Da Gela al Mondo, cucendo il nome della città su ogni sogno

Koscanyo, lo stilista che conquista le passerelle internazionali portando con sé l'identità della nostra terra

01 settembre 2026 10:00
Da Gela al Mondo, cucendo il nome della città su ogni sogno -
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Tra pochi giorni, nell'affascinante hotel Guitart Central Park di Lloret de Mar, porterà il suo stile, un vero e proprio equilibrio tra eleganza senza tempo e contemporaneità, in occasione di "The Best Model of Universe", evento internazionale che si svolge ogni anno nella città della Costa Brava della Catalogna in Spagna, nota per le spiagge mediterranee. Il gelese Giuseppe Cosca, alias Koscanyo, crea delle opere d'arte, nate dall'incontro tra ricerca sartoriale, sostenibilità e femminilità. Ogni suo abito non è solo un capo da indossare, ma una storia da vivere. In possesso del diploma di designer di moda, conseguito nel 1988 a Roma, Koscanyo negli anni ha esposto a Roma, Milano, Mosca, Londra, Dubai, New York, Estonia, Berlino, Monaco, Romania, Georgia, Istanbul. Il mese prossimo volerà a Bucarest per la Week International Fashion System. Non disegna vestiti. Disegna seconde pelli. Capi che parlano.

Da dove nasce l’ispirazione per la tua ultima collezione?

"Parte da un'idea di studio che prende spunto dalle origini arabe qui in Sicilia. E' stato bellissimo scoprire questo mondo, le loro tradizioni, i loro usi e costumi. Sono molto simili a quelli siciliani e quindi per me è stato molto facile trarre quella che è appunto la forza della nuova collezione. Si chiama Al Khalisa, che letteralmente significa l'eletta. Si tratta di uno stile che intreccia il mondo arabo e quello isolano, con colori abbastanza contenuti, tessuti e pizzi preziosi. Devo dire che sarà una bellissima collezione".

Qual è il primo gesto che fai quando inizi a disegnare una nuova linea?

"Non c'è un gesto che mi dà l'input... Essendo una persona molto empatica, la mia sensibilità mi porta alla ricerca sempre della bellezza assoluta, che potrebbe essere una visita al museo della ceramica di Caltagirone, una bellissima passeggiata in mezzo al verde e quindi la contaminazione dei colori della natura. Di tutto questo faccio tesoro e da lì parte l'inizio della nuova linea. Ovviamente il riferimento è sempre ad una donna molto elegante, molto couture, soprattutto molto esigente. Quindi trasparenze, tessuti preziosissimi, leggeri o pesanti. Tutto questo per proporre e realizzare l'idea della nuova donna da vestire".

Hai un luogo, un colore, una persona a cui torni sempre quando ti blocchi?

"I blocchi per uno stilista o per un fashion designer, penso che siano continui, perché si vive all'interno di un mondo dove spesso e volentieri il senso del sacrificio, il senso del dolore, il senso dell'amore, il senso della passione ti portano veramente ad amare dei colori. I miei sono il bianco, che rappresenta la purezza; il rosso, che rappresenta la passione; e il nero assoluto, che rappresenta la morte, intesa come inizio alla vita, ad una nuova vita. E' solo questo. Come luogo, senza ombra di dubbio, sicuramente è casa mia, il mio laboratorio, i miei libri, la mia musica. Queste sono quelle cose che mi aiutano a venire fuori da un momento di impasse. Nessun riferimento. Personalmente mi metto sempre in primo piano, perché lavoro moltissimo su me stesso per superare quella che è la fase di stallo creativo".

Come descrivi il tuo stile in tre parole?

"Definirlo in tre parole è molto riduttivo, perché dovrei togliere tanti orpelli, tante situazioni, tante definizioni. Comunque le tre parole sono amore, passione, lavoro".

Che ruolo hanno Gela e la Sicilia nella tua estetica?

"Sicuramente io sono uno dei rappresentanti del mondo siciliano e del suo stile. Penso che la nostra donna sia esteticamente pronta ad indossare qualsiasi cosa, può attingere a piene mani all'interno del mondo della moda, prendere quello che gli pare, farlo suo ed indossarlo con estrema femminilità. È riconosciuto da tutto il mondo che la donna siciliana è molto sensuale, molto femminile. Riesce a dare vita a quello che è un abito molto semplice, magari con degli accessori particolari... insomma la donna siciliana è di una bellezza assoluta. Io dalla mia Gela attingo a piene mani, tiro fuori tutte le nostre tradizioni, gli scialli, gli abiti neri, le scollature, i volumi e tutto quanto. Tutto molto bello!"

Da dove parte il processo creativo: dal tessuto, dal colore, da un’idea?

"Ovviamente c'è un processo di realizzazione, perché bisogna mettere insieme tante idee. C'è un processo di studio, soprattutto per quanto riguarda la silhouette femminile e lo stile dell'abito. Immediatamente e subito dopo parte quella che è la ricerca dei vari tessuti da mettere insieme. Io amo molto miscelare o stratificare i tessuti, per far diventare assolutamente mio quello che è il tessuto che poi vado a realizzare per l'abito o per l'intera collezione. I vari colori si susseguono in base anche alle emozioni che io voglio trasmettere attraverso gli abiti, e quindi cambiano di stagione in stagione. Passo da un total black ad un black and white, ad un red and black, che amo moltissimo. Non mi piacciono molto i colori accesi, perché non mi rappresentano, o non rappresentano quella che è l'idea della mia donna. Quindi, da lì, metto tutto insieme, disegni, idee, tessuti, colori e si parte e si realizza quello che è l'abito numero zero".

Quanto tempo passa tra l’idea e il capo finito che vediamo in passerella?

"Dipende molto dalle caratteristiche della collezione, perché in corso d'opera, in fase di realizzazione, possono cambiare tante piccole cose. L'adattamento, per esempio, alla donna attuale: la donna veloce, la donna immediata, una donna molto elegante. Quindi, da lì, durante la realizzazione del capo, ci sono queste modifiche da apportare per rendere l'abito indossabile e, soprattutto, unico. Quindi spesso le tempistiche vanno dall'idea alla realizzazione, e passa una settimana o anche un mese. Dipende dai ricami, dipende da tante cose, dalle lavorazioni esclusivamente fatte a mano, perché noi realizziamo tutto interamente fatto a mano".

Qual è la parte più difficile del tuo lavoro che il pubblico non vede?

"E' tutto quanto difficile, perché dal momento in cui si parte in laboratorio, dunque lavorazione tecnico sartoriale manuale, diventa tutto quanto difficile, perché dobbiamo inventare dei nuovi ricami, dobbiamo inventare delle nuove forme, delle nuove silhouette. Il pubblico vede l'abito già realizzato e ne apprezza la bellezza, ma non sa in effetti quante persone e quanto lavoro e quante ore dietro ci sono. Dunque non parlerei di parte più difficile ma di parte impegnativa messa in campo per raggiungere la bellezza e la perfezione dell'abito che poi vediamo in passarella".

Koscanyo in questi anni ha ottenuto numerosi premi: a Milano gli è stato conferito quello di miglior designer, a New York quello come migliore collezione e a Dubai quello come migliore collezione sposa. Sempre nella capitale della moda in Italia, è stato premiato come miglior rappresentante della sicilianita' nel mondo e sovente viene invitato come testimonial nelle sfilate internazionali. Un puro rappresentante dello stile italiano e del made in Sicily. Gela, nel 2017, lo ha premiato come "Eccellenza locale".

Come scegli i tessuti e i materiali? C’è un’attenzione particolare alla sostenibilità?

"La maggior parte dei miei tessuti assolutamente sì, è ecosostenibile. Infatti, ho iniziato a lavorare anche con dei cotoni, delle sete riciclate. Quindi si parte da un'idea dell'ecosostenibilità per quanto riguarda il discorso della moda. Questo è valido ovviamente al 50%. Il rimanente 50% non è altro che materiale derivato dalla chimica. Per riuscire a dare un'idea, un colore, una forma, anche un sostegno strutturale dell'abito, abbiamo bisogno di tanti materiali da mettere insieme. Logico che l'interesse di tutti è l'ecosostenibilità ma non sempre queste regole possono essere rispettate..."

Lavori più da solo o è un lavoro di squadra?

"Tutto inizia ovviamente da me. Da solo riesco a dare quella che è la forma e realizzo gli abiti di primo impatto con le scollature, i pizzi, i ricami e tutto quanto. Una dimostrazione, una testimonianza della mia idea che poi trasmetto alle sarte, alle ricamatrici e soprattutto alle rifinitrici. I miei abiti sono quasi più belli dentro che fuori".

Secondo te, come è cambiata la moda negli ultimi 5 anni?

"In questo caso dovremmo analizzare tante cose, perché la nostra società oggi è molto più veloce. Acquista attraverso i social, attraverso siti, attraverso tutto. Penso che ci sia un esubero di stilisti: il numero è spropositato. La testimonianza è dettata dalle grandi maison, queste grandi aziende, che cambiano spesso designer, stilisti. Oggi il direttore artistico di una grande maison ha una enorme esponsabilità, perché c'è chi fa numeri e vuole solo numeri, ma spesso e volentieri questi numeri con l'Haute Couture o con il Pret-A-Porter non è possibile raggiungerli. Ecco perché il mondo, non solo da cinque anni a questa parte, ma già da un bel po' è totalmente cambiato. La globalizzazione della moda ci ha portato ad avere un esubero di proposte, di iniziative, di case di moda, di tantissime cose. La gente è quasi stanca di vedere la moda in televisione, sui social, ovunque. Voglio essere diretto: le grandi maison danno quella che è l'idea e l'input, perché hanno loro il potere. Danno e tracciano quelle che sono le linee maggiori. Le piccole maison o i piccoli atelier, invece, seguono quella fascia, seguono quella scia e ripropongono in modo quasi brutto quello che è l'originale. Lo propongono a prezzi più accessibili per raggiungere una maggiore vendita a livello nazionale, internazionale e soprattutto sociale. E quindi questo non fa altro che bloccare quella che è l'evoluzione stessa della moda, perché non c'è più quella ricerca della bellezza assoluta. C'è la ricerca di chi fa o realizza la collezione, che fa più soldi, che porta più soldi. Le grandi aziende cambiano designer o direttori artistici all'interno delle loro case di moda, perché in sei mesi la collezione non funziona. Vai, cambia stilista, ne prendiamo un altro. Quindi è diventato una sorta di carnaio a cielo aperto. E questo è spiacevole perché ogni singolo stilista ha un mondo proprio. E quando va a lavorare all'interno di queste grandi maison, deve disegnare o realizzare in base a quelle che sono le caratteristiche o il mood di quelle aziende o di quello stilista che magari purtroppo non c'è più. Come fai? Non si può, perché l'anima di una grande maison è data dal suo couturier. Non può essere trasmesso o dato da un ragazzo che ha magari poca esperienza, ha una concezione completamente diversa dallo stilista di origine. Sono talmente tanti i messaggi che ci arrivano, positivi e negativi, che oggi il mercato è carico. Quindi dovremmo pensare realmente a dare un colpo di spugna un po' a tutto, ripulire e ricominciare daccapo"

I social e l’intelligenza artificiale stanno cambiando il modo di fare moda?

"Sicuramente hanno dato un grande aiuto e continuano a darlo. L'intelligenza artificiale è capace comunque di disegnare un'intera collezione, è capace di impartire degli ordini ad altri computer o a quelle persone che orbitano all'interno del mondo del prêt-à-porter. Velocizza tutto. Ecco perché piuttosto che realizzare un centinaio di capi al giorno, se ne realizzano mille o addirittura anche duemila. Quindi l'intelligenza artificiale ha sostituito la parte umana che, ad oggi, secondo le esigenze economiche delle aziende di prêt-à-porter, rallentano l'essere umano, rallenta quella che è la produzione. L'intelligenza artificiale è una macchina e quindi non si stanca mai di produrre, di lavorare, di elaborare. I nuovi stilisti lavorano moltissimo con l'intelligenza artificiale. Quindi si è perso l'uso della matita, della gomma, l'idea di disegnare a mano quella che è una collezione. Le varie ricerche vengono effettuate attraverso l'intelligenza artificiale e i vari componenti. Per realizzare un'intera collezione, il tessuto viene disegnato, elaborato e creato attraverso l'intelligenza artificiale. E' logico che il messaggio che dà l'intelligenza artificiale, attraverso i media, è quello comunque di modificare le immagini, come ad esempio quella di una modella piuttosto che di un'altra. Dunque spesso e volentieri, si dà anche l'idea sbagliata di quello che è, di quella che è la silhouette o di quella che è l'idea di un'intera collezione. Tutto l'opposto delle mani e di teste che lavorano assiduamente. Suggerisco di usare l'intelligenza artificiale lì dove serve. Non facciamo un uso spropositato di tutto questo. Dobbiamo fare in modo che l'intelligenza artificiale aiuti l'uomo e non il contrario".

Qual è il capo che secondo te non passerà mai di moda?

"Ci sono tanti must che non possono mancare all'interno di un armadio delle donne. Sicuramente l'abitino nero semplicissimo, un abito longuette, una Petite Robe Noire. Puoi cambiare accessori ma l'abito nero è quello che non tramonterà assolutamente mai. Linea dritta semplice che deve accarezzare il corpo, una silhouette meravigliosa nella sua semplicità. L'abito nero longuette o lungo non importa, non deve mancare mai in un armadio al femminile".

Come si fa a restare originali in un mercato così veloce?

"Bella domanda, forte e piena di contenuti. Essere originali lo si è sempre e comunque, perché chi ha le caratteristiche e si distingue per quelle, non passerà mai... di moda. C'è gente, per esempio, che riconosce il mio abito a distanza di quasi 40 anni di lavoro. Quindi, a prescindere che il mercato sia veloce o meno, c'è ancora quella donna che ama avere il proprio abito, c'è ancora chi ama l'abito sartoriale, l'abito cucito addosso, l'abito unico, l'abito che appartiene soltanto a quella donna. Quindi l'originalità per chi ce l'ha non la perde mai. Gli altri sono delle semplici fotocopiatrici, ma chi è originale e ce l'ha nell'animo e lo dimostra con la passione e la professionalità, rimane unico".

Qual è stato il momento in cui hai capito "ora faccio il designer"?

"Penso di aver avuto, raccontato anche dalla mia famiglia o da amici che mi conoscono da quando ero piccolissimo, la passione per i vestiti. Ho sempre giocato con i tessuti, con le bambole, tagliavo, cucivo, ero sempre molto creativo. Non c'è stato un momento in cui io ho capito di voler fare il designer: io sono nato couturier, sono nato per fare moda, faccio moda perché io sono questo".

C’è un capo di cui vai particolarmente fiero?

"Si! Ho un capo che propongo ad ogni stagione, perché noi realizziamo due collezioni l'anno; ogni sei mesi viene reinventata una nuova collezione. Il capo che è sempre presente, ed è sempre stato presente nelle mie collezioni, sono questi cappottoni giganteschi, che sottolineano il punto vita, le spalle piccole, le maniche gigantesche, con grandi volumi sotto, spesso quello strascico. Si parla di uno stile gotico, di uno stile molto dark, di uno stile molto particolare, molto bello, e penso che un cappottone del genere stia bene su tutto. Addirittura, in una collezione di qualche anno fa, ho fatto sfilare questo cappottone semplicemente su una ragazza con indosso una culotte a seno nudo. Questo mio capo è gigantesco, preziosissimo, tutto in pizzo e stratificato, imbroccato, ricamato interamente in cristalli. Un'esperienza bellissima con... il mio capo numero uno".

Qual è stato l’errore più grande da cui hai imparato di più?

"Quello di non aver accettato mai compromessi con altre aziende. In tanti hanno richiesto le mie collezioni, i miei disegni o che io disegnassi per loro delle collezioni. Ho sempre rifiutato, ho sempre rinunciato. Però quando ho rinunciato a fare questo mi è rimasto l'amaro in bocca. Col senno di poi, magari quell'esperienza avrebbe potuto farmi crescere ancora di più. Il confronto diretto con altre aziende, con altre maison avrebbe potuto dare a me la possibilità di scrivere una parte della mia storia, del mio libro, avere delle esperienze più interessanti. Però credo che non sia un errore enorme, lo definisco un rimpianto, per non aver accettato grandi collaborazioni, perché ho sempre tenuto a quella che è la mia persona, la mia capacità e la mia libertà soprattutto".

Che consiglio dai ad un ragazzo che vuole iniziare oggi?

"Da otto anni insegno al liceo artistico Ettore Majorana. Mi occupo di ragazzi già grandi, quindi stiamo parlando di scuole superiori dove gli studenti iniziano a conoscere quello che è il mondo della moda. Io insegno loro la psicologia della moda, il taglio, il cucito, la definizione dello stesso concetto moda. E devo dire che i presenti rispondono benissimo. Consiglio sempre il senso dell'umiltà. Bisogna sempre portarla dentro. Oggi purtroppo queste nuove generazioni, hanno una capacità talmente veloce di apprendere che spesso dimenticano che la velocità è nemica della professionalità, della passione o dell'attenzione che necessita il mondo della moda. Spesso e volentieri vediamo sui social degli esempi anche sbagliati di ragazzi che affrontano o iniziano un percorso all'interno del mondo della moda, perché sembra che quasi tutto sia dovuto. Una parte della new generation sconosce assolutamente il senso del sacrificio, dell'attesa, il tempo da dedicare a se stessi per la propria crescita e per far crescere la propria passione. Sono troppo veloci, si aiutano troppo con l'intelligenza artificiale, magari non sanno tenere una matita o un paio di forbici n mano, eppure dicono di essere stilisti. Questa è una cosa che purtroppo mi dispiace tantissimo, perché seguendo questa linea terribile di ferita carne, così come la chiamo perché i ragazzi mangiano tutto, sono poco curiosi, e mancano di passione, sacrificio e tanta pazienza".

Se non fossi un designer, cosa faresti oggi?

"Per rispondere a questa domanda, dovrei rinascere di nuovo... e sicuramente rinascerei come qualcuno che ama il mondo dell'arte. Un artista inserito magari in un altro ambiente. Sicuramente avrei potuto fare l'architetto, sicuramente avrei potuto fare l'ingegnere. Avrei potuto fare qualsiasi tipo di lavoro attinente a quello che è il mondo dell'arte. Perché io amo questo settore, amo gli artisti e amo soprattutto tutto quello che è arte".

Perché la scelta del nome Koscanyo?

"Quando mi sono diplomato, avevo scelto Nikos, da Nike, la divinità che personifica la vittoria, sia nelle competizioni sportive sia in battaglia. Successivamente mi sono accorto che non potevo registrarlo, perché c'era già, esisteva già un altro stilista con questo nome. Quindi ho elaborato e ho cominciato ad anagrammare. Mescolando e riutilizzando tutte le lettere del mio cognome e quello di Nikos, ho trovato quello che cercavo e da 38 anni per tutti sono Koscanyo".

Qual è il complimento più bello che hai ricevuto su un tuo capo?

"Ricevo sempre tanti apprezzamenti. Mi dicono spesso: "Peppe, quel giorno ero bellissima, tutti mi hanno fatto i complimenti per quell'abito che indossavo, mi sentivo bellissima, mi sentivo una star". E questa è la cosa più bella, perché oggi magari la donna che lavora, la mamma che sta a casa, non ha tutto quel tempo da dedicare a se stessa. E allora magari ne approfitta il giorno del matrimonio del figlio, della figlia, oppure ad un grande evento e si regala un bellissimo abito per tirare fuori la propria femminilità, le proprie caratteristiche, la propria fisicità. Non necessariamente stiamo parlando di una trentottenne, di una quarantenne. Parlo anche di taglie un po' più forti, un po' più generose. Quindi, quando loro mi chiamano e mi dicono: "Peppe, grazie, mi hai fatto fare una bellissima figura", questo per me è il complimento più bello. Mi fa capire veramente che questo è il mio mondo. Gratificante!".

Hai un ricordo legato a un capo di abbigliamento dell’infanzia?

"Non uno specifico, ma tanti perché ho cambiato molti stili. Da bimbo ho avuto sempre la forza e la capacità di avere uno stile tutto mio. Crescendo ho avuto ancora un altro stile, mi sono innamorato di varie influenze modaiole e quindi non ho un capo particolare che porto dentro o nei miei ricordi perché tutti i miei capi, tutto quello che io ho realizzato per me stesso, ho acquistato per me stesso, tutto è stato importante. Perché tutti questi capi, tutte le mie evoluzioni, hanno segnato la mia crescita e quindi sono legato ad ognuno di loro in modo particolare".

La moda per te è arte, business, o comunicazione?

"Tutte e tre le definizioni rappresentano quello che oggi è il mondo della moda. Ovviamente l'arte rappresenta il momento della creazione, della creatività. Quindi è bellissimo tutto, perché per creare bisogna necessariamente studiare quella che è, quello che è uno stile, quella che è l'idea di una collezione e va visto anche attraverso la cultura, le tradizioni. Il business, assolutamente sì. E' la colonna portante di una maison di moda, rappresenta la forza motrice che fa andare avanti e fa crescere un'azienda. La comunicazione è molto importante perché fa conoscere quella che è l'idea della maison. Quindi fa conoscere un Koscanyo, un Armani, un Valentino. La comunicazione è veramente importante a livello sociale per una grande azienda".

Quando, in giro per il Mondo, parli di Gela, cosa dici?

"Ho sempre parlato benissimo della mia città, delle proprie origini e delle proprie tradizioni. Faccio riferimento alla Gela di una volta, alla Gela che mi ha dato i natali, alla Gela che mi ha dato la forza, la capacità di scoprire tanti mondi arabi, spagnoli. Abbiamo avuto i Greci che hanno lasciato veramente un'impronta indelebile all'interno di quella che è la mia società. Quando calco le grandi passerelle, parlo sempre di Gela, parlo sempre della mia città, parlo sempre di casa mia. Perché Gela è casa mia. Non faccio riferimento a quello che il tempo ha deturpato e ci sta lasciando. Voglio semplicemente parlare della grandezza di Gela, di quella che è stata e di quella che è a livello storico. Ed è questo che io porto con me in giro per il mondo".

Koscanyo porta il nome della nostra terra non come un ricordo ma come una bandiera. Perché in ogni abito c'è l'imponenza del suo mare e la forza del suo sole. Da Gela alle passerelle mondiali, per dimostrare che la bellezza non ha bisogno di partire da lontano per essere grande. A volte, nasce proprio da qui. Dalla nostra terra che ci tiene stretti anche quando andiamo lontano. Perché Gela non è solo una città, è un respiro.

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