Attesa, paura, speranza e poi il crollo improvviso
La morte del piccolo Domenico chiede silenzio, empatia e rispetto
Siamo distanti da Napoli poco più di 690 chilometri. Tanti ma pochissimi allo stesso tempo. Perché il dolore ci fa sentire vicini. La distanza, tecnicamente, misura lo spazio ma non la forza del legame che si ha con altri luoghi in cui, purtroppo, si verificano tragedie. La morte del piccolo Domenico, di appena due anni e mezzo, annulla qualsiasi chilometraggio perché è una notizia che colpisce nel profondo e mette insieme due dimensioni potentissime: la speranza e la fragilità. L'esito è stato tragico, il senso di smarrimento è doppio. Non c’è solo il lutto per una vita spezzata troppo presto, ma anche la frustrazione di una speranza che sembrava riaccendersi. La perdita di un figlio è una delle esperienze più devastanti che si possano immaginare. Di fronte a questo, ogni riflessione deve partire dal rispetto ed evitare giudizi frettolosi. Saranno le autorità competenti a verificare le responsabilità. Che ci sono state. Umanamente, siamo davanti a una perdita che chiede silenzio, empatia e rispetto.
La perdita di un bimbo è una frattura che non si rimargina. Quando quella perdita arriva dopo un momento di speranza, con un intervento che sembrava poter salvare, il dolore è ancora più complesso: si mescolano attesa, paura, speranza e poi crollo improvviso.
Non esistono parole adeguate. Esiste solo il rispetto e il silenzio. Un silenzio che pesa, che interroga, che sembra sospendere il tempo. La vicenda del piccolo Domenico scuote tutti. Perché davanti alla perdita di un bambino non esistono spiegazioni sufficienti, ma solo la forza fragile della vicinanza. Anche se distante 690 chilometri da noi.
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