Giustizia minorile, la linea del procuratore Rocco Cosentino

"L'adolescenza è una stagione complessa. È anche il tempo in cui si possono compiere scelte sbagliate. Ma un errore, anche grave, non è un destino..."

01 marzo 2026 10:06
Giustizia minorile, la linea del procuratore Rocco Cosentino  -
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In prima linea nella tutela dei più fragili, il procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni di Caltanissetta, Rocco Cosentino, svolge un ruolo cruciale nel delicato equilibrio tra giustizia, protezione e futuro. Ogni giorno si confronta con storie complesse, segnate da disagio familiare, devianza giovanile e vulnerabilità sociale, con l’obiettivo di garantire ai minori non solo il rispetto della legge, ma soprattutto un’opportunità di crescita e riscatto. Nato a Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, 52 anni, il dottor Cosentino è entrato in magistratura nel 1999, dopo avere conseguito, tre anni prima, la laurea in giurisprudenza. L'attuale incarico richiede rigore giuridico, sensibilità umana e una profonda conoscenza delle dinamiche sociali che attraversano il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza.

"La Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Caltanissetta è un ufficio distrettuale che esercita la propria competenza sulle province di Caltanissetta ed Enna, oltre che sul Comune di Capizzi. Si tratta di un territorio vasto e articolato, composto da oltre quaranta Comuni, con realtà socioeconomiche profondamente differenti tra loro, alcune caratterizzate da forte marginalità, altre da isolamento geografico, altre ancora segnate da stratificazioni storiche e culturali complesse. Il ruolo del Procuratore minorile si sviluppa su due direttrici fondamentali, che spesso si intrecciano: quella penale e quella civile. Sul piano penale, la Procura esercita l’azione nei confronti dei minori autori di reato, valutando non soltanto la sussistenza del fatto e la responsabilità, ma soprattutto la personalità del ragazzo, il contesto familiare e ambientale, le prospettive di recupero. Sul piano civile, l’Ufficio interviene nei casi di pregiudizio per il minore: maltrattamenti, abusi, trascuratezza grave, conflitti familiari patologici, contesti di violenza domestica o ambienti criminogeni. Non si tratta semplicemente di applicare norme, ma di leggere storie, di intercettare percorsi di crescita che stanno deviando, di intervenire in una fase cruciale della formazione della persona. La giustizia minorile si muove in uno spazio temporale ristretto ma determinante: l’adolescenza, momento in cui le traiettorie di vita possono ancora essere riorientate"

Qual è la principale differenza tra la giustizia minorile e quella ordinaria?

"Quella più significativa riguarda la finalità e l’approccio. La giustizia ordinaria è centrata sul fatto-reato e sulla risposta sanzionatoria. La giustizia minorile, invece, è centrata sulla persona in formazione. Il minore autore di reato non è mai soltanto colui che ha violato una norma: è quasi sempre il risultato di un percorso educativo fragile, di carenze affettive, di modelli culturali distorti o di contesti ambientali disfunzionali. Per questo il sistema minorile privilegia strumenti orientati alla rieducazione e al recupero. La sanzione non è fine a se stessa, ma funzionale alla responsabilizzazione. Inoltre, la tempestività è essenziale: una risposta tardiva perde forza educativa; una risposta rapida può diventare occasione di consapevolezza e cambiamento. Il minore non è un “adulto in miniatura”: è un soggetto in formazione, spesso vittima prima che autore, condizionato da percorsi educativi fallimentari, deprivazioni, contesti degradati o mafiosi. Per questo il codice di procedura penale minorile privilegia la celerità, la proporzionalità, il coinvolgimento multidisciplinare e strumenti alternativi al carcere. L’obiettivo non è punire per punire, ma interrompere cicli di devianza: far acquisire consapevolezza del danno arrecato, responsabilità personale e desiderio di cambiamento. Nel penale ordinario il focus è sul fatto e sulla pena; qui è sulla persona in divenire. Paradossalmente, l’ingresso nel circuito minorile può diventare la prima occasione reale di incontro con adulti competenti e affidabili, capace di rimettere in moto motivazione e autostima".

Quali sono i casi più frequenti che arrivano alla Procura per i minorenni?

"Assistiamo a un incremento dei reati minorili, soprattutto di quelli violenti e contro la persona. Crescono anche i reati connessi all’uso distorto della tecnologia: cyberbullismo, revenge porn, diffusione di video di aggressioni, sexting. L’età dei minori coinvolti si è progressivamente abbassata e il fenomeno attraversa tutti i ceti sociali. Non si tratta più soltanto di marginalità economica, ma di fragilità relazionali diffuse. Nel territorio di Enna emergono frequentemente reati contro il patrimonio, episodi di violenza sessuale e bullismo scolastico. Nel territorio nisseno, e in particolare a Gela, si registrano fenomeni legati allo spaccio di sostanze stupefacenti e al coinvolgimento dei minori in dinamiche riconducibili a contesti criminali organizzati. Accanto ai reati tradizionali si affermano nuove tipologie di devianza: baby gang che agiscono in branco e filmano le aggressioni per diffonderle sui social, reati commessi “per noia”, atti autolesionistici, dipendenze digitali, ludopatia, uso precoce di sostanze stupefacenti anche pesanti. Nel nostro distretto i fenomeni più ricorrenti riflettono le fragilità territoriali. L’età media si abbassa, aumenta il coinvolgimento delle ragazze, e la dispersione scolastica è un fattore predittivo fortissimo. Molti casi nascono da disagio familiare o isolamento rurale, che amplifica il ricorso a internet come sfogo distorto".

Lo ha appena accennato: la maggior parte dei casi nel Nisseno - stando alle cronache - arriva da Gela. Come mai?

"Gela resta l’epicentro per ragioni storiche e strutturali. È un territorio segnato da decenni di presenza mafiosa - “Stidda” e “Cosa Nostra”-, con una guerra feroce negli anni ‘80-‘90 che ha coinvolto anche minorenni come killer o vedette. Oggi i clan usano sistematicamente adolescenti per i reati “sporchi”: tenere vivo il clima di intimidazione, spaccio di strada, danneggiamenti. È una devianza che diventa identità sociale: il ragazzo degradato trova nel gruppo mafioso prestigio, soldi facili, senso di appartenenza che la società non offre. Le precarie condizioni socioeconomiche, la disoccupazione giovanile, l’abbandono scolastico e l’isolamento culturale perpetuano il ciclo. Non è solo criminalità: è un’emergenza educativa e sociale. Le cronache ne parlano di più perché i fatti sono eclatanti, ma il problema è diffuso; serve una risposta corale, non solo repressiva. In alcuni casi, i minori vengono impiegati nella fase più esposta e rischiosa dello spaccio di droga, mentre gli adulti rimangono defilati. Questo è uno dei problemi più gravi del distretto: ragazzi che non percepiscono l’istituzione come punto di riferimento, ma come controparte. Ecco perché il lavoro della Procura minorile deve essere non solo repressivo, ma profondamente culturale. In un certo senso, Gela è una città del futuro… un futuro distopico. Emergono con anticipo fenomeni che poi si diffondono altrove: l’utilizzo dei minori nelle attività di spaccio, la ricerca di prestigio attraverso l’intimidazione, la formazione di identità di gruppo fondate sull’opposizione alle istituzioni, la spettacolarizzazione della violenza sui social. I minori coinvolti in questi contesti spesso sono portatori di valori distorti, di una cultura dell’antistato, di una visione in cui l’appartenenza al gruppo criminale diventa fonte di riconoscimento. È una dinamica pericolosa perché incide sulla costruzione dell’identità. Ma Gela non è solo questo. È anche una città con energie civili importanti. Se riesce a trasformare la consapevolezza in reazione culturale, può diventare davvero laboratorio di riscatto".

Che tipo di responsabilità comporta prendere decisioni che incidono sulla vita di bambini e adolescenti?

"È una responsabilità immensa, quasi ontologica. Ogni provvedimento – un collocamento in comunità, una limitazione genitoriale, un percorso penale – segna lo sviluppo psicofisico di una persona fragile. Ogni decisione può incidere in modo profondo sul percorso di crescita di un minore. Intervenire sulla responsabilità genitoriale, disporre un allontanamento, chiedere misure penali significa entrare in equilibri affettivi delicatissimi. Un errore può aggravare traumi, recidere legami affettivi salvifici o, al contrario, esporre a rischi ulteriori. Per questo operiamo con estrema cautela: ascoltiamo il minore, la famiglia, gli esperti; valutiamo il “miglior interesse” concreto, non astratto; privilegiamo la proporzionalità e la temporaneità. È un peso che porto con consapevolezza: non decidiamo su beni o diritti astratti, ma su futuri umani. La notte, a volte, ripenso a certe storie, chiedendomi se avremmo potuto fare di più per prevenire".

In che modo la Procura tutela i minori in situazioni di abuso, trascuratezza o violenza?

"Con tempestività e rete. Le segnalazioni arrivano da scuole - grazie ai nostri protocolli con l'ufficio scolastico regionale Caltanissetta/Enna, formulari periodici-, servizi sociali, ospedali, forze dell’ordine o privati. Avviamo indagini rapide, ascolti protetti, consulenze tecniche; richiediamo al giudice provvedimenti urgenti - art. 403 codice civile - per allontanamento immediato da contesti pericolosi. Ci attiviamo in seguito a inerzia genitoriale, monitoriamo collocamenti, promuoviamo percorsi di sostegno familiare o riparativi. L’obiettivo è proteggere subito e ricostruire: non strappare il minore alla famiglia se non indispensabile, ma aiutare la famiglia a riprendersi le sue funzioni. La violenza domestica, anche solo assistita, produce effetti devastanti sullo sviluppo psicologico del minore. La Procura può attivare misure di sostegno alla genitorialità, monitoraggi, collocamenti in comunità educative, fino alla sospensione o decadenza dalla responsabilità genitoriale nei casi più gravi. L’obiettivo è proteggere il minore e ricostruire condizioni di crescita armoniosa".

Il suo lavoro la porta a entrare in contatto con storie familiari molto complesse. Qual è la parte più difficile nel prendere decisioni che riguardano bambini e adolescenti?

"La più difficile, e forse la più dolorosa, è confrontarsi con l’impossibilità di una soluzione perfetta. Molte famiglie che incontriamo sono multiproblematiche: violenza intrafamiliare, dipendenze, trascuratezza cronica, contesti mafiosi o di estrema povertà culturale. Il minore è spesso diviso tra lealtà affettiva verso genitori o clan – anche se tossici – e il bisogno disperato di protezione. Decidere un collocamento in comunità significa interrompere un legame, per quanto distorto, che per il ragazzo rappresenta l’unico mondo conosciuto; lasciarlo in famiglia rischia di esporlo a ulteriori traumi. Ogni volta pesiamo il “miglior interesse del minore” con relazioni di esperti, audizioni protette, valutazioni psicologiche, ma resta un margine di incertezza che pesa sulla coscienza. Ho imparato che la giustizia minorile non è matematica: è umana, e porta con sé il carico emotivo di sapere che una scelta sbagliata può segnare per sempre uno sviluppo psicofisico fragile. Eppure, è proprio in questi momenti che emerge il valore del nostro lavoro: offrire al minore una chance reale di spezzare il ciclo, di incontrare adulti affidabili che credono nelle sue potenzialità residue. Non sempre esistono soluzioni ideali. Si tratta spesso di scegliere il percorso meno traumatico possibile, nella consapevolezza che ogni decisione incide su una personalità in formazione".

Quanto è importante la prevenzione e che ruolo hanno scuola, servizi sociali e famiglia?

"La prevenzione è l’elemento cardine, l’unico modo per passare da una logica reattiva a una proattiva, come nella metafora che uso spesso: dall’intervento “chemioterapico” a un’”immunoterapia” sociale, dove la comunità stessa riconosce e neutralizza le devianze sul nascere. Scuola, servizi sociali e famiglia sono i pilastri: la scuola è il primo osservatorio, dove emergono segnali di disagio; i servizi sociali intervengono con sostegno genitoriale e valutazioni familiari; la famiglia dovrebbe essere il baluardo primario di educazione e ascolto. Nel nostro distretto abbiamo attivato da anni protocolli con gli Uffici Scolastici Regionali di Caltanissetta ed Enna: formulari periodici per segnalare dispersione, bullismo, abusi; incontri diretti con dirigenti scolastici; progetti come “Un Giorno in Procura” e “A Lezione in Procura”, con migliaia di alunni coinvolti. Quando la famiglia è assente o incapace, interveniamo per stimolare la responsabilità genitoriale. Senza prevenzione precoce, il circuito penale arriva tardi: meglio intercettare il disagio a 13 anni che gestire un reato grave a 17".

La collaborazione con assistenti sociali e psicologi è fondamentale: come funziona concretamente?

'È una collaborazione quotidiana, strutturata e multidisciplinare, che rende il nostro ufficio un vero hub di rete. Riceviamo segnalazioni dagli.Uffici di Servizio Sociale per Minorenni-, psicologi Asl, comunità educative; nominiamo consulenti tecnici d’ufficio per valutazioni approfondite; partecipiamo a tavoli congiunti per definire piani individuali. In penale, durante la messa alla prova, l’assistente sociale monitora il percorso; lo psicologo supporta il minore nell'elaborazione del danno cagionato. In civile, per affidamenti o limitazioni genitoriali, le relazioni tecniche sono decisive: ascoltiamo il minore in ambienti protetti, integriamo pareri di neuropsichiatri infantili. Funziona perché c’è fiducia reciproca: noi garantiamo celerità e coordinamento; loro portano competenza specialistica. Senza questa sinergia, la giustizia minorile resterebbe astratta; con essa, diventa concreta opportunità di cambiamento. La decisione finale spetta al magistrato, ma si fonda su un confronto tecnico approfondito".

Come si interviene quando un minore commette un reato?

"L’intervento è rapido ma calibrato sulla persona, non solo sul fatto. Avviamo indagini mirate; valutiamo immediatamente il contesto familiare, scolastico, sociale tramite servizi minorili. Sentiamo il minore con presenza di difensore e, se opportuno, di psicologo. L’ingresso nel circuito può trasformarsi in occasione positiva: molti ragazzi, immersi in deprivazione o contesti mafiosi, incontrano per la prima volta adulti che li ascoltano senza pregiudizio, li valorizzano, li guidano verso consapevolezza. L’obiettivo è far emergere il danno arrecato e riattivare motivazione al cambiamento".

L’obiettivo è più punitivo o educativo?

"Educativo. La finalità è responsabilizzare e offrire una concreta possibilità di cambiamento. Decisamente educativo e rieducativo. La punizione è residuale, extrema ratio. Il Dpr 448/1988 pone al centro la rieducazione: il minore autore è anche vittima di un percorso disfunzionale. Punire senza educare perpetua il ciclo; educare senza sanzionare rischia lassismo. Cerchiamo equilibrio: la sanzione deve essere proporzionata e significativa, ma finalizzata a far acquisire responsabilità, empatia, desiderio di vita diversa. Nei casi più gravi usiamo comunità educative invece della custodia cautelare in Istituti penali per i minorenni; nei lievi, percorsi volontari o perdono. L’obiettivo finale è il recupero a un’esistenza armoniosa, non la mera espiazione".

Ci sono strumenti alternativi al carcere per favorire il recupero del minore?

"Sì, e sono la norma, non l’eccezione. Il carcere minorile è limitato a casi di eccezionale gravità o pericolo per sé o per altri, e comunque brevissimo. Gli strumenti principali: messa alla prova; affidamento in comunità educative; prescrizioni comportamentali; perdono giudiziale; sospensione condizionale della pena. Questi percorsi favoriscono consapevolezza, riparazione del danno, reinserimento. In Sicilia, come nel resto d’Italia, i dati del 2025 mostrano prevalenza misure esterne/residenziali non carcerarie rispetto a Ipm, anche se c’è un trend nazionale di aumento presenze detentive per reati violenti".

Qual è il caso che l’ha colpita di più dal punto di vista umano?

"Nel corso degli anni ho incontrato molte storie che hanno lasciato un segno profondo. Più che un singolo episodio, mi colpiscono i casi in cui il minore appare, sin dall’inizio, quasi “destinato” a replicare un modello familiare disfunzionale o criminale. Ragazzi cresciuti in contesti dove la legalità non è un valore condiviso, dove l’appartenenza a un gruppo criminale rappresenta una forma di identità e di riconoscimento sociale. In questi casi il lavoro della Procura non è soltanto giuridico, ma profondamente umano: significa tentare di interrompere una traiettoria che sembra già scritta. Quando si riesce a restituire a quel ragazzo una prospettiva diversa, si ha la misura concreta del senso del nostro impegno. Quando invece il percorso di recupero non riesce, si avverte il peso delle condizioni ambientali e culturali che hanno inciso in modo determinante. Mi colpiscono soprattutto i casi di ragazzi cresciuti in contesti criminali strutturati, quasi destinati a replicare modelli devianti. Quando si riesce a interrompere quella traiettoria, si comprende il senso profondo del nostro lavoro. Senza violare riservatezza, ricordo casi in cui un minore cresciuto in contesti mafiosi o familiari violenti ha trovato, proprio attraverso il percorso giudiziario, la forza per ribellarsi al destino apparente. Un ragazzo usato come vedetta o spacciatore che, dopo la messa alla prova in comunità, ha ripreso gli studi, si è diplomato e ha scelto un lavoro onesto: vedere emergere resilienza e potenziale positivo nonostante tutto è commovente. Mi colpiscono anche le storie di violenza assistita, dove il minore diventa autore di aggressioni per emulazione, ma poi elabora il trauma e chiede aiuto. Questi momenti ricordano perché facciamo questo lavoro: non per sanzionare, ma per salvare potenzialità alla base. E c’è anche chi ha rinunciato al “collocamento in comunità” pur di proseguire il percorso rieducativo iniziato in carcere. Storia che si pensava si potesse vedere solo nelle fiction televisive, ma che invece è realtà dei giorni nostri".

Come si riesce a mantenere un equilibrio emotivo in un lavoro così delicato?

"Con distacco professionale consapevole, ma non freddo; con il supporto di colleghi, supervisione informale e, per me, la scrittura come valvola di sfogo. Scrivere romanzi mi permette di elaborare emozioni complesse: trasformo sofferenza in narrazione, riflessione su temi umani. Aiuta anche la consapevolezza che non tutto dipende da noi: siamo parte di una rete più ampia. Mantengo equilibrio ricordando che ogni intervento, anche imperfetto, può essere un seme di cambiamento. E poi, la passione per questo ambito minorile: vedere un ragazzo riscattarsi ripaga di molte notti insonni. L’equilibrio si costruisce attraverso il senso del dovere e la consapevolezza del ruolo istituzionale. È inevitabile che alcune storie tocchino corde profonde, soprattutto quando si tratta di bambini molto piccoli o di situazioni di violenza grave. Tuttavia, il magistrato deve mantenere lucidità e rigore. L’empatia è necessaria per comprendere, ma non può sostituire l’analisi. È un equilibrio sottile: ascoltare senza lasciarsi travolgere, comprendere senza perdere oggettività. Personalmente, considero fondamentale il confronto costante con i colleghi e con i professionisti che collaborano con l’Ufficio. La collegialità e la condivisione aiutano a non isolarsi emotivamente. La scrittura, per me, è uno spazio di riflessione. Nei miei romanzi – da Niente di cui pentirsi a L’eloquenza del silenzio – ho spesso affrontato il tema del male necessario, del silenzio, della responsabilità. È una forma diversa, ma complementare, di indagine sull’animo umano".

Cosa pensa sia più urgente migliorare oggi nel sistema di tutela dei minori?

"Occorre rafforzare la rete territoriale di prevenzione e investire nei presidi educativi. La società deve sviluppare anticorpi culturali contro la devianza. Occorre investire sulla società civile. Uso spesso una metafora: in oncologia si sta passando da una cura esclusivamente “chemioterapica” a una fondata sull’immunoterapia, cioè sul rafforzamento delle difese interne dell’organismo. Allo stesso modo, una comunità dovrebbe trovare dentro di sé gli anticorpi per bloccare sul nascere le nuove forme di devianza, riservando l’intervento autoritativo ai casi estremi. La repressione è necessaria, ma non basta. Servono anticorpi culturali. La giustizia minorile interviene quando il disagio è già emerso; occorre invece intercettarlo prima. Servono investimenti nella scuola, nei servizi sociali, nei presidi educativi, soprattutto nei Comuni più isolati o segnati da marginalità economica e culturale. Occorre anche una maggiore uniformità nelle modalità di segnalazione dei casi di dispersione scolastica e di disagio, affinché nessuna situazione rimanga sommersa. Ritengo che la sfida sia culturale prima ancora che normativa. Dobbiamo costruire una società capace di attivare al proprio interno anticorpi contro la devianza. L’intervento autoritativo dello Stato è indispensabile nei casi estremi, ma la prima difesa deve essere educativa e comunitaria".

Quali sono oggi le principali fragilità dei giovani? 

"L’adolescenza è sempre stata una fase complessa, ma oggi è amplificata dall’esposizione continua ai social e dalla pressione dell’apparenza. In alcuni territori si aggiunge la povertà educativa e la mancanza di opportunità concrete. In altri contesti, apparentemente più agiati, il disagio si manifesta in forme diverse ma non meno profonde: noia esistenziale, ricerca di emozioni forti, comportamenti autolesionistici. Le fragilità dei giovani oggi non possono essere lette con categorie semplicistiche. Non riguardano soltanto il disagio economico o la marginalità sociale, che pure restano fattori rilevanti. Sono fragilità più profonde e, in alcuni casi, trasversali a tutti i contesti.  Una delle principali è la solitudine emotiva. Molti ragazzi sono costantemente connessi, ma raramente davvero ascoltati. Vivono in un flusso continuo di stimoli digitali, di immagini, di giudizi immediati, che spesso sostituiscono le relazioni autentiche. La rete amplifica tutto: successi, errori, conflitti. E ciò che un tempo restava circoscritto a un gruppo ristretto oggi diventa pubblico, permanente, talvolta implacabile. Un’altra fragilità è la perdita di riferimenti stabili. La famiglia, la scuola, le istituzioni attraversano anch’esse trasformazioni profonde. I modelli educativi sono meno rigidi, ma talvolta anche meno strutturati. Il rischio è che l’adolescente si trovi a costruire la propria identità senza coordinate solide, cercando appartenenza nel gruppo, nel branco, o nella visibilità social.  C’è poi la ricerca esasperata di riconoscimento. In una società che misura il valore attraverso l’apparenza, i “like”, la popolarità, alcuni giovani finiscono per identificare la propria autostima con l’immagine che proiettano. Questo può generare comportamenti estremi: atti di bullismo filmati, sfide pericolose, esposizione della propria intimità.  Non va sottovalutata neppure la fragilità legata alla noia esistenziale, che può manifestarsi in contesti anche agiati. Quando mancano progettualità, passioni, percorsi di senso, il rischio è quello di cercare emozioni forti attraverso trasgressioni o comportamenti autolesionistici.  Infine, in alcuni territori, si aggiungono fattori strutturali: povertà educativa, dispersione scolastica, contesti familiari segnati da modelli devianti o da criminalità organizzata. In questi casi la fragilità diventa più complessa, perché si intreccia con una cultura dell’antistato o con l’idea che l’illegalità rappresenti un’opportunità di riscatto. Tuttavia, è importante sottolineare che le fragilità non sono debolezze irreversibili. L’adolescenza è una fase plastica, dinamica. Se intercettate in tempo, queste fragilità possono trasformarsi in occasioni di crescita. La sfida delle istituzioni e della comunità educante è proprio questa: non limitarsi a reprimere il comportamento deviante, ma comprendere la fragilità che lo genera e intervenire prima che diventi identità".

Quali invece le risorse? 

"Le risorse dei giovani sono, a mio avviso, molto più grandi delle loro fragilità. Il problema non è l’assenza di potenzialità, ma la difficoltà di intercettarle e orientarle. La prima grande risorsa è la capacità di cambiamento. L’adolescenza è una fase plastica, aperta, in cui l’identità non è ancora cristallizzata. Anche dopo un errore grave, molti ragazzi dimostrano, se accompagnati con serietà e coerenza, una sorprendente capacità di riflessione, di autocritica e di riorientamento. È proprio questa possibilità di trasformazione che rende la giustizia minorile profondamente diversa da quella ordinaria. Un’altra risorsa fondamentale è la sensibilità verso i temi della giustizia e dell’autenticità. I giovani percepiscono con grande acutezza l’incoerenza degli adulti, ma sanno anche riconoscere la credibilità. Quando incontrano figure autorevoli e coerenti – genitori, insegnanti, educatori – sono capaci di rispondere con fiducia e impegno. C’è poi una straordinaria capacità di apprendere e adattarsi ai cambiamenti, soprattutto tecnologici e culturali. Se ben guidata, questa competenza può diventare uno strumento di crescita, di innovazione, di partecipazione attiva alla vita sociale. In molti ragazzi si riscontra anche una forte sensibilità solidale, una predisposizione all’impegno civile, al volontariato, alla tutela dell’ambiente e dei diritti. È una generazione che, se sostenuta, può esprimere energie creative e civiche importanti. Infine, la loro risorsa più grande è la possibilità di non essere ancora definiti. A differenza dell’adulto, il giovane non è chiuso in un percorso irreversibile. È in divenire. Questo significa che ogni intervento educativo tempestivo può incidere in modo decisivo. La responsabilità degli adulti e delle istituzioni è proprio quella di creare le condizioni affinché queste risorse emergano. Perché il futuro – anche quando appare fragile o persino negativo – non è mai scritto in modo definitivo. È uno spazio che può ancora essere costruito".

Tra le sedi occupate dal dottor Cosentino, c'è stata anche quella della Procura della Repubblica di Reggio Calabria con le funzioni di sostituto procuratore distrettuale antimafia.

"L’esperienza presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria è stata altamente formativa. Operare in un contesto con funzioni anche distrettuali antimafia significa confrontarsi con fenomeni criminali complessi, radicati e strutturati. Quell’esperienza mi ha insegnato il valore del rigore investigativo, del coordinamento tra Uffici, dell’importanza della strategia nella lotta ai fenomeni associativi. Ha rafforzato in me la convinzione che il contrasto alla criminalità organizzata debba essere non solo repressivo, ma anche culturale".

Lei è stato in servizio anche presso la Procura della Repubblica di Palmi per quasi vent'anni. Cosa ricorda di quel periodo?

"Gli anni trascorsi alla Procura della Repubblica di Palmi mi hanno consentito di maturare una visione ampia delle dinamiche territoriali e istituzionali, occupandomi di reati contro la pubblica amministrazione, tributari e ambientali. È stata un’esperienza lunga e intensa, che mi ha consentito di conoscere a fondo il territorio e le sue dinamiche. È lì che ho compreso quanto il degrado amministrativo e la corruzione possano generare ricadute sociali profonde, che poi si riflettono anche sulle nuove generazioni".

Cosa le hanno lasciato le lezioni in qualità di docente di Procedura Penale presso la Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria? 

"E' stato un momento di confronto, arricchimento reciproco e di grande crescita. Il dialogo con i giovani stimola a non smettere mai di studiare e a trasmettere non solo nozioni, ma passione per la legalità. Insegnare significa anche imparare: le domande degli studenti obbligano a rimettere in discussione certezze e a spiegare con chiarezza principi complessi".

Cosa l’ha spinta in questi anni a scrivere bene cinque romanzi? 

"La scrittura nasce da un’esigenza interiore di riflessione e di approfondimento che affianca, senza sovrapporsi, l’esperienza professionale. Il lavoro del magistrato impone rigore, sintesi, linguaggio tecnico, decisioni fondate su prove e norme. La letteratura, invece, consente di esplorare le zone d’ombra dell’animo umano, di interrogarsi sulle motivazioni profonde dei comportamenti, di soffermarsi sulle ambiguità, sui silenzi, sui conflitti interiori che nei processi restano sullo sfondo. Scrivere è un modo per comprendere meglio la complessità dell’essere umano. Nelle aule di giustizia si analizzano fatti; nei romanzi si esplorano coscienze. Questa dimensione narrativa permette di affrontare temi come la responsabilità, la colpa, il silenzio, il potere, la fragilità morale, non solo dal punto di vista giuridico, ma anche esistenziale. In opere come “L’eloquenza del silenzio” ho cercato di indagare ciò che spesso non viene detto, le dinamiche invisibili che precedono le scelte e le cadute. La scrittura diventa così uno spazio di libertà intellettuale, ma anche di disciplina: richiede studio, cura del linguaggio, capacità di costruire personaggi credibili. Non considero la produzione letteraria una parentesi rispetto alla magistratura, ma una forma diversa di impegno culturale. Se la giustizia interviene sui comportamenti, la letteratura può contribuire a interrogare le coscienze. In questo senso, le due dimensioni dialogano tra loro, pur restando distinte. La scrittura è uno spazio di riflessione complementare all’esperienza professionale, come nel romanzo “Succede tutto per caso”, in cui ho cercato di esplorare il tema della responsabilità individuale, del silenzio, delle zone d’ombra che attraversano le persone e le comunità. Scrivere consente di analizzare il male non solo dal punto di vista giuridico, ma anche esistenziale".

Sorpreso che il suo racconto “Terra di nessuno” nel 2008, sia stato il più votato dai lettori nell’omonimo concorso online organizzato dal sito Corriere.it

"È stata una soddisfazione significativa, perché nata dal giudizio diretto dei lettori e quindi rappresenta un riconoscimento particolarmente significativo, perché frutto di ammirazione libera e spontanea".

Si aspettava che dal suo libro “L’eloquenza del silenzio”, nascesse una rappresentazione teatrale che ha riscosso grande successo nei teatri italiani? 

"No, non me lo aspettavo. Vedere una propria opera trasformarsi in rappresentazione teatrale è un’esperienza emozionante. Il teatro amplifica il messaggio e lo restituisce al pubblico in una forma diversa, più immediata e collettiva".

Se dovesse scrivere un libro sul suo attuale incarico, cosa scriverebbe e come lo intitolerebbe? 

"Probabilmente lo intitolerei “Il futuro fragile”. Scriverei un libro che non sarebbe un saggio giuridico, né una cronaca giudiziaria, ma un racconto corale delle fragilità e delle possibilità che attraversano il mondo dell’adolescenza in un territorio complesso come il nostro. Racconterei storie – naturalmente senza riferimenti riconoscibili – capaci di restituire il senso di ciò che significa intervenire quando un ragazzo devia, quando una famiglia si disgrega, quando un contesto sociale rischia di trasformarsi in incubatore di illegalità. Descriverei la giustizia minorile non come un luogo di punizione, ma come uno spazio di confine: tra errore e responsabilità, tra caduta e riscatto, tra destino e scelta. Racconterei la fatica delle decisioni, il peso delle valutazioni, la necessità di tenere insieme rigore e umanità. Ci sarebbe inevitabilmente anche una riflessione su Gela, su questa città che ho definito “del futuro”, ma che oggi mostra tratti distopici: l’uso precoce della violenza, la spettacolarizzazione del disagio, l’attrazione esercitata da modelli criminali che promettono prestigio immediato. Ma nel libro troverebbe spazio anche l’altra faccia di quel futuro: le energie civili, i docenti che non si arrendono, i ragazzi che cambiano strada, le famiglie che reagiscono. Il titolo “Il futuro fragile” richiama proprio questa ambivalenza: la consapevolezza che il futuro dei giovani non è garantito automaticamente, ma è delicato, esposto, bisognoso di cura. Fragile non significa perduto: significa che richiede attenzione, responsabilità collettiva, interventi tempestivi. In fondo, scriverei un libro sul confine sottile tra ciò che può diventare distopia e ciò che può trasformarsi in rinascita. Perché il futuro non è una condanna, ma una possibilità".

Cosa ha provato quando le hanno detto che avrebbe svolto il ruolo di Procuratore per i minorenni a Caltanissetta? 

"Ho provato un senso di responsabilità profonda. Assumere la guida di un Ufficio minorile significa entrare in contatto con le fragilità più delicate della società. È un incarico che ho accolto con rispetto e consapevolezza della complessità del territorio".

Cosa l’ha spinta a scegliere questo ambito della magistratura? 

"La convinzione che intervenire sui minori significhi incidere sul futuro della comunità. Recuperare un ragazzo significa prevenire un adulto deviante e restituire equilibrio al tessuto sociale".

Un pregio della nostra provincia? 

"Il pregio più grande della nostra provincia è la resilienza silenziosa delle persone. In un territorio che ha conosciuto difficoltà economiche, isolamento infrastrutturale e, in alcune aree, la pressione di fenomeni criminali radicati, esiste una parte sana e operosa della comunità che continua a credere nel lavoro, nell’impegno quotidiano, nella legalità come valore concreto e non retorico. C’è un patrimonio umano fatto di insegnanti, operatori sociali, associazioni, professionisti, famiglie che, spesso lontano dai riflettori, svolgono un ruolo fondamentale nel sostenere i giovani e nel creare presìdi educativi. Questa rete, anche quando non è visibile, rappresenta un vero argine contro la deriva culturale e sociale. Un altro pregio è la capacità di reagire nei momenti di crisi. La storia di questo territorio dimostra che, quando si crea una consapevolezza collettiva, la comunità sa mobilitarsi. La presenza di energie civiche, culturali e associative è una risorsa che va valorizzata e sostenuta. Infine, vi è una forte identità territoriale, che può diventare leva positiva se orientata verso un senso di appartenenza fondato non sulla chiusura, ma sulla responsabilità condivisa. La sfida è trasformare questa identità in progetto, affinché il futuro non sia determinato dalle fragilità del presente, ma dalle risorse che già esistono".

Un difetto? 

"Se dovessi individuare un limite del nostro territorio, direi la tendenza, talvolta, alla rassegnazione. In alcune realtà si è radicata l’idea che certi fenomeni – la marginalità, la devianza, la presenza di modelli culturali distorti – siano inevitabili, quasi parte dell’identità del luogo. Questo atteggiamento, anche quando nasce da esperienze storiche difficili, rischia di diventare un freno al cambiamento. La rassegnazione si manifesta in forme sottili: nel pensare che “tanto è sempre stato così”, nel delegare esclusivamente alle istituzioni la responsabilità del cambiamento, nel non denunciare, nel non intervenire quando si avvertono segnali di disagio. È una forma di stanchezza collettiva che può indebolire le energie migliori. Un altro limite è la difficoltà a fare sistema in modo stabile. Le risorse e le competenze esistono – nelle scuole, nelle associazioni, negli enti locali – ma talvolta manca una continuità strutturata nella collaborazione. In territori complessi, la frammentazione rende più fragile ogni intervento. Tuttavia, parlare di difetti non significa formulare un giudizio definitivo. Ogni comunità può scegliere se restare prigioniera delle proprie criticità o trasformarle in occasione di crescita. Superare la rassegnazione significa assumersi, collettivamente, la responsabilità del futuro".

Che messaggio vuole dare ai giovani e alle famiglie? 

"Ai giovani voglio dire, anzitutto, che nessun errore li definisce per sempre. L’adolescenza è una stagione complessa, fatta di slanci, fragilità, contraddizioni, ricerca di identità. È anche il tempo in cui si possono compiere scelte sbagliate. Ma un errore, anche grave, non è un destino. È un punto da cui ripartire, se si ha il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie azioni e di chiedere aiuto. Viviamo in un’epoca in cui tutto viene esposto, amplificato, giudicato in tempo reale. I social possono trasformare una debolezza in etichetta permanente. Ma la persona è molto più del gesto che ha compiuto. La vera forza non sta nell’apparire invincibili, ma nel riconoscere i propri limiti e nel decidere di cambiare. Ogni ragazzo possiede risorse che talvolta restano sommerse sotto strati di rabbia, solitudine o sfiducia. Il compito delle istituzioni è aiutare a farle emergere; il compito dei giovani è credere che il cambiamento sia possibile. Alle famiglie voglio dire che la presenza educativa quotidiana è insostituibile. Non esiste tecnologia, non esiste scuola, non esiste istituzione che possa sostituire l’ascolto, il dialogo, la vigilanza affettiva di un genitore. Spesso il disagio si manifesta con segnali apparentemente piccoli: un silenzio improvviso, un calo di rendimento scolastico, un cambiamento nelle frequentazioni. Intercettare quei segnali significa prevenire problemi più gravi. Educare non è controllare, ma accompagnare. Non è imporre, ma testimoniare con l’esempio il valore del rispetto, della legalità, della responsabilità. I figli non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti coerenti e presenti. Ai giovani e alle famiglie insieme vorrei dire che la legalità non è un concetto astratto: è la condizione minima per costruire un futuro dignitoso. E se è vero che in alcuni territori – penso a Gela – sembra di vivere dentro un futuro distopico, è altrettanto vero che ogni comunità può scegliere di invertire la rotta. Il cambiamento non nasce solo nelle aule di giustizia: nasce nelle case, nelle scuole, nelle relazioni quotidiane. Il futuro non è già scritto. È fragile, ma proprio per questo può essere costruito".

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