Primo maggio al lavoro, la storia di chi si è fatta da sola

L'essenza di Jennifer Puzzo, "renderei Gela una città che pensa in grande e agisce con standard internazionali"

01 maggio 2026 09:40
Primo maggio al lavoro, la storia di chi si è fatta da sola -
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Oggi è il Primo Maggio. Non si tratta semplicemente di una data sul calendario. È la cicatrice e la medaglia di chi ha lottato per un orario umano, un salario giusto, il diritto di tornare a casa intero. È il giorno in cui tutti noi, ricordiamo che il lavoro, prima di essere Pil o contratto, è carne, tempo, dignità. Accanto alla storia delle fabbriche, dei campi, delle lotte operaie, ce n’è un’altra che merita la stessa voce: quella di chi il lavoro se lo è inventato, scrutando un deserto e decidendo che lì nascerà il presente. Quel lavoro nuovo diventa fatica, assunzione, indotto, respiro. E’ il ritratto di chi ha avuto il coraggio di non aspettare una chiamata ma ha creato la chiamata per sé. E per gli altri. E’ il caso della gelese Francesca Jennifer Puzzo, imprenditrice, artista e designer con oltre 20 anni di esperienza internazionale nei settori del design, marketing digitale, e-commerce e internazionalizzazione del Made in Italy. In possesso di due lauree in grafich & product design e retail design conseguite all’Università di Palermo e al Politecnico di Milano con altrettanti master in digital e ecommerce marketing e arteterapia e neuroscienze, la nostra concittadina è la fondatrice di un atelier pionieristico che ha la capacità di trasformare opere d’arte in moda e design indossabile. Il suo brand si chiama J’Essentia, dove la J che è anche l’inziale del suo nome, rappresenta la sua anima visionaria nell’esaltazione completa dell’essenza ed evoca immediatamente l’idea di uno stile senza tempo, lontano dai trend passeggeri e focalizzato sulla qualità dei materiali e della linea. Il suo percorso si sviluppa tra Palermo, Milano, Dublino, New York, Las Vegas, Los Angeles, Washington, Tokyo e le principali capitali europee, costruendo una visione unica: trasformare il patrimonio culturale italiano in esperienze, prodotti e linguaggi globali.

Quando hai capito che l’arte non doveva restare “per pochi”? C’è stato un episodio scatenante?

“L’ho capito osservando gli sguardi e le anime. Quando esponevo un’opera o raccontavo la stessa dipinta su un foulard, vedevo persone emozionarsi profondamente ma sentirsi quasi “fuori posto” o non all’altezza, come se l’arte appartenesse a un codice riservato, destinato a pochi eletti. Come se solo alcuni potessero davvero comprenderla o viverla. Ho pensato che fosse un errore culturale enorme. L’arte non nasce per escludere, nasce per risvegliare le coscienze, creare connessioni, far sentire vivi. Da lì ho deciso di farla indossare, di portarla dentro gli oggetti, nelle case e nella vita quotidiana”.

Linguaggio vivo e accessibile: per te cosa significa davvero?

“La semplicità non è banalità: è anima, quindi è tutto. “Less is more”, il mantra di Mies van der Rohe, uno dei miei mentori ideali, mi risuona sempre dentro quando creo. Togliere il superfluo significa lasciare spazio all’essenza”.

Quali sono i tuoi “non negoziabili”: cosa non semplifichi mai, anche se rischi di perdere qualcuno?

'L’autenticità, il messaggio, la qualità e la ricerca dell’eccellenza. Non faccio qualcosa solo perché vende, se non mi rappresenta davvero. Non sacrifico mai la cura dei dettagli, né il significato profondo dietro una creazione. Preferisco perdere qualcuno piuttosto che perdere me stessa”.

Qual è il pregiudizio (se c'è) sui capi che ti ritrovi a realizzare?

“Che un capo artistico sia solo scenografico e non indossabile. Io invece credo nel contrario: la bellezza deve vivere nel quotidiano. Un pezzo può essere colto, simbolico e allo stesso tempo pratico, elegante, desiderabile”.

Quali barriere trovi più difficili da abbattere: economiche, culturali, linguistiche, fisiche, psicologiche?

"Quelle più difficili da abbattere sono spesso quelle psicologiche, perché sono invisibili e proprio per questo potentissime. Molte persone crescono pensando di non meritare bellezza, cultura, successo o possibilità diverse da quelle che hanno sempre conosciuto. Si autoescludono prima ancora che lo faccia il mondo. Poi esistono anche barriere culturali: l’idea che l’arte sia distante, elitaria, inutile nella vita concreta. O che nascere in certi luoghi significhi dover ridimensionare i propri sogni. Le difficoltà economiche sono reali e non vanno ignorate, ma ho visto persone con pochi mezzi costruire grandi percorsi, e altre con tutto restare ferme per paura. Per questo credo che la prima barriera da rompere sia mentale. Quando una persona dentro di sé dice: “Yes, I can”, accade una rivoluzione silenziosa. Smette di chiedere il permesso, smette di sentirsi fuori posto e inizia a costruire possibilità nuove. Da lì, anche le altre barriere diventano più affrontabili”

Jennifer Puzzo, in questi anni, ha collaborato con realtà di primo piano internazionale, senza mai dimenticare le proprie radici: Eni, L’Oréal, Kraft Heinz, Plasmon, Valentino Rossi VR46, Borsalino, Blauer Usa, La Sportiva, Avène, Gianluca Mech, Pierre Fabre Group, Prima Donna, Blundstone, Snam, iGuzzini, Chiara Boni, The Double F. Collaborare con l’estero è difficile per tutti. Farlo da Gela, da donna, partendo da zero, è un’impresa nell’impresa. Il suo lavoro artistico rappresenta un percorso simbolico e alchemico che esplora identità femminile, trasformazione e spiritualità. E come per incanto, le sue opere si trasformano in collezioni di foulard in seta, borse e accessori, abbigliamento e superfici e interior design. Arte, corpo e spazio dialogano tra loro usando un linguaggio vivo, un vero e proprio strumento di connessione tra interiorità e realtà. Anni addietro le è stato assegnato il premio Phenomena, dedicato alle donne che si sono distinte nell'imprenditoria.

Qual è stato il momento preciso in cui hai detto “apro un atelier”? Cosa facevi il giorno prima?

“È nato come un’urgenza interiore, nel periodo del Covid, quando il mondo sembrava essersi fermato e molte persone hanno iniziato ad ascoltarsi davvero. Per me quelle sere furono rivelatrici: quando calava il sipario del lavoro da dipendente, iniziavo a disegnare il mio atelier. Non solo uno spazio fisico, ma una visione. Un luogo capace di unire arte, bellezza, artigianato Made in Sicily e Made in Italy, innovazione e impatto umano. Volevo creare qualcosa che desse valore alle mani, alle storie, ai territori e soprattutto alle persone, dimostrando che impresa e anima possono convivere. Il giorno prima aiutavo altre aziende a eccellere sui mercati internazionali. Ero Direttore Mondiale di una multinazionale e seguivo lo sviluppo e-commerce e omnicanale di realtà importanti a livello internazionale. Il giorno dopo ho capito che era tempo di mettere quella esperienza al servizio di una mia idea: creare un nuovo modello di impresa dove convivessero arte, innovazione, identità territoriale e leadership femminile. Non solo un atelier, ma un messaggio”.

Se il tuo atelier fosse una persona, che carattere avrebbe e che musica ascolterebbe?

“Elegante ma frizzante. Sensibile ma determinato. Colto, magnetico, mai prevedibile. Una persona capace di entrare in una stanza in silenzio e farsi notare lo stesso, non per rumore ma per presenza. Avrebbe grazia, carattere e quella luce sottile di chi conosce il proprio valore senza doverlo gridare e, proprio per questo, sa riconoscere e onorare anche quello degli altri. Ascolterebbe Yiruma, sinfonie classiche e jazz contemporaneo. Amerebbe le sonorità mediterranee e latine, calde, sensuali e vitali, ma anche il pop internazionale capace di parlare al presente. Una playlist fatta di raffinatezza con radici, eleganza con ritmo, profondità con leggerezza”.

Qual è il manifesto non scritto del tuo spazio: le regole che non infrangeresti mai?

“Entrare con rispetto e sensibilità. Creare con verità. Non avere fretta quando serve profondità. Nel mio spazio non si rincorrono apparenze: si coltivano sostanza, bellezza e senso. Ogni persona, ogni materiale e ogni idea meritano ascolto, cura e dignità”.

Com’è fatta una tua giornata tipo dentro l’atelier, dal primo caffè all’ultimo punto di cucitura?

“Inizia con silenzio, colazione e caffè: un piccolo rito per centrarmi prima che il mondo inizi a correre. Poi arriva la parte organizzativa: pianificazione giornaliera e settimanale, mia e del team, tra telefonate, email, riunioni e decisioni operative. Segue una fase di ricerca e lavoro concreto, dove visione e realtà devono parlarsi ogni giorno. Il pomeriggio e spesso anche la sera sono dedicati all’essenza più creativa: ispirazione, strategia, nuove idee, concept, moodboard, grafiche, dipinti, schizzi di collezioni moda e interior design. Al calar del sole mi concedo una camminata rigenerante in riva al mare, perché il movimento, il blu dell’acqua, il suo sapore e il suo rumore rimettono ordine anche nei pensieri. La sera è tempo di letture, conversazioni, eventi culturali o semplicemente spazio per ascoltare la vita”.

Qual è il materiale con cui hai il rapporto più viscerale e perché?

“Il tessuto, senza dubbio. In particolare il twill di seta e il twill di cotone, materiali con cui sento un legame profondo perché uniscono estetica, carattere e funzionalità. Il twill ha un’eleganza naturale: la sua tipica trama diagonale crea una superficie raffinata, viva, capace di riflettere la luce con discrezione e profondità. La seta rappresenta il sogno, il cotone la realtà. Il twill riesce a dare dignità e bellezza a entrambi. Per questo, per me, non sono semplici materiali: sono tele vive che respirano, raccontano e si trasformano con chi le indossa. Si muovono nel mondo portando con sé la storia di chi le ha disegnate e cucite, e di chi le ha scelte per esprimere sé stesso”.

Quanto tempo passa dall’idea al pezzo finito? Qual è la fase che nessuno vede ma che fa il 90% della differenza?

“Può passare un giorno oppure mesi. Dipende dalla maturazione dell’idea, dai tempi di produzione, dalla complessità del pezzo e anche dalla stagione in cui verrà presentato a buyer e clienti. La fase che nessuno vede, ma che spesso fa il 90% della differenza, è l’ascolto: osservare, aspettare, comprendere cosa vuole davvero diventare quel dipinto, quell’idea o quella collezione”.

Lavori su commissione o solo su tue collezioni? Come gestisci la tensione tra visione tua e desiderio del cliente?

“Lavoro su entrambe le dimensioni: collezioni che nascono dalla mia visione artistica e progetti su commissione, dove entro in relazione con il desiderio di una persona. J’Essentia nasce proprio da questa missione: trasformare l’arte in eleganza senza tempo, attraverso materiali preziosi, tecniche artigianali e simboli capaci di parlare all’anima. Quando lavoro su commissione, il mio compito non è obbedire né imporre. È ascoltare profondamente e interpretare con sensibilità”.

A chi pensi quando crei?

"A chi sente di avere un mondo interiore ricco e cerca un modo per esprimerlo senza parlare troppo. Creo per persone sensibili, intense, libere. Persone che vogliono riconoscersi in ciò che indossano”.

Come traduci un concetto complesso in qualcosa che arriva subito, senza svilirlo?

"Tolgo il rumore e lascio l’essenza. Un simbolo, un colore, una forma giusta possono dire molto più di cento parole. La semplicità non è banalità: è precisione”.

Tra le tante opere d'arte realizzare, ha un posto di rilievo il segnalibro cucito con cura, rifinito a mano, frutto del recupero e della valorizzazione di materiali pregiati, legati a collezioni che hanno attraversato passerelle e raccontato l’essenza del Made in Italy firmato Jennifer. La loro realizzazione non è solo un atto creativo, ma un gesto di responsabilità ambientale: recuperare ciò che rimarrebbe in ombra per dar vita a qualcosa di nuovo, che abbia un significato e un valore intrinseco. Ogni volta che una mano sfiora la trama del segnalibro, sente la storia di chi l’ha creato, di un’opera passata che trova una nuova forma di esistenza. Indossare l’arte, viverla e leggerla.

Se dovessi spiegare a un estraneo “cosa significa essere gelese” in tre parole, quali useresti?

“Resilienza, energia, versatilità. Resilienza, perché chi nasce a Gela impara presto a resistere, rialzarsi e andare avanti anche nelle difficoltà. Energia, perché questa è una terra intensa, passionale, piena di forza vitale. Versatilità, perché essere gelese significa sapersi adattare, reinventare, trovare strade nuove senza perdere le proprie radici”.

Gela ha dato i natali a registi, scrittori, musicisti. Eppure molti vanno via. Cosa fa tornare chi torna?

“Le radici. E il desiderio, prima o poi, di restituire qualcosa al luogo che ti ha formato”.

Cosa rispondi a chi dice “a Gela non c’è niente”? Qual è il luogo che faresti vedere per primo?

“Rispondo che spesso non manca il valore, manca lo sguardo. Farei vedere il mare al tramonto. Davanti a certe bellezze il pregiudizio tace”.

Se potessi cambiare una cosa della città con una bacchetta magica, senza vincoli di budget, quale sarebbe?

"Investirei prima di tutto sulla mentalità, perché è lì che iniziano tutte le vere trasformazioni. Renderei Gela una città che pensa in grande e agisce con standard internazionali. Partirei da scuole e giovani con educazione imprenditoriale, digitale, linguistica e creativa. Investirei prima di tutto sulla mentalità: è lì che iniziano tutte le vere trasformazioni. Lavorerei per diffondere una cultura fondata su visione, fiducia, responsabilità e desiderio di crescere insieme. Poi punterei con decisione su un’imprenditoria 4.0, capace di unire talento locale, innovazione tecnologica, formazione e apertura internazionale. Gela ha energie straordinarie che spesso aspettano solo strumenti giusti e occasioni concrete per esprimersi. Allo stesso tempo investirei sull’arte e sulla bellezza diffusa in tutte le sue forme: spazi pubblici curati, cultura accessibile, eventi, design urbano, valorizzazione del mare, della.storia e dell’identità del territorio. La bellezza non è un lusso: è un motore economico, sociale e psicologico. Creerei incubatori d’impresa e hub d’innovazione collegati con Milano, Londra, Dubai e New York, per far nascere startup locali nei settori energia, blue economy, agroalimentare, turismo esperienziale, moda e artigianato evoluto. Chi nasce qui deve poter competere nel mondo senza sentirsi costretto ad andarsene. Lavorerei anche sulla mentalità civica: meritocrazia, puntualità, collaborazione pubblico-privato, cura degli spazi comuni, orgoglio identitario senza provincialismo. Una città cambia davvero quando smette di pensarsi periferia e inizia a comportarsi da protagonista. Farei tutto questo per onorare il passato, costruire il futuro nell’incontro tra innovazione e tradizione, e insegnare a vivere il presente come una grande opportunità”.

Che immagine di Gela vorresti che arrivasse fuori, in Italia e all’estero?

“Una città complessa ma viva, piena di energia, storia e talento. Non un’etichetta, ma una possibilità”.

Cosa non può mancare sulla tavola di un gelese Doc?

"Non possono mancare sapori veri, generosi, fatti con amore. Sicuramente l’impanata, simbolo di convivialità e tradizione, e la lasagna al forno con il sugo di carne fatto in casa, che profuma di famiglia e domeniche insieme. Poi il pane caldo, croccante e profumato, quello che da solo racconta casa. E naturalmente il pesce fresco, cucinato con gusto e semplicità, perché il mare a Gela entra anche in cucina. Se parliamo di dolci, direi la raviolina, il cartoccio e il cannolo torronato con la ricotta: piccoli capolavori di memoria e piacere”.

Al ritorno dai numerosi impegni nel Mondo, qual è il piatto che ti fa dire “sono a casa”?

“Senza dubbio l’impanata appena sfornata!”.

L'ultimo film che hai visto al cinema?

“Il Diavolo veste Prada 2. Un immaginario che continua a raccontare moda, ambizione e trasformazione”.

Tra poco arriveranno le meritate vacanze estive. Mare o montagna?

“Assolutamente mare. Perché insegna profondità, movimento e orizzonte”.

La nostra città ha un'altra firma in più di cui essere orgogliosa. Jennifer Puzzo non ha ereditato un’azienda. L’ha inventata. Si è fatta da sola. Punto dopo punto, come si cuce un destino, dimostrando che l’arte, quando è vera, non teme la polvere del laboratorio. Anzi, ci nasce. E oggi veste gli altri. Di lavoro, dignità e di orgoglio gelese.

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