietà. Prima ancora di ciò che un prete può organizzare o dire, credo che il suo primo ministero sia proprio la presenza”.
Quando hai detto a casa tua “voglio entrare in seminario”, cosa ti hanno risposto i tuoi?
“La vocazione non è stata soltanto mia. E quando parlo di famiglia penso a mio padre, mia madre e mio fratello, ma anche alla comunità parrocchiale ed ecclesiale nella quale sono cresciuto, la parrocchia di San Francesco d’Assisi a Gela. Penso ai parrocchiani che mi hanno sostenuto concretamente, anche con sacrifici economici importanti, perché potessi studiare; ai Vescovi che si sono succeduti nella mia Diocesi e ai parroci, sacerdoti e diaconi che si sono fatti garanti e custodi della mia vocazione, anche quando il mio cammino è proseguito senza una forma ufficiale. A tutti loro devo molto del mio sì. Ho imparato che una vocazione nasce e viene custodita dentro una Chiesa. Non sono diventato prete da solo: sono diventato prete anche attraverso di loro”.
Ti è mancata la Sicilia al punto da voler tornare indietro?
“Sì, e questo non significa amare meno Lucca. La distanza è pesata soprattutto quando la mia vita familiare è diventata più fragile. Dopo la morte di mia madre e di mio fratello, la lontananza da mio padre ha assunto un significato diverso: ti accorgi che gli affetti non sono eternamente rimandabili. È una domanda che porto ancora dentro: capire dove il Signore mi chiede di essere e come custodire insieme il ministero e gli affetti che mi ha affidato”.
Com’è fare il prete a Lucca rispetto a come lo immaginavi a Gela?
“È diverso, e questa diversità è stata una scuola. A Castelnuovo di Garfagnana, soprattutto attraverso i giovani, l’oratorio e la Pastorale Giovanile, sto imparando che il sacerdote non può aspettare semplicemente le persone in chiesa: deve condividere un pezzo della loro strada. Un dono grande è il mio parroco, don Angelo Pioli. Per me è un padre, quasi un nonno: una persona saggia che mi dà fiducia nelle scelte pastorali e comprende anche le mie difficoltà personali, compreso il bisogno di tornare spesso a Gela per stare accanto a mio padre. Anche un prete, per poter essere padre degli altri, ha bisogno di incontrare qualcuno che sappia essere padre per lui”
Cosa ti chiedono i ragazzi lucchesi quando vengono da te? Hanno le stesse domande dei ragazzi di Gela?
“Credo che, sotto linguaggi diversi, le domande siano le stesse: Chi sono? Qualcuno mi vuole davvero bene? Che cosa farò della mia vita? Dio c’entra qualcosa con quello che sto vivendo? Spesso non le formulano direttamente: te le raccontano attraverso una relazione, una paura o una difficoltà. Per questo non amo distinguere tra “giovani credenti” e “giovani lontani”. Vedo soprattutto giovani che stanno cercando. E credo che la Chiesa dovrebbe avere meno paura delle loro domande”.
C’è una cosa di Lucca che adesso ami e una cosa di Gela che non trovi qui?
“Di Lucca amo il modo in cui storia, arte, fede e natura si incontrano. La Garfagnana mi ha fatto scoprire il valore della montagna, del cammino e del silenzio. Di Gela mi manca l’immediatezza delle relazioni. E naturalmente il mare: per chi ci è nato non è soltanto un paesaggio, è quasi un modo di respirare”.
Tu sei giovane, meridionale, in una città del centro-nord. Senti ancora il peso dei pregiudizi Nord/Sud anche dentro la Chiesa?
“Qualche battuta o luogo comune esiste ancora, da entrambe le parti, ma sarebbe sbagliato costruirci sopra una contrapposizione. Sono siciliano e non desidero smettere di esserlo; allo stesso tempo, una parte importante della mia vita e del mio sacerdozio ormai parla toscano. La diversità diventa una ricchezza quando accettiamo che l’altro possa mostrarci qualcosa che ancora non conoscevamo”.
Lucca è una diocesi ricca, Gela è una terra spesso dimenticata. Questa differenza ti fa arrabbiare a volte?
“E chi l’ha detto che Gela è meno ricca di Lucca? Più che arrabbiarmi mi interroga. In Sicilia vedo ancora differenze importanti nei servizi, nelle infrastrutture e soprattutto nelle opportunità offerte ai giovani. Mi dispiace quando un ragazzo è quasi costretto a partire perché sente di non avere possibilità nella propria terra. La Sicilia non ha bisogno di compassione: ha bisogno di opportunità, responsabilità e di persone che tornino a credere nelle sue possibilità”.
Educatore e formatore con un dottorato di ricerca in Teologia Pastorale all’Università Pontificia Salesiana di Roma, la specializzazione in Pastorale Giovanile e un Baccalaureato in Sacra Teologia alla Facoltà “San Giovanni Evangelista” di Palermo, don Angelo nel 2003 ha fondato a Gela il Movimento Giovanile “San Francesco” e qualche anno dopo, la scuola di formazione socio-politica “ContemplAttiva”.
“Il Movimento Giovanile San Francesco è nato nella parrocchia nella quale sono cresciuto, per dare stabilità a una realtà giovanile ricca di esperienze: dalla scuola calcio alla danza, fino ai percorsi formativi. Tra questi nacque ContemplAttiva, dedicata ai giovani universitari, ispirata all’intuizione di don Tonino Bello dell’essere “contemplattivi”: unire contemplazione e preghiera a una cittadinanza attiva e responsabile. I ragazzi lavoravano su tre dimensioni — scuola, cultura e lavoro — elaborando proposte concrete, diverse delle quali furono consegnate alle amministrazioni comunali. Tra queste ricordo l’Ostello della Gioventù, pensato per l’Orto Fontanelle, dove avevamo l’oratorio. Non si realizzò nella forma immaginata, ma credo abbia dato un impulso al percorso che negli anni ha condotto anche all’attuale progetto del Palazzo della Cultura. Oggi il Movimento non è più operativo nella forma di allora, ma non lo considero un fallimento. Credo sia ancora vivo nelle scelte, nelle professioni, nelle famiglie e nel servizio di quei ragazzi. Se ciò che abbiamo seminato continua a vivere in loro, quell’opera non è morta: ha semplicemente cambiato forma”.
Quando hai capito per la prima volta che saresti diventato prete? C’è stato un momento preciso, un giorno, un’ora?
“Non saprei ridurre la vocazione a un giorno o a un’ora. È stata una domanda che ha cominciato ad abitarmi e che, invece di scomparire, è diventata sempre più insistente. Però ho avuto sempre una “complice e confidente”: la Vergine Maria, l’Immacolata. Davanti a quella bellissima immagine custodita nella mia parrocchia tante volte mi sono confidato e quasi intrattenuto con Lei parlando del mio possibile sì. Sentivo che quel mio piccolo sì avrebbe dovuto imparare qualcosa dal suo: «Eccomi». Non è stata una folgorazione, ma un cammino che continua: ogni giorno sono chiamato a rinnovare quel sì, ancora accompagnato da Maria”.
Avevi una fidanzata? Hai mai avuto paura di rinunciare all’amore e a una famiglia?
“Anch’io ho vissuto la stagione dell’innamoramento e ho avuto relazioni più o meno importanti. Fa parte della mia storia. Non ho mai inteso però il sacerdozio come una rinuncia all’amore. Il celibato significa scegliere di viverlo in una forma diversa, senza cancellare il desiderio umano di affetto, famiglia e paternità. Non si diventa sacerdoti perché incapaci di amare qualcuno, ma perché ci si scopre chiamati a consegnare la propria capacità di amare in un modo diverso”.
Se un ragazzo di Gela oggi ti scrivesse “don, voglio fare il prete ma ho paura di andare lontano”, cosa gli risponderesti?
“Gli direi: non avere fretta di decidere dove andrai; cerca prima di capire per chi vuoi partire. Oggi conosco anche il prezzo della distanza. Per questo gli direi di farsi accompagnare e di portare davanti a Dio anche ciò che gli costa. La vocazione non chiede di diventare disumani. Se viene da Dio, deve renderci più capaci di amare, non meno”.
Social, Instagram, discoteca, palestra: cosa è compatibile con il tuo essere prete e cosa no?
“Non credo che la questione sia stilare un elenco di luoghi consentiti o vietati. Un sacerdote rimane sacerdote anche quando non indossa i paramenti. La domanda è piuttosto: quello che faccio è coerente con ciò che sono? Mi rende libero? Mi permette di incontrare davvero le persone o sto cercando consenso? Non abbiamo bisogno di preti fuori dal mondo, ma di preti capaci di starci senza dimenticare il motivo per cui vi stanno”.
La Chiesa perde fedeli, soprattutto giovani. Perché secondo te? Di chi è la colpa?
“Non credo sia utile cercare un colpevole. Forse la domanda “perché i giovani non vengono più?” dovrebbe diventare: “Noi, dove siamo mentre i giovani stanno vivendo?” A volte abbiamo offerto risposte a domande che nessuno ci faceva più, chiedendo ai giovani di adattarsi ai nostri ambienti e linguaggi. Dovremmo recuperare maggiormente lo stile di Gesù: andare, incontrare, ascoltare e condividere la strada. La sfida non è semplicemente riempire le chiese, ma permettere alle persone di incontrare Cristo”.
Un giovane prete oggi come parla di sesso, di coppie gay, di convivenza ai ragazzi che incontra?
“Prima di parlare, ascolta. Dietro parole come sessualità, omosessualità o convivenza ci sono persone, storie, affetti e domande. Se trasformiamo una persona in una “questione morale”, abbiamo già sbagliato l’incontro. Questo non significa nascondere ciò che la Chiesa insegna, ma ricordare che la verità cristiana non può essere separata dalla carità. Con i ragazzi cerco di parlare della bellezza dell’amore, della responsabilità, della libertà e della dignità di ogni persona. Gesù incontrava sempre una persona prima del suo problema. Per un prete rimane una lezione fondamentale”.
Le cronache ci pongono davanti a diverse forme di abuso, presenti nella società e, dolorosamente, anche all’interno della Chiesa. Come sacerdote, come vivi questa realtà e quale responsabilità senti affidata al tuo ministero?
“Credo che davanti a realtà così delicate servano tre atteggiamenti: ascoltare, accompagnare e ricercare la verità. Ascoltare davvero le persone e le loro ferite, senza pretendere di possedere subito tutte le risposte. Accompagnare, perché nessuno dovrebbe essere lasciato solo. E ricercare sempre la verità, con serietà e responsabilità, perché soltanto la verità può aprire la strada a una giustizia autentica e, per quanto possibile, restituire serenità”.
Ti sei mai sentito solo o hai mai avuto una crisi di fede?
“Sì, mi sono sentito solo. Il sacerdozio non immunizza dalla solitudine. Anche la mia fede è stata messa seriamente alla prova, soprattutto davanti al dolore. Quando perdi persone che ami, le formule studiate non bastano più e la domanda “Dov’è Dio?” smette di essere teorica. Non direi di aver perso la fede. Ho dovuto imparare, in alcuni momenti, a credere diversamente: forse con meno sicurezze, ma con maggiore verità”.
La tragica scomparsa di tuo fratello Emanuele e subito dopo quella di tua madre Lina è un lutto familiare profondo che ti ha profondamente segnato…
“Mi ha cambiato. Ci sono un “prima” e un “dopo” nella mia vita. La morte di Emanuele e di mia madre ha toccato il mio modo di essere figlio, fratello, sacerdote e credente. Il dolore non è soltanto l’assenza: è anche il tempo che avresti potuto trascorrere insieme, una telefonata rimandata, una parola non detta, l’illusione che ci sarebbe stato sempre un domani. E poi è rimasto mio padre, e con lui la domanda di come tenere insieme la vocazione e la responsabilità verso la propria famiglia. Una cosa però l’ho imparata: le persone vanno amate mentre ci sono. Anche come sacerdote sono cambiato: davanti al dolore degli altri non sento più il bisogno di trovare subito le parole giuste. A volte il ministero più vero consiste semplicemente nel rimanere accanto”.
Se oggi potessi celebrare una Messa solo per i tuoi cari che non ci sono più, con la chiesa vuota, solo tu e loro… cosa diresti a loro nell’omelia che non sei mai riuscito a dirgli quando erano in vita?
“In realtà è qualcosa che, in una forma diversa, mi capita spesso. Anche quando celebro con una chiesa piena, arriva il momento della consacrazione nel quale è come se rimanessimo soltanto io, il Signore e i miei cari. Fin dalla mia prima presidenza eucaristica compio un gesto molto intimo: mi tolgo la fede di mia mamma, sulla quale sono incisi il suo nome e quello di mio fratello Emanuele, e la poggio sul corporale, proprio lì dove il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Se oggi sono sacerdote lo devo anche al loro sacrificio e al loro amore. La perdita di una madre difficilmente si può raccontare: è quasi come se ti mancasse il respiro. Con Emanuele ho avuto invece la sensazione che una parte di me se ne fosse andata per sempre con lui. Ma dentro questo dolore rimane una gratitudine immensa al Signore e alla Vergine Immacolata, che ha sempre custodito la nostra famiglia. Se fossimo davvero soltanto io, loro e il Signore, direi una sola parola: grazie. A loro per ciò che sono stati e continuano ad essere nella mia vita; a Dio per avermeli donati. Poi poggerei ancora una volta quella fede sul corporale e lascerei che fosse l’Eucaristia a dire ciò che io, con le parole, non riuscirei mai a dire”.
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