L'omicidio di Angelo Legname per avere detto no alla "Stidda"

Aveva 18 anni quando fu ucciso e dato alle fiamme. Il papà Salvino ha trasformato il lutto in testimonianza

18 aprile 2026 20:53
L'omicidio di Angelo Legname per avere detto no alla "Stidda" -
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C'è un silenzio che pesa più del piombo. È il silenzio che segue lo sparo, quello che inghiotte le piazze e svuota le case. Eppure, da quel silenzio, a volte nasce una voce più forte di ogni proclama. Angelo Legname aveva appena 18 anni compiuti da poco più di un mese, quando venne ucciso per essersi rifiutato di entrare a far parte della consorteria criminale della Stidda. Così hanno raccontato successivamente i pentiti, indicando il nome dell'esecutore materiale dell'efferato delitto.

Era il 20 aprile del 1998. Lunedì prossimo, saranno 28 anni dal suo assassinio. Angelo era un ragazzo che camminava a testa alta per le strade della sua città, con l'ostinazione mite di chi crede che studiare, lavorare onestamente, dire di no, sia già un atto rivoluzionario. Frequentava l'ultimo anno dell'istituto tecnico industriale. Un bravo ragazzo che coltivava i suoi sogni ordinari: una famiglia, un lavoro, la dignità di guadagnarsi il futuro senza chiedere permesso a nessuno. Il papà Salvino, titolare di un'officina di autoriparazioni, ricorda quei terribili momenti. Con le lacrime agli occhi. Non lacrime di resa ma quelle che hanno i padri per combattere.

"La notte del 20 aprile del 1998, Angelo veniva ucciso barbaramente. Sconosciuti lo portarono con una scusa in aperta campagna, nei pressi del carcere. Usarono un fucile a canne mozze, un bidoncino di benzina, ed un accendino per renderlo irriconoscibile. Vicino al corpo, un badile spezzato ed una buca che non riuscirono a scavare. Era destino che il suo corpo devastato, dovesse essere ritrovato".

Ma cosa c'entrava Angelo con quegli assassini? 

"Alcuni mesi precedenti alla nostra tragedia, ad Angelo avevano rubato la sua amata vespa. Dopo la denuncia e malgrado l'avessi ammonito di non cercarla, dopo qualche giorno mi disse di averla ritrovata nella zona di Settefarine, in un terreno agricolo, semi sepolta dalla terra. Non credetti a quella versione e ne nacque una discussione. Successivamente al suo assassinio, capii che Angelo aveva chiesto il favore ad un ragazzo poco più grande di lui, che abitava sotto casa nostra, al quale chiese aiuto per ritrovare la vespa. Angelo lo conosceva sin da bambino, ma sapeva anche che, da tempo, faceva parte della Stidda. Ed ecco che il favore ricevuto doveva essere ricambiato e da quel momento Angelo non fu più lasciato in pace".

In che senso?

"Dopo tempo, cominciai a ricevere telefonate minacciose notturne, mi chiedevano dieci milioni di lire e se non l'avessi fatto, avrebbero bruciato me e la mia famiglia dentro la mia azienda. Angelo aveva ascoltato dal telefono della sua stanza quelle minacce ed uscendo cominciò a gridare: cosa vogliono da te questi maledetti criminali? Cercai di calmarlo, gli dissi di non preoccuparsi, perchè in mattinata mi sarei recato dalla polizia a denunciare i fatti, ma allo stesso tempo, avendo assistito a quella forte reazione, gli chiesi, se in quel periodo avesse conosciuto qualcuno poco raccomandabile, che potesse pensare di approfittare della sua conoscenza, per attuare un'estorsione contro di noi, ma lui negò categoricamente!"

C'è altro?

"In quel periodo, Angelo una sera tornò a casa con svariate fasciature che coprivano delle ferite. Gli chiesi cosa fosse accaduto e mi rispose che se le era procurate a causa di un incidente stradale assieme ad un suo amico a bordo del motorino di quest'ultimo. Mi fece vedere anche il referto medico dell'ospedale che lo attestava. Dopo la sua morte e le tante indagini avviate dagli inquirenti, si scoprìi invece che Angelo non aveva avuto un incidente, ma che era stato circondato da violenti che lo pestarono a sangue".

La morte di Angelo è una ferita difficilissima da chiudere per chi lo ha amato. La sua assenza è diventata presenza.

"L'immane tragedia subita, ci ha portati a vivere una vita di volontariato. La mia famiglia ha sposato il progetto Caritas e quello del Centro aiuto alla vita. Personalmente, nel mio piccolo, nell'ambito dell'associazione Antiracket,  ho aiutato persone vittime di minacce e tentativi di estorsione, accompagnandole alla denuncia. Lo devo alla memoria di mio figlio. Un impegno quotidiano che faccio con piacere. Chi ha pensato di cancellare un nome, invece ha acceso una memoria". Dopo anni di battaglie legali condotte dal padre, è stata avviata la procedura per riconoscere Angelo come vittima di mafia.

Salvino Legname ha scelto di andare avanti, non perché il dolore passi, ma perché arrendersi sarebbe stato come regalare una seconda vittoria a chi ha premuto il grilletto e ha ucciso il suo adorato figlio. Perché andare avanti significa trasformare il lutto in testimonianza e sostituire la vendetta con l’educazione e la rabbia con la memoria. Non si tratta di eroismo da film. È strazio quotidiano. Perché andare avanti significa non permettere che il nome del figlio diventi solo una data su una lapide.

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