Trentuno anni fa, la morte di Fina Cocchiara uccisa in un tentativo di rapina
I figli Carmelo e Martina: i killer, ancora sconosciuti, ci hanno tolto la cosa più preziosa. Una mamma straordinaria, bravissima, disponibile, educata, generosa...
Erano pressappoco le 23 di sabato 15 aprile 1995, vigilia di Pasqua. I negozi di generi alimentari, avevano chiuso da qualche ora le saracinesche dopo avere accolto migliaia di clienti per gli ultimi acquisti del pranzo domenicale, nel giorno della resurrezione di Cristo. In via Bevilacqua, angolo via Lecce, nel quartiere Sant'Ippolito, la famiglia Cafá era intenta a pulire la macelleria di famiglia e a chiudere, quando due rapinatori fecero irruzione. Armi in pugno, pretesero l'incasso della giornata. In quel momento, oltre al proprietario Raffaele, erano presenti la moglie Epifania "Fina" Cocchiara e i figli Carmelo, di 6 anni e mezzo, e Martina, prossima ai tre anni. I due malviventi sparano due colpi di pistola, uno dei quali raggiunse Fina alla testa. La donna si accasciò al suolo in un bagno di sangue mentre i due balordi fuggirono per le viuzze circostanti, dileguandosi nel buio. Il cuore della povera donna cessò di battere subito dopo. Aveva appena 28 anni, una vita davanti a se. Gioiosa, era una donna dedita alla propria famiglia, custode di sani principi. Una moglie in possesso di una forza innata e di una dolcezza completa con cui guidava il proprio coniuge; una mamma esemplare: il suo amore per i figli, era un filo invisibile e instancabile che intrecciava ogni loro sogno alla realtà, mettendo sempre il loro bene prima del proprio respiro. Sono passati 31 anni da quel tragico evento che ha lasciato un vuoto nella famiglia Cafá ed un dolore profondo che ha stravolto ogni equilibrio. E quella macelleria, un tempo luogo di protezione, è diventato il teatro di una ferita aperta dove la quotidianità si è spezzata sotto il peso di un’ingiustizia incomprensibile. Perché quando la violenza cieca di un fatto criminoso strappa una madre e moglie ai suoi cari, non si distrugge solo una vita, ma si annienta il baricentro di un intero microcosmo, trasformando un ambiente intimo in un luogo di trauma dove quello che prima era un posto dedicato al lavoro diventa il simbolo di una violazione brutale e insensata. Carmelo adesso ha 36 anni, Martina 33. Hanno perso la loro madre troppo presto. Hanno subito il furto del loro futuro, la perdita della bussola che orientava ogni passo, sostituita da un trauma che richiede una forza sovrumana per essere elaborato. I due malviventi (tuttora sconosciuti) hanno rotto il legame che teneva uniti i pezzi; il dolore, in questi anni, si è mescolato alla rabbia e al senso di impotenza, trasformando i ricordi felici in schegge taglienti.
"C’è una domanda che porto sulle spalle come un macigno, e probabilmente sarà così per sempre: e se non fossi scappata?". Lo dice la figlia Martina.
"Ricordo tutto di quel giorno, un sabato non qualunque. Era il Sabato Santo, ci si preparava a una grande festa: la Resurrezione. Noi eravamo una famiglia umile e rispettata, una famiglia normale. Dopo una giornata di duro e faticoso lavoro, pulivamo quella macelleria che, con amore e tanti sacrifici, i miei genitori avevano aperto da appena quaranta giorni. Era tutto pulito. Mia mamma brillava, dentro e fuori. Io e mio fratello Carmelo aspettavamo impazienti di andare a festeggiare con nostra nonna e gli zii. Loro, dopo aver chiuso le loro attività, erano passati a controllare che fosse tutto a posto, per poi essere raggiunti da noi. Ricordo ancora vividamente quei terribili secondi: due uomini entrarono, con calze da donna in testa. Un grande spavento. Chiedevano soldi. Io, per la paura, scappai dalla porta secondaria. Avevo appena due anni e mezzo. Mia madre, nel pieno della rapina, non ci pensò due volte: mi corse dietro, temendo che potessi essere investita. Quei balordi senza esitare, le spararono dritto alla giugulare, lasciandola a terra sopra di me. Perché, nonostante tutto, era riuscita a proteggermi. Il caos più totale intorno. Quella piccola macelleria divenne una scena del crimine. Da lì, la nostra vita cambiò per sempre. Io e mio fratello fummo divisi: tra la nonna paterna e la nonna e la zia materna. Mio padre, distrutto, e il cimitero divenne la nostra seconda casa, dove tutti avevano gesti d’affetto per noi. Ma la nostra vita non era più la stessa. Ci hanno tolto la cosa più preziosa: una mamma straordinaria, bravissima, disponibile, educata, generosa… e potrei continuare all’infinito. Ci hanno reso la vita un inferno".
Martina e Carmelo non si danno pace.
"Perché proprio a noi? Una madre è un pilastro fondamentale. E lei non aveva certo deciso di lasciarci. Non dimentichiamo, non dimenticheremo mai. E non dimenticheremo gli occhi di nostra nonna, che da quel momento ha portato il lutto per tutta la vita, e che in punto di morte ha aspettato la sua amata figlia per lasciarsi andare"
"Ogni giorno - aggiunge Martina - incontro persone che non ho mai visto, che mi riconoscono e dicono che sono la copia della mia amata mamma. E io penso: vorrei avere anche solo una parte del suo essere, del suo coraggio, per essere come lei. A distanza di trentuno anni, siamo cresciuti. E siamo cresciuti con quella presenza che non ci ha mai davvero lasciati. Ma una domanda resta: dopo tutti questi lunghissimi anni, è davvero possibile che la sua morte sia rimasta impunita? È possibile che chi ha causato tutto questo riesca a dormire la notte? A noi resta il suo dolce ricordo. A voi, invece, cosa è rimasto per tutto quello che avete fatto? Niente. Perché, dopo tutto quello che siete stati, e forse ancora siete, restate il nulla. E di una cosa sono certa: se non avete avuto una giusta giustizia terrena, avrete certamente un’adeguata giustizia divina. Io, mio fratello e mio padre porteremo sempre con noi quella domanda. Ma voi porterete sempre quel peso sul cuore… se ve n’è rimasto uno".
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