Da Gela ai palchi: la storia di Claudia Abbate, coreografa che fa ballare le radici
"Non è impossibile realizzarsi qui: richiede solo il doppio della determinazione, ma regala anche il triplo della soddisfazione”
Si muove come se il pavimento parlasse. E lei traduce. Claudia Abbate, insegnante di danza e coreografa ha fatto del corpo il suo alfabeto. Laureata in Scienze motorie, nata a Caltanissetta, vive e opera Gela, “città diventata il cuore pulsante della mia attività e della mia missione artistica” si affretta a dire. Per chi ha sposato questa professione, la danza non è solo tecnica: è memoria. Ogni gesto parte da una storia. Quella della propria terra, quella della gente che si incontra. Dal rumore delle onde, dalla luce dei cortili, dal dialetto delle nonne. E finisce sui migliori prosceni, dove il movimento diventa parola. La visione artistica di Claudia spazia dalle mostre internazionali ai grandi palcoscenici di lirica e pop. Negli anni ha curato numerose performance coreografiche per l'inaugurazione di importanti mostre. Ricordiamo quella al Castello Ursino di Catania, dove ha firmato le coreografie per la mostra di Pablo Picasso, la mostra di Marc Chagall e la mostra per il Museo della Follia di Vittorio Sgarbi dedicata a Ligabue e Ghizzardi o quella al Convitto delle Arti di Noto dove ha curato l'inaugurazione delle mostre di Andy Warhol e di Frida Kahlo e quella congiunta di Chagall e Missoni. Questa estate ha raggiunto un altro traguardo straordinario: è stata selezionata per il corpo di ballo del Balletto di Sicilia per le produzioni al prestigioso Teatro Antico di Taormina. Si è già esibita lo scorso 5 luglio nello Schiaccianoci, ballando al fianco di stelle di fama internazionale come Amilcar Moret Gonzalez e Virginia Tomarchio. La rivedremo esibirsi il 4 agosto, sempre nel suggestivo scenario taorminese, in La Bella Addormentata, con un cast di ballerini internazionali.
Allora Claudia, quando hai capito che la danza non era un hobby, ma la tua vita? C’è stato un momento preciso?
“In realtà non credo ci sia stato un momento preciso, un "prima" e un "dopo", perché la danza è qualcosa che è nata assieme a me. Fin da piccolissima ho percepito che quest'arte faceva parte del mio Dna, sentivo un'inclinazione naturale e viscerale verso il movimento e la musica. Mia madre è stata la prima a capirlo. Lei era una pallavolista e per logica avrebbe potuto indirizzarmi verso la palestra e la sua stessa strada; invece, ha saputo leggere dentro di me fin da subito e a soli tre anni mi ha iscritta a scuola di danza. Da quel momento, ballare è diventato per me un gesto naturale e scontato, come respirare. Fa parte del mio carattere e della mia essenza. A chi, tra amici e parenti, vedendo i tanti sacrifici e le spese che la mia passione richiedeva, chiedeva a mia madre perché continuasse a sostenermi così tanto e lei rispondeva sempre con una frase che porto ancora nel cuore: "Toglierle la danza sarebbe come toglierle l'aria o il pane, e io non posso privare mia figlia di ciò che le serve per vivere". Non c’è stato un momento di svolta, quindi, ma una certezza innata. E mi ritengo infinitamente fortunata per aver avuto accanto una madre così attenta, che ha saputo ascoltare la mia natura e mi ha dato le ali per seguirla”.
Il primo "no" che ti ha fatto male, ricevuto da un'audizione o da un maestro, cosa ti ha insegnato?
“La verità è che il "no" più duro, doloroso e difficile da superare non è arrivato da un'audizione o da un maestro. Quel "no" me lo sono data da sola. È successo in uno dei periodi più felici della mia vita: quando sono rimasta incinta del mio primo figlio, Valentino. In quel momento tutta la mia prospettiva è cambiata, la mia essenza si è trasformata e desideravo solo ed esclusivamente dedicarmi al mio nuovo ruolo di madre. Fino ad allora la danza era stata il centro assoluto del mio universo; improvvisamente, ho temuto che continuare a ballare avrebbe tolto tempo e spazio prezioso a quella piccola vita che dipendeva interamente da me. Così, con un'assoluta e apparente serenità nel cuore, ho deciso di dire "no" alla danza e di fermarmi. Quando mio figlio aveva circa sei mesi, è successo qualcosa che ha cambiato tutto. Ero in macchina con mio marito Angelo e, all'improvviso, si è accostato davanti alla mia scuola di danza. Lo guardai stupita, senza capire. Lui tirò fuori da sotto il sedile uno zainetto e me lo porse. Dentro c’era un assortimento incredibile di body, collant, scarpette nuove e vecchie accumulate negli anni. Mi disse: "Non sapevo cosa ti servisse e, nell'indecisione, ho preso tutto". Alla mia reazione confusa in cui gli ricordavo che ormai avevo chiuso con la danza , Angelo mi guardò negli occhi e mi disse: "No, Claudia. Là dentro c'è il Maestro Carlos Palacios che ti aspetta, ci siamo già sentiti. Da quando non balli più, forse tu non te ne rendi conto, ma ti stai spegnendo. Non sei più la Claudia di cui mi sono innamorato e che ho deciso di sposare. La danza fa parte di te e tu devi ritornare a danzare". Quel "no" che mi ero imposta, convinta che fosse la scelta giusta per essere una buona madre, in realtà mi stava consumando dall'interno senza che me ne accorgessi. Ritornare in sala da mamma è stata una vera e propria rinascita. Ho dovuto ricostruire me stessa: la mia è stata una gravidanza molto difficile, avevo perso peso e tutta la mia massa muscolare. Ho dovuto letteralmente ricostruire un corpo nuovo, ma mentre rinasceva il mio corpo, è nata anche una Claudia nuova nell'anima. Tornare a ballare con quella nuova consapevolezza mi ha insegnato che non dobbiamo mai rinunciare alla nostra essenza per amore di qualcos'altro, perché è proprio quell'essenza a renderci ciò che siamo. E da lì, con questa nuova forza, ho deciso di intraprendere anche il mio percorso come insegnante, per trasmettere questa stessa resilienza ai miei allievi”.
Coreografa o ballerina prima? Quale dei due ruoli ti ha scelta e quale hai scelto tu?
“Inevitabilmente, quando ti approcci a questo mondo, nasci come ballerina. Ti formi, studi e sudi in sala per diventare un'esecutrice, ed è in quel momento che la danza ti sceglie. Il ruolo di coreografa, invece, è una scelta consapevole che scaturisce successivamente, mossa dal bisogno di evolversi. La danza è a tutti gli effetti un linguaggio e la sua missione principale è comunicare. Quando balli come ballerina, interpreti la visione di qualcun altro, dai corpo a un personaggio o all'intenzione di un'opera; quando invece vesti i panni della coreografa, sei tu che parli in prima persona. Sei tu che decidi cosa dire e quali messaggi precisi lanciare al pubblico. Questa è la parte del mio lavoro che mi stimola di più: usare la coreografia per raccontare una storia, un'emozione, un concetto. Eppure, nonostante questo ruolo autoriale, in me le due anime convivono ancora al 50%. Non riesco a coreografare o a insegnare rimanendo seduta; ci sono eccellenti maestri che ci riescono, ma per me il movimento è un impulso istintivo. Devo mostrare il passo, devo sentirlo sulla mia pelle. A volte mi chiedo, con un briciolo di sana preoccupazione, come farò quando il corpo non risponderà più come oggi e dovrò reinventarmi. Ma per adesso, la ballerina e la coreografa camminano di pari passo, alimentandosi a vicenda”.
Che sacrificio hai fatto da amante della danza che altri non avrebbero mai fatto?
“La verità è che quando ami qualcosa in modo così viscerale, la parola "sacrificio" perde la sua valenza negativa di privazione o sofferenza per trasformarsi, semplicemente, in una scelta. Per me era naturale preferire la sala da ballo ad un’uscita con gli amici. Anche da ragazzina, quando ricevevo dei soldi per il compleanno o per Natale, non pensavo a comprarmi dei vestiti o degli oggetti: mettevo tutto da parte per investirlo in lezioni, stage e viaggi studio. Spendevo il mio tempo e le mie energie per ciò che desideravo di più al mondo. Ricordo un aneddoto emblematico: l'estate dei miei 18 anni. Mio fratello chiese come regalo il classico motorino, io invece chiesi un biglietto aereo e l’iscrizione a un workshop intensivo sul Lago di Garda, dove avrei studiato con maestri di altissimo livello. Chi non fa parte di questo mondo potrebbe pensare: "Beh, tuo fratello il motorino se lo ritrova ancora oggi, mentre la tua è stata un'esperienza effimera, volata via in poche settimane". Invece no, quello che ho imparato in quel workshop, i sacrifici e le scelte di quell'estate, sono dentro di me ancora oggi e anche quella esperienza mi ha permesso di diventare la professionista che sono. Non ho sacrificato nulla: ho solo costruito, mattone dopo mattone, la mia vita”.
Come e dove nasce una tua coreografia? Da un gesto, dalla musica, da una gioia, da un dolore o da un'immagine?
“Nasce sempre da un bisogno profondo di dare un senso al movimento. Avendo una scuola, la mia attività si divide principalmente in due momenti creativi. Il primo è quello legato allo spettacolo di fine anno. Per me il saggio non è mai un semplice défilé di passi o una sequenza di coreografie slegate tra loro; amo creare spettacoli narrativi che abbiano una trama, un'evoluzione logica, e soprattutto un messaggio chiaro da trasmettere a chi guarda. Ci tengo moltissimo che sia sempre un messaggio positivo, di luce e di forza, capace di far riflettere il pubblico. C'è poi la creazione quotidiana, quella che avviene durante l'anno in sala. In quel contesto, la coreografia serve per mettere in pratica la tecnica studiata alla sbarra o al centro, ma il vero motore creativo sono i miei allievi. Le mie coreografie nascono guardando loro: cerco di percepire le loro esigenze emotive e comunicative, che si tratti di bambini o di adolescenti. La danza è lo strumento più potente che abbiamo per far uscire ciò che custodiamo dentro: emozioni, paure, pensieri. Io non faccio altro che sintonizzarmi sulla loro lunghezza d'onda, captare di cosa hanno bisogno in quel momento e cucire su di loro un movimento che li aiuti a esprimersi. La mia ispirazione più grande è, da sempre, la verità delle persone che ho davanti in sala”.
Fai danzare la tecnica o l'emozione?
“Spero vivamente entrambe, anche se devo fare una confessione: a volte mi complico decisamente la vita! Mi capita spesso di vedere coreografie di colleghi che, pur essendo molto semplici mi focalizzo solo sull'emozione pura; sarebbe anche una strada più immediata e meno faticosa per permettere agli allievi di raggiungere un bel risultato. La realtà, però, è che quando inizio a creare non riesco proprio a separare le due cose. C'è una parte di me, legata al mio percorso e alla mia formazione rigorosa, che esige sempre il dettaglio tecnico, la velocità nell'esecuzione o quel passaggio più complesso. Quindi, ironicamente, finisco sempre per complicarmi la vita inserendo sfide tecniche. Credo che la vera magia avvenga proprio quando la tecnica è talmente solida e interiorizzata da diventare invisibile, lasciando che sul palcoscenico brilli solo l'emozione. Ma per arrivare a quella naturalezza espressiva, purtroppo per i miei allievi, il passaggio attraverso il rigore e lo studio tecnico resta una tappa obbligata!”
Il movimento che non riesci a insegnare perché è solo tuo, qual è?
“Caro Peppe, con questa domanda mi metti un po' in crisi! Non vorrei peccare di presunzione, ma la verità è che non mi è mai capitato di sentire un movimento come "solo mio", e di conseguenza non c'è qualcosa che non riesca a insegnare. Più che di un movimento specifico, parlerei di un atteggiamento o di una gestualità. Ognuno di noi ha un’istintività innata nel danzare: c’è chi è naturalmente più lirico e fluido, chi più scattante e frizzante, chi ha una fisicità diversa. Questa essenza profonda appartiene a ciascun ballerino ed è unica: il mio modo di muovermi rimarrà sempre e solo mio, così come quello di ogni mia allieva rimarrà solo suo. La vera sfida, che cerco sempre di trasmettere in sala, sta nel capire dove e come usare questa unicità. Se un ballerino esegue un assolo, deve essere totalmente libero di lasciare fluire la propria firma energetica. Ma se si fa parte di un corpo di ballo, il discorso cambia radicalmente. Non a caso si chiama così: tanti corpi che devono muoversi come un organismo solo. In quel contesto bisogna imparare a omologarsi e a controllare anche l'incontrollabile, rendendo apparentemente naturale e spontaneo agli occhi del pubblico un sincronismo che in realtà richiede un rigore e un'attenzione millimetrica. Quindi no, non tengo nessun movimento segreto per me; il mio compito è dare gli strumenti tecnici a tutti, sapendo che poi l'anima di ognuno colorerà quel movimento in modo irripetibile”.
Che atmosfera vuoi in sala? Silenzio religioso o caos creativo?
“Convivono assolutamente entrambi, a seconda del momento della lezione e di ciò che stiamo affrontando. Il mio Maestro, mi diceva sempre che alla sala di danza ci si deve approcciare con lo stesso rispetto che si deve a una chiesa. Io credo fermamente in questa visione: per me la sala è un luogo sacro. Richiede dedizione, rigore e una cura che parte fin da come ci si veste per entrare in classe e dal silenzio che si fa per concentrarsi. Senza questa forma di rispetto, non si può costruire una tecnica solida. Tuttavia, oltre al momento dello studio, arriva la fase della sperimentazione. È lì che si spalancano le porte al caos creativo, un'energia vitale e necessaria. Con i ragazzi, i momenti di ilarità, le risate e lo scherzo sono fondamentali: servono a sciogliere la tensione e a dare la spinta giusta per superare la fatica. Chiaramente, i giovani tendono a volte a lasciarsi andare un po' troppo e il caos rischia di prendere il sopravvento. Il mio segreto come maestra è lasciare che questa onda scorra per un momento, senza reprimerla, per poi riprendere subito le redini e riportare la classe a quell'atmosfera di concentrazione. La sala ideale è proprio questa: un perfetto equilibrio tra il silenzio del corpo che impara e il rumore dell'anima che si esprime”.
Hai mai cambiato una coreografia la sera del debutto?
“Se parliamo delle produzioni ufficiali o dei saggi della scuola, la risposta è no. Dietro ogni mia coreografia c'è un lavoro di mesi, uno studio geometrico e artistico talmente meticoloso, valutato in ogni singolo dettaglio e rapportato agli spazi, che non c'è mai bisogno di stravolgere nulla la sera del debutto. Il discorso cambia radicalmente, invece, quando veniamo invitati come ospiti a festival o eventi estemporanei. In quei contesti, purtroppo, può capitare di arrivare sul posto e scontrarsi con una realtà diversa da quella programmata: magari il palcoscenico ha dimensioni ridotte rispetto a quanto comunicato, oppure la superficie del pavimento non è idonea. In quei casi sì, è capitato di dover intervenire pochi minuti prima di entrare in scena. Spesso si tratta di modifiche necessarie non solo per la riuscita della coreografia ma anche a tutelare la sicurezza dei ragazzi e in quel caso anche il cambio coreografico diventa per loro una prova di prontezza e adattabilità”.
Nel percorso di coreografa e ballerina di Claudia Abbate, trovano spazio la cura della promenade d'ingresso per i concerti di Mario Biondi e Fiorella Mannoia alle Mura Timoleontee, lo spettacolo pre-concerto di Tiziano Ferro allo stadio Presti e la selezione nel corpo di ballo per l'esibizione di Andrea Bocelli per i siti Unesco della Sicilia. Portano la sua firma anche le coreografie di numerosi video clip di tormentoni estivi e di musical, alcuni dei quali prodotti in collaborazione con diverse realtà del panorama teatrale del territorio. Numerose inoltre le collaborazioni con le scuole.
Che rapporto hai con lo specchio dopo tante ore in sala?
“Per chi fa danza, lo specchio è un compagno di vita inevitabile, ma il rapporto con lui cambia ed evolve assieme a noi. In sala non è un simbolo di vanità, tutt'altro: è un alleato severo, uno strumento di lavoro fondamentale che serve a correggere le linee, a limare i dettagli e a capire cosa va bene e cosa migliorare. Certo, mentirei se dicessi che è sempre stato un rapporto facile. Durante l'adolescenza il legame è stato decisamente più conflittuale, come accade a molti ragazzi che tendono a focalizzarsi solo sui propri difetti. Con l'età adulta e la maturità, fortunatamente, si impara ad accettarsi, trasformando quel confronto quotidiano in una scoperta che a volte è positiva e a volte richiede più indulgenza. Fuori dalla sala, confesso che la vena critica non si spegne del tutto: sono decisamente molto esigente con me stessa e infinitamente più accomodante con gli altri. Prima di una cena o di un'occasione speciale posso cambiarmi d'abito più volte, perché l'occhio clinico della ballerina, abituato alla precisione millimetrica della sala, ogni tanto si fa sentire anche nella vita di tutti i giorni. Ma oggi cerco di guardare a tutto questo con un sorriso, consapevole che quella severità con lo specchio è la stessa forma di rispetto che mi ha spinta a dare sempre il massimo”.
Il corpo è il tuo strumento di lavoro. Come lo tratti quando sei arrabbiata con lui?
“La verità è che non mi capita mai di essere arrabbiata con il mio corpo. Al contrario, provo verso di lui un senso di profonda e costante gratitudine. Per me il corpo è prezioso, è il tempio dello Spirito Santo, ed è lo strumento che Dio mi ha donato non solo per fare ciò che amo, danzare, ma semplicemente per vivere. Spesso diamo per scontati gesti quotidiani come muoversi, camminare o flettere un muscolo, ma penso spesso a chi convive con una disabilità e so che nulla è scontato. Per questo ringrazio Dio ogni giorno per avermi dato un corpo sano e atletico. Proprio perché lo considero un dono prezioso, cerco di trattarlo nel modo migliore possibile per farlo durare a lungo e in salute. Me ne prendo cura partendo dall'interno: non fumo e seguo un'alimentazione attenta, che non significa l'ossessione rigorosa per il conteggio delle calorie, ma la ricerca di un nutrimento sano e genuino. Certo, come in ogni donna esiste quel pizzico di vanità femminile che a volte ti fa guardare allo specchio desiderando un naso diverso o dei capelli differenti. Ma quelle sono frivolezze, sciocchezze a cui non do peso. La sostanza è che amo il mio corpo per quello che mi permette di fare e di trasmettere, e lo custodisco con tutto il rispetto e la cura che merita”.
Sul palco il corpo femminile è sempre giudicato. Come proteggi te e le tue danzatrici da tutto ciò?
“La protezione delle mie allieve passa interamente attraverso le scelte artistiche e comunicative che faccio per loro. Come dicevo prima, la danza è un linguaggio: se il corpo si muove per trasmettere un messaggio profondo, positivo, di luce e di forza, lo sguardo di chi osserva si sposta dall'involucro estetico alla sostanza dell'arte. Oggi viviamo in una società dominata dai social, in cui si rincorre costantemente l'approvazione altrui e il click sui "like", spesso esponendo la propria fisicità o usando la sensualità in modo precoce. Mi capita sempre più frequentemente di vedere ragazzine di dodici o quattordici anni (che per me sono ancora delle bambine) esibirsi in stili di danza, con musiche o abiti assolutamente non appropriati alla loro età. È una tendenza che mi infastidisce profondamente. Il mio modo di tutelare le mie danzatrici è dire di "no" a tutto questo. Cerco sempre che i temi trattati, i costumi scelti, i movimenti e le intenzioni coreografiche siano rigorosamente in linea con la loro età anagrafica e la loro maturità emotiva. Non c'è alcun bisogno di ammiccare o di scimmiottare atteggiamenti adulti per essere delle brave ballerine. Proteggo i loro corpi preservando la purezza della loro età, insegnando loro che sul palcoscenico, così come nella vita, il loro valore non dipende da quanto scelgono di mostrarsi, ma dalla forza e dalla verità di ciò che hanno da comunicare”.
Coreografa donna: hai sentito più porte chiuse o finestre aperte rispetto ai colleghi uomini?
“Se è vero che in molti settori della nostra società le donne faticano ancora a trovare spazio rispetto agli uomini, nel mondo della danza la dinamica è un po' diversa, a partire dai numeri. Essendoci meno ballerini uomini, per loro la concorrenza è minore e questo, inevitabilmente, si traduce in un percorso spesso più rapido. Se parliamo invece di insegnamento e coreografia, non saprei dire se esista un reale sbilanciamento di genere. Personalmente, non mi sono mai posta il problema se per me fosse più facile o più difficile in quanto donna: ho sempre pensato a lavorare sodo, e il fatto stesso di non essermi mai dovuta fare questa domanda è già una risposta positiva. Mi ritengo fortunata e profondamente soddisfatta del mio percorso. Le porte, per quanto mi riguarda, si sono sempre aperte grazie al valore del lavoro e della dedizione, indipendentemente dal genere”.
Ritorniamo per un attimo a quello a cui accennavamo prima: maternità e carriera. Si possono far danzare insieme?
“Si, penso si possono far danzare insieme, e nel mio caso è avvenuto in modo totalmente naturale. I miei figli mi hanno sempre seguita nel mio lavoro, e intendo letteralmente. Quando è nato il mio primogenito portavo in sala un tappetino: lo facevo sedere lì durante le mie ore di lezione con i suoi giochi e la merenda, e lui passava il tempo ad osservare. Con il secondo, Simone, ho iniziato a portarlo con me nell'ovetto quando aveva appena un mese; lo allattavo tra una classe e l'altra, supportata da una babysitter che mi affiancava direttamente a scuola per i primi tempi. Li ho voluti sempre al mio fianco. Non nascondo, però, che per anni ho convissuto con un forte senso di colpa. Tempo fa, parlandone proprio con loro, ho confessato questo mio peso: "Vi ho trascinati nei miei ritmi frenetici, costretti a sentirvi dire 'veloci, sbrigatevi' ogni giorno subito dopo la scuola per correre in sala". Temevo di averli privati di una quotidianità più serena. La risposta del più grande mi ha profondamente commossa: "Mamma, se oggi so stare al mondo e so relazionarmi con persone di ogni età e background, è proprio perché non mi hai mai lasciato a casa. Portandomi con te, mi hai insegnato a osservare la vita e a interfacciarmi con gli altri. Quello che sono lo devo a come mi hai cresciuto". Queste parole non solo hanno calmato il mio senso di colpa, ma mi hanno confermato che la maternità e la carriera non devono per forza escludersi: i figli che crescono vedendo una madre realizzare la propria passione imparano, prima degli altri, a muoversi nel mondo”.
A Gela hai fondato l'Opificio Artistico. Da dove è nata l'idea e quali sono stati i risultati ottenuti?
“Dopo anni di insegnamento, quando il numero degli allievi ha iniziato a crescere in modo importante e la mia maturità artistica si è consolidata, ho sentito l'esigenza di creare una realtà tutta mia. Da questo desiderio è nato l'Opificio Artistico. Già il nome racchiude la nostra filosofia: voleva essere un'officina, un laboratorio in cui l'arte viene vissuta come strumento di comunicazione, ma soprattutto di educazione e formazione per i giovani. Questi stessi valori li ho ritrovati nell'Accademia di Arti Sceniche, con cui collaboro dal 2017. Abbiamo deciso di unire le forze per un proposito comune, stringendo un sodalizio solido, fruttuoso e stabile nel tempo. In un momento storico in cui, purtroppo, molte realtà artistiche sono andate scomparendo, noi siamo cresciuti costantemente, affermandoci come punto di riferimento sul territorio. I risultati più grandi sono legati alle opportunità che siamo riusciti a offrire ai nostri ragazzi: occasioni per confrontarsi con se stessi, con la propria disciplina e con le altre arti, attraverso esperienze formative di altissimo livello sia dentro che fuori dalla scuola. A tutto questo si aggiungono le enormi soddisfazioni professionali di cui parlavo prima, dai grandi eventi d'arte ai palcoscenici musicali”.
Perché a Gela è difficile emergere nel campo delle arti? In tanti cominciano a realizzarsi solo dopo aver lasciato la città. Come te lo spieghi?
“Inutile girarci intorno: emergere a Gela, e in generale in molte realtà del nostro Sud, è oggettivamente più difficile. Mancano le grandi infrastrutture, i teatri stabili, i circuiti produttivi e le grandi accademie nazionali che in altre parti d’Italia facilitano l’inserimento professionale dei giovani artisti. Per questo, lasciare la propria città per formarsi, confrontarsi con altre realtà e "aprire gli occhi" sul mondo è un passaggio non solo naturale per chiunque voglia fare dell'arte il proprio mestiere. Anche io ho viaggiato e studiato fuori per arricchire il mio bagaglio. Tuttavia, c'è una seconda parte della medaglia a cui tengo moltissimo. Se andar via è fondamentale per seminare dentro di sé, la vera sfida, e forse il vero atto d'amore, è decidere cosa fare di quel raccolto. Si può scegliere di rimanere fuori, oppure si può scegliere di tornare e piantare quelle radici nella propria terra. Io ho scelto questa seconda via. Ho voluto dimostrare che, anche se è difficile, è possibile creare un'oasi di eccellenza, professionalità e opportunità anche qui a Gela. Chi comincia a realizzarsi fuori spesso lo fa perché trova terreni già pronti; noi qui quel terreno dobbiamo dissodarlo, concimarlo e coltivarlo giorno dopo giorno con immensa fatica. Ma quando vedi un fiore sbocciare in una terra considerata "difficile", quel fiore ha un profumo e una forza che non hanno eguali. Non è impossibile realizzarsi qui: richiede solo il doppio della determinazione, ma regala anche il triplo della soddisfazione”.
Claudia Abbate da 25 anni è sposata con Angelo Alfieri, autore e voce dei Maktub, band pop rock gelese che ha ottenuto importanti riconoscimenti, negli anni, a Sanremo Giovani e al Festival di Castrocaro.
“Il nostro incontro è stato un vero e proprio proposito divino. Pur essendo nati e cresciuti in due città diverse, io a Caltanissetta e Angelo a Gela, le nostre vite si sono continuamente sfiorate per anni, senza mai toccarsi. Angelo aveva una nonna a Caltanissetta che andava a trovare ogni weekend; giocava in un quartiere con gli stessi identici ragazzini che io frequentavo durante la settimana perché erano i miei compagni di scuola. Da adolescenti, lui veniva spesso sotto il mio palazzo a prendere un'amica per andare all'università, ma non ci siamo mai incrociati. Il destino ha aspettato un momento buio per entrambi. Stavamo attraversando un periodo difficile quando, un venerdì sera, ho incontrato per caso un mio amico d'infanzia. Mi guardò e mi disse: "Claudia, il Signore ti manda da me. Domenica devo partire per fare l'animatore in un villaggio turistico e la ragazza che doveva curare i balli ci ha dato forfait. Siamo disperati, conosci qualcuna?". D'istinto, mossa dal bisogno di leggerezza e di evadere dalla mia quotidianità, risposi: "Vengo io". Lui quasi non ci credeva, temendo che per me, ballerina classica, fosse una richiesta inadeguata. In meno di due giorni ho preparato la valigia. Arrivata in quel villaggio turistico, ho incontrato Angelo, che lì lavorava come capo villaggio. Da quel preciso istante è iniziata una convivenza che, in realtà, non è mai più finita. Appena l'ho visto, ho riconosciuto in lui l'altra metà di me che vagava nell'universo. Ci siamo riconosciuti in tutto e per tutto, come se fossimo stati creati l'uno per l'altra. E il tempo, oggi, ci dice che avevamo assolutamente ragione”.
Sei molto credente. Più volte hai rimarcato che senti forte la vicinanza di Dio e che ogni tuo successo è frutto della sua Grazia.
“Sì, per me la fede non è un concetto astratto o una tradizione teorica: si può conoscere la storia di Dio come si legge un libro, ma la differenza la fa la relazione quotidiana che instauriamo con Lui. Io vivo Gesù come una presenza viva, un padre di famiglia di cui impari a riconoscere la voce e i consigli. Guardando indietro, capisco che anche nei momenti in cui non ne ero consapevole, Lui mi cercava, spianava i miei sentieri e preparava la mia strada per far sì che un giorno potessi semplicemente riconoscerlo. Ogni successo che ho raggiunto, così come ogni prova della vita che ho superato, è frutto della sua Grazia e della sua vicinanza. Ma questo non significa che io viva una vita perfetta o che mi comporti sempre in modo impeccabile: sono un essere umano, pieno di limiti e imperfezioni. La differenza sta nel fatto che, anche nell'imperfezione, cerco il ravvedimento, provo a migliorarmi e scelgo di agire nell'amore. Gesù diceva che ci avrebbero riconosciuti da come ci amiamo. Ecco, il mio desidero più grande è proprio questo: non fare grandi discorsi o prediche verbali, ma testimoniare la Sua presenza attraverso l'esempio della mia vita e del mio lavoro, sperando che gli altri possano scorgere in me quella piccola scintilla di luce e di Amore che viene da Lui”.
Cosa auguri ai tuoi figli?
“Entrambi hanno già intrapreso la loro strada: Valentino studia Scienze delle Relazioni Internazionali a Pavia, mentre Simone, ha iniziato Informatica a Catania. Vedere che stanno muovendo i primi passi verso i loro sogni mi riempie di gioia. Li ho sempre lasciati completamente liberi di scegliere cosa studiare e quale strada percorrere, proprio come i miei genitori avevano fatto con me e i miei fratelli, trasmettendomi il valore fondamentale della libertà d'espressione. Il mio augurio per loro è innanzitutto che possano realizzarsi appieno in ciò che desiderano. Ma più di ogni altra cosa, auguro loro di scoprire e mettere a frutto il progetto che Dio ha pensato per le loro vite. Dio ci dona dei talenti specifici, nel loro caso uno nel mondo della tecnologia e l'altro in quello delle relazioni, e spero con tutto il cuore che possano usare questi doni non solo per costruire il proprio futuro e la propria felicità, ma anche per essere una benedizione e un valore aggiunto per la vita degli altri”.
Se potessi coreografare qualsiasi cosa, senza limiti di budget o spazio, dove e cosa metteresti in scena?
“Non ho dubbi: metterei in scena un grande spettacolo kolossal incentrato sulla vita di Gesù, con un taglio e un messaggio ben preciso che non rivelerò adesso. È un progetto nato qualche anno fa durante un momento di adorazione. In quell'occasione ho avvertito una guida da parte dello Spirito Santo su come questa storia doveva essere raccontata attraverso la danza e la musica. All'epoca non ci furono le condizioni per realizzarlo ed è rimasto un sogno riposto in un cassetto, ma so che arriverà il tempo giusto per dargli vita. Se non avessi limiti di spazio e di budget, lo immaginerei come un'opera maestosa con scenografie imponenti e un'architettura di luci spettacolare. Ma l'impatto visivo e gli effetti speciali sarebbero solo la cornice. Il vero cuore dell'opera risiederebbe nella verità del cast: non vorrei semplici esecutori di passi, ma un corpo di ballo e degli artisti che credano intimamente nel messaggio che stanno portando sul palco. Vorrei che non fosse soltanto uno show teatrale, ma una vera e propria esperienza immersiva, un viaggio spirituale ed emotivo potente, capace di toccare il cuore di chi guarda e di far vibrare le corde dell'anima. Un'opera di luce, speranza e riscatto che resti scolpita nella memoria di chi la vive”.
Un giovane che vuole fare il tuo mestiere: la verità scomoda che nessuno gli dice qual è?
“Ci sono due verità scomode. La prima è sotto gli occhi di tutti: la danza è spietatamente meritocratica. Più dai, più raccogli. Richiede una devozione totale fatta di fatica fisica, rinunce, tempo e disciplina quotidiana. Ma questo, in fondo, un giovane che si avvicina a questo mondo lo sa o lo intuisce. La vera verità scomoda, quella che nessuno ti racconta prima, è ciò che succede dopo, quando finalmente arrivi a fare questo mestiere. Molti pensano che una volta diventati insegnanti o coreografi il percorso sia "finito". Non è così: la danza è una materia viva e richiede un aggiornamento costante per continuare a dare nuova linfa agli allievi. Soprattutto, la vita da maestra e direttrice non finisce mai quando si spegne la musica e si chiude la porta della sala. È un impegno a 360 gradi che ti porti a casa ogni singolo giorno: c'è l'infinito lavoro invisibile di regia, la scelta dei brani, le scalette, costumi, la preparazione delle lezioni e la creazione delle coreografie. Ma il carico più grande, e bellissimo, è quello umano. Se non vedi i tuoi allievi come semplici esecutori ma come persone, come anime di cui prenderti cura, il tuo cuore e la tua testa restano costantemente legati alle loro esigenze, alle loro fragilità e alla loro crescita. È un mestiere meraviglioso, ma non è un lavoro che si fa a orario: o ti prende la vita intera, o (dal mio punto di vista) non funziona!”
Che cosa non deve mai mancare in uno spettacolo perché tu dica: «Sì, questa sono io»
“Un messaggio positivo di luce e di speranza prima che si chiuda il sipario. Per me è semplicemente inconcepibile ideare uno spettacolo che lasci il pubblico al buio o nell'amarezza. La danza e il teatro sono strumenti potenti: possono muovere le coscienze, far riflettere, toccare corde intime, ma alla fine devono sempre accendere una scintilla. Chi esce da un mio spettacolo deve portarsi a casa una sensazione di forza, di riscatto e di bellezza. Senza quel messaggio positivo finale, per me, non è davvero un mio spettacolo”.
Che eredità vuoi lasciare sul palco?
“Più che sul palco, mi piacerebbe lasciarla in sala. Il palcoscenico è il luogo dell'apparire, della restituzione finale, ma è in sala che si costruisce e si forgia l'essere umano. È lì che spero di lasciare un'impronta profonda nei miei allievi: vorrei insegnare loro come affrontare le difficoltà, come rialzarsi quando si cade e come non mollare mai di fronte a un ostacolo, a gioire per i propri successi e anche per quelli altrui. Spero di trasmettere loro la ricerca costante dell'eccellenza e della cura dei dettagli, senza però mai smarrire i valori fondamentali. E, soprattutto, mi auguro che imparino il valore del gruppo: ci sono traguardi personali importanti, ma ci sono obiettivi che si raggiungono solo facendosi forza a vicenda e camminando insieme. Se i miei ragazzi, una volta usciti da quella sala, si porteranno dietro questo bagaglio per tutta la vita, allora saprò di aver lasciato la mia eredità più bella”.
Applausi. Sipario
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