Don Filippo e la sua gente, a Santa Lucia si entra anche solo per parlare

"Non dimenticate il quartiere Scavone. Gela è una grande terra, porta il segno di molte ferite, sì, ma ha anche una forza che non si è mai spenta. Aiutatela a riscoprirla”

01 luglio 2026 10:00
Don Filippo e la sua gente, a Santa Lucia si entra anche solo per parlare  -
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Niente prediche lunghe, niente distanze. Don Filippo Celona, 46 anni il prossimo 26 luglio, ha fatto della sua chiesa a Gela una porta sempre aperta sul quartiere. Quel luogo è un vero punto di riferimento. Per molti rappresenta il confine tra rassegnazione e speranza. Qui trovi la signora che ha subito un lutto e non parla con nessuno, se non con le candele; qui trovi l’uomo che dorme sulla panca e ha bisogno solo di una parola di conforto. Dentro la parrocchia Santa Lucia c’è un silenzio che non è vuoto. E’ pieno di gente. Fuori il quartiere corre, sbatte, a volte si rompe. Dentro il luogo di culto, il tempo rallenta. Qui la bellezza non è nei muri. È nel fatto che ci sei. Una chiesa indispensabile, vista con gli occhi di chi la vive. I residenti del quartiere la definiscono “casa”.

“Ho un rapporto molto bello con i miei fedeli - esordisce don Filippo - E' un rapporto gioioso, rispettoso. Sono le tre parole che mi vengono spontanee, e non le scelgo a caso perché descrivono qualcosa che vivo davvero, ogni giorno. Bello, innanzitutto. La bellezza di un rapporto non sta nella sua perfezione, ma nella sua autenticità. Con i fedeli di Santa Lucia sento che c'è qualcosa di genuino, non è un rapporto formale o di facciata, ma una relazione che cresce nel tempo, che ha radici e che porta frutto. Ogni volto che incontro, ogni storia che mi viene affidata, ogni momento condiviso in preghiera o nella vita ordinaria, tutto questo costruisce qualcosa di bello, che va ben oltre le mie capacità personali. Gioioso, perché la gioia è il segno di una comunità che vive davvero il Vangelo. Non parlo di allegria superficiale, ma di quella gioia profonda che nasce dall'incontro con il Signore e si riflette nelle relazioni fraterne. Sono felice della comunità in cui mi trovo, è una felicità che sento come un dono, non un merito. Quando celebriamo insieme, quando preghiamo, quando ci sosteniamo a vicenda nei momenti difficili, lì percepisco questa gioia che è più grande di noi. Rispettoso, infine. Il rispetto è il fondamento di ogni relazione sana. Significa riconoscere nell'altro una dignità che viene da Dio, ascoltare prima di parlare, camminare accanto alle persone senza pretendere di sostituirsi alla loro libertà. Con i fedeli di Santa Lucia cerco di costruire un rapporto in cui ognuno si senta accolto per quello che è, non giudicato per quello che non è ancora. Il rispetto, per me, è anche umiltà cioè la consapevolezza che il pastore non possiede la comunità, ma è al suo servizio. Tre parole, dunque, che non sono soltanto aggettivi ma sono un programma, un impegno, una preghiera quotidiana. Perché i rapporti belli si costruiscono giorno dopo giorno, con pazienza, con cura, con quella gratuità che solo la grazia rende possibile”.

Quale storia di una persona della tua parrocchia ti ha segnato di più?

“Non riesco a sceglierne una sola. E forse è proprio questo il segno più eloquente di ciò che il Signore ha fatto in mezzo a noi. Ho accompagnato madri che portavano in preghiera figli lontani, lontani da Dio, dalla famiglia, da se stessi. Donne che tornavano ogni settimana con lo stesso dolore sul volto, e ogni settimana lo depositavano davanti al Santissimo come un'offerta. Poi, un giorno, quel figlio è entrato. Quasi senza sapere perché. Attirato da qualcosa più grande di lui. E oggi prega. Oggi è lui che porta i suoi bambini all'adorazione. Ho visto coppie arrivare sull'orlo del baratro, due persone indurite dal silenzio, convinte che non ci fosse più nulla da salvare. La grazia le ha raggiunte non attraverso parole mie, ma in una sera di adorazione eucaristica, nel buio della chiesa, dove entrambi hanno pianto insieme. E da quel pianto è rinata una storia che sembrava finita. Ho visto giovani entrare nella nostra comunità vuoti, nonostante avessero tutto. E ritrovarsi, non attraverso un discorso, ma attraverso un'esperienza: quella di essere amati per nome, attesi, cercati da un Dio che non si stanca. Ho visto anziani soli ritrovare dignità e appartenenza. Ho visto famiglie che si erano frantumate ritrovare un linguaggio comune. Ho visto persone che non si parlavano da anni abbracciarsi dopo una serata di preghiera. Ecco cosa mi ha segnato, non una storia singola, ma la certezza, ogni volta rinnovata, che la grazia di Dio non conosce casi disperati. Che entra sempre dalla fessura più piccola. Che quando tocca una persona, trasforma un'intera famiglia. Che il Signore lavora in modi che noi non programmiamo e spesso nemmeno vediamo, finché un giorno ci voltiamo e diciamo che c’era Lui, era Lui in tutto questo. Questo mi ha segnato. Questa certezza che non mi appartiene, ma che ho ricevuto in dono attraverso il volto di tanti fratelli e sorelle della nostra comunità. A loro, e al Signore che li ha condotti a noi, va tutta la mia gratitudine”.

Come si fa ad ascoltare il dolore degli altri senza farsi schiacciare?

“Non è sempre facile. Voglio essere onesto, perché credo che l'onestà sia il primo atto di rispetto verso chi soffre. Ci sono stati momenti in cui mi sono seduto di fronte a qualcuno e il suo dolore è entrato in me in modo fisico. Non come una metafora, proprio fisicamente. Ho sentito qualcosa stringersi nel petto, gli occhi che si fanno lucidi, una pesantezza che non era mia eppure la sentivo mia. È quello che si chiama empatia, ma nella sua forma più cruda, più vera, non un sentimento comodo, ma una forma di comunione nel dolore. E questo, in realtà, non è un problema, ma è un dono. Perché la persona che mi sta parlando ha bisogno di sapere che non sta parlando a un muro. Ha bisogno di sentire che quello che porta fa risuonare qualcosa nell'altro. Un ascolto puramente tecnico, distaccato, professionale, può essere utile, ma non sempre guarisce. A volte ciò che guarisce è proprio sapere che il proprio dolore ha toccato qualcuno, che non si è soli in quella stanza. Il problema non è, quindi, sentire, il problema è trattenerlo. Ho dovuto imparare, e continuo a impararlo, che il dolore che mi viene consegnato non mi appartiene. Appartiene a chi l'ha vissuto. Io sono chiamato a tenerlo per un momento, a starci dentro insieme, ma poi devo lasciarlo andare. Quando la persona esce dalla stanza, io non posso portarla ancora sulle spalle. Non perché non mi importi, anzi, proprio perché mi importa, ho bisogno di essere presente e libero per la prossima persona che bussa. È una specie di disciplina interiore che non si impara in un giorno. È fatta di preghiera, di consapevolezza, di piccoli gesti che aiutano a "depositare" ciò che si è ricevuto, un momento di silenzio dopo un colloquio difficile, un atto di affidamento a Dio di quella persona e di ciò che porta, il saper distinguere tra la compassione che rimane e il peso che deve passare. C'è anche un'umiltà necessaria che è quella di riconoscere che non sono io il salvatore di nessuno. Il mio compito è essere presente, testimoniare che qualcuno sta accanto. Il resto appartiene a Dio e alla libertà della persona. Quando me ne ricordo davvero, il carico si alleggerisce. Dico spesso che l'ascolto pastorale è una forma di maternità spirituale. Si accoglie, si porta, si accompagna ma poi si lascia andare. Una madre che non lascia mai andare i figli non è una madre amorevole; è una madre che ha paura. Lo stesso vale per chi accompagna nel dolore. Quindi, sì, ci si commuove e si sente, ma bisogna anche imparare l'arte del lasciar cadere, non per freddezza, ma per libertà. Per sé e per l'altro”.

Sacerdote dal settembre del 2014, don Filippo è stato incardinato nella diocesi di Piazza Armerina e dall’agosto del 2016 ricopre il ruolo di direttore per la Pastorale Giovanile Diocesana. Guida la parrocchia Santa Lucia dal settembre del 2020. Diplomatosi nel 1999 al Liceo Scientifico Elio Vittorini, nel 2012 ha conseguito il baccalaureato in Teologia presso la Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo con Licenza in Teologia Dogmatica con specializzazione e dottorato in Mariologia presso la Pontificia Facoltà Teologica “Marianum” di Roma. Dal 2021 è docente di mariologia ed ecclesiologia ai corsi di Licenza in Ecclesiologia presso la Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista” e docente di dogmatica nella Scuola di Formazione Teologica per i laici della diocesi di Piazza Armerina.

Cosa ti ha spinto a diventare prete? C’è stato un momento preciso in cui hai capito che era la tua strada?

“In realtà non c'è stato un momento preciso, un evento particolare che mi abbia spinto verso il sacerdozio. Sin dall'adolescenza avevo la percezione che il Signore mi chiamasse a una consacrazione a Lui, ma la cosa non era del tutto chiara e io, in qualche modo, cercavo di tenerla a bada. Subito dopo il diploma ho iniziato a lavorare al petrolchimico di Gela. Alla mia vita, umanamente parlando, non mancava di nulla. Avevo stabilità economica, affettiva, e continuavo a coltivare il mio rapporto con il Signore frequentando attivamente la parrocchia e il Rinnovamento nello Spirito Santo. Eppure, nonostante tutto questo, non mi sentivo mai pienamente soddisfatto. Portavo dentro di me una sensazione costante che qualcosa mancasse. Anche le giornate più intense e ricche, alla fine, mi sembravano vuote, non riuscivano a rendermi davvero felice. Fu dopo una conferenza nazionale degli animatori del Rinnovamento che presi una decisione importante: farmi seguire da un padre spirituale. Fu lui ad aiutarmi a fare discernimento, a leggere con chiarezza quello che stava accadendo dentro di me. E a capire, passo dopo passo, che la strada che stavo percorrendo non era quella giusta per me, la mia strada era un'altra cioè consacrare la mia vita al Signore”.

Qual è stata la parte più difficile del seminario e della formazione?

“La parte più difficile? Imparare a fidarsi, anche quando fa male. Entrare in seminario a 26 anni non è come entrarci a diciotto. Si porta con sé un mondo già formato fatto di abitudini, pensieri, un modo proprio di stare nella vita. E improvvisamente ci si ritrova in un contesto completamente diverso, fatto di regole, di ritmi condivisi, di una disciplina che chiede di rendere conto di quasi tutto. La mancanza di autonomia in alcune decisioni ha pesato, ma non era un peso insostenibile, perché le ragioni che mi avevano condotto a fare quella scelta erano solide. Quando sai perché sei lì, riesci ad attraversare anche ciò che ti risulta difficile. C'è però un periodo che resta a sé, che non si lascia inquadrare facilmente nella logica della formazione e della crescita. È il tempo della malattia e della morte di mio fratello. Ovviamente questo esulava dal contesto del seminario. Ma la vita non si ferma fuori dal cancello. In quei mesi il dolore è entrato con me in seminario, nelle aule della facoltà e nel silenzio della mia cella. E forse è proprio lì, in quella frattura insanabile, che la vocazione ha smesso di essere solo una scelta e ha cominciato a diventare carne, qualcosa da portare, non solo da professare, perché la vera prova di un cammino spirituale non è quanto riesci a essere fedele quando tutto va bene ma quanto riesci a restare quando ti manca il respiro”.

Ci sono stati momenti in cui hai messo in dubbio la tua scelta?

“No, mai! Ho scelto di lasciare il lavoro e quella che era la mia vita precedente in piena consapevolezza e dopo anni di riflessione e di preghiera. Non è stata una decisione improvvisa, né tantomeno dettata dall'entusiasmo del momento. È maturata lentamente, nel silenzio, nell'ascolto, nel dialogo costante con il Signore. E penso che proprio questo, questo lungo cammino interiore che ha preceduto la scelta, mi aiuti anche oggi a non vacillare, nemmeno nei momenti più pesanti e più difficili. Ci sono stati, certo, momenti di fatica, di solitudine, di peso. Il ministero non è un idillio. Ma la fatica non è dubbio. Anzi, spesso è proprio nella fatica che la certezza si fa più nitida, più vera, più mia. Perché là, quando non hai più le tue forze, scopri che c'è qualcosa, c’è Qualcuno che ti sostiene da sotto. Sono certo dell'opera del Signore nella mia vita. È Lui che mi ha condotto sino ad adesso, passo dopo passo, anche attraverso le strade che non avevo previsto, anche attraverso le cadute e le riprese. Io ho cercato di fare, con tutti i miei limiti e con tutta la mia povertà, la sua volontà. Non sempre ci sono riuscito pienamente, ma l'orientamento del cuore è rimasto quello di fare ciò che Lui vuole, non ciò che voglio io. E in questo trovo la mia pace. Come dice il salmista, nella sua volontà è la mia gioia. Non è una frase devota da ripetere, ma è una verità che ho toccato con mano, nei giorni luminosi come in quelli bui. La gioia non viene dall'assenza di difficoltà, ma dall'aderenza alla volontà di Dio. Quando sei lì, quando senti che stai camminando dove Lui ti ha messo, c'è una pace che nessuna circostanza riesce a toglierti del tutto. Quindi no, il dubbio sulla scelta non mi ha mai abitato. La gratitudine, invece, sì, quella abita in me ogni giorno”.

Come mantieni viva la tua fede ogni giorno, anche nei periodi di stanchezza o aridità?

“La risposta che mi viene spontanea è una sola parola: la lode. È stata la grande scoperta del mio cammino nel Rinnovamento nello Spirito Santo. Ho imparato, e continuo ad impararlo ogni giorno, che si loda Dio non per ciò che fa, ma per ciò che è. È una distinzione apparentemente semplice, eppure cambia tutto. La lode non è un sentimento che si accende quando le cose vanno bene, ma è una scelta, un atto di fede che si compie soprattutto nei momenti in cui non si avrebbe voglia di farlo nella stanchezza, nella delusione, nel dolore, nell'amarezza, nello sconforto, nel buio più fitto. Alzare le mani in quei momenti, gesto che a volte costa fatica, mi ha insegnato qualcosa di straordinario cioè che la lode non cambia necessariamente le situazioni, ma cambia me di fronte ad esse. Le circostanze possono restare difficili, persino dolorose, eppure dentro di me qualcosa si trasforma. Trovo una pace che non riesco a spiegarmi razionalmente, una certezza che non dipende dalle mie forze. È, semplicemente, un dono di grazia. Il Signore mi permette di sperimentare, non solo di credere in astratto, di essere amato da Lui. E questa esperienza è ciò che tiene viva la fede, anche nei giorni più aridi”.

Qual è la preghiera che ripeti più spesso e perché?

“In realtà non si tratta di una preghiera nel senso tecnico del termine, ma di due piccole frasi che porto sempre con me, quasi come un respiro dell'anima. La prima è Il Signore provvede; la seconda è tutto è grazia. Per me sono strettamente connesse, quasi inseparabili, come due facce della stessa medaglia. Le dico spesso, in momenti molto diversi tra loro, al mattino quando comincio la giornata senza sapere cosa porterà, nel mezzo delle difficoltà quando la stanchezza si fa sentire, e anche nelle gioie, per non dimenticare da dove vengono. Ci credo fermamente, e non per un atto di volontà, non perché mi sia convinto razionalmente che sia così, ma perché ne ho fatto esperienza. C'è una differenza enorme tra credere una cosa perché l'hai studiata e crederla perché l'hai vissuta sulla pelle. Io appartengo alla seconda categoria, almeno per questo. Anche dinanzi ai fatti più tragici come la malattia, la perdita di persone care, questa certezza non ha vacillato. E non perché sia stato immune dal dolore, tutt'altro. Ma perché, in mezzo alla tempesta, il Signore ha provveduto. Ha provveduto facendo rimanere in piedi me e la mia famiglia quando tutto sembrava crollare. Ha riversato consolazione e grazia in abbondanza, proprio lì dove le forze umane si esaurivano. Credo che sia questo il cuore di tutto, la Provvidenza non è una garanzia che nulla vada storto, non è un paracadute che evita la caduta. È una Presenza che sostiene dentro la caduta. Ed è proprio lì, nell'esperienza del limite, che hai la controprova di qualcosa che nessun libro di teologia può darti la certezza che il Signore non abbandona. Tutto è grazia, allora, non è un'espressione consolatoria per chi non sa cos'altro dire. È una confessione di fede nata dalla vita vissuta. Persino ciò che fa male, persino ciò che non capiamo, persino il silenzio, tutto diventa materia di grazia nelle mani di Dio, se glielo lasci fare. Per questo le ripeto. Non come formula magica, ma come atto di memoria per ricordarmi chi è Lui, e chi sono io davanti a Lui”.

Quale Vangelo o passaggio biblico ti accompagna di più nella vita?

“Ci sono molti versetti della Scrittura che hanno segnato il mio cammino, ciascuno in un momento diverso, come parole vive che il Signore ha fatto scendere al momento giusto. Ma se devo indicare un passaggio che sento come un vero programma di vita, torno sempre a queste righe di Paolo ai Filippesi: «Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù». Quello che mi colpisce, ogni volta, è l'insistenza di Paolo. Non dice semplicemente "rallegratevi", ma lo ripete “ve lo ripeto ancora” quasi sapesse quanto sia difficile, quanto la gioia cristiana non sia uno stato d'animo spontaneo ma una scelta da rinnovare continuamente. È un imperativo che suona quasi paradossale, perché Paolo lo scrive dal carcere. Eppure è lì, in catene, che trova la forza di dire gioite. Questo mi interpella profondamente. Non sempre è facile viverlo, lo ammetto. Ci sono giorni in cui il peso delle situazioni, pastorali, umane, personali, si fa sentire. Ci sono momenti in cui l'angoscia bussa alla porta e la pace sembra lontana. Ma è proprio allora che questi versetti tornano come un ancoraggio “non angustiatevi per nulla”. Non è un invito alla superficialità o alla fuga dalla realtà, ma al contrario un atto di fede radicale quello di portare tutto davanti a Dio, “con preghiere, suppliche e ringraziamenti” tutte e tre insieme, senza separare il chiedere dal rendere grazie. E poi c'è quella promessa finale, la più bella “la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza”. Questa frase mi ha sempre detto che esistono regioni dell'anima che la mente da sola non sa raggiungere. C'è una pace che non si costruisce ragionando, che non si conquista risolvendo i problemi, ma che viene donata, e che custodisce, come un soldato all'ingresso del cuore. Ogni volta che mi fermo a meditare questi versetti, sento davvero qualcosa che si allarga dentro. Nel cuore entra una quiete che non so spiegare a parole, e forse è giusto così, perché alcune realtà dello Spirito si vivono più di quanto si descrivano. Per questo lo considero non solo un testo da leggere, ma quasi una casa in cui tornare”.

Cosa rispondi a chi dice “non riesco più a credere in Dio”?

“Quando qualcuno mi dice queste parole, la mia prima reazione non è rispondere. È ascoltare. Perché dietro quella frase c'è quasi sempre una storia, un dolore, una preghiera caduta nel vuoto, una delusione, un lungo silenzio. Prima di capire cosa pensare su Dio, voglio capire cosa è successo a quella persona. Solo dopo chiedo: «Perché? Da dove viene questa fatica?». Il dubbio intellettuale e la ferita affettiva non si accompagnano allo stesso modo. Chi ha perso un figlio e non capisce come Dio possa permetterlo ha bisogno di qualcosa di diverso rispetto a chi si è semplicemente raffreddato nel tempo. Una cosa però la dico sempre con chiarezza, il dubbio non è il contrario della fede. Il contrario della fede è l'indifferenza. Chi dubita sta ancora cercando, e questo è già qualcosa. Non cerco di convincere nessuno con argomenti. La fede non nasce da una dimostrazione, nasce da un incontro. E allora quello che posso fare è creare le condizioni perché quell'incontro avvenga, o riavvenga e resto vicino. Perché in fondo il mio compito non è convincere qualcuno dell'esistenza di Dio. È testimoniare che Dio non smette mai di cercare l'uomo anche quando l'uomo ha smesso di cercarlo”.

Qual è la parte più bella del tuo lavoro che la gente non immagina?

“C'è qualcosa nel ministero sacerdotale che le parole faticano a contenere, qualcosa che non passa attraverso le categorie ordinarie del "lavoro" perché non è, propriamente, lavoro. È incontro. È contatto. È il peso di un'altra vita che si appoggia sulla tua con tutta la sua fragilità. La parte più bella, quella che la gente non immagina, è proprio quella del farsi carico. Non nel senso di un peso da portare con eroismo, ma nel senso evangelico del condividere il cammino, come Simone di Cirene, come il padre che corre incontro al figlio ancora lontano. La gente viene, e spesso viene con la morte nel cuore. Non sempre lo dicono esplicitamente. Ma lo si legge negli occhi, nel silenzio che precede le parole, nel modo in cui si siedono come se non avessero più la forza di stare in piedi. Portano lutti, tradimenti, dipendenze, matrimoni che si sgretolano, figli che si sono persi, sensi di colpa che fanno sentire indegni persino di chiedere. E poi succede qualcosa. Qualcosa che nessuna tecnica pastorale è in grado di spiegare fino in fondo. Vanno via diversi. Non risolti, la vita è ancora lì, con i suoi nodi, ma risorti. C'è una leggerezza nuova nei loro passi, una dignità ritrovata nel volto, come se qualcuno avesse riacceso una luce che loro stessi credevano spenta per sempre. E qui sta il segreto più bello, e più umiliante, del ministero quello che il sacerdote non è l'autore di quel cambiamento. Ne è solo il luogo. Il testimone. Lo strumento nelle mani di un Altro. Perché quello che opera davvero è la grazia, quella grazia che non chiede meriti, che non si negozia, che irrompe dove si apre anche solo una crepa nel muro della chiusura. E la Parola di Dio, quando viene accolta, non solo ascoltata, ma accolta, lasciata entrare, lasciata fare, non torna indietro senza aver fatto qualcosa. Come dice Isaia: non torna a me senza aver operato ciò che desidero. Questo è il privilegio nascosto del sacerdote, quello di essere presente nel momento in cui la grazia tocca una vita. Non farne parte, non esserne il protagonista, ma esserci, vedere e custodire, nel silenzio, la meraviglia di quello sguardo che si è riaperto alla speranza. Nessun titolo, nessun riconoscimento esterno vale questo. Nessun successo organizzativo, nessuna struttura ben funzionante. Il cuore del ministero è là, è nell'istante imponderabile in cui un fratello o una sorella che sono entrati con la morte nel cuore ricominciano a vivere. E tu sai che non sei stato tu. E proprio per questo rendi grazie”.

Qual è invece la parte più pesante o solitaria?

“Umanamente parlando, devo dire che la cosa che pesa di più è l'incomprensione. Non la fatica fisica, non gli impegni, quelli fanno parte del quotidiano e in qualche modo li porti con una certa serenità. È l'incomprensione che crea le situazioni più difficili, quelle che ti lasciano con un senso di pesantezza e, sì, di solitudine. L'incomprensione può venire da tanti fronti. A volte da chi si aspetta da te qualcosa di diverso da quello che sei chiamato a fare. A volte da chi interpreta male un gesto, una parola, una scelta pastorale. Altre volte ancora viene da dentro la stessa comunità, e lì brucia di più, perché tu hai investito affetto, tempo, cuore e ti ritrovi frainteso proprio da chi vuoi bene. In quei momenti si sperimenta una solitudine particolare. Non è la solitudine del deserto, quella che cerchi e che ti nutre. È una solitudine che non hai scelto, che arriva e ti pesa. Il prete si ritrova spesso solo davanti a certe decisioni, solo nel portare certi pesi e quando a questo si aggiunge il non essere capito, la fatica si moltiplica. Ma proprio lì, in quella zona di frizione, ho imparato che il Signore non mi abbandona. Anzi, spesso è proprio in quei momenti che si fa più vicino. Il Getsemani non è solo un racconto evangelico è una geografia che ogni pastore conosce dall'interno. E sapere che Gesù è passato per quella stessa oscurità, che ha sperimentato il fraintendimento, il rifiuto, l'abbandono questo non toglie la pesantezza, ma la trasforma. La rende abitabile”.

Cosa pensi della distanza tra i giovani e la Chiesa? Come si può colmare?

“Io parto sempre da una constatazione onesta cioè che i giovani non hanno smesso di cercare senso, bellezza, appartenenza. Anzi, forse lo cercano più di prima. Il problema è che spesso non trovano tutto questo quando entrano in una chiesa. Dobbiamo chiederci perché. E la risposta, almeno in parte, riguarda noi adulti, noi preti, noi comunità. Abbiamo proposto troppo spesso una fede fatta di regole e abitudini, invece di un incontro vivo. I giovani hanno un fiuto straordinario per l’autenticità, infatti, capiscono subito se quello che vedono è reale o è una facciata. Cosa si può fare? Prima di tutto, smettere di aspettare che arrivino. Andare dove stanno loro, non per inseguirli sui social o fare cose "giovanilistiche", ma per stare davvero vicini alla loro vita, alle loro fatiche, alle loro domande. Spesso le domande dei giovani sono le stesse di sempre: chi sono? Vale la pena vivere? C'è qualcuno che mi ama per quello che sono? Queste sono domande profondamente religiose, anche quando i ragazzi non le riconoscono come tali. L'altra cosa che ho imparato è che i giovani non si spaventano di fronte a una proposta esigente, anzi. Si allontanano dalla mediocrità, dalla tiepidezza. Quando trovano una comunità che vive davvero quello che crede, che prega sul serio, che si vuole bene concretamente ci restano. E ci portano altri. La strada è lunga, ma non sono pessimista. Vedo troppi giovani che cercano, per permettermi di esserlo”.

Qual è la sfida più grande che vedi per la Chiesa oggi?

“Direi che la sfida più grande non è una sola, ma un nodo dove diverse tensioni si intrecciano. Ad esempio il divario tra fede professata e fede vissuta, che si manifesta in forme diverse ma convergenti. Sul piano culturale, la Chiesa si trova a evangelizzare in un contesto di "immanenza chiusa" (così come direbbe Taylor) un orizzonte in cui l'ipotesi di Dio è semplicemente diventata irrilevante per molti, non negata intellettualmente ma ignorata esistenzialmente. Non è l'ateismo militante il problema principale, ma l'indifferenza. Sul piano interno, c'è la fatica di tenere insieme profezia e istituzione. Le crisi degli abusi, la burocratizzazione, la tentazione di autoreferenzialità hanno ridotto la credibilità, non tanto quella dottrinale, quanto quella testimoniale. E la testimonianza è il primo annuncio. Sul piano generazionale, la trasmissione della fede è spezzata in molte famiglie. Non per opposizione, ma per mancanza di linguaggio condiviso. I giovani spesso non hanno ricevuto una fede incarnata ma solo precetti o sentimentalismo. Sul piano pneumatologico la sfida è riscoprire che la Chiesa non è un'istituzione che gestisce il sacro, ma una comunità che vive della forza dello Spirito. Quando questo fuoco si spegne, rimangono le forme senza il contenuto. La buona notizia è che queste sfide sono anche kairòs (tempo di grazia) che spingono verso una fede più adulta, più personale, più testimoniale. Meno sociologica, più mistica nel senso autentico del termine”.

Come parli di Dio a chi vive in un mondo così digitale e veloce?

“Partiamo dal presupposto che, io, non ho paura del digitale, ho paura del silenzio che manca. Il problema non è che la gente guarda troppo lo schermo, è che non si ferma mai abbastanza a chiedersi cosa sta cercando davvero. E quella domanda, quella sete che non si riesce a spegnere con nessuna notifica, è già la traccia di Dio nell'uomo. Allora io parto da lì. Non dico: spegni il telefono e vieni in chiesa. Dico: quella inquietudine che senti, quella stanchezza dopo ore di scroll, quel vuoto che rimane anche quando hai tutto ha un nome ed è Gesù. Riguardo questo nome ci aiuta sant’Agostino: "ci hai fatti per te, e il nostro cuore è senza pace finché non riposa in te." Il mondo digitale va veloce, sì. Ma l'anima ha ancora la sua velocità antica. E quando qualcuno si siede, anche solo cinque minuti, e ascolta davvero, si accorge che Dio non è assente. È solo che noi eravamo distratti. Io cerco di incontrare la gente dove sta: sui social, nelle conversazioni veloci, nei momenti di crisi anche la sera tardi quando mi scrivono un messaggio. La Chiesa non può stare solo dentro le navate. Deve stare anche nei corridoi della vita, anche nei momenti brutti, anche nel mezzo del rumore. Ma poi, e questo è fondamentale, li invito al silenzio, all'adorazione eucaristica, alla meditazione della Parola. Perché il digitale può aprire una porta, ma la casa di Dio si entra solo fermandosi. Solo quando smetti di scorrere e inizi ad ascoltare. Il Vangelo non è lento perché è antico, è lento perché è profondo. E la profondità, oggi, è la cosa più rivoluzionaria che possiamo offrire”.

Cosa pensi del ruolo della Chiesa sui temi sociali: disagio giovanile, povertà, ambiente?

“La Chiesa non è un'agenzia di servizi sociali, e non sarebbe onesto presentarla come tale. Ma è altrettanto sbagliato ridurla a una realtà puramente spirituale, disincarnata dalla storia degli uomini. Il Vangelo si è sempre fatto carne: nel malato, nel povero, nello straniero, nel giovane che perde la strada. È lì che la Chiesa è chiamata ad essere, non come soccorso di emergenza, ma come presenza stabile e profetica. Sul disagio giovanile, la sfida più grande che vedo è quella della solitudine. I ragazzi oggi sono iperconnessi e profondamente soli. La Chiesa può offrire qualcosa di raro, cioè una comunità reale, appartenenza, la certezza di essere visti. Non si tratta di organizzare attività per riempire il tempo, ma di diventare luoghi dove un giovane possa dire «qui sono qualcuno». Questo richiede adulti che abbiano il coraggio di stare con i giovani, non davanti a loro. Sulla povertà, la dottrina sociale della Chiesa ha una sapienza secolare che aspetta ancora di essere pienamente incarnata. Non basta la carità, necessaria e irrinunciabile, senza un lavoro serio sulla giustizia. La povertà non è solo mancanza di risorse è, anche, mancanza di dignità. E restituire dignità significa accompagnare le persone, non gestirle. Le Caritas, i centri di ascolto, le reti di prossimità che nascono nelle parrocchie sono spesso gli ultimi presidi di umanità in territori abbandonati. Sull'ambiente, il magistero di Papa Francesco con la Laudato si' e la Laudate Deum ha aperto una strada che ancora stiamo percorrendo. La cura del creato non è una moda ecologica: è teologia. Siamo custodi, non padroni. E la crisi ambientale è inscindibile dalla crisi sociale. Chi soffre di più il cambiamento climatico sono sempre i poveri, i bambini, le generazioni future. Una Chiesa che non parla di questo tradisce il Vangelo”.

Don Filippo Celona, in questi anni, ha anche scritto e pubblicato alcuni libri. L’ultimo risale al 2024. Si tratta di “Maria come strumento dello Spirito, nell’armonia dell’orchestra ecclesiale, parte I, in Studium Personae 2”.

A quale sei particolarmente legato e perché?

“Tutti i miei libri parlano di Maria di Nazareth. Non è una coincidenza ma è la traccia di un percorso che ha radici profonde, quasi un filo d'oro che attraversa tutta la mia riflessione teologica e gli studi che ho fatto riguardo la specializzazione e il dottorato di ricerca. Il primo libro importante è nato dalla mia tesi di dottorato: Lo Spirito e la Madre di Gesù. Una sinfonia di presenza d'amore e di servizio, pubblicato da Aracne nel 2021. È il libro delle origini, quello che porta in sé tutta la fatica e la gioia della ricerca accademica. Il tema centrale è il rapporto tra lo Spirito Santo e Maria nella storia della salvezza, una relazione che non è solo dottrinale, ma profondamente vitale, sinfonica appunto. Scrivere quel libro è stato per me come imparare a guardare Maria con gli occhi dello Spirito, e lo Spirito con il cuore di Maria. È un libro a cui sono legato con affetto filiale, perché lì ho messo le fondamenta di tutto ciò che è venuto dopo. Da quella ricerca è germinato Nobile Porta è Maria, un titolo che riprende un'antica antifona liturgica. È un libro più contemplativo, che vuole accompagnare il lettore a sostare davanti al mistero di Maria come soglia attraverso cui si passa per incontrare il Signore. Una porta nobile, appunto, non ornamentale, ma funzionale alla salvezza. Ho cercato di scriverlo in un linguaggio che potesse toccare il cuore di chi prega, non solo di chi studia. Ma il libro a cui mi sento più legato, quello che in qualche modo raccoglie tutto, è Magnificat. Perfettamente umana e umanamente perfetta. Lì Maria non parla solo di sé: canta Dio. E in quel canto, sette verbi audaci, sette capovolgimenti della storia, si rivela il volto di un Dio che abbassa i potenti e innalza gli umili, che ricorda la sua misericordia di generazione in generazione. Ho scoperto, lavorando su quel testo, che il Magnificat non è solo un cantico antico, è il programma della Chiesa. È il manifesto della speranza dei poveri. È la grammatica della misericordia divina. Mi sono accorto che scrivere su Maria, per me, è sempre stato un modo di scrivere su Dio. Ogni suo gesto rimanda a Lui. Ogni suo silenzio è pieno di Parola. E ogni volta che la studio, torno io stesso a essere discepolo in piedi, come Giovanni, accanto a Lei, ai piedi della croce”.

Non soltanto scrittura ma anche canto. Uno dei tuoi brani, “Vieni ancora non tardare” fa parte del repertorio del Rinnovamento nello Spirito. E’ uscito nel cd “Parla al mio cuore”.

“La passione per il canto? Non so nemmeno se chiamarla passione, perché la passione è qualcosa che nasce a un certo punto della vita. Il canto, per me, è sempre stato lì. Sembra quasi che io sia venuto al mondo già con una melodia dentro. Mi raccontano che nei primissimi mesi di vita, prima ancora di saper dire una parola, fischiettavo. Come se il suono fosse il mio primo linguaggio, quello più vero, quello più mio. E da allora non ho mai smesso. Ho cantato in ogni circostanza, in ogni stagione della vita, nei momenti di gioia come in quelli di fatica, nei silenzi come nelle feste. Il canto mi ha accompagnato come un compagno fedele che non abbandona mai. Non è un hobby, non è un talento che coltivo. È qualcosa di più profondo, è un modo di esistere. Quando canto, sono pienamente me stesso. Quando non posso cantare, mi manca qualcosa di essenziale, come manca l'aria. Credo che Dio metta in ognuno di noi un canale privilegiato attraverso cui esprimere la propria anima. Per me quel canale è sempre stato il canto. È il modo in cui prego, in cui gioisco, in cui consolo, in cui annuncio. È la mia lingua madre”.

Se potessi cenare con una figura biblica, chi sceglieresti e cosa gli chiederesti?

“Senza esitazione cenerei con Elia. Non l’Elia del fuoco e del vento, non quello che sfida i profeti di Baal sul Carmelo con il cielo in fiamme. Sceglierei Elia dopo quella scena, quando se ne va nel deserto, si siede sotto il ginepro e dice: «È abbastanza, Signore. Toglimi la vita.» Quell’Elia lì. Perché è il più umano. È il profeta che ha appena vinto la battaglia più grande della sua vita e cade nella depressione più nera. Immaginerei una tavola semplice, al tramonto, in un luogo aperto, come il deserto del Neghev, o forse proprio il sagrato della nostra chiesa qui a Gela, con il mare davanti. Pane appena sfornato, acqua fresca, qualcosa di caldo. Come quella focaccia e quella giara che l'angelo gli preparò mentre dormiva: «Alzati e mangia, perché è troppo lungo per te il cammino» Quella frase mi ha sempre commosso. Non dice: «Smettila di lamentarti». Dice: «Hai ancora strada da fare. Mangia». Gli chiederei come si rialza un uomo che ha dato tutto e sente di non avere più nulla. Nella pastorale, nell'accompagnamento delle persone, vedo tanta gente sotto quel ginepro. Gente stanca. Gente che ha combattuto battaglie vere e poi si ritrova svuotata. Voglio capire, dalla sua bocca come si torna in piedi. Non con la forza di volontà. Ma con la grazia. Gli chiederei inoltre come hai riconosciuto la voce di Dio nel silenzio. Nella caverna dell'Oreb, Dio non era nel vento impetuoso, non era nel terremoto, non era nel fuoco. Era nella «voce di silenzio sottile». Una voce che quasi non si sente. Vivendo in un tempo rumoroso, in una società che ha paura del silenzio, mi piacerebbe chiedergli come si educa l'orecchio interiore. Come si diventa capaci di sentire ciò che non fa rumore. Cosa significa essere zelante senza bruciare? Elia ripete due volte: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti.» Ma questo zelo lo consuma. Gli chiederei dove finisce la passione per Dio e dove inizia l'orgoglio del profeta. È una domanda che ogni ministro ordinato, ogni animatore, ogni catechista dovrebbe farsi. Compreso me. E alla fine della cena gli direi una cosa sola: grazie. Perché la sua figura ci ricorda che i santi non sono statue di marmo. Sono uomini che hanno desiderato morire e poi sono stati rimandati in cammino da un angelo con del pane caldo. Come noi. Come tutti noi”.

Qual è l’errore più grande che hai fatto come prete e cosa ti ha insegnato?

“L'errore più grande? Continuare a fidarmi. E non me ne pento. Se devo essere onesto, e questa intervista è proprio il luogo dell'onestà, il mio errore più grande come prete è stato fidarmi delle persone. Ripetutamente. Anche dopo essere rimasto deluso. Anche quando qualcuno mi aveva già fatto capire che quella fiducia non era meritata. Dal di fuori, so che può sembrare ingenuità o debolezza. Qualcuno me lo ha detto chiaramente: "Don Filippo, sei troppo buono." Come se la bontà fosse un limite da correggere. Ma io ci ho pensato a lungo, in preghiera, e ho capito che non è ingenuità, è una scelta. Continuo a dare fiducia perché credo che ogni persona porta dentro di sé qualcosa di indistruttibile, qualcosa che Dio non ha mai smesso di amare. E che se io avessi smesso di credere in quella persona, avrei rischiato di toglierle l'ultimo specchio in cui poteva vedersi ancora degna di essere amata. Certo, ho pagato dei prezzi. Delusioni, tradimenti, fatiche che avrei potuto risparmiarmi. E qualche volta mi sono chiesto se avessi sbagliato? Ho fatto del bene o mi sono fatto del male inutilmente? Poi mi sono ricordato di Gesù che sceglie Giuda sapendo già. Che si consegna, che lava i piedi anche a chi sta per venderlo. Non perché non lo sappia, lo sa benissimo, ma perché il suo amore non è condizionato dalla risposta dell'altro. Ecco cosa mi ha insegnato questo "errore": che la fiducia, quando nasce dalla fede e non dalla inesperienza o ingenuità, direbbero i francesi dalla naïveté, non è mai sprecata. Cambia l'altro a volte. Ma cambia sicuramente me. Mi mantiene umano, vulnerabile, aperto. Mi impedisce di diventare il tipo di prete che amministra le distanze invece di abitare la prossimità. Se potessi tornare indietro, rifarei le stesse scelte? Probabilmente sì. Con qualche cicatrice in meno, spero. Ma con lo stesso cuore”.

Prima di indossare l'abito talare, sei stato innamorato? Come l'ha presa quando hai comunicato la tua scelta vocazionale?

“Sì, certo che mi sono innamorato, sarei un bugiardo a dire il contrario, e soprattutto sarei un sacerdote con meno umanità da offrire. Come tutti i giovani ho vissuto l'esperienza dell'amore, con la sua dolcezza e le sue ferite. L'ultima storia era finita circa un anno prima che entrassi in seminario. Non è stata una coincidenza, quel tempo di quiete, di silenzio affettivo, è stato provvidenziale. Mi ha permesso di fare chiarezza dentro di me, di ascoltare una voce che da tempo bussava con delicatezza al cuore e che forse, nel rumore delle relazioni, facevo fatica a sentire. Non c'è stata quindi una persona a cui comunicare la scelta e che abbia dovuto “elaborare” la notizia in presa diretta. Il Signore, nella sua misericordia, aveva già preparato il terreno. A volte i finali che ci sembrano solo perdite sono, a guardarli con gli occhi della fede, un inizio che non sapevamo ancora leggere”.

A quale delle regole che ti hanno insegnato i tuoi genitori, sei più legato?

“Se devo essere onesto, e l'onestà, guarda caso, è proprio uno dei valori che i miei genitori mi hanno trasmesso, fatico a scegliere una sola regola, perché alcune di esse si intrecciano così profondamente che separarle sarebbe come separare i fili di un'unica trama. Ma se devo indicare il cuore di tutto, dico questo: rendere grazie al Signore per quello che si ha, senza guardare con invidia a quello che hanno gli altri. Mia madre e mio padre non me lo hanno insegnato con discorsi elaborati. Me lo hanno mostrato con la vita. C'è poi un'altra cosa che porto cucita nell'anima che è la fierezza. Non la superbia ma la fierezza silenziosa di chi sa chi è, da dove viene, e non ha bisogno di abbassarsi né di scavalcare nessuno per sentirsi degno. I miei genitori erano persone fiere. Fiere della propria dignità, del proprio lavoro, della propria parola. E insieme alla fierezza, l'onestà. Un'onestà senza sconti, quasi austera. Non si barattava la parola data. Non si prendeva ciò che non era tuo. Non si cercava di sembrare più di quello che si era. Ma soprattutto, e questa è la cosa più grande che mi hanno consegnato, mi hanno trasmesso la fede. Non una fede di facciata, non una fede da domenica mattina. Una fede vissuta, incarnata nei gesti quotidiani, nella certezza concreta che Dio non abbandona. Che anche nelle stagioni buie, anche quando non si capisce, anche quando manca tutto il Signore provvede. Questa certezza è diventata la roccia della mia vita. E per questo, ogni giorno, ringrazio loro. E ringrazio Lui”.

Ridi spesso? Cosa ti fa ridere?

“Sì, rido spesso. E ne sono contento. Credo che la capacità di ridere sia un dono, uno di quelli da non sprecare. Mi fa ridere soprattutto la buona compagnia. C'è qualcosa di irresistibile nel ritrovarsi con gli amici di sempre e ricominciare a raccontare le storie di sempre, quelle che conosci già a memoria, eppure ti fanno ridere ogni volta come se le sentissi per la prima volta. Forse perché non ridi della storia in sé, ma di quello che siete stati insieme. E in qualche modo, ridendo, quella cosa torna viva. Ho sempre pensato che la gioia vera abbia bisogno di memoria e di volti conosciuti. Non la risata di circostanza, quella che si fa per educazione, ma quella che ti prende all'improvviso, che non riesci a fermare, e che alla fine ti lascia con gli occhi lucidi”.

Hai un hobby o qualcosa che fai per staccare dalla parrocchia?

“Hobby nel senso classico, no, non ce li ho. Non perché non mi piacciano, ma perché onestamente il tempo non c'è. Però devo dire che il mio modo di 'staccare' è paradossalmente continuare a fare cose belle ma in contesti diversi. Quando vado a Palermo per insegnare alla Facoltà Teologica, lì cambio aria davvero, c'è il confronto con i colleghi, con gli studenti, con domande diverse da quelle della vita parrocchiale quotidiana. È un respiro. Poi gli impegni di predicazione mi portano altrove, incontro realtà diverse, e questo mi nutre. E il Rinnovamento nello Spirito, quello non lo vivo come un peso, ma come una gioia. Quindi diciamo che il mio 'hobby' è la mia stessa vocazione vissuta in forme diverse. C'è chi si riposa cambiando posto, io mi riposo cambiando prospettiva”.

Riavvolgiamo il nastro e ripartiamo dall’inizio, dalla zona in cui insiste la tua parrocchia. Di cosa hanno bisogno i residenti del quartiere Scavone, tristemente definito negli anni Bronx?

“Hanno bisogno di tante cose, come tutti, ma fondamentale di una sola cioè di essere visti e di essere considerati persone normali, perché lo sono. C'è uno sguardo che esclude, che cataloga, che mette un'etichetta su un quartiere e poi si gira dall'altra parte. Quella parola "Bronx" non è una descrizione geografica, è una condanna. È il modo con cui una città decide che certi suoi figli non contano, che certe strade non meritano attenzione, che certi volti possono restare invisibili. In questi sei anni vissuti qui, tra questa gente, ho fatto un'esperienza che ha ribaltato molte delle mie categorie. Ho incontrato una dignità profonda, discreta, silenziosa, la dignità di chi porta il peso della vita senza fare rumore, di chi non ha bisogno di esibirsi per valere qualcosa. Ho conosciuto il rispetto nelle case aperte, nelle parole misurate, nei gesti concreti di solidarietà tra vicini che spesso non hanno nulla ma condividono tutto. E poi ho guardato fuori da qui. Ho osservato chi passa per questo quartiere solo per giudicarlo, chi parla dello Scavone senza mai esserci entrato davvero, chi si definisce "per bene" e con quella definizione costruisce un muro. Ed è lì che ho trovato con dolore, ma con chiarezza poca dignità e poco rispetto. Non lo dico per provocare. Lo dico perché è la verità che ho vissuto. E la verità, a volte, obbliga a cambiare la direzione dello sguardo. Il problema dello Scavone non è lo Scavone. È lo sguardo che gli viene rivolto”.

Cosa ti senti di dire a chi amministra Gela?

“Da parroco di Santa Lucia, sento di dire prima di tutto grazie e non è un ringraziamento di circostanza. Significa riconoscere che qualcosa si sta muovendo, che la città sta cercando di rialzarsi, e che questo richiede coraggio. Ma c'è una cosa che mi sta a cuore e che vi chiedo con forza: non dimenticate il quartiere Scavone. Santa Lucia non è un quartiere di serie B. Confina con realtà che godono di attenzioni diverse, e i suoi abitanti meritano la stessa dignità, gli stessi servizi, la stessa cura. La giustizia non è un'astrazione ma si misura su chi è piccolo, su chi è fragile, su chi non ha voce abbastanza alta da farsi sentire. Il bene comune non è una frase retorica, ma è la bussola di ogni scelta amministrativa vera. E poi c'è qualcosa che mi sento di condividere come sfida spirituale prima ancora che politica. Dare un volto nuovo alla città, così come sto cercando di fare io con la parrocchia, non significa negare i problemi, significa far emergere il bello che è sempre stato qui, ma che troppo spesso è stato oscurato dagli stereotipi o da chi, prima di noi, ha preferito mostrare il brutto, come per la parrocchia, per ottenere consenso o risorse. Quella logica non appartiene al Vangelo. Il Vangelo è bellezza, sempre e comunque e dove abbonda il peccato, sovrabbonda la grazia. Noi lo stiamo cercando di fare in parrocchia: non nascondere le ferite di questo quartiere, ma credere che possano diventare luogo di resurrezione. Vi chiedo di fare lo stesso con la città. Gela è una grande terra, porta il segno di molte ferite, sì, ma ha anche una forza che non si è mai spenta. Aiutatela a riscoprirla”.

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