La violenza giovanile ha cambiato volto, pelle e strumenti

Quando un ragazzo decide di portare con sé un'arma, ha già accettato l'idea che l'altro sia un nemico da annientare e non un compagno con cui scontrarsi

31 marzo 2026 20:17
La violenza giovanile ha cambiato volto, pelle e strumenti  -
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Il gravissimo fatto di sangue che si è verificato ieri sera in viale Indipendenza, a Gela, con un ragazzo di 20 anni accoltellato da un suo coetaneo per futili motivi (la vittima è grave in ospedale a Catania e l'aggressore è stato immediatamente bloccato ed arrestato dalla Polizia), delinea chiaramente che la violenza giovanile ha cambiato pelle, volto e, soprattutto, strumenti. Se una volta, a seguito di incomprensioni, sguardi torvi, una ragazza contesa o il nulla cosmico, il conflitto tra ragazzi si risolveva con una rissa a mani nude o, nel peggiore dei casi, con il "bullismo" psicologico, oggi - purtroppo - la cronaca ci consegna una realtà molto più affilata: quella della lama in tasca.

Il coltello (e nei fatti ancora più gravi la pistola, così come accaduto recentemente sempre a Gela) rappresenta un accessorio d'identità, in quella che i sociologi definiscono "estetica della violenza". In più di un'occasione, il procuratore capo della Repubblica, Salvatore Vella, ha rimarcato il concetto della pericolosità dimostrata da una frangia di ragazzi, tra cui tanti minori, che girano armati. Per alcuni di loro, l'arma - purtroppo - rappresenta un simbolo di potere. Serve a scalare le gerarchie sociali del branco o a guadagnarsi il "rispetto".

La vera forza - ci permettiamo di sottolineare - non è quella di chi estrae una lama (o una pistola) con inaudita protervia. Anzi, per dirla tutta, si tratta di paura travestita da coraggio. La vera forza è di chi sa risolvere un conflitto con la testa e non con il metallo.

Ecco perché siamo d'accordo quando lo stesso Procuratore invita a lavorare tutti insieme (genitori in primis) per far capire che la forza non coincide con la violenza.

Molti dei giovani che poi vengono arrestati, dichiarano di "non aver pensato alle conseguenze". Ció dimostra che trattano la realtà come se fosse un videoclip o un videogioco dove esiste il tasto reset. Bisogna capire invece che quando un episodio sfocia nel sangue, si è arrivati a toccare il punto più basso in cui la nuova generazione (e non) ha smarrito la capacità di verbalizzare il conflitto.

Il passaggio dallo schiaffo alla lama (e alle pistole) segna, infatti, un punto di non ritorno simbolico. Quando un ragazzo decide di portare con sé un'arma ha già accettato l'idea che l'altro sia un nemico da annientare e non un compagno con cui scontrarsi.

Recuperare questi ragazzi significa riabituarli al valore della parola e, soprattutto, restituire loro una prospettiva di futuro che non sia racchiusa nello spazio di pochi centimetri di acciaio. Perché, come dimostrano i fatti di cronaca, quando la lama e la pistola entrano in gioco, a perdere sono sempre tutti: chi cade sull'asfalto e chi resta in piedi con le manette ai polsi.

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