Uccio De Santis, il comico che ha portato il cabaret del Sud in tv
"La battuta funziona se sa di vero...Colpito dalla bellezza del centro storico di Gela"
Ogni venerdì sera, Rai 2 ci ha fatto dono di risate che hanno cancellato il rumore intenso della giornata. Per poco meno di mezz’ora, guardare “Mudù…quante risate” ci ha fatto sentire davvero divertiti. Uno svago senza sforzo, in una fascia oraria in cui ancora prevalgono talk, crime e talent. Qui la ricetta è più semplice: situazioni di tutti i giorni portate all’eccesso, dialoghi rapidi, battute che nascono da quello che succede al bar, in fila alle poste, a tavola con i parenti. Alla guida c’è Uccio De Santis, autore, protagonista e un nome che per il pubblico meridionale, è legato al cabaret televisivo da oltre trent’anni. Il format nasce infatti a Conversano, su Telenorba, nei primi anni ’90. L’idea era quella di portare in tv i personaggi del cabaret locale senza snaturarli. Funzionò al punto che “Mudù” diventò un caso regionale, poi nazionale, con passaggi su reti Mediaset e infine sulla tv di Stato. Il cast che affianca De Santis è in gran parte quello storico. Facce e voci che il pubblico riconosce subito, anche solo dalla cadenza. Quest’anno alla squadra si sono aggiunte Manuela Arcuri e Adriana Volpe, inserite in sketch scritti ad hoc per sfruttare il loro contrasto con i personaggi tipici del programma.
Il merito di De Santis è stato capire presto che la forza di “Mudù” sta nella riconoscibilità. I personaggi parlano come parlano in tanti, esagerano atteggiamenti che si vedono davvero. Non c’è costruzione complessa: una premessa, un fraintendimento, una battuta finale. Funziona perché il meccanismo è immediato e perché la recitazione punta sul ritmo più che sulla battuta ricercata.
In parole povere, l’autore è bravo a mettere dinanzi a una telecamera rendendole irresistibili, le assurdità quotidiane, quelle che tutti noi viviamo giorno dopo giorno e che fingiamo di non vedere. Nato nel 1965 a Bitetto, in provincia di Bari, è sposato con Dora Di Leo. Cinque anni fa hanno festeggiato le nozze d’argento. Dal loro amore sono nate Simona e Roberta, quest’ultima attrice di fiction sulle reti Mediaset e con produzioni teatrali in America ed in Australia. Diplomato ragioniere e a pochi esami dalla laurea, Uccio tantissimi anni fa ha avuto la brillante idea, azzeccata, di creare una situation comedy televisiva che non si era vista prima.
Partiamo dalla barzelletta: ti ricordi la prima volta che l’hai raccontata e hai capito che "funzionava"?
“C'è da dire che la barzelletta io l'ho raccontata, forse come prima volta, per partecipare al concorso de La sai l’ultima? su Canale 5. Sinceramente poche volte avevo raccontato barzellette in vita mia e non avrei mai pensato di farne un cavallo di battaglia della mia carriera. Tornando indietro nel tempo, posso dire che l’occasione che mi si era presentata, quella di partecipare allo spettacolo, in prima serata, su una tv nazionale, l’ho colta al volo, cosi come avrebbe fatto un ragazzo della mia stessa età. E’ stato un momento importante: non solo ho partecipato ma ho pure vinto la puntata, condotta da Gerry Scotti e Natalia Estrada. Era il 1998. In quell’occasione, ricevetti anche il premio dedicato a Gino Bramieri, il più grande barzellettiere d’Italia, scomparso due anni prima. Da allora è iniziato il mio percorso di barzellettiere, anche se…”
Anche se?
“In effetti non mi definisco un vero e proprio barzellettiere. Sono un attore che prende spunto dalla cronaca quotidiana, dalla storia recente o dai fatti sociali, per metterli in scena, in chiave ironica. Oggi rivesto il ruolo di un dottore, domani sono un prete, un carabiniere, il comandante di una nave crociera. E ci scherzo su”.
Uccio ha partecipato anche alle edizioni successive de “La sai l’ultima?” con la stessa presentatrice spagnola, Gigi Sabani ed Ezio Greggio. Lo abbiamo anche apprezzato per le sue presenze nei programmi televisivi Corri da Uccio, La rosa blu, Stasera con Uccio, Su e giù con Mudù, L'ostaggio, Stasera mi butto, Volami nel cuore con Pupo e Biagio Izzo, Premio Barocco e Made in Sud.
Secondo te, conta di più il testo della battuta o il tempo comico con cui la dici?
“Sono entrambi importanti anche se ritengo che il tempo comico abbia una percentuale più alta rispetto alla battuta. Il testo è rilevante però l'espressione del viso e l'immediatezza della battuta, sono fondamentali”.
Come gestisci il silenzio del pubblico quando una battuta cade nel vuoto?
“Se cade nel vuoto, non è un problema. La pausa a me piace tantissimo, così come il silenzio. Se però il vuoto dovesse essere predominante, in quel caso ti poni nell’immediatezza due domande a cui, successivamente, darai delle risposte: non sono stato bravo a trasmettere la battuta? Cosa è successo? L’importante, sul momento, è continuare con lo spettacolo come se nulla fosse accaduto”.
E’ successo?
“Qualche volta si. Il pubblico non ha riso ma sono stato io a non volere che ridesse. Mettiamola cosi”. E intanto ride
In quel caso, hai una "battuta di emergenza" per salvarti?
“No, più che battuta è un prosieguo del discorso che si intreccia con quello precedente. In questi frangenti, conta molto l’abilità di stare al gioco con chi ti segue”.
Come fai a ricordare centinaia di storie senza poi confondere i finali?
“All’inizio della mia carriera, non lo nascondo, sbirciavo i copioni. Poi, col tempo, tutto mi è venuto più semplice, quasi automatico. In tutto questo mi hanno aiutato i numerosi spettacoli in cui sono stato coinvolto e lo sono tutt’ora. Ho memorizzato tutto, quasi fosse un timbro sulla mia mente”
Dunque tutto è filato liscio come l’olio?
“Diciamo…Durante una serata, mentre raccontavo una storia, mi sono bloccato perché non ricordavo il finale. Fortunatamente non mi sono fatto prendere dal panico, anzi ho coinvolto il pubblico presente a cui ho detto di essermi perso nel racconto. Gli spettatori hanno gradito ed applaudito per la sincerità dimostrata. Cosa che ha fatto anche il mio cast, dietro le quinte. Qualcuno ha pensato che stessi bleffando, invece era tutto vero. In quasi trent’anni di carriera, avrò dimenticato il finale di una storia tre volte…”
Nel vasto curriculum di Uccio De Santis, il cinema ha avuto una presenza predominante dal 2004 in poi. Sul grande schermo, lo abbiamo visto nei film Le barzellette, per la regia di Carlo Vanzina con Gigi Proietti, Carlo Buccirosso e Giuseppe De Rosa; Nicola, lì dove sorge il sole; Natale con chi vuoi; Non me lo dire; La matricola; Effetti indesiderati; Io che amo solo te; Belli di papà; Loro chi? con Marco Giallini ed Edoardo Leo; Mi rifaccio il trullo; La cena di Natale; Natale a Londra - Dio salvi la regina; Ricchi di fantasia; La Grande Guerra del Salento; L'amore ti salva sempre e Il mammone. In tv, ha avuto dei ruoli in Mudù; Il giudice Mastrangelo con Diego Abatantuono e Amanda Sandrelli; Robin Uccio; Rex e Un medico in famiglia. Nel 2014 ha partecipato con l’attrice Antonella Genga ad Applausi di Gigi Marzullo. È stato spesso ospite su Rai 1 de La vita in diretta, Storie Italiane, I soliti ignoti, Oggi è un altro giorno. Portano la sua firma in teatro, gli spettacoli Non tutti i ladri vengono per nuocere; Vi racconto 15 anni di Mudù; Stasera con Uccio - Vi racconto il mio Mudù; Non so che fare prima e Scusi per Hollywood?
Lo accennavamo poco fa: quanto della tua quotidianità finisce nei tuoi monologhi?
“I miei spettacoli sono sempre tratti da storie di vita vissuta da me, dai miei autori e da tutto lo staff che mi collabora, in primis mio fratello Antonio. Lui scrive tutto quello che gli succede, inserendo dei momenti comici che poi si incastrano con delle barzellette attinenti alla vicenda. Dunque si spazia dai saldi, al rapporto uomo-donna, all’acquisto di un antifurto. Insomma, storie di comportamenti reali”.
Ma come si adatta una vecchia barzelletta classica al pubblico di oggi, che è molto più veloce e anche smaliziato rispetto a prima?
“Le barzellette storiche, quelle più antiche, funzionano sempre. Sono attualissime. C’è da dire che se una barzelletta datata la racconti sul palco, non c’è alcun problema. Quest’ultimo si pone, quando la racconti in tv o sui social dove il ritmo deve essere accelerato. Lo impone la tecnologia sempre più avanzata a cui bisogna attenersi”.
Esiste un argomento su cui non riusciresti mai a scherzare, o pensi che la satira non debba avere confini?
“No, la satira può non avere dei confini. E’ ovvio che ci sono degli argomenti che mi stanco a trattare o tratto molto molto poco. Nei miei spettacoli, è difficile che parli di politica. Il tempo che cominci a scrivere un copione su qualcuno, questo o ha già cambiato partito o è prossimo a farlo, in un trasformismo senza limite. Sono molto riservato su argomenti che interessano la disabilità. Se li affronto, lo faccio con eleganza. Evito il pietismo ed uso l’ironia e la sensibilità per restituire complessità e dignità a chi è meno fortunato di noi”.
Come ti comporti con l'inevitabile spettatore che cerca di anticipare la tua battuta o che urla dal fondo?
“Con calma lo invito a farmi finire il racconto. In alcune occasioni, lo coinvolgo pure e chiedo a lui chi dovrà terminare il racconto tra noi due. Alla fine però la scelta cade sempre su di me. Ci sono stati casi, però, che qualcuno mi abbia rovinato la battuta. Ma ho risolto subito. Ho enorme rispetto del pubblico che mi segue”.
Hai notato differenze tra il pubblico di diverse città? Si ride per le stesse cose da Nord a Sud?
“Nell’ultimo tour di spettacoli, ho avuto un riscontro maggiore in regioni e città che non pensavo. Mi riferisco a Firenze, Bologna, Piacenza. Sono rimasto piacevolmente sorpreso. Probabilmente questa differenza è dettata dal fatto che al Sud mi conoscono talmente bene che, in alcuni casi, credono che proponga uno spettacolo che hanno già visto. Posso assicurarvi che non è cosi: una rappresentazione non è mai la stessa, si diversifica in tutto. Parola di Uccio”.
Per tre volte sei stato ospite a Gela, l'ultima volta lo scorso agosto nell'ambito del Disco Village, in occasione dei 40 anni di Radio Gela Express
“In ogni città in cui mi esibisco, trovo tantissimi fans. E tutto ciò mi inorgoglisce. A Gela ho trovato un grandissimo riscontro. Proprio in occasione dello spettacolo del 2 agosto dell’anno scorso, quando arrivai in piazza Suor Teresa Valsè, mi colpì il fatto che non ci fossero sedie per assistere allo spettacolo. Per chi fa musica, è più facile riempire uno spazio all’aperto con gente che balla. Bene, mi sono piacevolmente ricreduto. Ho visto una piazza stracolma con spettatori che hanno gustato il mio spettacolo di quasi un’ora e trenta in piedi, divertiti. Ricordo che c’erano papà e mamme con i bambini in braccio, senza accusare alcuna fatica. E’ stato bellissimo”.
Queste immagini restituiscono all’attore il senso più profondo del suo mestiere: lo spettacolo come rito collettivo. Al di là dello show, cosa ti ha colpito di Gela?
“Quando arrivi in un luogo in cui ti esibisci, fai tutto di corsa, hai poco tempo per osservare nei dettagli la città. Arrivi reduce da uno spettacolo tenuto in un’altra zona e riparti subito dopo. Sostanzialmente sei sempre di fretta. Comunque, senza smentita alcuna, posso dire che il vostro centro storico è molto bello. Ricordo un bar in cui ho mangiato uno dei migliori gelati. Buonissimo!”
È più difficile far ridere una platea di 500 persone o un gruppetto di 5 amici a cena?
“E’ più difficile far ridere 4-5 amici davanti ad un caffè…”
Si dice spesso che i grandi comici siano anche delle persone malinconiche nel privato, tu ti ritrovi in questo stereotipo?
“No, no, malinconiche no. Probabilmente timidezza. Tanti comici sono timidi, ma appena salgono sul palco l'adrenalina prende il sopravvento e viene fuori tutto il meglio di un artista. Il microfono ti aiuta ad esternare tutto quello che ti viene da mostrare”
E tu sei timido?
“Sì, fondamentalmente sì. Basti pensare che quando sono a cena con gli amici, sono sempre l’ultimo che parla. Mi piace molto ascoltare e l’ascolto ti permette di trarre spunto per inventare una gag”.
Chi è stato il tuo maestro o il modello che ti ha spinto a salire sul palco?
“Non ho avuto alcun maestro e non ho alcun modello. Mi sono fatto da solo, spinto dalle persone più care che mi hanno incoraggiato a dare il meglio di me, riscontrando delle capacità comunicative notevoli. Alla base esisteva già una propensione a tutto quello che faccio attualmente. E il cabaret era ed è il mio mondo. Sul palco continuo a portare me stesso. Se invece devo indicare dei colleghi che stimo e seguo perché mi divertono, ti faccio i nomi di Enrico Brignano e Fiorello. Ho provato ammirazione per il compianto Massimo Troisi. L’attore napoletano era un maestro della parola e l’espressione del suo viso è tuttora inimitabile”.
Ti capita mai di essere stanco o di non avere voglia di scherzare, ma la gente si aspetta comunque che tu faccia il simpatico?
“Come diceva il grande Pippo Baudo, quando sali sul palco devi dare al pubblico quello che si aspetta. Loro si divertono e ti diverti anche tu! I primi cinque minuti, servono per studiare chi hai davanti dopodiché alla prima risata e al primo applauso, ti gasi e vai avanti spedito come un treno. Se sei stanco, è meglio starsene a casa. Io personalmente cerco di avere un contatto quasi viscerale con i mei fans. Non ho mai negato una foto, un autografo, un abbraccio. Non sopporto quegli artisti, invece, che si rifiutano, alla fine dell’esibizione, di dedicare anche un secondo al proprio pubblico. Non lo trovo corretto”.
Le barzellette sui Carabinieri sono un pilastro della cultura italiana, perché hai scelto questa istituzione come bersaglio preferito dell'ironia?
“Non l'ho scelta io, tutto è venuto da sé. Le barzellette sui carabinieri ci sono sempre state. Anni fa, addirittura, in edicola trovavi anche dei libri dedicati interamente all’ironia sull’Arma. Io non ho fatto altro che sceneggiarle e portarle in tv e sul palco. In tutti questi anni di carriera, ho avuto a che fare con Generali, Colonnelli, Capitani. Tutti loro hanno dimostrato grande apertura e apprezzamento nei miei confronti, ridendo ed applaudendo. Mi ritengo uno di loro…Anzi, aggiungo che le barzellette sui Carabinieri hanno avvicinato, ancora di più, gli uomini e le donne in divisa al popolo. Mi preme sottolineare che ad ogni spettacolo che faccio, rivolgo sempre un sentito ringraziamento alle forze dell’ordine per il prezioso lavoro che espletano. Personalmente lo ritengo straordinario. Comunque esistono anche tantissime barzellette sui medici e sui preti. Il mio repertorio è vastissimo”.
Ma ti è mai capitato di essere fermato ad un posto di blocco dai Carabinieri che poi ti hanno riconosciuto e come è andata a finire?
“Sì, mi capita sempre: polizia, carabinieri. Comunque, tutto in regola. I documenti sono a posto…In alcune occasioni, è il momento giusto anche per scattare una foto e per ricevere nuove battute per i successivi spettacoli. Come si dice: dal produttore al consumatore finale. Solo in due momenti, in quasi 25 anni, ho trovato un ostacolo al mio umorismo sui militari dell’Arma. In una piazza gremita di persone, un carabiniere in divisa, alla fine della mia esibizione, mi si avvicinò e con autorità mi disse di smetterla di prendere in giro la Benemerita…In un’altra circostanza, in un agriturismo, dove stavamo girando delle scene televisive proprio sui carabinieri ed indossavo la divisa, mi si avvicinò un carabiniere “vero”, anche se in abiti civili, e mi comandò di smetterla…”
E in questo caso, come finì?
“Fu la moglie a richiamare lui e ad invitarlo a smettere di interrompere il nostro lavoro…”
Esiste una linea sottile tra lo sfottò bonario e la mancanza di rispetto? Come fai a mantenere la satira sempre sul piano della simpatia?
“Quando stai sul palco accompagnato da un sorriso, non c'è volgarità. Chi mi segue, condivide con me e con tutto il cast la sana ironia. Quella pulita e garbata. Non servono le parolacce per ottenere una risata”.
Come riesci, quando entri in scena, a capire poi chi è la tua vittima preferita da coinvolgere e chi invece tra il pubblico è meglio lasciare in pace?
“Basta solo lo sguardo. Qualcuno mi dice che possiedo una dote innata sotto questo aspetto. Se cerco di coinvolgere uno spettatore che ho precedentemente puntato ma lui si ritrae, non insisto più di tanto. Sul palco, a divertirsi e a ridere con me, ho avuto giudici, magistrati, prefetti…Mi hanno assecondato e sono stati al gioco. Dalla postura seriosa che li contraddistingue alla risata contagiosa, è un attimo…”
Uccio De Santis si ritiene un uomo fortunato, a seguito dello spaventoso incidente stradale consumatosi la sera del 31 dicembre 2019 a Bari, nei pressi dello stadio San Nicola. La sua auto, dopo essere stata colpita da un altro veicolo, si è ribaltò più volte. Soccorso e trasportato al Policlinico, il comico riportò la frattura alla scapola.
“Ringrazio sempre il Signore per avermi aiutato quella terribile sera”
Se non avessi fatto il comico, cosa avresti fatto?
“Non lo so, forse avrei fatto più mestieri perché è una cosa che mi piace fare. Ogni due anni, una professione diversa. La vita è breve e va vissuta. Probabilmente avrei fatto l’autista perché mi piace tanto guidare o lo skipper. Possiedo tutte le patenti nautiche. Ma pensandoci bene, io sono nato per fare l’attore comico. Già all’età di 5-6 anni, salivo sul palco della parrocchia e facevo divertire tutti. Ho fatto tanta gavetta: villaggi turistici, tv private, feste di paese…Ma ero poco conosciuto. Poi con l’esibizione su Canale 5, mi si è aperto un mondo e il grande pubblico mi ha apprezzato e continua a farlo. Sono soddisfatto del mio percorso. La perseveranza premia”.
Qual è il tuo sogno ricorrente?
“Quello di mantenere tutto ciò che ho costruito, con studio e fatica. Ho piantato un albero che, anni dopo anni, mette radici profonde che mi auguro siano difficile da sradicare…”
Ci lasci con una risata?
“Una freddura più che altro. Durante uno spettacolo, invitai sul palco una signora un po' cicciottella. Le chiesi quanti anni avesse e mi rispose che non si chiede mai l’età ad una donna. Allora io le domandai quanto pesasse e lei mi replicò: ho 48 anni…”
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