La passione per il rock e la fede in Dio, a tu per tu con don Giorgio

"La preghiera è il respiro dell'anima, ti fornisce la luce per discernere gli accadimenti della tua storia”

01 gennaio 2026 11:07
La passione per il rock e la fede in Dio, a tu per tu con don Giorgio  -
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Ha trascorso il Natale e la fine dell’anno, nella sua amata Gela. Ripartirà alla fine di febbraio per proseguire la “missione itinerante” in Sud America ed esattamente nella diocesi di Oberá – Misiones estremo Nord Est argentino, ai confini con Brasile e Paraguay, dopo l’esperienza maturata presso le diocesi di Cruz del Eje e di Dean Funes a Nord Ovest del dipartimento di Cordoba, a circa 850 chilometri dalla metropoli Buenos Aires. Don Giorgio Cilindrello, nella propria città, è stato accolto dai suoi cari e dai suoi amici in un vortice di emozioni, stretto in un forte abbraccio che si manifesta solo ed esclusivamente alle persone a cui si vuole realmente bene, perché irradiano l’amore di Dio, offrendo perdono, speranza e un sorriso, diventando amici e medici dell’anima. E don Giorgio è la rappresentazione manifesta del concetto di benevolenza per gli altri. Che comprendono e ricambiano. Sessantacinque anni, sesto di dodici figli concepiti da mamma Crocifissa (cinque dei quali sono deceduti piccolissimi), don Giorgio porta con sé un segno distintivo inequivocabile: la barba lunga bianca, sana e curata. L’esatto contrario di un imberbe.

Togliamoci subito un interrogativo: da quanto tempo non la togli?

“Per l’esattezza, sono 39 anni!”

Dopo avere frequentato la scuola dell’obbligo, Giorgio Cilindrello abbandona gli studi convinto di potere iniziare una vita da rocker. La musica è la sua passione. Dopo avere espletato il servizio di leva nell’Aeronautica Militare a Fontanarossa di Catania, parte per lavoro direzione Libia. Ritornato in Italia, appena ventunenne, si immerge nuovamente nella musica presso il Koala Club. Con il servizio autobus offerto da Pintaudi, accompagna i bambini e con i soldi ricavati, riprende gli studi interrotti. Il cammino di fede ha una data ben precisa: 19 agosto 1987. Quel giorno entra in convento tra i Frati Minori Rinnovati, dedicandosi alla contemplazione, alla penitenza e al servizio, vivendo in fraternità ed obbedienza alla chiesa cattolica. Subito dopo, inizia il Postulandato a Corleone e otto anni più tardi, dopo la professione dei voti solenni perpetui, è ordinato diacono permanente.
Quando hai sentito per la prima volta la chiamata al sacerdozio?
“L’ho avvertita proprio durante il Diaconato Permanente”

Terminato nel 2001 il percorso teologico Seraphicum di Roma, una prima formazione di base sulla spiritualità francescana, ritorna nella Diocesi di Piazza Armerina e il 16 ottobre del 2004 viene ordinato presbitero in Cattedrale dal Vescovo, monsignor Michele Pennisi. Il primo marzo del 2012, riceve la nomina di parroco di San Francesco d'Assisi e per due anni ricopre la cattedra di religione cattolica all’istituto scolastico Giovanni Verga di Gela. Successivamente, viene nominato cappellano della Questura di Caltanissetta e porta il nome di Dio nella casa circondariale di contrada Balate, in un percorso misericordioso, celebrando incontri e preghiere attraverso l’empatia e l’attenzione verso i detenuti.
Cosa ti ha lasciato l'esperienza vissuta come cappellano del carcere?
“Mi ha avvicinato ad una delle cause più profonde del dolore umano, la privazione della libertà. Ho visto tante lacrime brillare sui volti pentiti di chi ha maturato un processo di conversione e, di conseguenza, un riconoscimento del male arrecato ad altri. L'angoscia di non essere accanto alla madre dei propri figli nel momento della nascita, di non poter camminare liberamente lì dove il cuore tende...lo stress che può provocare il momento della fine della pena, "la società mi rifiuta, non mi accetta, trovare lavoro è, realmente, più difficile”…e, poi, una famiglia che ha bisogno, i figli che reclamano, il tentativo di arrampicarsi sugli specchi e la tentazione di spaccare il vetro della realtà, e quasi quasi il bisogno di rimanere nella mia cella che mi difende dalle tante responsabilità che la vita richiede. Alcuni ce la fanno a recuperare affetti, lavoro, libertà, ma nulla è scontato, se non, la consapevolezza che Dio mi ama, una verità che supera tutte le paure e le responsabilità della vita!”

Ad inizio ottobre del 2017, don Giorgio è nominato parroco di San Sebastiano Martire.
“Ho ricordi bellissimi nelle mie esperienze maturate nelle parrocchie San Franceso e San Sebastiano Martire. Il vedere rifiorire tante Comunità Neocatecumenali, i giovani, tesori preziosi da custodire e difendere, la vicinanza e l'amore a tutte le tipologie di povertà, (ricordiamo la povertà morale di tanti), la ricchezza della varietà dei carismi e il servizio a tutte le realtà ecclesiali presenti in parrocchia. Penso al Movimento della Speranza, il Gruppo coppie, Gesù misericordioso, i catechisti, i ministri straordinari dell'Eucaristia, gli ammalati, i poveri (e non solo della parrocchia), i Gruppi estivi, la collaborazione con la scuola che insiste nel territorio parrocchiale, il gruppo prezioso degli anziani che si dedicano ai lavori artigianali, l'accoglienza a chi ha fatto richiesta per la "messa alla prova", e, non ultimo, l'accoglienza di due famiglie ucraine durante l'emergenza del conflitto con la Russia. Tutto è stato una benedizione. E’ stato bellissimo conoscere i benefattori che hanno contribuito alla realizzazione del nuovo altare e dei lampadari liturgici, la Via Crucis, il canto, chitarra in mano, nelle vie della parrocchia di San Francesco durante il mese di maggio, dedicato alla Madonna. Momenti di grande trasporto che non dimenticherò mai..”

C’è stato un momento di dubbio lungo il tuo cammino e come lo hai affrontato?
“L'unico dubbio che ho avuto è stato durante la preparazione alla Professione Solenne. L'ho superato con la preghiera liturgica e l'Eucarestia quotidiana”.
Che cosa significa per te essere prete oggi?
“Camminare, mano nella mano, con Dio e i fratelli”.
Qual è la tua giornata tipo in Sud America?
“Mi alzo alle 6 per le lodi mattutine. Colazione e subito dopo, preparazione Catechesi con l'equipe itinerante che accompagno. La sera, infatti, catechizziamo nelle parrocchie, dove i parroci chiedono di formare i fedeli per una iniziazione cristiana post battesimale. Visito famiglie al fine di invitarle a queste riunioni. Non c’è alcuna distinzione: poveri, ricchi, intelligenti, semplici, giovani, anziani, tutti sono chiamati a riscoprire il proprio battesimo, o, in qualche caso, a prepararsi da adulti al battesimo”.
Qual è l’aspetto più gratificante del tuo servizio?
“E’ quello di vedere la vittoria di Gesù Cristo sui fratelli/sorelle che sono ingannati e schiavi del Maligno”.
Quello più difficile?
“Combattere la "buona battaglia della fede" e anche le sofferenze del corpo che vorrebbero spegnere l'ardore e l'amore verso l’Evangelizzazione”.


Come coltivi la tua fede nei momenti di stanchezza?
“Nei momenti di stanchezza riposo, sempre, nella Parola meditata e nella relazione personale con Gesù Cristo. Importante, per me, è, anche, la presenza consolante della Vergine Maria”.
In che modo la preghiera influenza le tue decisioni quotidiane?
“La preghiera è il respiro dell'anima, il massaggio dell'anima, ti fornisce la luce per discernere gli accadimenti della tua storia”.
Che consiglio dai a chi fa fatica a credere?
“Lo invito ad intraprendere un cammino di conversione, una via che conduce alla verità, quella verità che ci rende liberi e ci riconsegna una vita nuova, la vita nello Spirito che, a noi, svela il senso profondo del dolore e della morte e la certezza che la morte è stata sconfitta per mezzo della Pasqua di Gesù”.
Quali sono le sfide principali della Chiesa oggi?
“Sicuramente metto al primo posto il recupero di una Evangelizzazione esistenziale che coinvolga il cuore umano e lo riconsegni, rinnovato, alle relazioni con Dio e con il mondo, attirare i giovani per riconsegnare, a loro, Gesù come indicatore verace di valori eterni; testimoniare la comunione con dolcezza e fermezza, educare e formare alla fede, con empatia e autorità; usare intelligentemente e prudenza i social media, annunciare Cristo Sapienza di Dio al mondo incredulo. Rendere presente l'Amore fedele, la Croce!”
Hai appena accennato ai social media. Possono essere uno strumento utile per l’evangelizzazione?
“Si, i social media possono essere strumenti utili per l'evangelizzazione. Durante il lockdown, ad esempio, sono stati strumenti preziosi, che hanno permesso di far arrivare il Vangelo a tutte le comunità parrocchiali e non”.
Come può la Chiesa dialogare meglio con i giovani?
“A volte ci chiediamo che Chiesa vogliamo noi, quando, invece, dobbiamo chiederci quale Chiesa vuole Dio da noi e stare in ascolto dello Spirito Santo. I giovani hanno bisogno di risposte vere e l'unica verità che può soddisfare ogni domanda di senso profondo, è Gesù Via, Verità e Vita! Annunciare Cristo ai giovani è il più grande gesto di amore che si possa dare ai ragazzi, non li possiamo illudere con gli idoli e i feticci del mondo! Dietro questa verità, poi, tutte le sfide si possono confrontare e, in parte, condividere accogliendo le fragilità, le speranze, i sogni e accompagnandoli a specchiarsi nella Verità del Vangelo che svela il senso profondo dell'esistenza in tutte le sue dinamiche interne ed esterne”.
Che ruolo dovrebbe avere la Chiesa sui temi sociali attuali?
“Un documento dei vescovi italiani per gli anni '90 "Evangelizzazione e testimonianza della carità", nell' introduzione dice: "La Carità più grande, oggi, è annunciare il Vangelo a tutti gli uomini, perché una società senza Dio è una società grigia!” Lo si vede nelle macellerie sociali e nei relitti umani che popolano i marciapiedi e gli anfratti più bui delle città. E lì, nel cuore dell'uomo, che bisogna operare, usando il bisturi della Parola di Dio che "ferisce e risana". Ferisce per asportare il male e risana per ricucire la ferita”.
Qual è l’incontro che ti ha segnato di più nel tuo ministero?
“Quello avuto nella basilica di San Paolo fuori le mura a Roma con Kiko Arguello, il fondatore delle comunità Neocatecumenali. Mentre io vivevo un combattimento interiore, se separarmi o no dai Frati, mi chiedevo: come posso lasciare il mio saio, che per me è diventato come una seconda pelle, un involucro dove custodire tutti i miei sentimenti che affiora sempre più, in questo tempo? Cercavo una risposta direttamente dalla Parola e fu in quel preciso momento che Kiko, a gran voce, invocando l'aiuto dell'apostolo Paolo per illuminare tutti i presenti, prese una parola a caso ed esclamò: "In realtà quanti siamo in questo corpo, sospiriamo come sotto un peso, non volendo venire spogliati ma sopravvestiti, perché ciò che è mortale venga assorbito dalla vita”.
Come ti poni davanti a chi ha perso la fede o è arrabbiato con la Chiesa?
“Misericordia è la parola d'ordine! Cerco di capire e di indagare nel cuore dell'uomo, per risalire alla causa, alla radice della rabbia o della perdita di fede. La parola più efficace, in questo caso, è 'Testimonianza', non giudicare ma essere vicini con la carità, necessaria per tentare di riconciliare la persona con la sua storia e con Dio”.
Che importanza ha l’ascolto nel tuo ruolo?
“Fondamentale, direi che è una chiave empatica per accogliere le istanze più profonde dell'anima. Gesù direbbe che anche una virgola merita attenzione!”
Come vedi il rapporto tra fede e scienza?
“Dio è immanente, perfettissimo, fonte perenne di verità, mentre la scienza si scopre perfettibile, tanto è vero che, ad ogni nuova scoperta, scade quella precedente e, si avvicina sempre più alla verità per eccellenza e, su questo, si possono avere diverse testimonianze come lo studio recente sul momento esatto dell'incontro tra il seme maschile e l'ovulo della donna: si sprigiona un’energia luminosa a forma di croce. E’ la "Laminina", una glicoproteina strutturale presente nella matrice extracellulare che sta suscitando un interesse crescente in campo scientifico”.
Se potessi cambiare una cosa nella Chiesa, quale sarebbe?
“Cambierei quelle forme, vetuste e pagane che, in parte, offuscano la bellezza, l'armonia, la vivacità della Parola di Dio, della Liturgia, delle relazioni esistenziali. In sintesi, è necessaria una conversione pastorale illuminata dalla luce conciliare del Vaticano II”.
Perché hai deciso di andare in missione?
“In realtà non ho scelto io, è stato lo Spirito Santo a volerlo, perché è stato fatto un sorteggio, dopo una preghiera, e il mio nome è uscito assieme all'Argentina. Io avevo dato la mia disponibilità per andare in qualsiasi parte del mondo, fino ai confini del mondo e, Dio... così ha voluto!”
Non essere diventato un rocker, è ancora oggi un tuo cruccio?
“Assolutamente no! Quello è stato un sogno della mia adolescenza, adesso benedico Dio che mi ha scelto per essere servo della sua Parola”.
Qual è il tuo gruppo musicale preferito?
“È difficilissimo scegliere. Mettendo fuori concorso la musica sacra, classica inarrivabili, oggi ascolto, quando ne ho la possibilità, jazz, fusion, rock progressivo anni 70/80. Spazio da Chick Corea a Pat Metheny, da Le Orme alla Pfm, dai Deep Purple agli Scorpions, Pink Floyd, Dream Theather. Ascolto Pino Daniele, Lucio Dalla, Lucio Battisti, Mina…”
Che messaggio vuoi lasciare a chi ha appena letto questa intervista?
“La vita è un dono di Dio, tu sei il più grande fra i tesori della Terra, se non sei felice chiediti perché! Ritorna a Dio, abbi a cuore il Signore, dentro il suo cuore c'è posto per tutti, scandaglia il greto del tuo cuore, afferra la roccia con tutte le tue forze, per non farti trascinare nella corrente del non senso, grida nel tuo profondo "la Roccia del mio cuore sei tu Signore, su di essa voglio stabilire la mia vita, non potrò più vacillare, se tu sei con me. Ama la vita, riconciliati con la tua storia, guarisci le ferite con il balsamo della Parola di Dio, va incontro a Dio, abbandona la tua vita all'Amore che perdona, a Dio! "Coraggio! Dio ti ama!"
Trentanove anni che non tagli la barba. Perché hai deciso di farla crescere così folta?
“Non è per pigrizia, ma è una indicazione che ne dà San Francesco d'Assisi ai suoi Frati, ed io, come suo discepolo, indegno, ho coltivato questo segno divino che è rimasto, quasi scolpito, sul mio volto. Pace a tutti”.


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