Relazione Università di Firenze agli atti della Procura
I tecnici:"il rischio frana è ancora elevato"
La relazione tecnica redatta dai docenti dell’Università di Firenze sulla frana che a gennaio ha colpito Niscemi entrerà ufficialmente nel fascicolo dell’indagine per disastro colposo aperta dalla Procura di Gela. Il documento, firmato dal geologo Nicola Casagli e dal suo gruppo di lavoro su incarico del Dipartimento della Protezione civile nazionale, rappresenta il primo quadro organico sullo stato del dissesto che da decenni interessa l’area.
L’inchiesta, ancora a carico di ignoti, punta a chiarire perché, nonostante i fondi stanziati negli anni per il consolidamento del territorio, gli interventi non siano mai stati realizzati o completati. I magistrati intendono verificare se l’assenza di un sistema di raccolta delle acque, insieme a eventuali costruzioni abusive, possa aver contribuito a innescare o aggravare lo smottamento.
Nell’ultimo mese i pm hanno ascoltato diversi testimoni, tra cui l’ex prefetta di Caltanissetta — nominata commissaria per la frana — e il capo della Protezione civile regionale, Salvo Cocina. Sono stati inoltre acquisiti tutti gli atti relativi alle ordinanze nazionali e regionali emanate dal 1997, anno del primo grande cedimento che interessò la zona.
Il rapporto dell’Ateneo toscano, 150 pagine pubblicate anche sul sito del Dipartimento, non lascia spazio a dubbi: «Il quadro delineato dai sopralluoghi e dai dati satellitari indica che il rischio rimane elevato per la frana nel suo complesso e che il fenomeno è destinato a evolvere ulteriormente», scrivono i tecnici.
Una conferma, dunque, che la frana è tutt’altro che stabilizzata. Proprio oggi è arrivata una nuova segnalazione: un ulteriore smottamento ha interessato il limite dell’area che ospita il Muos, il sistema di comunicazioni satellitari statunitensi in contrada Ulmo.
Secondo gli esperti, «la scarpata principale che borda il paese è suscettibile di un’evoluzione che potrebbe coinvolgere ulteriori edifici posti in prossimità del margine instabile e compromettere in modo permanente tratti di viabilità strategica». Il centro abitato, invece, presenterebbe «condizioni di sostanziale stabilità».
Il gruppo di ricerca indica una serie di interventi ritenuti prioritari. Tra questi: ridurre l'infiltrazione delle acque provenienti da monte intercettando i flussi prima che raggiungono la massa instabile. Bisogna proteggere il piede dei versanti per contrastare l’erosione fluviale, considerata uno dei principali fattori di riattivazione del fenomeno.È necessario intervenire sulle aree più critiche, come l’alveo del torrente Benefizio, anche attraverso opere di ingegneria naturalistica comprese nuove piantumazioni; La raccomandazione più delicata riguarda però gli edifici: i tecnici ritengono necessario delocalizzare le costruzioni entro 50 metri dal margine della scarpata, mentre oggi la fascia interdetta è di 100 metri dal precipizio.
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