Colpire un servitore dello Stato, significa attaccare la legalità

La violenza non può mai essere una risposta accettabile

01 febbraio 2026 10:40
Colpire un servitore dello Stato, significa attaccare la legalità  -
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L’aggressione ai danni dell'agente di polizia avvenuta a Torino ieri, rappresenta un episodio di estrema gravità che non può e non deve essere minimizzato. Colpire un servitore dello Stato mentre svolge il proprio lavoro significa attaccare non solo una persona in divisa, ma i principi stessi di legalità e convivenza civile su cui si fonda la nostra società. Le forze dell’ordine operano quotidianamente in contesti complessi, spesso difficili, con l’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini e il rispetto delle regole. Un’aggressione fisica nei loro confronti è un atto intollerabile che va condannato senza ambiguità, indipendentemente dalle motivazioni o dal contesto in cui avviene. La violenza non può mai essere una risposta accettabile.

L'Italia, nazione da sempre simbolo di dialogo, lavoro e integrazione, non può essere teatro di episodi che alimentano un clima di tensione e sfiducia. Ogni atto violento contribuisce a indebolire il tessuto sociale e ad allontanare i cittadini dalle istituzioni, proprio nel momento in cui sarebbe invece necessario rafforzare il rispetto reciproco e il senso di responsabilità collettiva.

È fondamentale ribadire che il diritto al dissenso e alla protesta, quando esiste, deve sempre esprimersi nei limiti della legge e del rispetto delle persone. Superare quella linea significa scivolare nell’illegalità e compromettere la sicurezza di tutti. La tutela dell’incolumità degli agenti deve essere una priorità, così come il riconoscimento del ruolo essenziale che svolgono al servizio della comunità.

Serve una condanna ferma e unanime, ma anche una riflessione più ampia sul clima di crescente aggressività che si registra in diversi contesti urbani. Prevenzione, educazione al rispetto delle regole e fiducia nelle istituzioni sono strumenti indispensabili per evitare che simili episodi si ripetano.

Colpire un poliziotto significa colpire lo Stato. Difendere chi indossa una divisa non è una questione ideologica, ma un dovere civile che riguarda tutti.

L’aggressione di ieri, non è solo un fatto di cronaca. È un segnale allarmante, l’ennesimo, di un clima in cui la violenza contro chi rappresenta lo Stato sembra trovare giustificazioni, attenuanti, silenzi imbarazzati. Ed è proprio questo il punto più inquietante.

Un agente di polizia non è un bersaglio. È una persona che indossa una divisa per garantire sicurezza, ordine e legalità. Colpirlo mentre svolge il proprio lavoro significa colpire l’idea stessa di Stato, di regole condivise, di convivenza civile. Non esistono contesti, rabbie sociali o tensioni urbane che possano rendere accettabile un atto simile.

Eppure, troppo spesso, episodi di questo tipo vengono trattati come inevitabili, quasi fisiologici. Si analizzano le cause, si cerca il “perché”, si sfuma la responsabilità. Ma c’è un limite che non può essere oltrepassato: la violenza non è mai una forma di espressione legittima. Normalizzarla significa aprire la porta all’arbitrio, alla legge del più forte, al caos.

La nostra Nazione è un luogo che ha costruito la propria identità sul lavoro, sul rispetto delle istituzioni, sul confronto civile. Vederla teatro di aggressioni alle forze dell’ordine è un campanello d’allarme che riguarda tutti, non solo chi indossa una divisa. Perché quando lo Stato arretra, quando chi lo rappresenta viene colpito e delegittimato, a perdere sono i cittadini più deboli, non il potere.

Difendere le forze dell’ordine non significa negare i problemi, né rinunciare alla critica quando è necessaria. Significa però tracciare una linea netta: il dissenso è lecito, la violenza no. Sempre. Senza se e senza ma.

La condanna deve essere ferma, unanime, priva di ambiguità. Perché ogni aggressione tollerata, ogni silenzio complice, contribuisce a sgretolare quel patto minimo di fiducia che tiene insieme una comunità. E senza quel patto, non c’è città, Regione, Italia. Non c’è sicurezza, non c’è futuro.

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