Il PCI Sicilia sulla sanità gelese:"basta passerelle"
: "Un ospedale nuovo senza personale sarebbe solo una scatola vuota"
La vicenda dell’ospedale *Vittorio Emanuele* di Gela "non è soltanto una vertenza locale, è lo specchio di una crisi più profonda: quella di una sanità siciliana governata, da destra come da centrosinistra, attraverso tagli, riorganizzazioni calate dall’alto, carenze di personale e una continua rincorsa alle emergenze". È quanto si legge nella relazione del PCI Sicilia redatta con la partecipazione del dirigente gelese Nuccio Vacca ed inviata alla direzione nazionale.
Il documento parte dalle proteste delle ultime settimane. Il sindaco Terenziano Di Stefano ha trasferito simbolicamente gli uffici comunali davanti al Vittorio Emanuele, mentre esponenti del PD e del Movimento 5 Stelle hanno partecipato alla mobilitazione. "Una protesta condivisibile che ha avuto una forte eco pubblica e che ha contribuito a riportare il problema della sanità al centro dell’attenzione. Ma una domanda politica resta inevasa: qual è la proposta complessiva per cambiare il modello sanitario siciliano?".
Per il PCI il problema non nasce con l’attuale governo regionale. "Nel 2009 il presidio di Gela venne inserito in un processo di accorpamento con Niscemi e Mazzarino, dentro una riorganizzazione che prevedeva già la rifunzionalizzazione delle strutture minori e la cessazione delle funzioni per acuti a Mazzarino. Nel 2017 il Vittorio Emanuele venne confermato come ospedale spoke di primo livello, mentre il Sant’Elia di Caltanissetta assumeva il ruolo di hub di secondo livello". Una storia che "ha attraversato governi e maggioranze differenti" e che impone, secondo il partito, di smettere con "la gara delle responsabilità selettive".
"Non esiste una destra responsabile di tutti i mali della sanità siciliana e un centrosinistra innocente che oggi si limita a denunciarli; la crisi del sistema pubblico viene da lontano e chi ha governato la Sicilia negli ultimi decenni deve assumersi la propria parte di responsabilità". Il PCI contesta anche il modo di fare protesta: "Manifestare davanti a un ospedale è legittimo, anzi, difendere il diritto alla salute è necessario! Ma la protesta non può diventare una liturgia elettorale nella quale ogni forza politica seleziona soltanto le responsabilità degli altri. La sanità non si difende con i selfie".
Il partito porta dati concreti: "Ancora nel luglio 2026 l’ASP di Caltanissetta ha dovuto bandire un nuovo concorso per 16 medici, destinati ai diversi presidi della provincia, tra cui Gela, Niscemi, Mazzarino e Mussomeli. È la conferma di una contraddizione che la politica siciliana continua a non voler affrontare: non si può costruire una rete sanitaria seria semplicemente distribuendo sulla carta reparti e posti letto se poi mancano le persone".
E chiede di superare "la guerra tra campanili": "Gela non deve essere costretta a scegliere tra il proprio ospedale e il diritto alla salute degli abitanti di Niscemi o Mazzarino. Niscemi e Mazzarino non possono essere condannate al progressivo impoverimento dei propri servizi per alimentare un altro presidio. La vera alternativa consiste nel costruire una rete pubblica nella quale ciascuna struttura abbia una funzione definita, personale adeguato e servizi coerenti con i bisogni della popolazione".
La relazione cita anche il PNRR: "Nel 2026 sono state attivate le Case di Comunità di Mazzarino e Niscemi. Questo dovrebbe aprire una discussione seria, non una guerra tra campanili: quali prestazioni devono essere garantite vicino ai cittadini e quali devono essere concentrate in ospedali adeguatamente dimensionati?".
La proposta del PCI è quella di una "de-privatizzazione programmata dell’intero Sistema Sanitario Nazionale". La Sicilia, scrive il partito, "rappresenta un caso emblematico in cui, pur in presenza di percentuali di posti letto assegnati in linea con i numeri assegnati alle altre regioni italiane, per quanto riguarda invece le attività specialistiche e diagnostiche, registra una preponderanza fuori media nazionale delle quote gestite dalle strutture private accreditate, con conseguente maggiore sottrazione di risorse e di personale al servizio pubblico".
"Servono investimenti pubblici, assunzioni stabili, valorizzazione del personale, programmazione territoriale, integrazione sociosanitaria e una drastica riduzione della dipendenza dalle strutture private. Il nuovo ospedale di Gela può e deve essere realizzato, ma non può diventare l’unica risposta: un edificio nuovo senza medici, infermieri, tecnici e servizi funzionanti sarebbe soltanto una nuova scatola vuota".
La conclusione è un appello alla costruzione di "una vera alternativa popolare di sinistra: non una sinistra che riscopre gli ospedali soltanto quando è all’opposizione. Serve una sinistra capace di dire contemporaneamente sì al potenziamento di Gela, sì ai servizi sanitari di prossimità a Niscemi e Mazzarino, sì alle assunzioni, sì alla medicina territoriale, sì agli investimenti pubblici e no alla trasformazione della salute in merce o in strumento di consenso".
"La vertenza del Vittorio Emanuele può dunque essere un punto di partenza, ma soltanto se dai gazebo si passerà alla politica, perché il problema della sanità siciliana non è stabilire chi possa mettere la propria firma sotto una protesta, ma decidere quale modello di sanità vogliamo costruire e, soprattutto, per chi. Il Partito Comunista Italiano una risposta ce l’ha: una sanità pubblica, universale, gratuita e realmente accessibile, sottratta alla logica del profitto e del consenso elettorale".
32.8°