Consumo consapevole
Serve una maggiore coscienza sulle proprie abitudini
Dopo un’estate così torrida e afosa, sono evaporate anche le ultime resistenze sull’urgenza di un intervento tempestivo sulla questione climatica, in particolar modo sul riscaldamento globale che quest’anno ha battuto ogni record storico. Secondo i dati dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change, in italiano Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) organismo internazionale istituito nel 1988 dall'Onu, la ripartizione per settore delle emissioni di gas serra responsabili del riscaldamento globale è la seguente:
31% produzione di elettricità e calore
18% comparto agroalimentare
16% trasporti
12% industria e manifattura
6% edifici
3% gestione dei rifiuti
14% di altro genere di emissioni e combustioni
Il dato del comparto alimentare merita una riflessione aggiuntiva. Quel 18% comprende allevamento, coltivazioni, fertilizzanti, gestione dei terreni agricoli, emissioni da suoli, deforestazione e cambiamenti di uso del suolo e altre attività forestali e legate al territorio. Ma se allarghiamo il perimetro a tutto il sistema alimentare, quindi produzione + trasformazione + trasporto + distribuzione + vendita + consumo, la percentuale sale considerevolmente. La Fao stima che nel 2023 l'intero sistema agroalimentare abbia prodotto 16,5 GtCO₂e, pari al 32% delle emissioni antropogeniche globali. Questo significa che le nostre abitudini alimentari impattano in maniera decisiva sul riscaldamento globale.
Proviamo ad entrare più nel dettaglio nel comparto agroalimentare che, da solo, impegna circa un terzo di tutte le emissioni globali. Quest’ampia ed eterogenea fetta di emissioni è a sua volta ripartita come segue: allevamento 26,1%, attività agricole 23% che riguardano sia il consumo umano sia quello destinato ai mangimi per animali, cambiamento d’uso del suolo 19,4% che riguarda in gran parte il fenomeno della deforestazione e per finire, la parte più corposa, riguarda l’intera filiera agroalimentare, 31,5% che comprende produzione di fertilizzanti, trasformazione degli alimenti, produzione industriale, refrigerazione, trasporto, imballaggi, smaltimento degli sprechi alimentari.
Un’attenzione particolare merita l’allevamento che non a caso è al centro del dibattito pubblico su un tema così delicato. Le emissioni per tipologia d’allevamento sono suddivise così:
bovini (carne + latte) 62%
suini 14%
pollame 9%
bufali 8%
piccoli ruminanti (ovini + caprini) 7%
Questo dato è particolarmente significativo se incrociato a quello della produzione di carne. Per la produzione uso il 2024, che è l'ultimo anno completo disponibile nei dati FAOSTAT. Nel 2024 sono state prodotte circa 374 milioni di tonnellate di carne (peso della carcassa).
Pollame 146,2 Mt che corrisponde al 39,1%
Suino 125,4 Mt, 33,5%
Bovino + bufalo 77,0 Mt 20,6%
Ovini + caprini 19,3 Mt 5,2%
Altri animali (cavallo, anatra, coniglio, ecc) 6,0 Mt, 1,6%
La carne di bovino dunque risulta essere quella a più grande impatto ambientale, infatti nonostante copra il 20% della produzione mondiale di carne, essa è responsabile di ben due terzi delle emissioni globali del comparto allevamento. Questo per un ordine di ragioni. Una maggiore alimentazione, un’estensione maggiore della terra per il pascolo, tempi di crescita più lunghi, gestione del letame, cambiamento d'uso del suolo ma soprattutto per la fermentazione enterica. Nel rumine dei bovini vivono microrganismi che fermentano erba e altre fibre vegetali. Come sottoprodotto di questa fermentazione viene prodotto metano, che l'animale espelle principalmente attraverso il respiro. Il paragone con gli altri animali risulta persino impietoso se vediamo il confronto con lo spazio di terra necessario e il consumo d’acqua. Un bovino necessita in media di uno spazio di terra di 326 metri quadrati a differenza dei 17,4 dei maiali e dei 12,2 del pollame. Per produrre 1 kg di carne di bovino servono in media 15.400 litri di acqua, contro i 6.000 del maiale o i 4.300 del pollo. Il dato non è riferito solo al consumo diretto dell’acqua per abbeverarsi, ma riguarda anche il consumo di acqua necessaria per il foraggio. Dunque la carne rossa di bovino impatta in maniera decisiva in termini di costo ambientale. Se per ipotesi si dimezzasse il suo consumo, sostituendola con proteine vegetali o con altre proteine animali, il dato riguardante le emissioni ne beneficerebbe in maniera sensibile. Non solo. Un altro effetto sarebbe quello di limitare la deforestazione. Riconsegnare quantità importanti di terra alla natura, permetterebbe di avere due effetti contemporaneamente: eviteremmo le emissioni future associate agli animali e alla produzione dei loro mangimi; aumenteremmo l'assorbimento di CO₂ se l'ecosistema si rigenerasse e accumulasse carbonio.
Con questa piccola indagine non si intende certo demonizzare il consumo di carne, ma si vuole sensibilizzare l’opinione pubblica ad una maggiore consapevolezza sulle proprie abitudini. Arginare il fenomeno del riscaldamento globale non può essere un fardello lasciato sulle spalle delle prossime generazioni, è una responsabilità globale che riguarda tanto gli Stati, quanto i cittadini e che necessita di misure efficaci e tempestive trasversali a tutti i settori produttivi. Ognuno di noi deve fare la sua parte.
Totò Catania
25.0°