Il ricordo di mons. Grazio Alabiso a 10 anni dalla dipartita
Don Giuseppe Fausciana ricostruisce la figura di un sacerdote che ha lasciato il segno nella vita di Gela
Oggi ricorre il decimo anniversario della morte di monsignor Grazio Alabiso, una delle figure più significative della storia ecclesiale contemporanea della Diocesi di Piazza Armerina e della città di Gela. Nel suo ricordo oggi, alle 18:30, nella Chiesa Madre di Gela, sarà celebrata l’Eucaristia presieduta dal Vescovo per ricordarne la figura e il ministero sacerdotale.
Don Giuseppe Fausciana ci affida la ricostruzione della figura e del ministero sacerdotale di mons. Alabiso e le sue riflessioni personali. Un ricordo che ha attraversato anche la storia di Gela.
"Ricordare monsignor Alabiso- dice don Fausciana- significa ripercorrere oltre mezzo secolo di storia della Chiesa gelese, ma anche rileggere una stagione particolarmente complessa della vita sociale, culturale ed economica della città. La sua presenza ha attraversato trasformazioni profonde, accompagnando il passaggio da una società ancora legata alle sue strutture tradizionali a una realtà urbana e industriale segnata da grandi aspettative, contraddizioni e dolorose crisi. Ho conosciuto monsignor Alabiso sin da bambino e ho avuto il privilegio di essergli accanto, in forme e circostanze diverse, per circa quarant’anni. Il mio ricordo, pertanto, non è soltanto quello di un sacerdote che ha ricoperto incarichi di grande responsabilità, ma di un uomo del quale ho potuto conoscere da vicino la passione ecclesiale, la determinazione, la straordinaria capacità di lavoro e, soprattutto, il profondo senso di appartenenza alla Chiesa"
Un sacerdote protagonista del rinnovamento conciliare
Nato il 1° febbraio 1941 e ordinato presbitero l’11 agosto 1963, monsignor Alabiso apparteneva a quella generazione di sacerdoti che ha vissuto il Concilio Vaticano II non come un semplice avvenimento storico, ma come un passaggio decisivo per ripensare la presenza e la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il suo ministero si è caratterizzato per il tentativo costante di tradurre le intuizioni conciliari nella concreta esperienza delle comunità cristiane. Egli aveva compreso che il rinnovamento ecclesiale non poteva esaurirsi nella modifica delle forme esteriori della vita religiosa, ma doveva incidere sulla mentalità, sui linguaggi, sui percorsi formativi e sulla coscienza di appartenenza ecclesiale dei fedeli. In questa prospettiva si colloca il suo impegno per il rinnovamento della catechesi, con una particolare attenzione ai bambini, ai giovani e alle famiglie. La sua visione pastorale tendeva a superare una concezione della parrocchia ridotta alla semplice amministrazione dei sacramenti, per promuovere una comunità capace di educare alla fede, generare relazioni e assumere responsabilmente la propria presenza nel territorio. Non si trattava di rinnegare la tradizione religiosa, alla quale rimase profondamente legato, ma di ricondurla alla sua autentica finalità evangelica. La pietà popolare, le devozioni e le consuetudini ecclesiali dovevano essere custodite e, quando necessario, purificate da quegli elementi che rischiavano di oscurarne il significato teologico e spirituale.
Da Macchitella alla Chiesa Madre: un ministero che ha accompagnato la crescita della città
La prima grande esperienza pastorale di monsignor Alabiso fu legata alla comunità di San Giovanni Evangelista, nel quartiere residenziale di Macchitella, espressione della nuova stagione urbanistica e industriale di Gela. In un territorio in rapida trasformazione, egli contribuì a dare forma a una comunità ecclesiale che, dopo una prima stagione di attività pastorali svolte in strutture provvisorie, poté disporre di un proprio edificio di culto. Dal 1 marzo 1983 assunse la guida della parrocchia Maria Santissima Assunta in Cielo, la Chiesa Madre di Gela, rimanendone parroco fino alla morte, avvenuta il 16 ottobre 2016. Per oltre trentatré anni la Chiesa Madre fu il centro del suo ministero, della sua attività pastorale e di un impegno quotidiano che non conobbe soste. La sua autorevolezza, tuttavia, superava ampiamente i confini della parrocchia. Come vicario foraneo della città, incarico esercitato per un lunghissimo periodo, fu un punto di riferimento per il clero e per le comunità ecclesiali del territorio. Aveva una concezione alta della responsabilità sacerdotale e riteneva che il ministero presbiterale non potesse essere vissuto in una prospettiva individualistica. Da qui il suo impegno per favorire una maggiore unità pastorale tra le parrocchie, soprattutto nell’organizzazione della catechesi e nella ricerca di orientamenti comuni.
Una voce autorevole nelle stagioni più difficili di Gela
Monsignor Alabiso è stato anche un interlocutore autorevole della società civile. La sua presenza ha accompagnato Gela negli anni drammatici della violenza mafiosa, delle tensioni sociali e delle crisi economiche legate al sistema industriale. In quelle stagioni la Chiesa era chiamata non soltanto a offrire conforto spirituale, ma anche a custodire la coscienza morale della comunità, richiamando il valore della dignità umana, della legalità, della solidarietà e del bene comune. Alabiso interpretò questa responsabilità con la consapevolezza che la Chiesa non potesse rimanere estranea alle vicende della città. La sua parola, talvolta esigente e decisa, era riconosciuta come espressione di un’autorità morale costruita attraverso la continuità della presenza, la conoscenza delle persone e la capacità di dialogare con le istituzioni. Non era un uomo incline a cercare facili consensi. Possedeva un carattere forte, una personalità determinata e una visione precisa delle responsabilità ecclesiali. Anche questo contribuiva a renderlo una figura autorevole, capace di suscitare rispetto e, talvolta, confronto.
La cura del patrimonio ecclesiastico e la bellezza della liturgia
Un capitolo particolarmente importante della sua attività riguarda l’edilizia di culto e la tutela del patrimonio artistico ecclesiastico. Dal 2003, come delegato vescovile per l’edilizia di culto e componente della Commissione diocesana di Arte Sacra, seguì la realizzazione e il recupero di numerose strutture ecclesiastiche in diversi comuni della Diocesi. Questa responsabilità esprimeva una convinzione precisa: gli edifici di culto non sono semplicemente spazi funzionali alle attività religiose, ma luoghi nei quali la fede di una comunità trova una propria espressione visibile, artistica e simbolica. Particolarmente significativo fu il suo impegno per il restauro della Chiesa Madre di Gela, alla quale dedicò energie, risorse e un’attenzione costante. Gli interventi riguardarono la valorizzazione dell’architettura, il recupero degli elementi decorativi, il rinnovamento degli spazi liturgici e la restituzione di luminosità e dignità a uno dei luoghi più rappresentativi della città. Un’attenzione speciale riservò alla venerata icona della Madonna dell’Alemanna, patrona di Gela, alla quale era profondamente devoto. La cura dell’Icona sacra, la sua valorizzazione e la sistemazione nella Chiesa Madre testimoniano il desiderio di custodire un patrimonio nel quale si intrecciano fede, storia e identità cittadina. Per Alabiso, la bellezza della chiesa doveva essere al servizio della liturgia e della partecipazione dei fedeli. Anche in questo ambito si riconosce il tentativo di tradurre concretamente la sensibilità ecclesiale maturata dopo il Concilio Vaticano II.
La formazione teologica e la passione per la cultura
Accanto alla dimensione pastorale e organizzativa, merita particolare attenzione il suo impegno culturale. Fu docente di Storia della Chiesa e Patrologia presso l’Istituto Teologico «Mario Sturzo», nella sezione di Gela, contribuendo alla formazione teologica di numerosi laici, alcuni dei quali hanno successivamente intrapreso il servizio dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Era convinto che una fede autentica avesse bisogno di essere pensata, approfondita e continuamente confrontata con le domande della storia. Lo studio e l’aggiornamento non erano per lui attività accessorie, ma dimensioni essenziali della responsabilità pastorale. La sua autorevolezza nasceva anche da questa capacità di interpretare il tempo presente senza smarrire il riferimento alla tradizione ecclesiale.
Il ricordo personale e l’eredità spirituale
A dieci anni dalla sua morte, ciò che maggiormente mi colpisce è la capacità di monsignor Alabiso di aver attraversato stagioni ecclesiali e sociali differenti conservando un forte senso della propria missione. Ho conosciuto il sacerdote, il parroco, l’uomo delle istituzioni ecclesiastiche, ma anche la persona con le sue convinzioni, il suo temperamento e la sua umanità. Non credo che rendere giustizia alla memoria di un uomo significhi costruirne un’immagine idealizzata. La grandezza di una figura si riconosce anche nella complessità del suo carattere, nella forza delle sue convinzioni e nella capacità di assumersi responsabilità, talvolta difficili e impopolari. Di monsignor Alabiso rimane certamente un patrimonio materiale, costituito dalle chiese, dagli edifici e dalle opere realizzate. Ma la sua eredità più importante è quella ecclesiale. Egli ha contribuito a formare una coscienza comunitaria, aver promosso una pastorale più organica, aver sostenuto la formazione dei laici e aver interpretato il ministero sacerdotale come un servizio alla Chiesa e alla città. Il decimo anniversario della sua morte non deve essere soltanto l’occasione per ricordare un passato, ma anche per interrogarsi su ciò che della sua visione ecclesiale rimane vivo e su quanto ancora attende di essere raccolto e sviluppato. Perché la memoria autenticamente cristiana non è mai semplice nostalgia. È riconoscenza per il bene ricevuto e responsabilità verso la storia che ci è stata consegnata. Monsignor Grazio Alabiso appartiene certamente a quella generazione di sacerdoti che hanno lasciato un’impronta riconoscibile nella vita della Chiesa di Piazza Armerina e della città di Gela. E questa impronta, a dieci anni dalla sua scomparsa, merita di essere riconosciuta, custodita e raccontata.
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