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Tringali, il cronista-detective in cerca della verità

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Apartitico dal 1999 dopo una lunga esperienza maturata nel Partito Comunista e in Rifondazione, di cui è stato segretario di sezione a Comiso. Si dichiara attivista pacifista e nel suo tempo libero, matita e fogli in mano, si dedica interamente alla realizzazione di vignette. Lui è Emilio Tringali, 55 anni, vittoriese di nascita e residente a Pozzallo. Appassionato di cronaca nera e giudiziaria (un cronista -detective) ha scritto un libro, il cui titolo è un ossimoro vero e proprio: “Sbirromafia”. Il sottotitolo è ancora più marcato, diretto, esplicito e non lascia spazio a nessun equivoco: “La mafia delle mafie, la fine di Emmanello e il sistema Montante”. 

Chi è lo “sbirro mafioso”?

“È un funzionario pubblico venduto, traditore del giuramento di fedeltà allo Stato, che agisce in favore del “sistema”. E per “sistema” intendo il gruppo di potere dominante occulto del momento, la “casta”, che comprende lobby industriali, mafie, politica, massonerie”. 

Nel libro si fa riferimento a fatti e personaggi che orbitano nelle province di Ragusa e Caltanissetta. Si tratta di terre di trincee?

“Sono “luoghi del destino”. Centrali dei prototipi nazionali dei “sistemi”. Non manca nulla qui, “oro nero” ed “oro verde”, presidii militari fondamentali, traffici di ogni genere (narcotici, umani, d’armi)”.

Tra le pagine del tuo manoscritto, definisci Antonello Montante, ex potente leader degli industriali in Sicilia e sotto processo in Appello per corruzione, criminalmente magistrale nello svuotare il fronte antimafia. In che senso?

“Montante ha abilmente costruito il suo personaggio pubblico e lo ha imposto alla politica e alle istituzioni, modulando la strategia, fino ad arrivare a tenere tutti in pugno attraverso il dossieraggio, con relativo ricatto verso tutti. L’antimafia è la sua vittima più eccellente. Vedere don Luigi Ciotti di Libera, difenderlo allo spasimo malgrado le evidenti prove oggettive (registrazioni audio, decine di testimonianze), lascia basiti. Persino lo scrittore Andrea Camilleri si prestò, inventando bugie congeniali al “paladino della legalità” cavalier Calogero Antonello Montante”.

Cosa vuoi dire quando scrivi che Cosa Nostra comincia a penetrare in politica e si fa progressivamente istituzione a se stessa, avendo un rapporto diretto con le masse popolari?

“Il rapporto tra Democrazia Cristiana e “Cosa nostra” è verità processuale e storica. La mafia, agevolata dalla politica, è stata protagonista della ricostruzione post-bellica e portatrice, quindi, di lavoro e di sviluppo. In breve, il popolo capì che era più efficiente dello Stato”.

Definisci la “Stidda” ripresa e rimodernata con vaga ambizione di patriottismo campanilistico. Sarebbe?

“La criminalità comune entrò a contatto con elementi di “Cosa nostra”, arrivati dalle metropoli siciliane per provvedimenti di obbligo di dimora, scontrandosi sugli interessi che questi nuovi “forestieri” cominciavano ad erodere al territorio, prima esclusivo per gli autoctoni (pascoli, commercio, racket …). Per galvanizzarsi, i delinquenti locali si riunirono sotto un antico cartello pseudomafioso, la “Stidda”, originata nei territori dell’agrigentino e nel nisseno tra i pastori. Simbolo di adesione e appartenenza, un tatuaggio sulla base del pollice, cinque semplici puntini disposti a stella”.

Quali sono le differenze tra Cosa Nostra e Stidda?

“Abissali. “Cosa nostra” è strutturata da un suo codice articolato e disciplinata da procedure che passano per una catena di comando. Entra in crisi solo a seguito del capolavoro giudiziale che fu il “maxi processo”, ma ne sopravvive per la capacità di rigenerarsi attraverso l’uso delle stesse istituzioni e della grande finanza (sistema Montante, ad esempio). Il periodo “corleonese” non deve trarre in inganno. Per cui, a differenza della “Stidda”, “Cosa nostra” rappresenta un’entità onnipresente nella storia moderna italiana ed internazionale. La “Stidda” è un tentativo di rivendicazione territoriale da parte di giovani criminali ambiziosi che, brutalmente, vogliono avere un ruolo autonomo riconosciuto da Cosa nostra”.

Quando scrivi di imprenditorie pulite, a cosa ti riferisci in particolare?

“Quelle funzionali al “sistema” che vengono acquisite o affiliate. Lavatrici, stipendifici, coperture. Montante è un artista nel dipingere aziende complici come “vittime della mafia”, che per questo ottengono benefit vari e le “patenti della legalità” emesse dalle prefetture (white list). Il metodo mafioso più comune per insinuarsi nelle aziende, pulite ma in difficoltà (spesso causate ad arte), consiste nel soccorrerle economicamente, al momento, ed indurle a cedere le quote o rami d’azienda a nuove società costituite al bisogno,  mandarle al fallimento dopo aver trasferito beni, personale e clientela. Per questo, un esercito di commercialisti e ragionieri ha sostituito parte di quello dei “picciotti” con la 7 e 65”.

Sostieni che la Stidda è un utile capro espiatorio, mediatico poligono repressivo della potenza statale. La definisci una formula vincente di propaganda della distrazione, argomento di campagne elettorali antimafia retoriche… 

“Lo afferma anche Attilio Bolzoni in una sua audizione presso la Commissione parlamentare antimafia nazionale. Appositamente, la stampa blasonata del “sistema”, giornalisti e scrittori, esaltano le gesta della “Stidda” per coprire la delicata fase di metamorfosi di “Cosa nostra” che diventa, con Montante, partner di Confindustria. Così, piccoli criminali legati alla “Stidda” vengono elevati a “boss mafiosi”. Il tutto per dare, alla pubblica opinione, la sensazione di continuità della lotta alla mafia e la necessità di mantenere tutto l’apparato elefantiaco della gestione dei beni sequestrati. Beni che, come sappiamo, finiscono spesso in mano alle solite associazioni oppure, velatamente, a “Cosa nostra”. La realtà è che Brusca esce libero, ricco e i giudici Falcone e Borsellino giacciono da decenni sottoterra. Chi ha vinto? La Sbirromafia”.

Daniele Emmanuello, rimasto ucciso il 3 dicembre del 2007 durante un conflitto a fuoco con la Polizia che lo aveva scovato nell’Ennese, dopo anni di latitanza, lo descrivi come indisciplinabile ed irredimibile e disfarsi di lui è di vitale importanza…Disfarsi sembra eccessivo, non credi?

“Ho cercato di immaginare l’uomo, ma per i fatti miei, senza che ciò influenzasse la parte di “Sbirromafia” che lo riguarda. Mi è venuta in mente, invece, un’altra persona, Claudio Motta, una delle vittime della strage di San Basilio del 2 gennaio 1999 avvenuta a Vittoria. Claudio lo “beccai” anni fa mentre rubava un utensile esposto al pubblico durante la Fiera Emaia, dove io ero responsabile di questa esposizione. Lo raggiunsi, mi ripresi l’oggetto e lo rimproverai amorevolmente. Gli offrii del denaro per fargli capire che chiedere è più produttivo di rubare. Rifiutò il denaro. Mi spiegò che per lui era importante rientrare con la refurtiva e dimostrare così di essere stato lui a rubare. Altrimenti, a mani vuote, avrebbe preso le legnate. Viveva, cioè, una condizione di schiavitù. Ed era adolescente, a quei tempi. Non dimentichiamoci mai che è anche il contesto a creare il delinquente. Daniele Emmanuello era il nipote di Angelo “furmiculuni”. Accusato di tante malefatte (anche del sequestro del piccolo Di Matteo, poi assolto), di certo è colpevole di sola associazione mafiosa, unica condanna definitiva. Sicuramente ha carisma. Per certe mentalità mafiose, gli fa onore l’aver vendicato lo zio. Emmanuello ha rapporti con ‘Piddu” Madonia. È, cioè, un’interfaccia tra “Stidda” e “Cosa nostra”. Tiene duro perché rappresenta un mito. Eliminarlo ha un valore simbolico. Alla sua morte, da un lato Crocetta festeggia la “liberazione” di Gela, dall’altro “Cosa nostra” si libera di una gran rogna … e, da entrambi, la “Sbirromafia” accontenta due clienti”.

Insisto. Perché ritieni che la vicenda della morte di Emmanuello, sia stata blindata per zittire ogni perplessità sul nascere, glissando su valutazioni tecniche e peritali d’indagine?

“Le circostanze della morte di Daniele Emmanuello restano oscure. La dinamica inverosimile. Angelo Ruoppolo, il cronista di Teleacras, lo intuisce subito. Il fatto è stato ricostruito per l’opinione pubblica. Piero Grasso e Francesco Forgione assicurano “piena luce”. Resteranno, invece, zitti zitti. La moglie della vittima non nomina un perito di parte per l’autopsia, che viene svolta dal solito accreditato. Il procuratore di Caltanissetta, Renato Di Natale apre un fascicolo contro ignoti di cui nessuno segue l’epilogo. Ammesso che ci sia. Chi sparò? Chi condusse realmente il blitz? Chi vide nella “folta nebbia” il latitante fuggire (tutti e 30 o uno solo)? Come fece a centrarlo in testa, a distanza, al buio e con la nebbia? Emmanuello percorre di corsa 37,5 metri (dalla finestra al burrone) e nel frattempo ingoia 6 pizzini come se fossero piccoli semini di sesamo (o respiri o inghiotti)? Non serve essere il “Tenente Colombo” per capire che le cose non quadrano, di brutto! Tutti tacciono … soprattutto Emmanuello!”

Sostieni che a molti non interessa il come sia morto Emmanuello, importa solo che sia morto, eliminando un “mostro”. Cosa ti spinge a sostenere questa tesi?

“Da vergognarsi. Esponenti della società civile che commentano “meglio lui che un agente!”. Emmanuello sarà stato un mostro? Non lo so. Certo meno di Giovanni Brusca, pluriassassino attualmente libero e ricco cittadino. Ora, la campagna elettorale di Crocetta parte dalla decisione di Montante. È un pezzo della sua strategia. Per cui, la sconfitta del clan di Emmanuello proclama il sindaco di Gela a “eroe del no pizzo”. La vecchia Democrazia Cristiana, ora Udc, lo appoggia. Il “San Giorgio” che sconfigge il drago, il “mostro mafioso” incarnato da Daniele Emmanuello. In più, la cacciata della moglie da un posto di lavoro precario al comune, ad infierire. E tutti inebriati della vittoria, pompata da media e pezzi da 90. Luci blu intermittenti e sirene, coreografie e spettacolo. La passerella antimafia”.

Avere trovato nell’esofago e nello stomaco di Emmanuello dei pizzini, non è però una “leggenda metropolitana”, non credi?

“I “pizzini” sono il fondamento delle operazioni successive. Ho forti dubbi. Mi piacerebbe che tutte queste prove fossero fruibili ed esaminabili, come il fascicolo sull’omicidio. Però la legge lo vieta, a meno che non si è parte nei procedimenti giudiziari specifici. Ma questo è paradossale! Il giudice emette le sentenze in nome del popolo italiano però il popolo italiano non può vedere cosa ha determinato le sentenze a suo nome. Sapremo mai la verità?”

Daniele Emmanuello è stato indicato dalla magistratura e dalle cronache giudiziarie come un boss. Anche numerosi pentiti hanno parlato di lui. Non stiamo parlando del classico ruba galline…

 “Senza dubbio, Daniele Emmanuello ha un ruolo di spessore nella storia criminale della Sicilia. È certo, come già accennato, il suo rapporto con “Piddu” Madonia. Però i fatti raccontati da “pentiti”, cronisti, giornalisti e scrittori d’inchiesta spesso risultano alterati da superficialità o condizionamenti. Io non condanno, io non assolvo. Mi limito ad analizzare i fatti basandomi su sentenze, rapporti e cronaca. Dal confronto di essi cerco di ricavare una logica, liberamente, con onestà intellettuale e senza padroni o linee editoriali imposte. Non è un caso che mi manca l’editore e ho auto-pubblicato “Sbirromafia” sulla piattaforma “Amazon”. Il giornalismo non è solo un mestiere, è una missione sociale indispensabile per tutti”.

Come ritieni la condanna in primo grado a Montante (14 anni per associazione finalizzata alla corruzione e accesso abusivo al sistema informatico)?  

“Onestamente, non ho letto le 1.350 pagine della sentenza del giudice Luparello. Io, a priori, darei già l’ergastolo per alto tradimento a chi ha passato le informazioni a Montante attraverso l’accesso ai sistemi informatici dei servizi segreti. Si badi bene, si tratta dei vertici. Spaventoso! Degli 007 al servizio di “Re Montante”. Se solo penso che ci tenevano sotto controllo telefoni ed email … Vorrei che la gente comprendesse che hanno utilizzato e falsificato dati e documenti anche per rovinare gli avversari di Montante, gente perbene e innocenti. È lo scandalo più eclatante degli ultimi decenni ed anche il più taciuto”.

La politica si nutre della mafia o è l’esatto contrario?

“Non sono entità omogenee, specie la politica, e spesso coincidono. Gli stereotipi sono artefatti giornalistici di comodo. Entrambe hanno a che fare con un potere monolitico più forte, dentro le istituzioni, quello che io chiamo “la Sbirromafia”. Questa agisce su tutti i territori, su tutti i fronti, in tutti gli ambiti. Ad esempio c’è il “caso Boda”, la dirigente del ministero dell’istruzione, che lo scorso aprile si gettò dalla finestra del suo avvocato: contiene prove di aderenze al “sistema”. Nell’ambiente, sapevamo già l’anno precedente dei collegamenti ed era nelle cose la sua imputazione per reati con cifre esorbitanti. Un’inchiesta che sto riprendendo, interrotta dalla scomparsa di un mio carissimo ed esperto collaboratore”.

Come si combatte la mafia? 

“Con gente capace. Lo può fare chiunque lo senta come un dovere civico. Il mio motto è “la polizia siamo tutti”. Si fa leggendo negli albi pretori dei comuni e confrontando i costi delle forniture con quelli sostenuti da altri comuni virtuosi. Identificando chi compra più di una casa all’asta. Con la richiesta di ispezioni ministeriali. Insieme, crescendo, entrando in politica per batterci i pugni dentro. La politica è la chiave. Con il controllo delle infrastrutture; con il ripristino della legge elettorale costituzionale e del finanziamento pubblico ai partiti, soprattutto. Con l’agire di ciascun cittadino da pubblico ufficiale. La lotta alle mafie è un dono ai futuri cittadini, ai bimbi di oggi. Possiamo davvero costruire una nuova società basata sulla dignità umana, sul piacere della conoscenza e della cultura, sulla bellezza in tutte le sue forme, artistiche e naturali. Vinceremo, prima o poi. Non si scappa”.

Tringali ha dedicato la sua opera letteraria al ragusano Giovanni Spampinato, giovane corrispondente da Ragusa per l’Ora di Palermo e l’Unità. Aveva 25 anni, quando fu assassinato con 6 colpi di pistola sparati da due pistole. Pagò con la vita perché aveva semplicemente cercato la verità. 

“Fin dalla scuola primaria, andrebbe insegnata la logica e la ricerca della verità; così come l’ipocrisia, per dare la possibilità di conoscerla e decidere se viverci o combatterla”. 

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“Negli ultimi 5 anni a Gela non ha funzionato nulla. A breve avremo il candidato sindaco”

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Lo ha rimarcato più volte, lontano dai classici tatticismi, alchimie, giochi di prestigio: entro oggi, tutti i gruppi che hanno un candidato a sindaco devono presentare il nome e da domani un gruppo ristretto composto da un loro rappresentante esaminerà le varie candidature e farà sintesi su chi può garantire governabilità e può fare da bilancia alla coalizione.

L’onorevole Nuccio Di Paola, sta cercando di tessere la tela nell’ambito del progetto politico che vede insieme (attualmente) il Movimento 5 stelle, il Partito Democratico, i movimenti civici, Sud chiama Nord e le forze moderate. E’ stato investito di un ruolo importante al fine di chiudere i giochi in vista delle prossime amministrative a Gela. Un vero e proprio moderatore.

“Siamo a buon punto. Miriamo a trovare la sintesi tra tutti gli attori che hanno preso parte agli incontri”.

Lei ha in mente un candidato che possa ambire a ricoprire il ruolo di sindaco?

“Si, mi sono fatto un’idea e penso che non sia solo mia. Immagino un candidato che sia garante di tutta la coalizione. Prima viene la squadra e naturalmente verrà il nome del candidato. Il noi viene prima dell’io”.

Come mai (almeno fino ad oggi) non ha pensato lei a candidarsi direttamente?

“Vicepresidente vicario dell’Ars, coordinatore regionale del Movimento 5 Stelle, referente territoriale per la provincia di Caltanissetta, deputato, papà e marito penso di essere già apposto così. In ogni caso starò sempre accanto a Gela e ai gelesi…”

Anche se fisicamente non sempre presente a Gela, impegnato giornalmente a Palermo e in giro per la Sicilia, lei segue (attraverso i suoi fedelissimi consiglieri) l’evolversi della politica locale. In una sola domanda: cosa non le è piaciuto dei cinque anni di amministrazione Greco?

“Basta camminare per la città e parlare con i cittadini per rendersi conto di tutto quello che non ha funzionato in questi 5 anni”.

Il dissesto finanziario del Comune – dicono gli attuali amministratori della giunta – è figlio di un percorso pregresso. Se andiamo indietro nel tempo, il penultimo sindaco è stato (fino ad un certo punto) uno dei vostri. Dunque e’ colpa (anche) di Domenico Messinese e della sua squadra di governo di cui lei ha fatto parte, se si è arrivati a questo punto?

“No! Sono stato in giunta per 6 mesi, e sono stato buttato fuori perché in contrasto con quell’amministrazione. Il sindaco è andato avanti per altri due anni e mezzo, poi con tutto il consiglio comunale lo abbiamo sfiduciato”.

Ah proposito di Domenico Messinese: come sono i vostri rapporti, dopo l’esclusione dal Movimento 5 stelle?

“Non abbiamo rapporti. Le pochissime volte che ci vediamo le nostre interlocuzioni sono cordiali”.

Lei è componente della commissione regionale bilancio. Analizzando il settore di cui si occupa, nel dettaglio cosa è stato fatto per Gela?

“Da componente della commissione bilancio ad ogni finanziaria Gela e tutta la provincia che rappresento sono al centro dei miei emendamenti. Una delle mie ultime proposte che è stata accolta nella finanziaria 2024 è quella di vedere riconosciuto ai comuni di Gela, Butera e Licata le compensazioni per il progetto Argo-Cassiopea. Parliamo di cifre notevoli, nell’ordine di 20 milioni di euro l’anno garantiti alle casse comunali”.

Lei è vicepresidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, assieme alla collega Luisa Lantieri di Forza Italia. Il presidente Gaetano Galvagno è espressione di Fratelli d’Italia. In tanti (troppi) si chiedono come riuscite a dialogare, considerato che siete agli antipodi su tutto in ambito strettamente politico?

“Politicamente è vero siamo agli antipodi ma prima di qualsiasi ruolo o appartenenza politica siamo siciliani, coetanei innamorati profondamente della nostra terra e per il bene dell’istituzione che rappresentiamo, cerchiamo sempre un punto di incontro nel rispetto delle diversità di ognuno”.

Si profilavano agli orizzonti accordi con Pd e Sud chiama Nord in vista delle Europee. E’ saltato tutto?

“Nessun accordo coi partiti alle prossime elezioni Europee e liste aperte solo a personaggi di spicco della società civile. Il MS5 camminerà sulle proprie gambe, col contributo di ottimi apporti dalla società civile e in questo senso ci stiamo muovendo. A stretto giro comunicheremo anche le modalità per le candidature. Per quanto riguarda le amministrative, il simbolo del Movimento non sarà presente in tutti i Comuni, ma solo dove esiste un gruppo fortemente radicato con un serio e credibile progetto a supporto. Il simbolo va tutelato e non può essere concesso a cuor leggero anche a chi, magari, spera di raccattare qualche consenso confidando esclusivamente sul voto d’opinione”.

Facciamo un passo indietro: lei alle ultime regionali, si è candidato alla presidenza della Regione. I risultati però hanno premiato Renato Schifani, espressione del centro destra. Non ha mai pensato (anche per un attimo) che fosse una partita persa in partenza, considerato che aveva solo il suo movimento ad appoggiarla?

“Assolutamente no. Come M5S Sicilia abbiamo fatto il massimo per dare ai siciliani un‘alternativa al governo fallimentare di destra. Peccato solo aver avuto poco tempo per la campagna elettorale per veicolare ai siciliani la nostra visione di Sicilia”.

Ritenterà la corsa alla presidenza della Regione?

“È stata un’esperienza meravigliosa. Se i siciliani lo vorranno, sarò sempre a disposizione”.

C’è un punto (almeno uno), in cui come Movimento 5 stelle siete d’accordo con i lavori portati avanti dal governatore?

“Aspettiamo ancora che agli annunci seguano i fatti. Nessuna riforma è stata portata in aula. Siamo orgogliosamente alternativi a questa destra che sta deludendo in primis i siciliani che l’hanno votata”.

Quando ha saputo che Giancarlo Cancelleri, storico grillino, vi ha lasciati per approdare in Forza Italia, cosa ha provato?

“Ognuno fa le sue scelte e si assume le proprie responsabilità”.

L’asse Palermo – Roma con le interlocuzioni con i senatori gelesi Damante e Lorefice, funziona?

“Assolutamente sì. Si lavora da squadra, facendo il massimo per la nostra Sicilia e la nostra Gela”.

E’ sempre contrario alla realizzazione del ponte sullo stretto?

“Ritengo che ci siano altre priorità. Come si può parlare di ponte se l’acqua delle dighe finisce a mare, se basta la pioggia per rendere le strade impraticabili, se viaggiare in treno è impossibile per molti territori, se la sanità pubblica ha notevoli carenze…”

Gli ultimi sondaggi nazionali, evidenziano un crollo del Movimento. Siete distanti oltre 10 punti da Fratelli d’Italia. Come legge questi dati e da dove bisogna ripartire?

“Io non vedo nessun crollo del M5S, vedo invece tanti italiani prima illusi ed adesso delusi da questa destra di sola propaganda. Meloni e Salvini stanno saccheggiando il Sud e la Sicilia. Noi del M5S siamo orgogliosamente opposizione a questa visione di società divisa per caste. Per fortuna sono tantissimi i cittadini che ci vedono come ultimo baluardo alla malapolitca che a livello nazionale ha azzerato il welfare e che con l’autonomia differenziata, che rischia di affossare definitivamente il Meridione, oggi ha raggiunto l’apice, senza dimenticare altre vergogne dell’agenda Meloni come la legge bavaglio. Non è certo migliore l’agenda Schifani, i cui riflettori sono puntati più che sui bisogni dei cittadini, su norme vergognose come la salva ineleggibili, la sanatoria delle ville abusive o sull’incommentabile spartizione della sanità, mentre ospedali e pronto soccorso esplodono, i medici scappano verso il privato e le liste d’attesa risultano cancellate solo sulla carta”.

Perché ha scelto di fare politica?

“Mi è sempre piaciuto essere parte attiva della società. Ai tempi dell’università mi sono avvicinato alla politica per poi nel 2010 iscrivermi al blog di Beppe Grillo: da lì è cominciato tutto”.

Perché ha deciso di sposare proprio il progetto del Movimento 5 stelle?

“Perché tutte le altre forze politiche si erano staccate dal Paese reale, dai bisogni dei cittadini preferendo le logiche del palazzo. C’era bisogno di una forza politica fatta da cittadini e non professionisti della politica che rimettesse al centro del dibattito battaglie fondamentali come la legalità, la giustizia sociale, la tutela dell’ambiente, della salute e dell’istruzione pubblica e la lotta agli sprechi. Battaglie in cui mi riconosco, portate avanti dal M5S che quindi ha rappresentato la mia scelta naturale”.

Cosa non rifarebbe di tutto ciò che ha fatto in politica?

“Rifarei tutto!”

Il suo sogno?

“Dare una nuova speranza ai siciliani con un governo regionale a 5 stelle”.

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Giovanni Cacioppo, la risata gelese al cinema e in teatro

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Il suo ultimo spettacolo, “Che rimanga tra Noi”, continua a riscuotere successo in un vortice di risate, frutto dei migliori monologhi proposti da una carriera trentennale che lo ha portato ai vertici della comicità italiana. Quando è sul palco, si rivolge direttamente al pubblico, come se si trovasse al bar con degli amici, instaurando un rapporto quasi confidenziale, senza alcun filtro, privo di qualsiasi barriera. Il “nostro” Giovanni Cacioppo è fatto così. Diplomato geometra, ha subito puntato l’orizzonte al cabaret. E ha fatto centro.

“Ufficialmente ho cominciato trent’anni fa allo Spaghetti house ma in realtà credo di avere cominciato molto prima. Mi è sempre piaciuto fare ridere la gente, portare allegria. Lo facevo già a scuola e nelle scampagnate; poi un giorno ho deciso di farlo sul serio ed eccoci qua”.

C’è un attore che ha profondamente influenzato la tua professione?

“Il comico che mi ha ispirato e che mi ispira tutt’ora è Massimo Troisi, insuperabile nella sua visione della vita”.

Per coloro i quali si affacciano al mondo del cabaret, quale consiglio dai?

“Sappiate che è un lavoro difficilissimo e non ci sono garanzie di risultato”.

Nei tuoi monologhi, spesso e volentieri risalti le differenze che insistono tra Nord e Sud. Come mai?

“È un una chiave che usiamo in parecchi, sono due mondi distanti ed è bello metterli a confronto”.

Il pubblico ha cominciato a conoscerti nel 1994, quando, a Bologna, partecipasti al concorso “Zanzara d’oro”, arrivando al secondo posto. Puntavi al trofeo più ambito?

“Alla Zanzara d’oro partecipai per caso dopo avere letto un annuncio su un giornale. Arrivai secondo su cinquecento partecipanti…potevo già sentirmi un miracolato, ma non mi bastò”.

Cosa ha rappresentato il monologo comico “Acqua e seltz” che hai portato in teatro?

“Acqua e seltz è stato il mio primo monologo, era un collage di tanti pezzi, da testa di cane al videocitofono al motorino”.

Giovanni Cacioppo in teatro ha portato numerosi spettacoli: L’uovo e la patata, In nomine patris, Io labora ed il monologo Aprite quella porta (per piacere).  Con Paolo Rossi ha partecipato allo spettacolo Romeo & Juliet – una serata di delirio organizzato.  Come tutti gli attori, è stato indispensabile lo spazio televisivo. Lo ricordiamo a “Tivù cumprà”, “Solletico”, “Scatafascio”, “Torno sabato”, “Mai dire lunedì”, “Che tempo che fa”, “Colorado Cafè”, “Fratelli e sorelle d’Italia”, “Made in Sud”, “Only Fun”. 

“La Tv è fondamentale per farsi conoscere. Fino a qualche anno fa era la via di comunicazione migliore, adesso sta per essere soppiantata dal web!”

Cosa ti ha colpito delle tue frequenti partecipazioni al Maurizio Costanzo Show?

“Maurizio Costanzo negli anni 90 era la migliore vetrina della televisione. Un passaggio al teatro Parioli era una consacrazione”.

Delle tue innumerevoli presenze televisive, quale ti ha lasciato un ricordo indelebile e perché?

“Zelig mi ha dato la popolarità; Mai dire martedì è il programma dove mi sono divertito di più”.

Come sono nati i personaggi Graziello e il viaggiatore-cittadino Cacioppo?

“Per caso, osservando la gente”.

A distanza di anni, suscita ancora emozione avere vinto nel 2009 il Delfino d’oro alla carriera al festival nazionale adriatica cabaret?

“Premi come il Delfino d’oro ne ho vinti molti ed anche più prestigiosi. Ogni volta è stata una bella emozione che conservo nei miei ricordi”.

Giovanni ha esordito sul grande schermo recitando in “Così è la vita” del 1998, film diretto da Massimo Venier e dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo. Chi non ricorda la scena in cui, lungo una strada deserta dell’Abruzzo Aquilano,  la moglie in auto sta per partorire e lui chiede disperatamente aiuto. Un anno dopo ha preso parte al film diretto da Massimo Ceccherini,  “Lucignolo”, e nel 2000, è stato scelto per interpretare un ruolo nella pellicola diretta da Giorgio Panariello dal titolo “Al momento giusto”. Nel 2002 è tornato a collaborare con il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo interpretando “Schiena di legno” nel film “La leggenda di Al, John e Jack”.  Tre anni più tardi, entra nel cast di “Tutti all’attacco”, il film diretto da Lorenzo Vignolo. Ha preso parte anche ai film “All’ultima spiaggia” di Gianluca Ansanelli, “Non c’è più religione” di Luca Miniero e “Una festa esagerata” di Vincenzo Salemme. Straordinaria la sua esibizione nel ruolo di don Pasquale. Lo abbiamo visto anche nei film “Come se non ci fosse un domani” diretto da Igor Biddau, “Sbagliando s’impara” per la regia di Alessandro Ingrà e “Ancora volano le farfalle” di Joseph Nenci. Ha lavorato alla sit-com “Taglia e Cuci” in coppia con il Mago Forest, per il canale satellitare Fox della piattaforma pay-tv Sky.

Com’è nata la tua collaborazione con Aldo, Giovanni e Giacomo?

“Con Aldo, Giovanni e Giacomo c’è un’amicizia oramai trentennale. La prima volta che salii sul palco di Zelig in viale Monza lo feci dopo un loro spettacolo”.

Ultimamente, durante un’intervista televisiva (divenuta virale) sei stato scambiato per Aldo Baglio. Come mai non hai segnalato subito l’errore ed invece hai assecondato chi ti poneva le domande?

“Ho cercato di non mettere in imbarazzo la giornalista ma è stato peggio…”

Parlavamo di collaborazioni. Cosa ti hanno lasciato quelle con Massimo Ceccherini, Giorgio Panariello e Vincenzo Salemme?

“Essere chiamato a partecipare ad un film ogni volta è stata una gratificazione ed un riconoscimento, specialmente quando vieni chiamato da altri comici. E’ una sensazione bellissima, gratificante”.

Quali dei personaggi che hai interpretato al cinema, è stato quello che più ti ha coinvolto?

“Cerco di interpretare qualsiasi ruolo al meglio delle mie capacità”.

Se tornassi indietro nel tempo, quale invece non rifaresti e perché?

“Rifarei tutto. Senza ombra di dubbio!”

Come trascorri le tue giornate?

“Ho parecchi hobby. A volte dipingo o costruisco oggetti, riparo qualcosa oppure scrivo nuove idee. Sono sempre impegnato”

Vivi solo di teatro e cinema?

“Vivo solo di spettacolo”.

Cosa ti aspetti dal 2024?

“Dall’anno nuovo non mi aspetto niente di eccezionale, mi basta solo continuare a fare questo lavoro bellissimo”.

Quando hai occasione, ritorni a Gela. Come l’hai trovata ultimamente?

“Gela si evolve con coerenza con i suoi pregi e difetti”.

Perché tanti gelesi sono costretti a fare le valigie? 

“Per turismo…” La risposta è una gag esilarante. 

Credi in una rinascita (sotto molteplici aspetti) di una città che sembra amorfa? 

“Per rinascere bisogna prima morire”.

Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi amministra la cosa pubblica a Gela?

“Trattate tutti i cittadini come se fossero parenti”.

Quando con i colleghi parli della tua città, cosa dici?

“Non parlo della mia città, non ho motivo”.

Quando torni a Gela, cosa non deve mancare sulla tua tavola?

“U capuliatu!”

Il tuo personale augurio ai gelesi per il nuovo anno?

“Stringete i denti e non so se basta”.

La risposta è fulminea ma nasconde troppe verità. Amare ma assolutamente reali. E c’è poco da ridere.

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Ipse Dixit

“Gela città dalle mille risorse, poco valorizzate. Bisogna puntare sui giovani”

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“A Gela ho trovato una realtà vivace, sotto tutti i profili ed anche sotto l’aspetto dei reati commessi. E’ stato fatto un lavoro importante da parte dei miei Carabinieri del Reparto Territoriale che non finirò mai di ringraziare per il loro impegno e la loro tenacia nell’attività di controllo del territorio ed investigativa. Francamente non mi sono mai annoiato, non c’era giornata che non succedesse qualcosa e l’aspetto più bello e stimolante allo stesso tempo era quello di riuscire ad identificare gli autori di un crimine ed assicurarli alla Giustizia”.

Sono passati ben sette anni, da quando con il grado di Maggiore, Valerio Marra ha lasciato la città del golfo per ricoprire altri ruoli che lo hanno successivamente portato a Roma e da qualche mese a questa parte a Rieti, dove con il grado di Colonnello guida il Comando Provinciale. Il suo affetto nei confronti della nostra città è rimasto immutato, così come quando nel 2013 giunse dal freddo Veneto, dove per cinque anni aveva comandato la compagnia di Conegliano, dopo le esperienze significative vissute al Nucleo Operativo Catania Piazza Lanza e a Mazara del Vallo. Cresciuto a Salve, un piccolo comune di poco meno di 4500 abitanti della provincia di Lecce, situato nel versante ionico del basso Salento, l’ufficiale dei Carabinieri, ricorda con piacere la sua permanenza a Gela, individuando tra i tanti, tre particolari momenti.

“Gli incontri con i ragazzi nelle scuole, tantissimi organizzati in quel periodo grazie alla disponibilità di dirigenti scolastici ed insegnanti. Poi, la predisposizione e l’allestimento di due stanze in caserma (una a Gela ed una a Niscemi) per l’ascolto delle donne vittime di violenza: fu un’iniziativa intrapresa a livello nazionale dal Soroptmist Club e dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. L’inaugurazione delle stanze costituì un momento di riflessione su una problematica, quale quella dei “femminicidi”, oggi purtroppo ancora presente in Italia e terribilmente attuale. L’altro momento è la riapertura del posto fisso Carabinieri Gela Centro: fu un giorno di festa. L’Arma ritornava nella caserma di Piazza Roma dopo un breve periodo di “assenza” e grazie alla volontà dei cittadini e delle istituzioni che hanno fortemente voluto ed auspicato un presidio nel vivo e popolatissimo centro storico della città”.

Qual è invece l’episodio che vorrebbe rimuovere?

“Sicuramente quello dell’omicidio avvenuto una sera in una piazza affollatissima davanti alla chiesa madre alcuni giorni prima di Natale: era il 17 dicembre del 2015. Quell’omicidio (a cadere sotto i colpi dei killer fu Domenico Sequino, ndr), a distanza di alcuni mesi e con non poche difficoltà, fu scoperto grazie alla professionalità dei Carabinieri della Sezione operativa che certamente non potettero contare, nel corso delle indagini, sulla collaborazione di coloro che assistettero al delitto. Nessuna chiamata, neanche in forma anonima fu fatta all’epoca per cercare di indirizzare o fornire qualche indizio utile a chi indagava. Ecco, a distanza di anni, posso affermare che è proprio questo il ricordo che vorrei rimuovere dalla mia mente”.

I giovani gelesi, in più di un’occasione, hanno manifestato il loro disagio per una città che offre poco, soprattutto in ambito lavorativo. In tanti, troppi sono andati via in cerca di fortuna. Come e dove bisogna intervenire per frenare questa vera e propria emorragia?

“Io penso che Gela abbia delle potenzialità straordinarie, penso alla ricchezza del patrimonio culturale, archeologico in particolare, negli anni purtroppo depredato da tombaroli e saccheggiatori clandestini senza scrupoli che hanno alimentato un mercato illegale transnazionale di reperti e monete antiche. Se questo patrimonio venisse adeguatamente valorizzato, Gela potrebbe vivere di turismo, arte, cultura innestandosi in un percorso virtuoso che vede già Agrigento e Piazza Armerina delle tappe già riconosciute ed apprezzate a livello internazionale. Poi, partendo sempre dai buoni esempi, incentivando l’agricoltura e la produzione agricola: Gela può godere di un clima favorevole e per niente freddo per 11 mesi all’anno. Ed in ultimo, ma non meno importante, la buona e sana volontà di crescere e lavorare onestamente, rispettando le regole: in questo ambito scuola e famiglia rivestono un ruolo cruciale”. 

Negli ultimi tempi, a Gela, è sensibilmente calato, fortunatamente, il numero degli attentati incendiari. Ma perché in città si ricorre al fuoco?

“Ho sempre pensato che fosse un problema culturale e di mentalità che faceva fatica a cambiare, il modo più semplice e più meschino per distruggere l’oggetto appartenente ad altri con cui, forse, si era discusso animatamente: non sempre il danneggiamento seguito da incendio di un’auto, di un motociclo, della porta di un’abitazione rappresentava l’esternazione di un pregresso tentativo di estorsione non riuscito. Ecco, anche in questo ambito, l’impegno dei Carabinieri, delle Forze dell’ordine e dell’Autorità Giudiziaria è servito, nel tempo, a prevenire e contrastare in modo significativo il fenomeno”.

C’è un episodio durante la sua permanenza a Gela che l’ha profondamente colpita e perché?

“Sicuramente la morte di tre operai avvenuta il 17 luglio 2014 sulla linea ferroviaria Gela –Licata, nel territorio di Butera. Si trattò di un incidente terribile sul lavoro che spezzò la vita di tre persone a seguito del passaggio di un treno regionale. Le immagini di quei corpi ancora oggi, vive nella mia mente, mi fanno sempre riflettere sull’importanza di garantire in ogni luogo di lavoro, idonee condizioni di salute e sicurezza e sull’importanza, nella prevenzione, delle attività di controllo e ispettive condotte, ad esempio, nei cantieri edili dove è più frequente il fenomeno degli infortuni”.

Se il lavora latita, le organizzazioni criminali ne approfittano.  E’ assodato (purtroppo) che chi non lavora è facilmente appetibile dai clan. In che direzione bisogna muoversi per evitare tutto ciò?

“La risposta più semplice da dare sarebbe: è opportuno creare le condizioni per incentivare l’occupazione soprattutto giovanile. Ma questo non basta, occorre che le nuove generazioni siano consapevoli del disvalore dell’illegalità e del mancato rispetto delle leggi e dell’altro. Per questo il lavoro che è stato fatto nelle scuole e tra le comunità dei giovani attraverso gli incontri con gli studenti illustrando loro i compiti e le funzioni dei Carabinieri ed il sacrificio di tanti militari dell’Arma caduti nell’adempimento del loro dovere, è stato esemplare. Penso all’esempio del Maresciallo ordinario Sebastiano D’Immè, gelese, Medaglia d’oro al valore militare deceduto il 7 luglio del 1996 a Varese, a seguito delle ferite riportate in un conflitto a fuoco avvenuto a Locate Varesino il giorno prima, mentre stava svolgendo indagini su un gruppo di rapinatori. Ricordo il sacrificio dei Carabinieri, entrambi di Niscemi e decorati, Vincenzo Caruso e Roberto Ticli, deceduti rispettivamente il 1° aprile 1977 a Taurianova (Rc) e il 1° ottobre 1990 a Porto Ceresio (Va) durante attività di contrasto alla criminalità organizzata e comune. Questi giovani carabinieri, figli di questa terra, sono morti perché hanno combattuto per gli ideali di giustizia, pace e libertà in cui fermamente credevano e per i quali hanno giurato fedeltà alla Nazione” 

Per anni ha comandato il Gruppo Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale a Roma. Numerosi sono stati gli interventi e i sequestri. Tradotto in soldoni, quanto frutta alle casse della criminalità puntare il proprio interesse sui beni archeologici?

“E’ un mercato clandestino che frutta centinaia di milioni di euro ogni anno. L’Italia, la Sicilia così come molte regioni meridionali sono parte lesa del traffico illecito di beni culturali e di reperti archeologici. Una recente indagine, l’operazione convenzionalmente denominata “Demetra”, condotta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo e coordinata dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, ha dimostrato come in Sicilia e nel Nisseno in particolare, fosse radicata un’organizzazione criminale dedita allo scavo clandestino, o meglio al saccheggio di diverse aree archeologiche del centro della Sicilia. I reperti archeologici trafugati venivano, quindi, illecitamente esportati in diverse case d’asta del centro nord Europa da dove venivano venduti. In quella circostanza è stata contestata oltre all’associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione di beni culturali, anche la transnazionalità del reato che ha permesso di eseguire tre mandati di arresto europeo in Gran Bretagna, Spagna e Germania. In quell’indagine furono coinvolti, tra gli altri, gelesi e riesini”.   

Prima facevano tutto i tombaroli: scavavano, trovavano e vendevano. Adesso ci sono i committenti in giacca e cravatta. Anche in questo settore, la criminalità si è evoluta. Non crede?

“Si è evoluta e le recenti operazioni dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale lo hanno inequivocabilmente dimostrato. E’ una criminalità ben strutturata che si avvale di tombaroli, ricettatori, trafficanti, soggetti senza scrupoli che a partire dallo scavo clandestino, a volte compiuto con ruspe, che produce danni enormi al terreno e alle aree archeologiche, provoca un danno economico inestimabile quando i nostri beni vengono esportati illegalmente all’estero ed in questo caso la cooperazione internazionale giudiziaria e di polizia ha un ruolo cruciale”.  

Lo accennavamo poco fa: i report sui femminicidi e le violenze sessuali in Italia sono preoccupanti. Come legge questa tragica impennata degli ultimi anni?

“Oggi il fenomeno dei femminicidi è ancora tristemente attuale, come testimoniano gli ultimi casi di cronaca. L’Arma dei Carabinieri, in questo settore, ha puntato molto sulla formazione e preparazione dei militari ai vari livelli proprio per affrontare in modo diretto, tempestivo ed efficace tutte le situazioni di rischio per la vita e l’incolumità fisica della donna e dei minori.  Purtroppo tanti sono stati i casi che abbiamo affrontato anche a Gela e gli interventi compiuti anche in sinergia con la Procura della Repubblica e con i centri antiviolenza presenti sul territorio”.

Ci sono tanti predatori cibernetici. I ragazzi (soprattutto minorenni) sono facilmente a rischio. Cosa bisogna fare per evitare che cadano in trappola?

“La navigazione sul web presenta notevoli insidie. Oltre alla facilità con cui è possibile accedere a determinati contenuti, soprattutto pornografici, raccomandavo e raccomando sempre ai ragazzi di diffidare di siti internet in cui vengono proposti facili guadagni, penso ad esempio ai siti di giochi online che hanno una forte attrattiva sugli adolescenti.  Attenzione, questa potrebbe rappresentare un’esca per farli cadere in trappola!”.

Come legge il costante aumento il consumo di droga tra gli adolescenti?

“Anche in questo caso, sebbene siano state compiute tante attività investigative contro il traffico e lo spaccio di stupefacenti, a Gela e nei comuni limitrofi, il consumo di droga tra i ragazzi rimane ancora una piaga da debellare: anche qui, il ruolo della famiglia e della scuola è decisivo. Spesso quando interveniamo noi Carabinieri con arresti, sequestri, segnalazioni per uso personale ovvero guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, o, peggio, in caso di morte per overdose è ormai troppo tardi”.

Qual è il messaggio che vuole inoltre agli uomini in divisa che hanno lavorato con lei a Gela e all’attuale comandante, il tenente colonnello Marco Montemagno?

“Di lavorare sempre e con impegno come finora hanno fatto per il bene della città e dei gelesi. Al Tenente Colonnello Marco Montemagno, Ufficiale serio e preparato che conosco da 20 anni, rivolgo il mio personale augurio di buon lavoro, certo del fatto che saprà ben esercitare la sua funzione di Comandante di Reparto Territoriale anche in virtù della sua esperienza nell’Arma territoriale” 

Che sensazione ha provato al suo arrivo nella nuova destinazione di Rieti?

“Ho trovato una città ordinata, pulita ed una provincia ricca di paesaggi meravigliosi, forse poco conosciuta al grande pubblico e fuori da flussi turistici che vedono nella vicina Roma una tappa quasi esclusiva, in particolare per gli stranieri. Ho subito instaurato un rapporto diretto con la popolazione e con i Sindaci dei 73 comuni della provincia che sono riuscito sinora ad incontrare. A loro ho manifestato la vicinanza dell’Arma dei Carabinieri vista la capillarità delle nostre Stazioni nel territorio. Siamo impegnati su diversi fronti nella prevenzione e nel contrasto dei reati contro il patrimonio e la persona, contro lo spaccio di stupefacenti e contro la violenza di genere. La sensibilità comune dimostrata dai primi cittadini e dalla popolazione locale e la professionalità dei Carabinieri della provincia sono un ottimo presupposto per ben operare”. 

Qual è il consiglio che vuole dare a chi si appresta ad entrare nell’Arma dei Carabinieri?

“Raccomando sempre umiltà, sacrificio, dedizione, motivazione, studio e preparazione fisica e mentale. Oggi scegliere di fare il Carabiniere significa lavorare lontano da casa propria, ma vicino alla comunità e ai cittadini la cui garanzia di sicurezza costituisce il nostro principale obiettivo. A loro, alle persone più deboli, alle vittime del reato non dobbiamo mai farle sentire sole, ma garantire sempre ascolto, attenzione, facendo ogni sforzo per la risoluzione di una problematica o di un reato che ci viene segnalato e di cui sono parte offesa. E’ il nostro compito ed anche una nostra responsabilità da quasi 210 anni ed è per questo motivo che la gente ci sente ancora vicini”.

Lei perché ha scelto di fare il carabiniere?

“E’ stato il mio sogno sin da bambino. All’età di 8 anni ho indossato per la prima volta la divisa, ovvero la grande uniforme storica di mio zio, all’epoca Appuntato Scelto dell’Arma dei Carabinieri in servizio in un Stazione molto impegnata nel sud Salento. Nella mia famiglia non ci sono militari dell’Arma, mio padre era titolare di un’autoscuola, mia madre casalinga, mio fratello più piccolo studente, ma ben 4 zii erano Carabinieri, tutti con esperienza in nuclei operativi o stazioni in varie parti d’Italia: mi raccontavano spesso le loro vicende direttamente vissute con i loro colleghi a contatto con il cittadino, al servizio dei più deboli, sempre pronti a difendere gli onesti e a perseguire i delinquenti con gli strumenti che la Legge consentiva loro. Ecco, a distanza di anni, posso dire che la loro dedizione al lavoro (e alla famiglia), la motivazione sempre alta è diventata e con il tempo, anche la mia”. 

Per un giovane di provincia come lei, è stato complicato addentrarsi in realtà territoriali molto più estese, come ad esempio Modena dove nel 1997 ha partecipato al 179′ corso “Osare” presso l’accademia militare?

“Assolutamente no. Avevo già vissuto l’anno precedente a Siena perché iscritto alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Ateneo di quella città. Lì ho imparato, per la prima volta, ad affrontare, lontano da casa e dalla famiglia, le prime difficoltà di un giovane in una città totalmente sconosciuta e con una mentalità differente rispetto a quella del sud. Poi, nel 1997, vincitore di concorso, ho frequentato con entusiasmo il biennio di formazione presso l’Accademia Militare di Modena e la città l’ho principalmente vissuta, insieme ai miei compagni di corso, nei periodi di libera uscita”.    

D’impatto, che differenza ha notato proprio in Emilia Romagna tra Nord e Sud?

“Sicuramente l’aspetto climatico non mi ha lasciato indifferente, abituato a vivere in un piccolo paese del sud Salento a pochissimi chilometri dal mare. Poi anche le condizioni di vita, una realtà industriale fiorente fanno ancora oggi di Modena e della sua provincia una delle aree più sviluppate del nostro Paese anche per la posizione geografica baricentrica rispetto al centro nord Italia e alle vie di comunicazione che favoriscono moltissimo gli spostamenti anche e soprattutto in treno”.   

Rimanendo in tema: perché persiste questo atavico divario tra il settentrione d’Italia e il mezzogiorno?

“Sicuramente, come dicevo prima, le vie di comunicazione rapide e velocità di spostamento delle merci favoriscono lo sviluppo economico, a questo aggiungiamo una mentalità imprenditoriale radicata, fatta anche da piccole e medie imprese, che garantiscono occupazione e benessere rispetto ad altre zone del Mezzogiorno”. 

Lei è tifoso leccese…quest’anno ci sono le premesse per una salvezza tranquilla in serie A? 

“Non vorrei dirlo troppo presto, per scaramanzia. E’ un campionato in cui abbiamo iniziato con il piede giusto: dopo 5 giornate eravamo al 2° posto e qualcuno parlava già (molto prematuramente) di Champions League. Io quando ho visto giocare il Lecce quest’anno mi sono sempre divertito, bel gioco, squadra votata all’attacco, buona difesa e centrocampo completamente rinnovato. Il portiere, Falcone, è una garanzia: lo scorso anno, alla penultima giornata, parando un rigore al Monza, ha chiuso la saracinesca ed ha spalancato le porte della salvezza di una neo-promossa che ad inizio campionato sembrava un miraggio. Quest’anno, auguro al nostro portiere di ripetere analoghe prestazioni (ha già parato un rigore a Lukaku contro la Roma e ha fatto altri “miracoli” contro altre blasonate formazioni) e alla mia squadra del cuore di non tenermi sulle spine fino all’ultima giornata, ma di farmi vivere una primavera in serenità e, possibilmente, dalla parte sinistra della classifica”.  

Chi vincerà lo scudetto?

“Il tricolore lo può perdere solo l’Inter che ha, praticamente, due squadre”.

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