L’informazione libera è il primo anticorpo contro tutte le mafie

Il giornalista Giuseppe Bascietto non ha mai accettato il compromesso del silenzio

01 aprile 2026 09:00
L’informazione libera è il primo anticorpo contro tutte le mafie -
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C'è uno strano rumore che i giornalisti di frontiera imparano a riconoscere prima degli altri: il silenzio assordante di una strada che si svuota o il ronzio di una minaccia che viaggia tra i denti stretti. Scrivere di mafia, nella nostra terra, non è mai stato un esercizio di stile, ma un atto di resistenza civile. Il prezioso lavoro documentale non è solo informazione: è un presidio di dignità che non permette alla paura di correggere le bozze. Perché quando un giornalista decide di sfidare il potere mafioso, diventa una roccaforte di democrazia. Per il vittoriese Giuseppe Bascietto, 56 anni il prossimo 20 maggio, la penna non è solo uno strumento di lavoro, ma uno scudo contro l'omertà e una candela accesa nel buio del malaffare. Conscio del fatto che ogni parola ha un prezzo. Carissimo. Autore, tra gli altri, del libro su Pio La Torre, con un racconto dettagliato della vita dell’uomo e del politico che osò sfidare Cosa Nostra, è stato anche l’ideatore dei volumi dedicati alla scia di sangue firmata dalla “Stidda” e dei rapporti intessuti dal clan con la politica. Con una pazienza da archivista e con il fegato dell’investigatore, il giornalista ipparino ultimamente ha dato alle stampe “Sicilia Nostra, dall’Albania alla Sicilia: la rotta criminale che ha riscritto il potere” e prossimamente, attraverso le dichiarazioni di alcuni protagonisti, racconterà chi comanda nella fascia meridionale della Sicilia. Partiamo proprio da qui.


Secondo le tue inchieste giornalistiche, chi detiene il comando mafioso in quest’area?

“Se devo rispondere sulla base di ciò che emerge dalle inchieste e dall’osservazione nel tempo, la prima cosa da chiarire è che oggi, nella fascia meridionale della Sicilia, non esiste più un comando mafioso unico e riconoscibile, e questo anche, e soprattutto per la debolezza strutturale in cui si trova Cosa Nostra. Una debolezza che non è episodica, ma il risultato di anni di arresti, operazioni giudiziarie e, soprattutto, del contributo dei collaboratori di giustizia, che hanno progressivamente eroso l’organizzazione dall’interno, rompendo equilibri, svelando meccanismi, indebolendo quella compattezza che in passato le permetteva di esercitare un controllo verticale e incontestato del territorio. Cosa Nostra, oggi, paga proprio questo: la perdita di uomini, di continuità, di capacità decisionale centralizzata. Non è più in grado di imporsi come unica regia, né di gestire in modo esclusivo le dinamiche criminali nella fascia sud dell’isola, e questo ha aperto spazi che altri soggetti hanno saputo occupare. In questo vuoto relativo si sono inserite e rafforzate realtà criminali più fluide, anche di matrice transnazionale, che hanno trovato interlocutori locali disponibili: da un lato gruppi come la Stidda, dall’altro segmenti di quella che un tempo era Cosa Nostra, oggi meno compatti, meno allineati, in alcuni casi non più riconducibili a un’unica autorità. È in questo spazio che si costruiscono nuove alleanze operative, più pragmatiche che identitarie, in cui conta meno l’appartenenza e più la funzione. Oggi, quindi, il potere non si concentra più in un vertice, ma si distribuisce: conta chi controlla i flussi, le filiere, i passaggi chiave dell’economia legale e illegale, e chi riesce a farlo senza creare attriti o attirare
attenzione. In questo scenario, più che scomparsa, Cosa Nostra ha perso centralità e capacità di comando: non è più in grado di dettare le regole da sola, e il suo ruolo si è progressivamente ridimensionato, soprattutto nei contesti più dinamici e operativi. Per questo, alla domanda su chi detiene il comando, la risposta più onesta è che oggi non comanda uno solo: il sistema è multipolare, e il potere lo esercita chi, di volta in volta, riesce a occupare il punto più strategico della rete. E quel punto, sempre più spesso, non è nemmeno in Sicilia, ma altrove, nei luoghi dove si decidono i flussi, si gestiscono le rotte, si muovono i capitali, lasciando ai territori il ruolo di piattaforme operative, non più di centri decisionali”.

Qual è stata l’inchiesta più difficile che hai dovuto affrontare?

“La più complicata è stata quella sul disastro aereo di Linate, l’8 ottobre 2001. Complicata non solo per la portata della tragedia, ma perché da quella vicenda si è aperta una finestra su un’azienda legata a doppio filo al governo e, soprattutto, al mondo dei servizi segreti e della difesa. Un intreccio di interessi che mi ha costretto a tornare indietro nel tempo, fino agli anni Ottanta, e che mi ha permesso di far emergere i legami tra quella stessa azienda, responsabile, allora, della gestione dei radar di terra negli aeroporti italiani e in alcune basi militari della Sardegna, e scenari molto più opachi di quanto apparissero in superficie. Scavando sempre più a fondo, affiora infatti un dato inquietante: quell’azienda addestrava piloti libici in Italia proprio nello stesso mese e nello stesso anno in cui avvenne la strage di Ustica”.

Come verifichi le fonti quando si tratta di organizzazioni criminali?

“Quando si ha a che fare con le organizzazioni criminali, verificare le fonti non significa stabilire se un’informazione sia vera o falsa, ma capire da quale posizione parla la fonte e quale interesse abbia nel raccontarla, perché ci si muove dentro un sistema che produce versioni parziali e orientate dei fatti. La verifica diventa quindi un lavoro stratificato, basato sull’incrocio di fonti diverse e indipendenti, non per ottenere racconti identici ma una coerenza di fondo, accompagnata da un continuo “attrito informativo”, cioè il ritorno sulle fonti con domande e prospettive diverse per testarne la tenuta. Ogni informazione deve inoltre trovare riscontri nel reale, anche minimi, e va osservata nel tempo, perché ciò che inizialmente appare incerto può consolidarsi solo dopo mesi o anni. In questo ambito, la verità non è mai lineare né completa: emerge per frammenti e richiede non solo metodo ma anche la capacità di leggere ciò che resta implicito, nei vuoti e nei silenzi del racconto”.


Quali sono i limiti etici più delicati del raccontare la mafia?

“Raccontare la mafia significa muoversi lungo una linea sottile in cui ogni parola ha conseguenze pesanti nella vita reale, perché non si tratta solo di descrivere un fenomeno ma di immergersi dentro un sistema di potere criminale che vive e si nutre di consenso. Come arriva il consenso, se per una sorta di timore reverenziale o di paura, poco importa. L’importante è che ci sia e non si perda. Per questo noi giornalisti ci imponiamo dei limiti etici riguardo a cosa scrivere e a come scriverlo, perchè c’è sempre il rischio di trasformare il racconto in una forma indiretta di legittimazione. Questo avviene quando ci si trova di fronte ad una ricostruzione narrativamente potente e dettagliata, quasi cinematografica delle mafie. In questo caso si corre il rischio di trasformare l’organizzazione criminale o il mafioso in un qualcosa da emulare. Il problema non è nella quantità di informazioni che si intende pubblicare ma nel modo in cui vengono formulate. È fondamentale il linguaggio che si vuole utilizzare per restituire i fatti al lettore. Possiamo scrivere o raccontare la stessa dinamica come un sistema di equilibri instabili oppure come una macchina perfetta. A mio avviso raccontare in maniera dettagliata ciò che accade non amplifica la potenza del fenomeno ma la disarticola, ne mostra le crepe, le contraddizioni interne e le anomalie. Quando si parla di mafia bisogna scrivere per sottrazione, per far diventare il racconto uno strumento critico. E forse il punto più delicato sta proprio qui: non nel decidere se raccontare o meno, ma nel come farlo senza trasformare la descrizione in rappresentazione e mantenendo sempre quella distanza necessaria che impedisce alla narrazione di diventare, anche solo per un attimo, parte del dispositivo di potere che intende rivelare. Raccontare la mafia non è mai un atto neutro, ma una scelta che implica responsabilità continue e spesso contraddittorie, perché ogni parola può aprire spazi di consapevolezza oppure di consenso e il limite etico non è una linea fissa da rispettare, ma un equilibrio instabile da ridefinire ogni volta, storia dopo storia”.


Quanto pesa la pressione o la minaccia da parte dei clan nel tuo lavoro quotidiano?

“Le minacce, le intimidazioni, le pressioni esterne, nel mio caso, non hanno nessun peso. Anzi maggiori sono le minacce e le pressioni, maggiore è la consapevolezza di essere sulla strada giusta. Ci sono poi momenti in cui le minacce diventano più concrete, più riconoscibili, e allora capisci che il livello si alza. E questo impone una gestione ancora più lucida, perché devi continuare a fare il tuo lavoro mantenendo insieme due esigenze che sembrano opposte, andare a fondo e restare al sicuro, senza permettere che una annulli l’altra. Il nostro, in sostanza, è un lavoro che non si misura con la paura o con il rischio. In questo mestiere la vera posta in gioco è la capacità di restare lucidi dentro contesti che tendono a spostarti, a condizionarti, a farti perdere progressivamente il controllo del tuo sguardo. È un lavoro che si misura nella precisione con cui riesci a restituire le connessioni, nella capacità di tenere insieme frammenti dispersi senza forzarli in una narrazione comoda, nella coerenza con cui mantieni un metodo anche quando il contesto spinge verso scorciatoie o semplificazioni, perché è lì che si decide se stai raccontando davvero o se stai solo adattando il racconto a ciò che è più facile sostenere”.


Lo dicevamo in fase di presentazione: ogni parola scritta ha un peso. Carissimo. Nel 1988 sei stato condannato a morte dalla Stidda vittoriese. E’ stato un periodo terribile per la tua incolumità. Ti va di raccontarlo nei dettagli?


“Nel 1988 mi ritrovai, senza che ci fosse mai stato un annuncio formale, dentro una condanna a morte decisa dalla Stidda della mia città e i fratelli Carbonaro erano pronti a fare fuoco; non fu un momento preciso, ma un passaggio graduale, in cui capii che il mio lavoro aveva superato una soglia, perché non mi limitavo più a raccontare, ma avevo iniziato a collegare fatti, nomi, responsabilità, fino ad arrivare a indicare anche il loro coinvolgimento nella strage di Gela, rompendo una narrazione che fino a quel momento li aveva tenuti al riparo. Quel punto di rottura, assieme alle mie analisi sulle nuove modalità di estorsione, li trasformò in qualcosa che non potevano più ignorare, e fu lì che maturò la decisione di eliminarmi, anche se, come spesso accade in questi contesti, si passò prima da una fase di dissuasione; una fase che io percepivo senza riuscire a decifrarla fino in fondo, ma che col tempo avrebbe assunto contorni molto più chiari. Anni dopo, fu lo stesso Claudio Carbonaro a raccontarmi cosa era accaduto davvero: mi disse che ero sopravvissuto a due tentativi di agguato. Il primo doveva avvenire mentre ero dal barbiere; suo fratello Bruno era lì, dietro di me, armato, ma rinunciò perché c’era troppa gente. Il secondo, nell’agosto del 1992, a Scoglitti, in piazza Sorelle Arduino: avevano già dato l’ordine prima di finire in carcere, e se avessi continuato a fare i loro nomi sarei dovuto morire. Quella sera due killer stavano partendo da Vittoria. Eppure non accadde nulla. E non accadde per una ragione che avrei compreso solo molto tempo dopo: fu il padre dei Carbonaro a bloccare tutto, garantendo per me e sostenendo che meritavo di vivere, perché, così disse, avevo dimostrato più coraggio di loro, affrontandoli con la parola e la scrittura mentre loro lo facevano con le armi. Io, allora, non sapevo nulla. Ricordo solo che quella sera a Scoglitti un mio amico d’infanzia mi venne incontro correndo, mi afferrò per un braccio e mi disse di andare via subito, senza spiegazioni; pochi istanti dopo arrivò mio padre, mi trascinò via e pose fine, di fatto, alla mia permanenza a Vittoria. Solo anni dopo avrei capito che mi stavano salvando la vita. Per due anni vissi lontano dalla città, come in una forma di esilio, fino a quando, nel Natale del 1994, mio padre riuscì a riaprire un canale e a ottenere una sorta di via libera per il mio ritorno. Mi dissero che se fossi andato in piazza e avessi incontrato il padre dei Carbonaro, se ci fossimo salutati pubblicamente, non ci sarebbe stato più pericolo. Così feci. Avevo ventiquattro anni, e invece di vivere la leggerezza che dovrebbe accompagnare quell’età, mi ritrovai a camminare per oltre un’ora accanto al padre di chi aveva deciso di uccidermi, lungo via Cavour, sotto gli occhi di tutti. In quel gesto pubblico c’era un messaggio chiaro: era finita. Con gli arresti del clan, quel capitolo si chiuse davvero. E per me fu come uscire da una prigione invisibile, come tornare a respirare. Quel Natale non fu solo un ritorno: fu, in un certo senso, una seconda nascita”.


Ma perché per gli “stiddari” rappresentavi una minaccia, un elemento da eliminare?

“Perché, senza rendermene conto fino in fondo in quel momento, avevo superato il punto in cui il racconto smette di essere tollerabile e diventa pericoloso. Per gli “stiddari” non ero una minaccia nel senso tradizionale, non avevo armi, non appartenevo a un clan rivale, non occupavo uno spazio di potere da contendere; la mia forza, ed è proprio questo che li metteva in difficoltà, era tutta nella parola, nella capacità di mettere insieme informazioni, di collegare fatti che loro preferivano restassero separati, di anticipare letture che ancora non erano emerse nemmeno nelle indagini ufficiali. In sostanza, non ero pericoloso per quello che sapevo in senso assoluto, ma per il modo in cui lo utilizzavo: parlavo, scrivevo, collegavo, insistevo, e lo facevo in pubblico, senza lasciare margini di ambiguità, trasformando intuizioni e ricostruzioni in un racconto accessibile a tutti, e quindi potenzialmente destabilizzante anche per il consenso che li circondava. Ed è qui che si capisce perché diventai un problema: perché non stavo solo raccontando la mafia, ma stavo interferendo con il suo funzionamento, incrinando quella zona grigia di silenzio e normalità dentro cui riesce a muoversi indisturbata; e quando succede questo, non sei più un osservatore. Diventi una variabile da gestire. E, in certi casi, da eliminare”


Essere stato costretto al trasferimento a Torino per ovvi motivi di sicurezza, cosa ti ha lasciato?


“Essere stato costretto a lasciare la mia terra per ragioni che non avevano nulla a che fare con una scelta personale ma con la necessità di restare vivo, non è stato semplicemente uno spostamento geografico, ma una frattura profonda, un passaggio che ti obbliga a rimettere insieme pezzi di te in un contesto che non ti appartiene e che, almeno all’inizio, senti estraneo. Ti lascia, prima di tutto, una forma di sradicamento difficile da spiegare a chi non l’ha vissuto, perché non stai partendo per cercare qualcosa, ma stai andando via per sottrarti a qualcosa, e questa differenza cambia tutto: cambia il modo in cui guardi i luoghi, le persone, perfino il tempo, che smette di essere lineare e diventa una sospensione, una parentesi che non sai quanto durerà. Allo stesso tempo, però, quel trasferimento mi ha dato anche una distanza che a Vittoria non avrei mai potuto avere, una distanza fisica ma soprattutto mentale, che mi ha permesso di rivedere molte cose con più lucidità, di mettere ordine, di capire meglio le dinamiche che avevo attraversato senza essere immerso quotidianamente in quel contesto; ed è proprio in quella distanza che, paradossalmente, ho iniziato a comprendere ancora più a fondo il funzionamento di quel sistema. Torino è stata anche un luogo di ricostruzione, non solo personale ma professionale, perché mi ha costretto a ridefinire il mio lavoro, a trovare nuove modalità, nuovi spazi, nuove relazioni, mantenendo però intatto il filo con ciò che avevo lasciato, che non si è mai interrotto davvero; perché quando racconti certe cose, non puoi semplicemente smettere, anche se cambi città. Ma forse la cosa più importante che mi ha lasciato è stata una consapevolezza diversa del rischio e del valore del lavoro che stavo facendo: quando sei costretto ad andare via per quello che scrivi, capisci che la parola non è mai neutra, che può avere conseguenze concrete, e che proprio per questo va usata con ancora più precisione, con ancora più responsabilità. E se oggi sono qui a raccontarlo, se sono vivo, lo devo anche a don Luigi Ciotti, che in quei momenti ha fatto molto più di quello che si vede da fuori: mi ha aiutato, mi ha protetto, mi ha dato una possibilità concreta di ricominciare, e non una sola volta, ma due; e questo è qualcosa che non si dimentica, perché ci sono passaggi della vita in cui qualcuno non ti salva solo fisicamente, ma ti permette di non perdere completamente te stesso. E resta anche una cicatrice, inevitabile, perché ci sono luoghi, momenti, relazioni che non recuperi più nello stesso modo, ma insieme a quella cicatrice resta anche qualcosa di più solido: la certezza di aver attraversato un limite e di aver scelto, nonostante tutto, di non arretrare davvero”.


Qual è il filo sottile che lega la mafia vittoriese a quella gelese?

“Non passa attraverso strutture dichiarate o gerarchie formali, ma si costruisce nel tempo dentro una zona intermedia fatta di interessi condivisi, equilibri taciti e convenienze operative, dove ciò che conta non è tanto chi comanda, ma come si incastrano le rispettive funzioni. Vittoria e Gela, in apparenza, sono due realtà diverse, con storie e identità criminali distinte, ma diventano complementari quando si osservano lungo le direttrici economiche: da un lato la filiera ortofrutticola, la logistica, i trasporti, le imprese che muovono merci e denaro; dall’altro un territorio con una lunga tradizione industriale e connessioni più ampie che si aprono verso circuiti esterni. È in questo spazio che si crea il punto di contatto. Negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Le mafie si sono evolute e trasformate sia a livello locale ma soprattutto a livello globale. Questo ha prodotto alcune conseguenze su territori come quelli di Gela e Vittoria dove non serve più un’alleanza formalizzata perché esiste una compatibilità perfetta tra bisogni e possibilità: chi controlla pezzi di territorio e distribuzione dialoga, anche senza dichiararlo, con chi ha accesso a canali più larghi, e questo produce una forma di cooperazione flessibile, che può rafforzarsi o attenuarsi a seconda dei momenti, ma che raramente si interrompe del tutto. Il legame si è manifestato in due momenti. Il primo è maturato tra la fine degli anni ottanta del secolo scorso e l’inizio degli anni novanta. Un periodo segnato da una guerra violenta che ha fatto fuori un’intera generazione di ragazzi finiti uccisi o arrestati. Il secondo è maturato nei momenti di equilibrio perché è in questi istanti e non in quelli di conflitto che si costruiscono le vere relazioni operative: accordi non scritti, spartizioni implicite, zone di non interferenza che permettono a entrambi i contesti di funzionare senza attriti visibili, mantenendo basso il livello di esposizione e alto quello di rendimento. C’è poi una continuità più profonda, che riguarda il modo in cui queste realtà hanno imparato a evolversi, assorbendo influenze esterne e adattandosi a scenari più ampi, fino a diventare parte di dinamiche che vanno oltre il livello locale, e che rendono quel filo ancora più difficile da individuare, perché non è mai esplicito, ma si muove dentro pratiche condivise, linguaggi impliciti, riconoscimenti reciproci. In definitiva, il legame tra Vittoria e Gela non è qualcosa che si vede in superficie, ma qualcosa che si intuisce osservando dove iniziano a somigliarsi: nelle economie attraversate, nelle modalnelle modalità operative, nella capacità di stare dentro la normalità senza farsi notare. È lì che quel filo prende forma. Ed è proprio per questo che è così difficile da spezzare”.


Dopo gli anni di piombo che hanno interessato Gela e Vittoria, da qualche tempo Cosa Nostra e Stidda non si fanno più la guerra, anzi convivono in una sorta di pax criminale. Possiamo definirla un’evoluzione?

“Più che un’evoluzione nel senso lineare del termine, la definirei una trasformazione adattiva, perché ciò che è cambiato non è la natura del potere criminale, ma il modo in cui si organizza e si distribuisce per restare efficace in un contesto diverso da quello degli anni di piombo, quando il controllo del territorio passava anche, e soprattutto, attraverso la violenza visibile e lo scontro diretto. Oggi quella stagione non è finita perché qualcuno ha vinto definitivamente, ma perché la guerra è diventata, semplicemente, meno conveniente: troppo rumore, troppa attenzione investigativa, troppi costi rispetto ai benefici. E allora la convivenza, quella che possiamo chiamare “pax criminale”, non è un segnale di pacificazione in senso etico, ma una scelta razionale, quasi industriale, che permette di massimizzare i profitti riducendo l’esposizione. In questo senso sì, è un’evoluzione, ma non nel senso di un miglioramento o di una normalizzazione, bensì di una maggiore sofisticazione: si passa da un modello conflittuale a uno cooperativo-competitivo, in cui Cosa Nostra e Stidda non hanno bisogno di scontrarsi apertamente perché riescono a trovare equilibri funzionali, spartizioni implicite, ambiti operativi in cui ciascuno può muoversi senza interferire troppo con l’altro. Il punto decisivo è che il controllo non si esercita più soltanto con la forza, ma attraverso l’integrazione nell’economia legale, nelle filiere produttive, nei flussi finanziari, e in questo scenario la violenza resta, ma diventa selettiva, mirata, quasi residuale, utilizzata solo quando serve davvero a ristabilire un equilibrio che si è incrinato. Questa “pax”, quindi, non è assenza di conflitto, ma gestione del conflitto su un livello più basso, meno visibile, dove le tensioni esistono ma vengono assorbite, negoziate, spostate, evitando che esplodano in modo plateale; ed è proprio questa invisibilità a renderla più difficile da leggere e, di conseguenza, più pericolosa. Perché se negli anni della guerra la mafia era riconoscibile anche attraverso il rumore delle armi, oggi tende a confondersi con la normalità, a mimetizzarsi dentro attività apparentemente legittime, e questa capacità di stare dentro il sistema senza farsi notare rappresenta forse il vero salto di qualità. Quindi sì, possiamo chiamarla evoluzione, ma a patto di non fraintenderla: non è un passo avanti verso qualcosa di meno pericoloso, è un adattamento verso una forma di potere più silenziosa, più stabile e, proprio per questo, più difficile da contrastare”.


Nel tuo ultimo libro “Sicilia Nostra”, racconti dettagliatamente il sistema messo in campo dalla mafia albanese con i suoi referenti siciliani nella gestione del lucroso traffico di droga. Da ciò si deduce che gli equilibri del potere mafioso isolano sono stati letteralmente stravolti, riscritti. E’ proprio cosi?

“Sì, ma va detto con precisione, senza cedere alla semplificazione del “prima” e “dopo”, perché più che uno stravolgimento improvviso si tratta di una riscrittura progressiva degli equilibri, che negli anni ha spostato il baricentro del potere senza cancellare completamente ciò che c’era prima. Nel lavoro che ho raccontato in Sicilia Nostra emerge con chiarezza un dato: la mafia albanese non si è limitata a inserirsi nel sistema, ma ha saputo occupare segmenti strategici del traffico, soprattutto nella gestione operativa e logistica della droga, costruendo rapporti con referenti siciliani che non sono più necessariamente riconducibili a un’unica struttura, ma a una pluralità di soggetti locali, spesso legati a dinamiche più fluide e meno gerarchiche. Questo ha prodotto un cambiamento reale negli equilibri, perché ha spostato il peso decisionale su chi controlla le rotte, i carichi, i tempi e le modalità di distribuzione, cioè sugli snodi operativi più che sui territori in senso tradizionale; e in questo scenario, chi resta ancorato a un modello verticale, come quello storico di Cosa Nostra, fatica a mantenere una centralità. Ma non si tratta di una sostituzione netta, non è che qualcuno esce e qualcun altro entra, quanto piuttosto di una riconfigurazione: vecchi e nuovi attori convivono dentro lo stesso spazio, ma con ruoli diversi, dove il potere non coincide più con il controllo simbolico del territorio, bensì con la capacità di stare dentro i flussi. In questo senso sì, gli equilibri sono stati riscritti, perché oggi il sistema è più aperto, più interconnesso, più dipendente da relazioni che superano i confini locali; e proprio per questo il centro del potere non è più necessariamente in Sicilia, ma nei punti in cui queste relazioni si costruiscono e si gestiscono. Ed è qui che si vede il vero cambiamento: non tanto nella presenza di nuovi soggetti, ma nel fatto che il potere si è spostato, da chi controlla il territorio a chi controlla il movimento”.


Quali forme di criminalità organizzata oggi risultano meno visibili ma più pericolose?

“Sono proprio quelle che hanno smesso di somigliare all’immaginario classico della mafia (armi, violenza esplicita, controllo militare del territorio) per entrare stabilmente dentro la normalità, mimetizzandosi nei meccanismi dell’economia e delle relazioni quotidiane. La prima, e forse la più insidiosa, è quella che potremmo definire criminalità economico-finanziaria integrata, cioè quell’insieme di attività in cui il denaro illecito viene gestito, ripulito e reinvestito attraverso aziende apparentemente pulite, filiere produttive, appalti, subappalti, logistica, distribuzione; qui la mafia non si vede perché non ha bisogno di mostrarsi, e il suo potere si misura nella capacità di stare dentro il mercato senza alterarne, almeno in apparenza, il funzionamento. Accanto a questa c’è una criminalità logistica, meno raccontata ma centrale, che riguarda il controllo dei flussi: porti, trasporti, movimentazione delle merci, reti di distribuzione. Chi controlla questi snodi non ha bisogno di dominare il territorio in senso tradizionale, perché esercita un potere che attraversa più territori contemporaneamente, spesso senza radicarsi in modo visibile in nessuno di essi. Un’altra forma particolarmente pericolosa è quella delle alleanze ibride e transnazionali, dove gruppi locali e organizzazioni straniere collaborano su specifici segmenti, come il traffico di droga, senza bisogno di strutture comuni o gerarchie condivise; sono relazioni funzionali, flessibili, che si attivano e si sciolgono a seconda delle convenienze, rendendo il sistema più difficile da mappare e da colpire. Poi c’è una dimensione ancora più sottile, che è quella della criminalità relazionale, fatta di contatti, mediazioni, scambi di favori, capacità di influenzare decisioni senza esporsi direttamente; è il livello in cui il potere non si impone, ma si insinua, e proprio per questo è uno dei più difficili da individuare. Infine, esiste una forma che attraversa tutte le altre, ed è la normalizzazione, cioè la capacità del sistema criminale di diventare parte del paesaggio, di non essere più percepito come eccezione ma come elemento strutturale, accettato o tollerato; ed è forse questa la forma più pericolosa, perché quando qualcosa smette di essere visto, smette anche di essere contrastato. Il punto, in fondo, è che oggi la pericolosità non sta nella visibilità, ma nella capacità di non averne bisogno: più un sistema è silenzioso, integrato, funzionale, più è difficile da riconoscere e quindi da combattere”.

Come può il giornalismo aiutare davvero la società a capire e contrastare la mafia?

“Solo quando smette di inseguire l’evento e comincia a raccontare il sistema, perché il problema non sono soltanto i fatti eclatanti come gli arresti, i blitz, le operazioni, ma ciò che continua a funzionare prima e dopo quei momenti, dentro una normalità che spesso resta fuori dal racconto. Il primo contributo concreto è rendere visibile ciò che appare normale, cioè svelare le connessioni tra economia legale e dinamiche criminali: un appalto, una filiera, una società, un passaggio di denaro diventano strumenti di comprensione solo se vengono inseriti dentro un quadro più ampio, che permetta ai cittadini di leggere ciò che altrimenti resterebbe invisibile. Allo stesso tempo, il giornalismo deve evitare la trappola della spettacolarizzazione, perché raccontare la mafia solo attraverso la violenza o i nomi eccellenti finisce per semplificare il fenomeno e, in alcuni casi, per rafforzarne l’aura; ciò che serve è una narrazione che smonti il meccanismo, che mostri le fragilità, le dipendenze, le contraddizioni interne, riportando il potere mafioso alla sua dimensione reale. Un altro elemento decisivo è costruire memoria attiva, collegando il presente al passato, perché senza continuità storica il racconto resta frammentato e perde forza; capire cosa è cambiato e cosa no è fondamentale per non cadere nell’illusione che ogni operazione giudiziaria rappresenti una fine, quando spesso è solo una fase. Ma il giornalismo può incidere davvero anche quando cambia il rapporto con chi legge, offrendo strumenti e non solo notizie, permettendo alle persone di riconoscere segnali, linguaggi, dinamiche, e quindi di sviluppare una consapevolezza che è il primo vero antidoto alla normalizzazione. Infine, il contributo più profondo sta nella capacità di mantenere uno spazio autonomo: non sostituirsi alla magistratura, ma nemmeno limitarsi a seguirla, costruendo un racconto che tenga insieme frammenti dispersi, che anticipi, che colleghi, che dia senso, senza cedere né alla prudenza che paralizza né all’enfasi che distorce. Perché il giornalismo, quando funziona davvero, non si limita a informare: modifica lo sguardo. E nel momento in cui cambia lo sguardo, cambia anche il terreno su cui la mafia costruisce il proprio consenso”.

Quali sono gli errori più comuni con cui i media rappresentano il fenomeno?

“Nascono quasi sempre da una semplificazione del fenomeno, da un modo di raccontarlo che privilegia ciò che è visibile e immediato rispetto a ciò che è strutturale e duraturo, e che finisce, spesso senza volerlo, per restituire un’immagine parziale, e quindi fuorviante, della realtà mafiosa. Il primo errore è la spettacolarizzazione, cioè ridurre la mafia a una sequenza di eventi eccezionali costruiti come narrazione ad alto impatto, ma scollegati dal contesto che li rende possibili; in questo modo il fenomeno appare episodico, quasi intermittente, mentre in realtà è continuo, radicato, quotidiano. Un secondo errore è la personalizzazione eccessiva, la tendenza a concentrare tutto su singoli nomi, capi, figure simboliche, come se eliminare una persona significasse smontare un sistema; questo approccio rafforza l’idea di una struttura verticale che oggi, in molti contesti, non esiste più in quella forma, e impedisce di vedere la rete che sostiene e rigenera il potere. C’è poi l’errore opposto, ma altrettanto problematico, che è la mitizzazione involontaria, cioè raccontare la mafia con un linguaggio che, pur volendo denunciarla, finisce per attribuirle un’aura di forza, di efficienza, quasi di inevitabilità, contribuendo a consolidare proprio quell’immagine che il fenomeno utilizza per legittimarsi. Un altro limite frequente è la mancanza di profondità temporale, il raccontare il presente senza collegarlo al passato, senza ricostruire le trasformazioni, le continuità, le fratture, e quindi senza permettere al lettore di capire come e perché il fenomeno si è evoluto; senza questa dimensione, ogni notizia resta isolata. Poi c’è la difficoltà, spesso non affrontata, di raccontare la zona grigia, cioè quell’area di relazioni tra economia legale, professioni, istituzioni e criminalità, che è oggi uno dei luoghi centrali del potere mafioso; ignorarla o trattarla superficialmente significa lasciare fuori una parte decisiva del sistema. Infine, forse l’errore più sottile è la normalizzazione inconsapevole, cioè il rischio di raccontare certi fenomeni in modo talmente abituale da renderli, nel tempo, quasi inevitabili, come se facessero parte del paesaggio, e quindi meno degni di attenzione e reazione. Il punto è che questi errori non sono solo problemi di forma, ma producono effetti reali: influenzano il modo in cui la società percepisce la mafia e, di conseguenza, il modo in cui la affronta. Perché se il racconto è superficiale, anche la risposta rischia di esserlo”.

C’è qualcosa che vorresti venisse raccontato di più, o meglio?

“Sì, e riguarda proprio ciò che oggi resta ai margini del racconto, perché non è immediatamente visibile e quindi fa meno notizia, ma è lì che si gioca una parte decisiva del potere. Vorrei che si raccontasse di più, e meglio, la dimensione economica quotidiana, quella che passa attraverso aziende, appalti, filiere, logistica, relazioni professionali, perché è in questi spazi che la mafia contemporanea si muove con maggiore efficacia, senza bisogno di mostrarsi; troppo spesso, invece, ci si ferma all’evento e non si entra nel meccanismo che lo rende possibile. Andrebbe raccontata con più precisione anche la zona grigia, cioè quell’insieme di relazioni tra soggetti apparentemente lontani dal mondo criminale (imprenditori, professionisti, intermediari) che diventano, consapevolmente o meno, parte del sistema; non per trasformare tutto in sospetto, ma per restituire la complessità reale delle connessioni. Un altro punto su cui servirebbe più attenzione è il cambiamento delle forme operative, perché molte narrazioni continuano a utilizzare categorie del passato, mentre il fenomeno si è evoluto: meno visibile, più fluido, più integrato nei flussi economici e nei circuiti transnazionali. Raccontarlo con strumenti vecchi significa, inevitabilmente, leggerlo male. E poi c’è un aspetto che spesso resta in secondo piano: la normalità, cioè il modo in cui il sistema criminale riesce a stare dentro la vita quotidiana senza creare fratture evidenti; raccontare questa dimensione significa togliere alla mafia quell’alibi dell’eccezionalità che, paradossalmente, la protegge. Infine, credo servirebbe un racconto più forte anche delle fragilità del sistema, non per minimizzare il fenomeno, ma per smontarne l’immagine di invincibilità: ogni organizzazione ha punti di debolezza, dipendenze, contraddizioni, e renderle visibili significa restituire alla società un margine di possibilità, non solo di paura. Perché, in fondo, ciò che manca non è la quantità di informazioni, ma la capacità di spostare lo sguardo: da ciò che si vede subito a ciò che tiene insieme tutto il resto”.


Ti sente supportato dalle istituzioni e dal settore giornalistico o avverti un senso di solitudine nel tuo operato?

“È una domanda a cui non si può rispondere in modo netto, perché la sensazione non è mai unica, ma si muove tra due poli che convivono. Ci sono momenti in cui il supporto lo percepisci, soprattutto quando entra in gioco la dimensione più formale come le tutele, l’attenzione istituzionale, la solidarietà pubblica, e non sarebbe corretto negarlo, perché esistono persone, dentro e fuori le istituzioni, che fanno il loro lavoro con serietà e che, in passaggi delicati, rappresentano un punto di riferimento reale. Per questo non finirò mai di ringraziare le forze dell’ordine che, quando sono a Vittoria, si occupano della mia protezione attraverso una tutela. Ma accanto a questo c’è una solitudine più profonda, che non riguarda tanto la protezione quanto il lavoro quotidiano, il fatto di muoversi spesso su un terreno in cui devi prendere decisioni da solo, assumerti responsabilità che non puoi condividere fino in fondo, e soprattutto portare avanti un racconto che non sempre trova immediatamente ascolto o comprensione, perché tocca equilibri scomodi, zone grigie, interessi diffusi. Nel settore giornalistico questa ambivalenza è ancora più evidente: esiste una rete di colleghi che capiscono, che sostengono, che riconoscono il valore di certe inchieste, ma allo stesso tempo c’è anche una difficoltà strutturale a dare continuità, spazio e profondità a questi temi, che spesso restano marginali rispetto ad altre priorità editoriali. La solitudine, quindi, non è assenza totale di supporto, ma è piuttosto la condizione in cui ti trovi quando devi tenere insieme tutto (informazioni, rischi, tempi, scelte) sapendo che, alla fine, la responsabilità è tua e non delegabile. E forse è proprio questo il punto: non è un lavoro che puoi fare contando sul fatto di non essere mai solo, ma nemmeno uno che fai completamente isolato; è un equilibrio instabile, in cui il supporto esiste, ma non sostituisce mai la necessità di reggersi sulle proprie scelte. In questo senso, la solitudine non è solo un limite: diventa anche una forma di autonomia, l’unico spazio in cui puoi mantenere intatto il tuo sguardo senza adattarlo troppo a ciò che ti circonda”.


Cosa ti piace della “tua” Vittoria?

“Mi piace quello che non si vede subito. Mi piace la sua densità umana, fatta di relazioni vere, di sguardi che si riconoscono, di un tessuto sociale che, nonostante tutto, continua a reggere anche quando sembra cedere; è una città che non si racconta da sola, devi attraversarla per capirla. Mi piace la sua contraddizione, perché è lì che sta la verità: bellezza e durezza, lavoro e fatica, luce e ombra che convivono senza mai annullarsi, una tensione continua che ti costringe a prendere posizione. Mi piace il fatto che sia una città operativa, concreta, che si muove, produce, lavora ed è proprio in questa normalità che si nascondono le sue storie più profonde. Se dovessi condensare Vittoria in un’immagine, sarebbe Dio che coltiva i pomodori al ritmo delle stagioni, nelle serre, nella terra che respira caldo e umidità, nelle mani che si muovono ogni giorno uguali e diverse, dentro un tempo lento che non ha bisogno di essere raccontato perché esiste già. È lì che capisci davvero cos’è Vittoria: non solo un luogo, ma un ritmo, una fatica, una continuità. E forse è per questo che, anche quando vai via, non te ne vai mai davvero”.


Cosa invece detesti della tua città natale?

“Non è un difetto superficiale, ma qualcosa di più profondo, quasi strutturale. Detesto il silenzio quando smette di essere prudenza e diventa omertà, quella capacità di vedere e non dire, di sapere e far finta di niente, che nel tempo si trasforma in abitudine, poi in cultura e infine in sistema; perché è lì che il potere si radica davvero, non nella forza, ma nell’accettazione. Detesto il momento in cui tutto si giustifica, in cui si accetta perché “quello arrestato è mio cugino, mio zio, mio nipote, mio amico”, e allora si abbassa lo sguardo, si evita di parlare, non si trova il coraggio di rompere, nemmeno dentro la propria famiglia; ed è proprio lì che si costruisce il consenso, non nei grandi gesti, ma nei piccoli cedimenti quotidiani. Detesto la zona grigia, quella rete di relazioni ambigue in cui i confini tra lecito e illecito si fanno sfumati fino a scomparire, dove tutto si tiene senza mai dichiararsi e ognuno trova una ragione per restare fermo. Detesto anche una certa rassegnazione, quel senso diffuso per cui le cose “sono sempre state così” e quindi non possono cambiare, perché è una forma di resa che non ha bisogno di essere imposta, si autoalimenta. Perché è in questi silenzi sussurrati, in queste giustificazioni ripetute, che si forma quel brodo di coltura di cui si nutrono le mafie, molto più che nella violenza visibile. E allora il paradosso è questo: la stessa città che sa essere concreta, viva, produttiva, capace di resistere, a volte diventa anche il luogo in cui si accetta troppo. E forse è proprio questo che pesa di più: non ciò che accade, ma ciò che si lascia accadere”.


Prendiamoci una pausa, alleggeriamo il discorso. Sei un appassionato del Festival di Sanremo. Ti è piaciuta l’edizione di quest’anno?

“Sanremo lo guardo sempre con un misto di curiosità e spirito critico, perché è uno di quei luoghi in cui la superficie con la musica, lo spettacolo e le polemiche, racconta sempre qualcosa di più profondo su come funziona il Paese. L’edizione di quest’anno, però, mi è sembrata complessivamente piatta, più lunga che intensa, con pochi momenti davvero capaci di lasciare un segno. Quando manca il ritmo, tutto diventa più evidente: anche ciò che sulla carta potrebbe funzionare, dagli interventi comici alle dinamiche di palco, finisce per apparire forzato o già visto. Ho avuto la sensazione di un festival molto costruito ma poco necessario, in cui mancava quella tensione narrativa che tiene insieme le serate e dà senso anche agli inevitabili passaggi più deboli. E quando succede questo, resta soprattutto la durata, non il contenuto. Qualcosa di interessante c’è stato, come sempre, ma non abbastanza da cambiare la percezione generale: un’edizione ordinata, ma senza scosse, che difficilmente verrà ricordata per ciò che ha detto o rappresentato”.

Ti aspettavi che vincesse Sal Da Vinci?

“Sinceramente no, non me lo aspettavo. Mi aspettavo la vittoria di J-Ax con il suo country italiano, perché aveva una proposta diversa, riconoscibile, capace di rompere lo schema e di costruire un’identità forte dentro il Festival. Sal Da Vinci, invece, ha giocato un’altra partita: un’identità solida, popolare, un rapporto diretto con il pubblico, ma soprattutto una capacità di stare dentro il meccanismo di Sanremo senza forzarlo. Perché il Festival non è mai solo impatto immediato o consenso “caldo”, è un equilibrio più complesso, fatto di giurie, costruzione del brano e posizionamento narrativo. La sua proposta, alla fine, ha intercettato proprio quella convergenza che spesso decide le vittorie: pubblico, critica e sistema di voto che si allineano. Già dalle prime serate si capiva che stava funzionando, anche grazie a un motivetto neomelodico immediato e a una coreografia finale che restava in testa. E forse è proprio questo il punto: Sanremo raramente premia ciò che sorprende di più, ma ciò che regge meglio nel tempo, dentro il suo meccanismo. E Sal Da Vinci, sera dopo sera, non ha fatto altro che consolidare quella posizione, fino a renderla inevitabile”.

Che genere di musica ascolti?

“Ascolto un po’ di tutto, ma difficilmente in modo distratto, perché anche nella musica cerco sempre una struttura, un’identità, qualcosa che dica più di quello che sembra. Ho una forte attrazione per la canzone d’autore, quella che riesce a tenere insieme scrittura e visione: da Rino Gaetano a Fabrizio De André, passando per Francesco Guccini, Ivano Fossati, Massimo Bubola e Franco Battiato, perché lì dentro c’è sempre un livello di lettura in più, spesso politico, spesso laterale, mai innocuo. Non mi interessa invece la musica neomelodica, né artisti come Sal Da Vinci: è un linguaggio che non mi appartiene e che non mi restituisce quella profondità che cerco. Poi ascolto anche musica internazionale, ma sempre con lo stesso criterio selettivo: mi interessa quando c’è una visione, un’identità forte. Per questo torno spesso su Bruce Springsteen, sui Queen, sui Dire Straits e sui Pink Floyd, che hanno costruito mondi sonori riconoscibili e profondi. Allo stesso tempo non disdegno neanche sonorità più dirette, più identitarie, come quelle dei Dropkick Murphys, perché anche lì c’è un’energia e un racconto che vanno oltre la superficie. In generale ascolto molta musica, ma poi faccio sempre una selezione: se non trovo qualcosa che vada oltre il suono, difficilmente resta. Perché, in fondo, anche nella musica cerco la stessa cosa che cerco nel mio lavoro: non quello che si sente, ma quello che c’è dietro”.

Il tuo cantante o gruppo preferito?

“Se devo scegliere, ti direi che non ho un unico preferito in senso assoluto, ma una linea precisa sì. Se parliamo di radice, quello che torna sempre è Rino Gaetano: perché dentro le sue canzoni c’è tutto (ironia, politica, lettura del potere) e soprattutto quella capacità di dire cose pesanti con una leggerezza solo apparente. Accanto a lui metto Fabrizio De André, Francesco Guccini, Ivano Fossati, Lucio Dalla e Franco Battiato: percorsi diversi, linguaggi anche lontani tra loro, ma un unico filo, quello di una musica che non si limita a intrattenere, ma interpreta, scava, lascia traccia. E poi c’è Massimo Bubola, che merita davvero un discorso a parte: non solo per la collaborazione con De André, ma per la qualità della scrittura, per la profondità dei testi, per quella capacità rara di tenere insieme racconto, memoria e impegno sociale senza mai cadere nella retorica. Bubola è uno di quegli autori che non cercano il centro della scena, ma che finiscono per incidere in modo duraturo proprio perché lavorano sulla sostanza, non sull’apparenza. Se invece guardo all’internazionale, il punto fermo resta Bruce Springsteen: per l’energia, per la scrittura, per quella capacità di raccontare storie che sembrano semplici ma dentro hanno un’intera società. Poi ci sono gruppi che non sono “i preferiti” ma che tornano sempre come i Pink Floyd, i Dire Straits,i Queen, perché hanno creato qualcosa che non invecchia. Se proprio devo sintetizzare: più che un nome solo, ho una bussola. E punta sempre verso chi ha qualcosa da dire, non solo da cantare”.


Sei tifoso bianconero da sempre: la Juve riuscirà quest’anno a piazzarsi per un posto in Champions League?

“Sì, può farcela, ma non è affatto scontato. La Juventus è pienamente in corsa per la Champions, ma dentro un equilibrio molto fragile, dove più squadre si contendono gli stessi spazi senza che nessuna riesca davvero a imporsi. Il vero limite è la continuità: può vincere con chiunque, ma anche perdere punti dove non dovrebbe, e in una corsa così serrata è proprio questo che fa la differenza. In sostanza, la Champions è alla portata, ma dipende tutto dalla capacità di restare costante fino alla fine”.


Una persona a cui vuoi dire grazie?

“Se oggi sono qui, non è per una sola ragione e non è merito di una sola persona. C’è innanzitutto Don Luigi Ciotti, che nei momenti decisivi della mia vita non si è limitato a esserci, ma ha fatto qualcosa di più raro: si è esposto, si è assunto una responsabilità concreta, mi ha dato la possibilità di continuare quando non era affatto scontato. Accanto a lui devo dire grazie a Giovanni Colussi e a Francesco Silvestri, perché anche loro, in modi diversi, sono stati parte di quel percorso che mi ha permesso di non fermarmi. Ma ci sono anche istituzioni e uomini delle istituzioni a cui devo molto, e non è un ringraziamento di circostanza. Un ringraziamento particolare va all’Arma dei Carabinieri e alla Polizia di Stato, per il lavoro fatto negli anni, per gli arresti effettuati a Vittoria e in provincia di Ragusa dal 1992 a oggi, perché senza quell’azione costante molte storie sarebbero rimaste senza risposta. Tra le persone che mi hanno aiutato e protetto in uno dei momenti più difficili della mia vita e il riferimento è a quando ho riconosciuto, denunciato e fatto condannare quattro esponenti del clan Carbonaro-Dominante che mi avevano minacciato e aggredito nell’estate del 1998, ci sono il generale dei Carabinieri Pasquale Vasaturo, oggi in pensione, allora Maggiore, il Tenente Colonnello Massimiliano Rocco, allora Capitano, il questore di Catania Giuseppe Bellassai, all’epoca capo della Squadra Mobile di Ragusa, e il dottor Marcello Guglielmino, dirigente del Commissariato di Vittoria in quegli anni, scomparso il 9 maggio del 2018. È grazie a loro se sono vivo. Ed è grazie a loro se, nonostante tutto, non ho mai perso la fiducia nelle istituzioni”.

E' proprio vero: se le parole possono essere bersagli, è solo attraverso il coraggio di chi le scrive che la verità smette di essere un'ipotesi e diventa un dovere civile. Il lavoro del collega Bascietto e di tanti altri, ci ricorda che il giornalismo antimafia non è solo cronaca di fatti di sangue, ma l'instancabile esercizio di accendere la luce là dove il potere preferirebbe il buio dell'indifferenza.

Foto di Maurizio Riccardi

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