Porto: seduta disertata e fondi da revocare
Il giallo dei lavori che non iniziano mai
La maggioranza con l'aggiunta di Italia viva e PeR hanno approvato la linea del sindaco: agire per la revoca del protocollo e quindi chiedere la restituzione dei fondi alla città in assenza di un cronoprogramma certo sui lavori di insabbiamento del porto.
consiglio monotematico sul porto rifugio si è aperto con assenze che hanno segnato fin dall’inizio il clima della seduta: non c’erano il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, la presidente dell’Autorità portuale della Sicilia occidentale Annalisa Tardino né la presidenza della Regione, lasciando l’aula a un confronto sbilanciato tra consiglieri, parlamentari del territorio, comitato pro‑porto e Capitaneria. Da subito è emersa la convinzione, ribadita da più interventi, che sul porto di Gela pesi un interesse a mantenerlo impraticabile, mentre gli scali vicini avanzano e la città resta senza uno sbocco marittimo funzionante.
Il consigliere Rosario Faraci ha ripercorso la storia infinita di un’infrastruttura mai resa fruibile, mentre Giovanni Giudice ha definito il dibattito “un parlarci addosso” in assenza degli enti competenti, proponendo di andare direttamente all’Autorità portuale. Toni duri anche da Paolo Cafà e dal dem Antonio Cuvato, che ha parlato di “dolo evidente” e del rischio che Gela diventi un’appendice di Licata, arrivando a evocare la necessità di “bloccare la città” per costringere le istituzioni a intervenire. Per il capogruppo M5s Francesco Castellana, l’assenza del centrodestra regionale e dell’Autorità dimostra la mancanza di interesse verso Gela, mentre il civico Davide Sincero ha denunciato un’offesa alla città e alla politica locale, ottenendo la sospensione dei lavori per valutare lo stop al dibattito, poi approvato nonostante le divisioni interne. Il centrodestra consiliare si è trovato a difendere una posizione scomoda: la leghista Antonella Di Benedetto ha spiegato che il ritiro dei quattro milioni delle compensazioni non è possibile senza un nuovo protocollo, proponendosi come ponte istituzionale e invitando a superare le bandiere politiche, linea condivisa anche da Armando Irti e Cristina Oliveri. Il vicesindaco Giuseppe Fava e il M5s Vincenzo Tomasi hanno invece ribadito la mancanza di collaborazione da parte della presidente Tardino, accusata di intervenire solo quando ci sono meriti da rivendicare. Il sindaco Terenziano Di Stefano ha richiamato il peso strategico del territorio, dagli investimenti Eni con Argo‑Cassiopea e Gemini al piano Mattei, chiedendo certezze immediate e un cronoprogramma, dichiarandosi persino disposto a scusarsi con Tardino ma pronto a revocare l’accordo per riottenere i quattro milioni se non arriveranno risposte. Alla ripresa dei lavori, il presidente del comitato pro‑porto Massimo Livoti ha chiesto di revocare l’accordo e riprendersi i fondi, denunciando l’assenza degli enti decisionali e ricordando che la privatizzazione non può riguardare l’intero porto. Il senatore Pietro Lorefice ha parlato di risorse “buttate a mare” e definito “scandalosa” la nota inviata da Tardino al sindaco, mentre il consigliere M5s Massimiliano Giorrannello ha chiesto di non trasformare la vicenda in una battaglia politica, pur sostenendo la necessità di ritirare i fondi da una procedura ormai “insabbiata”. Il comandante della Capitaneria Daniele Curci ha confermato la gravità della situazione: nel porto rifugio non entrano imbarcazioni con pescaggio superiore a un metro e mezzo, un’unità Sar è costretta a stare a Licata e altri mezzi attraccano al porto isola Eni, pur garantendo condizioni minime di sicurezza. Ha aggiunto che una privatizzazione è possibile solo se restano garantiti i servizi essenziali. Il vicepresidente dell’Ars Nuccio Di Paola ha ricordato che i fondi delle compensazioni, oggi ridotti a quattro milioni, possono essere destinati ad altri interventi per la città e che l’Autorità deve individuare le risorse per il porto come fatto altrove, fornendo finalmente un cronoprogramma. Per il dem Gaetano Orlando, a questo punto deve intervenire il prefetto per ristabilire un coordinamento istituzionale che oggi appare completamente saltato.
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