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Passione e impegno, lo stile di vita dei Carabinieri al servizio di tutti

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Da settembre 2019, guida la scuola allievi dei Carabinieri a Reggio Calabria. “Lezioni e servizi – ci tiene a rimarcare – che si tradurranno in stima da parte della popolazione solo se ci sarà impegno e professionalità e non atteggiamenti esteriori: dovranno dimostrare di essere responsabili, preparati ed affidabili”.  Così come insegna un buon padre ai propri figli. Il parallelismo regge anche per il colonnello Alessandro Magro, abruzzese di Vasto,  laureato in giurisprudenza e specializzato in scienze della sicurezza interna ed esterna. Chi scrive ha avuto il piacere e l’onore di conoscerlo, apprezzandone immense qualità umane ed un elevato acume investigativo. Tra le sue lunghe tappe in giro per l’Italia, dopo avere frequentato la scuola militare Nunziatella di Napoli e l’Accademia di Modena, è stato anche a Gela, dopo le esperienze di Bolzano, Milano, Ventimiglia, Manduria e Roma e prima di Rende, Lodi e Livorno. Lo scorso 2 giugno, ha ricevuto il  prestigioso titolo di ufficiale al merito della Repubblica italiana. Si tratta di una delle più importanti onorificenze dello Stato.
Colonnello, cosa ricorda del suo trascorso a capo del Reparto Territoriale di Gela?
“È stato un periodo molto intenso sia dal punto di vista professionale che umano. Conservo ricordi vividi degli oltre 3 anni trascorsi in Sicilia. La Compagnia Carabinieri di Gela aveva appena cambiato sede dalla precedente caserma del centro storico in quella attuale di via Venezia. Il Comando Generale dell’Arma, come tangibile segno di attenzione e ascolto alle istanze di sicurezza del territorio, aveva da poco istituito l’attuale Reparto Territoriale, di cui ho avuto l’onore di essere stato il primo comandante, aumentandone le capacità operative e logistiche in termini di uomini e mezzi. Di lì a poco abbiamo inaugurato e intitolato la Caserma al Maresciallo Medaglia d’Oro al Valor Militare, Sebastiano D’Immè, con i cui familiari ho stretto un legame di vicinanza e affetto che tuttora mi lega. Non mi sembra il caso elencare cosa è stato fatto in quel periodo (le cronache dei giornali dell’epoca le hanno già descritte), ma posso certamente dire che il filo conduttore di ogni iniziativa, sia preventiva che repressiva, ha sempre avuto come obiettivo il “fare rete” con tutti gli attori del sistema Sicurezza: le istituzioni, le associazioni, i media, i cittadini desiderosi di scrollarsi di dosso l’appellativo di una città nota solo per gli episodi criminali, specie del passato”.
Il rammarico più grande della sua esperienza a Gela?
“Abbiamo sempre cercato di dare un nome e un volto a chi ha compiuto reati efferati. Purtroppo non siamo riusciti a darlo all’autore dello scippo che ha provocato una violenta caduta e la morte di una signora (Teresa Pagano, ndr) nei vicoli del centro storico il 3 dicembre del 2012. Il desiderio di giustizia di chi ha perso una persona cara non si può dimenticare”.
Qual è stato l’episodio criminoso che l’ha colpita di più e perché?
“Senza dubbio la strage di De Susino (21 giugno 2011) dove un intero nucleo familiare, composto da padre, madre e figlio minorenne, fu sterminato per futili motivi. L’autore di questa mattanza non si era limitato a sparare nei confronti delle vittime, ma aveva esploso numerosi colpi anche alla testa. Quando finì l’autopsia, i soli bossoli estratti dai corpi martoriati avevano riempito un intero barattolo di vetro.Mi colpì vedere un ragazzo così giovane (Salvatore Militano, 13 anni, ndr)  assassinato in quel modo. Era accorso in aiuto della madre: aveva incrociato il suo assassino, che altri non era che il vicino di campagna, che non esitò a ucciderlo perché chiaramente lo conosceva. In quei giorni concitati non vi era solo la necessità di assicurare alla giustizia l’autore di un crimine così efferato. Tutta la collettività era molto turbata: un soggetto armato e capace di tutto era in circolazione e vi era il concreto pericolo che potesse colpire altri innocenti. Tutti noi sentivamo la necessità di una risposta immediata. Dopo pochi giorni dalla strage, l’autore della strage (Giuseppe Centorbi) tornò di notte presso l’abitazione delle vittime per esplodere numerosi colpi di pistola all’indirizzo dei veicoli parcheggiati e della casa: cominciò una vera e propria caccia all’uomo. Era sfuggito a più posti di controllo. Pensando che avesse trovato riparo più sicuro laddove vi erano meno pattuglie e meno lampeggianti, decisi, con tre militari, di dirigermi verso Piazza Armerina in borghese e a bordo di un’auto di copertura: l’intuizione fu felice perché ce lo ritrovammo davanti mentre era da solo alla guida della sua Fiat punto. Il killer per togliersi il dubbio che lo stessimo seguendo, accostò il veicolo sul ciglio della carreggiata. A quel punto, con il rinforzo di un’altra gazzella del Reparto Territoriale nel frattempo sopraggiunta, lo bloccammo, lo  disarmammo  e lo arrestammo senza esplodere colpi di pistola e in piena sicurezza: aveva con sé tre pistole tutte cariche e numeroso munizionamento. Furono momenti molto concitati”.
C’è invece un fatto curioso, un  aneddoto che vuole raccontarci? 
“Ce ne sono diversi ma ora mi viene in mente quello di un giovane che si presentò dal militare di servizio alla caserma chiedendo di poter conferire con il comandante. Decisi di riceverlo. Quando gli domandai il motivo del colloquio mi disse senza esitare se potevo dargli una mano a trovare un lavoro. Quello che mi colpì non fu tanto la richiesta in sé per sé, ma la frase: “se lei vuole … lei può”. Gli risposi: “Mi faccia capire: quindi se lei non trova lavoro è perché io voglio che lei resti disoccupato?”. Il tutto finì in una simpatica chiacchierata. Alla fine andò via soddisfatto solo perché finalmente qualcuno lo aveva ricevuto e ascoltato”.
Cosa l’ha colpita quando, nel 2010,   arrivó  a Gela?
“Il primo giorno di servizio vi fu una rapina al supermercato vicino alla caserma, quello sulla via per Butera. I miei Ufficiali mi dissero: comandante le hanno dato il benvenuto! Ma non fu certo questo a colpirmi. Il contrasto tra ciò che avveniva per colpa di pochi rispetto al desiderio dei molti, in particolare dei giovani, di voler riscattare una città che vanta oltre 2.700 anni di storia e che, come ho accennato, troppo spesso viene accostata facilmente a solo luogo di malaffare”.
A Gela sono presenti due consorterie mafiose, Cosa Nostra e Stidda. Se non è un caso raro, nel panorama criminale, poco ci manca …
“Gela è nota alla cronaca nera per gli eventi cruenti che hanno interessato le due consorterie mafiose e questo è un dato ormai storicizzato. Ma è anche il luogo dove da diversi anni sono stati fatti passi da gigante e dove sono nate tante iniziative, non solo antimafia. Quando mi riferisco al fare, intendo che oggi l’affermazione dei principi di legalità non è più un sentire che appartiene solo alle forze di polizia o alla magistratura: dalla scuola, alle comunità parrocchiali, dalle associazioni ai Comuni sono stati avviati percorsi virtuosi che sempre più sostengono e promuovono la legalità ed il rispetto delle regole come unico antidoto per lo sviluppo sano del paese, portando ad un cambio sempre più netto di posizione”.
Se a Gela ancora si parla di mafia e di criminalità, vuol dire che c’è ancora tanta strada da fare per sconfiggerle …
“Mafia e criminalità sono attenzionate in tutta Italia e all’estero, anche dove apparentemente i segnali di infiltrazione delle consorterie appaiono labili. Non bisogna mai abbassare la guardia”.
Dopo il suo trasferimento da Gela, lei ha guidato i comandi provinciali di Lodi e Livorno. Che differenze ha notato tra il lavoro svolto al Sud e quello svolto al Nord?
“Nel modo di impostare il lavoro sostanzialmente non è cambiato nulla per me. Prima di arrivare a Gela avevo già lavorato nel Nord Italia per oltre 6 anni e nel tornare nel centro-nord ho certamente portato con me il background di esperienza trascorso in Sicilia. Per riallacciarmi al discorso di prima, per esempio, a Livorno i Carabinieri hanno sequestrato a più riprese ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti riconducibili alla mafia del Sud”.
Si chiede la collaborazione dei cittadini per addivenire in tempi brevi all’individuazione di crimini e criminali, ma in pochi denunciano. Perché?
“Su questo non sono d’accordo. Presso la Stazione di Gela ricordo c’era sempre una fila enorme di persone che denunciavano la qualunque cosa o venivano in sede per chiedere un consiglio o un parere: questo avviene quando l’attività di un reparto supera il mero esercizio dei compiti di polizia. La promozione, inoltre, della cultura della legalità presso le scuole, le parrocchie e i soggetti vulnerabili, il sostegno ai comitati di quartiere ed altro, sono attività quotidianamente messe in campo dall’Arma dei Carabinieri e che, nel tempo, creano le premesse di un rapporto di fiducia con il cittadino”.
Da qualche anno è ritornato al Sud ma con compiti diversi rispetto a prima.  Ha una enorme responsabilità: istruire e formare il carabiniere di domani. Compito sicuramente non facile …
“Tutto parte dalla Scuola, dalla formazione. Formare dei giovani che hanno scelto di diventare Carabinieri è per me motivo di grande orgoglio e di altrettanta responsabilità. I giovani vincono un concorso per fare il Carabiniere: il nostro compito è quello di portare questi ragazzi ad “essere” Carabinieri. La loro prima destinazione, dopo il giuramento, sarà quella di un Comando Stazione, dove, con il supporto del personale più anziano, metteranno in pratica gli insegnamenti appresi”.
Perché tanti giovani hanno il desiderio di indossare la divisa?
“Proprio perché, scegliendo di “essere Carabinieri”, hanno scelto un vero e proprio stile di vita fatto di passione ed impegno verso la comunità che gli verrà affidata. Elementi indissolubili che tanti anni fa, mi hanno spinto ad entrare nell’Arma”.

Siamo agli inizi del 2022. Cosa si augura per quest’anno?
“Di portare, con l’aiuto di tutti i miei collaboratori, a giurare i circa 700 Carabinieri che oggi frequentano la Scuola Allievi di Reggio Calabria nonostante le problematiche dovute al Covid. Dietro ogni ragazzo/a vi è una famiglia che ha affidato alla nostra Istituzione i propri figli ed è nostro dovere farli crescere in piena sicurezza e secondo i valori della nostra Repubblica e l’etica professionale tipica dell’Arma”.

 Accennava al Covid: un altro anno è stato contrassegnato dal virus. Ne usciremo definitamente?
“Sono assolutamente fiducioso in questo. L’importante è non abbassare l’attenzione”.
Tornerà a trovare gli amici a Gela qualche volta? 
“Non ho mai smesso di sentirmi con loro e, con qualcuno, ci siamo già più volte incontrati sebbene non a Gela. L’amicizia e i buoni rapporti oggi si riescono a mantenere anche grazie alle opportunità offerte dalla tecnologia. Ho sempre Gela nel cuore: ogni qual volta ho modo di parlare con loro, avverto una fiamma che arde nei loro cuori che non è affatto dissimile, mi passi la similitudine, da quella che arde sul berretto di un Carabiniere”.

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“Bisogna continuare a lavorare nelle scuole per veicolare e diffondere la cultura della legalità”

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Desidero sapere, come premessa iniziale, se cortesemente preferisce essere chiamata Questore o Questora?

“Pur essendo una forte sostenitrice del rispetto dei generi, tuttavia, ci sono degli incarichi che non hanno bisogno di essere declinati al femminile, anche per un fatto di orecchiabilità. Signora Questore mi piace di più”.

Pinuccia Albertina Agnello, il prossimo 15 maggio, compirà un anno alla guida della Questura di Caltanissetta. Nata a Scordia, graziosa cittadina in provincia di Catania, circondata da agrumeti e uliveti, il Dirigente Superiore della Polizia di Stato si è laureata con lode in Scienze Politiche nel 1986 e in Scienze delle Pubbliche Amministrazioni nel 2007 presso l’Università degli Studi di Catania. Ha sempre avuto una vocazione per la legalità e per la giustizia. 

Quale bilancio traccia a quasi un anno dal suo insediamento alla Questura nissena?

“Un bilancio positivo in termini di rimodulazione del controllo del territorio a cura delle pattuglie preposte sia nel Capoluogo che nei territori di competenza dei Commissariati distaccati di Gela e Niscemi col costante supporto delle pattuglie del Reparto Prevenzione Crimine di Palermo o di Catania, messe a disposizione dal Servizio Controllo del Territorio di Roma; progetti di realizzazione di adeguati spazi per uffici deputati alla ricezione pubblico; istituzione di presidi di polizia presso i Pronto Soccorso di Caltanissetta, Gela e Niscemi; organizzazione di seminari formativi per tutto il personale della Polizia di Stato, allargati alle altre forze di polizia, su temi importanti quali il Codice rosso, il disagio psico sociale ed altro ancora.  Nel bilancio positivo ci tengo a inserire il consolidato ottimale rapporto interistituzionale che intercorre con la locale Prefettura, con i comandi delle altre forze di polizia e con altri importanti enti istituzionali operanti sul territorio della provincia”.

La pianta organica della Polizia nel Nisseno è sufficiente o bisognerebbe incrementarla?

“Dopo il lungo blocco del cosiddetto turn over a causa della legge di stabilità che aveva anche impedito di indire concorsi per l’assunzione di giovani leve per i ruoli degli agenti e degli ispettori, da qualche anno la ripresa dei concorsi pubblici ha cominciato a dare linfa vitale agli uffici di polizia. Non abbiamo ancora del tutto coperto le previste piante organiche ma siamo a buon punto. Peraltro, ogni 6 mesi, in coincidenza con la fine dei corsi di formazione per agenti della polizia di stato e all’incirca ogni 12/18 mesi, in coincidenza con la fine dei corsi di formazione per vice ispettori, il Dipartimento della pubblica sicurezza prevede il potenziamento costante di personale anche per la Questura di Caltanissetta”.

Quali sono i reati più diffusi in provincia e dove e come bisogna intervenire?

“Quella di Caltanissetta è una provincia vasta con una concentrazione urbanistica variegata e per niente   uniforme rispetto al territorio complessivo. Anche i fenomeni criminosi hanno questo aspetto disgregato, concentrandosi di più in alcune zone rispetto ad altre. L’attenzione degli uffici investigativi è dedicata alle zone dove ancora insistono storiche famiglie mafiose (sia quelle vicine alla Stidda che quelle facenti capo a Cosa Nostra) che purtroppo sono dedite al traffico di sostanze stupefacenti. Tuttavia, si dedica molta attenzione agli aspetti di prevenzione dei reati attraverso il pedissequo controllo del territorio, sia con i servizi ordinari che con la predisposizione di servizi straordinari, alcune volte interforze sulla base di intese raggiunte in sede di Riunioni tecniche di coordinamento presiedute dal Prefetto”.

Più volte è stato rimarcato che bisogna segnalare ogni fatto delinquenziale di cui si è vittima. Il vostro appello è stato recepito dal cittadino?

“Bisogna continuare a lavorare nelle scuole o attraverso i mass media per veicolare e diffondere la cultura della legalità, intesa anche nei termini di una sicurezza partecipata che passa anche attraverso le segnalazioni del cittadino. In questo ambito, buoni risultati si stanno ottenendo attraverso la conoscenza dell’utilizzo dell’App YouPol, sulla quale l’utente gratuitamente anche in forma anonima può denunciare dei fatti di cui è venuto a conoscenza ovvero chiedere aiuto”.

In provincia di Caltanissetta, sono presenti quattro mandamenti mafiosi. Tanti sono stati negli anni gli arresti e le successive condanne.  Si sbaglia quando si pensa che le “famiglie” e i loro intrecci siano stati definitivamente debellati?

“Tantissimo è stato fatto dalla Polizia di Stato e dalle altre forze di polizia preposte alle attività di polizia giudiziaria già a partire dai primi anni ’90 nel territorio della provincia avverso le organizzazioni mafiose ma non bisogna demordere o allentare le attenzioni investigative. La mafia sa come adeguarsi alle nuove economie ovvero al tessuto socio-economico del territorio su cui punta i propri illeciti interessi; pertanto, è importante che si continui a studiare l’evoluzione del fenomeno e affrontarlo di conseguenza”.

Per decenni, all’ingresso della città, abbiamo letto il cartello “Gela città videosorvegliata”. Nei fatti non è stato mai così.  Poche settimane addietro, in Commissariato, avete presentato l’impianto di videosorveglianza, immediatamente attivo. Cosa prevede il nuovo (e finora unico) occhio del grande fratello?

“Il Prefetto, proprio in occasione della presentazione del nuovo sistema di videosorveglianza cittadina non ha avuto alcuna remora a sottolineare quel paradosso ma ha anche rimarcato l’importanza di guardare oltre e andare avanti per il bene della società pulita della città di Gela. Come autorità di pubblica sicurezza tecnico operativa della provincia, posso aggiungere che si tratta di un sistema di videosorveglianza di alti livelli che consentirà alle forze di polizia e alla magistratura di perfezionare la ricerca e quindi la raccolta di prove oggettive di reati da perseguire”.

Ci sono le condizioni per riavere a Gela un’associazione antiracket dopo la cancellazione di quella precedente?

“Perché no? Siamo pronti a collaborare il Prefetto, nell’ambito della sua specifica competenza, a valutare l’attendibilità delle richieste e l’aderenza ai criteri previsti dalla normativa vigente”.

Inchieste hanno permesso di sgominare a Gela numerosi soggetti dediti alla detenzione e allo spaccio di sostanze stupefacenti. Nonostante tutto, il flusso della droga è in continuo aumento. Come mai?

“Tutto dipende purtroppo dalla elevata domanda e, come una qualsiasi legge di mercato, l’offerta va di pari passo alla domanda…Ecco perché è importante lavorare a 360 gradi in rete tutti gli attori istituzionali, ognuno per la parte di specifica competenza, al fine di consentire alle giovani generazioni di crescere in un ambiente sano, non degradato, culturalmente alto, con buone occasioni di impiego facendo di tutto per non indurli a entrare nella macchina infernale della dipendenza”.

Perché tanti ragazzini, soprattutto nelle piccole realtà della provincia, abbandonano gli studi?

“In certo qual modo, la risposta che le ho dato prima fornisce una chiave di lettura adeguata a quello che mi sta chiedendo. La povertà culturale di una società si ripercuote soprattutto sui giovani. Le istituzioni preposte ai controlli della frequenza scolastica non possono mollare la presa perché la dispersione scolastica è già la punta di un iceberg che non lascia intravedere nulla di buono”.

Lasciando la scuola e non trovando lavoro, non sono facilmente appetibili dalla malavita?

“Sono sicuramente più a rischio, anche perché la malavita attira con la falsa illusione del facile guadagno che darebbe la possibilità di ostentare una qualità della vita basata soltanto sulle cose materiali, prive di valori e fondamenti etici e morali”.

Troppi femminicidi in Italia, le cronache sono all’ordine del giorno. Nonostante le giornate di sensibilizzazione e di approfondimento sul tema della violenza di genere, si continua ad uccidere. Perché tanta violenza?

“Da qualche tempo, mi sembra di leggere un bollettino di guerra che dovrebbe sconvolgere tutti e che dovrebbe indurre la società sana a reagire con un “no…basta”. Tanto si sta facendo nelle scuole, così come all’interno dei nostri ranghi per una formazione quanto più adeguata ad affrontare situazioni che lasciano intravedere il pericolo della violenza di genere. Tuttavia, bisogna puntare sulla informazione/formazione dei giovani, sin dalle scuole primarie, degli insegnanti e dei genitori. Infatti, tra gli incontri calendarizzati dalla Questura con l’Ufficio provinciale scolastico ne sono previsti alcuni specifici con gli insegnanti e con i genitori. Quello che diciamo sempre ai ragazzi è di non nascondere il disagio e di confidarsi con un genitore, con un/a amico/a, con un insegnante per farsi aiutare ad uscire allo scoperto davanti a qualificate figure professionali (psicologi, avvocati dei centri antiviolenza, poliziotti) per affrontare la delicata situazione in tempo utile”.  

Il Questore Agnello, è entrata nel ruolo dei Commissari della Polizia di Stato nel 1987 dopo aver vinto il concorso per Vice Commissari.  Dall’agosto del 1988 al gennaio del 1990 ha rivestito l’incarico di funzionario addetto presso la Squadra Mobile della Questura di Agrigento, coordinando le Squadre Volanti, mentre da marzo a luglio dello stesso anno, è stata reggente del Commissariato di Palma di Montechiaro, ricoprendo la carica di dirigente dall’agosto del 1990 al luglio del 1992.

Lei ha rivestito diversi ruoli che hanno impreziosito il suo bagaglio personale per le parecchie esperienze professionali in diverse comunità in cui ha operato. Quale città le ha lasciato un ricordo indelebile e perché?

“La città che mi ha lasciato più ricordi indelebili sia da un punto di vista professionale che personale è stata senz’altro Palma di Montechiaro. Da giovanissima Commissario Capo, ho diretto il Commissariato in un periodo terribile per la guerra apertasi tra Cosa Nostra e Stidda che mieteva ogni anno decine di vittime. Avevo un gruppo di poliziotti giovani come me con i quali facemmo squadra, compatti, uniti, forti della responsabilità che avevamo di perseguire i criminali ma allo stesso tempo di restituire alla cittadinanza sana una adeguata percezione della sicurezza. Sono stati due anni e mezzo di sacrifici, sotto tanti punti di vista ma alla fine, collaborando anche la Squadra Mobile di Agrigento, arrivammo a concludere una operazione di polizia (denominata Gattopardo) che è rimasta tra gli annali della polizia giudiziaria di quella provincia e non solo, ma, soprattutto, avevamo riportato la gente di Palma ad avere fiducia nelle istituzioni e a riprendersi spazi cittadini, come il centro storico e le piazze, che per anni avevano visto il coprifuoco a partire dalle prime ore del pomeriggio. Personalmente, mi ha arricchito il rapporto che instaurammo con i ragazzi del locale liceo, con un coraggioso Comitato spontaneo di cittadini che chiedevano sicurezza dicendo basta alla mafia e soprattutto il riconoscimento della gente comune che ci fermava anche per strada per chiederci qualunque tipo di informazioni. Ricordo che davanti alle perplessità dei miei agenti a tale ultimo proposito, dicevo che mai avrebbero dovuto rispondere di non esserne competenti ma di attivarsi comunque per indirizzare chiunque ne avesse avuto bisogno”.

Nel luglio del 1992, mese terribile per la strage di via D’Amelio a Palermo, è entrata a far parte della Direzione Investigativa Antimafia di Roma dove ha ricoperto l’incarico di funzionario addetto del Reparto Relazioni Internazionali, con compiti di coordinamento di unità organiche anche all’estero.

Come giudica quell’esperienza che l’ha portata a lavorare anche fuori dall’Italia?

“Straordinaria. Avevo partecipato a quel concorso interno forte dell’esperienza maturata tra Squadra Mobile di Agrigento prima e Commissariato di Polizia di Palma Montechiaro dopo e perché determinata a contribuire alla causa, secondo i criteri condivisi dal Dipartimento della Ps con il giudice Giovanni Falcone. Fui chiamata a Roma subito dopo le stragi del 1992 e ancora di più capii che quella era la mia strada, almeno per qualche anno. Rifarei tutto, anche se per parecchi anni mi allontanai dalla mia famiglia (che ha sempre condiviso e rispettato le mie scelte) e dai sentimenti; tuttavia, ero troppo entusiasta di condividere quel nuovo modo di fare investigazioni, a fianco di qualificati funzionari e ufficiali provenienti da tutti i reparti del territorio nazionale”.

Nel suo vasto curriculum, la dottoressa Agnello ha diretto la Sezione Operativa della Dia di Agrigento. Portano la sua firma, svariate e delicate operazioni di Polizia Giudiziaria eseguite sia sul territorio agrigentino che all’estero. Ha lasciato la sua impronta anche alla Questura di Catania e in quella di Ragusa. E non solo.

 “Sono stata la vice Dirigente del Compartimento della Polizia Ferroviaria per la Calabria tra il 2006 e parte del 2010. Erano anni in cui col Servizio Polizia Ferroviaria di Roma si studiavano nuovi moduli operativi, sia per evitare la devastazione dei treni che puntualmente avveniva durante le trasferte dei tifosi ultras delle squadre di calcio sia per garantire più sicurezza nelle stazioni ferroviari e sui treni. L’impegno è stato notevole ma anche la soddisfazione di riuscire ad applicare nuovi metodi di approccio con i tifosi e con l’utenza non è stata da meno. Quello è stato un periodo in cui mi sono confrontata spesso con la gestione dell’ordine pubblico in concorso con la Questura di Reggio Calabria ed è stata un’esperienza di certo concreta e utile per il prosieguo del mio percorso di carriera, specialmente quando ho ricoperto l’incarico di Vicario del Questore di Siracusa”.

Cosa porta dentro di sé della permanenza in Sardegna dove ha diretto il Compartimento della Polizia Stradale?

“La Sardegna è una terra magica che ti ammalia e quando la lasci senti che ti manca. E’ stato un periodo intenso di lavoro e di conoscenze su tutto il territorio dell’isola; la competente Direzione Centrale mi aveva affidato il compito di intensificare la presenza della Polizia Stradale su quel territorio, curando anche i rapporti con le Questure e con le Prefetture. Ho trovato dei validissimi collaboratori che mi hanno sostenuta e consentito di raggiungere gli obiettivi prefissati”.

Divaghiamo un attimo: quando ha la possibilità, che musica ascolta?

“Sono un’appassionata di musica lirica (adoro Tosca e la Cavalleria Rusticana) ma ascolto molto volentieri la musica leggera e pop. Continuo ad ascoltare alcuni tra i più grandi cantautori italiani, quali Pino Daniele, Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè”.

Qual è il complimento più bello che ha ricevuto in ambito lavorativo?

“Più che di un complimento vero e proprio, si è trattato di un grazie particolarmente sentito da parte di una madre per aver trattato con professionalità e trasporto umano il delicato caso di una figlia vessata dal convivente”.

Cosa vuole dire al personale della polizia che opera in provincia di Caltanissetta?

“Direi loro un grazie senza fine per il lavoro costante e spesso sacrificante che svolgono al servizio dei cittadini, qualche volte in condizioni non del tutto favorevoli. E chiederei loro di ringraziare le proprie famiglie per il sostegno morale e materiale che garantiscono e che consente loro di lavorare più serenamente per portare avanti la nostra importante mission: servire il cittadino e farlo sentire al sicuro”.

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“Negli ultimi 5 anni a Gela non ha funzionato nulla. A breve avremo il candidato sindaco”

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Lo ha rimarcato più volte, lontano dai classici tatticismi, alchimie, giochi di prestigio: entro oggi, tutti i gruppi che hanno un candidato a sindaco devono presentare il nome e da domani un gruppo ristretto composto da un loro rappresentante esaminerà le varie candidature e farà sintesi su chi può garantire governabilità e può fare da bilancia alla coalizione.

L’onorevole Nuccio Di Paola, sta cercando di tessere la tela nell’ambito del progetto politico che vede insieme (attualmente) il Movimento 5 stelle, il Partito Democratico, i movimenti civici, Sud chiama Nord e le forze moderate. E’ stato investito di un ruolo importante al fine di chiudere i giochi in vista delle prossime amministrative a Gela. Un vero e proprio moderatore.

“Siamo a buon punto. Miriamo a trovare la sintesi tra tutti gli attori che hanno preso parte agli incontri”.

Lei ha in mente un candidato che possa ambire a ricoprire il ruolo di sindaco?

“Si, mi sono fatto un’idea e penso che non sia solo mia. Immagino un candidato che sia garante di tutta la coalizione. Prima viene la squadra e naturalmente verrà il nome del candidato. Il noi viene prima dell’io”.

Come mai (almeno fino ad oggi) non ha pensato lei a candidarsi direttamente?

“Vicepresidente vicario dell’Ars, coordinatore regionale del Movimento 5 Stelle, referente territoriale per la provincia di Caltanissetta, deputato, papà e marito penso di essere già apposto così. In ogni caso starò sempre accanto a Gela e ai gelesi…”

Anche se fisicamente non sempre presente a Gela, impegnato giornalmente a Palermo e in giro per la Sicilia, lei segue (attraverso i suoi fedelissimi consiglieri) l’evolversi della politica locale. In una sola domanda: cosa non le è piaciuto dei cinque anni di amministrazione Greco?

“Basta camminare per la città e parlare con i cittadini per rendersi conto di tutto quello che non ha funzionato in questi 5 anni”.

Il dissesto finanziario del Comune – dicono gli attuali amministratori della giunta – è figlio di un percorso pregresso. Se andiamo indietro nel tempo, il penultimo sindaco è stato (fino ad un certo punto) uno dei vostri. Dunque e’ colpa (anche) di Domenico Messinese e della sua squadra di governo di cui lei ha fatto parte, se si è arrivati a questo punto?

“No! Sono stato in giunta per 6 mesi, e sono stato buttato fuori perché in contrasto con quell’amministrazione. Il sindaco è andato avanti per altri due anni e mezzo, poi con tutto il consiglio comunale lo abbiamo sfiduciato”.

Ah proposito di Domenico Messinese: come sono i vostri rapporti, dopo l’esclusione dal Movimento 5 stelle?

“Non abbiamo rapporti. Le pochissime volte che ci vediamo le nostre interlocuzioni sono cordiali”.

Lei è componente della commissione regionale bilancio. Analizzando il settore di cui si occupa, nel dettaglio cosa è stato fatto per Gela?

“Da componente della commissione bilancio ad ogni finanziaria Gela e tutta la provincia che rappresento sono al centro dei miei emendamenti. Una delle mie ultime proposte che è stata accolta nella finanziaria 2024 è quella di vedere riconosciuto ai comuni di Gela, Butera e Licata le compensazioni per il progetto Argo-Cassiopea. Parliamo di cifre notevoli, nell’ordine di 20 milioni di euro l’anno garantiti alle casse comunali”.

Lei è vicepresidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, assieme alla collega Luisa Lantieri di Forza Italia. Il presidente Gaetano Galvagno è espressione di Fratelli d’Italia. In tanti (troppi) si chiedono come riuscite a dialogare, considerato che siete agli antipodi su tutto in ambito strettamente politico?

“Politicamente è vero siamo agli antipodi ma prima di qualsiasi ruolo o appartenenza politica siamo siciliani, coetanei innamorati profondamente della nostra terra e per il bene dell’istituzione che rappresentiamo, cerchiamo sempre un punto di incontro nel rispetto delle diversità di ognuno”.

Si profilavano agli orizzonti accordi con Pd e Sud chiama Nord in vista delle Europee. E’ saltato tutto?

“Nessun accordo coi partiti alle prossime elezioni Europee e liste aperte solo a personaggi di spicco della società civile. Il MS5 camminerà sulle proprie gambe, col contributo di ottimi apporti dalla società civile e in questo senso ci stiamo muovendo. A stretto giro comunicheremo anche le modalità per le candidature. Per quanto riguarda le amministrative, il simbolo del Movimento non sarà presente in tutti i Comuni, ma solo dove esiste un gruppo fortemente radicato con un serio e credibile progetto a supporto. Il simbolo va tutelato e non può essere concesso a cuor leggero anche a chi, magari, spera di raccattare qualche consenso confidando esclusivamente sul voto d’opinione”.

Facciamo un passo indietro: lei alle ultime regionali, si è candidato alla presidenza della Regione. I risultati però hanno premiato Renato Schifani, espressione del centro destra. Non ha mai pensato (anche per un attimo) che fosse una partita persa in partenza, considerato che aveva solo il suo movimento ad appoggiarla?

“Assolutamente no. Come M5S Sicilia abbiamo fatto il massimo per dare ai siciliani un‘alternativa al governo fallimentare di destra. Peccato solo aver avuto poco tempo per la campagna elettorale per veicolare ai siciliani la nostra visione di Sicilia”.

Ritenterà la corsa alla presidenza della Regione?

“È stata un’esperienza meravigliosa. Se i siciliani lo vorranno, sarò sempre a disposizione”.

C’è un punto (almeno uno), in cui come Movimento 5 stelle siete d’accordo con i lavori portati avanti dal governatore?

“Aspettiamo ancora che agli annunci seguano i fatti. Nessuna riforma è stata portata in aula. Siamo orgogliosamente alternativi a questa destra che sta deludendo in primis i siciliani che l’hanno votata”.

Quando ha saputo che Giancarlo Cancelleri, storico grillino, vi ha lasciati per approdare in Forza Italia, cosa ha provato?

“Ognuno fa le sue scelte e si assume le proprie responsabilità”.

L’asse Palermo – Roma con le interlocuzioni con i senatori gelesi Damante e Lorefice, funziona?

“Assolutamente sì. Si lavora da squadra, facendo il massimo per la nostra Sicilia e la nostra Gela”.

E’ sempre contrario alla realizzazione del ponte sullo stretto?

“Ritengo che ci siano altre priorità. Come si può parlare di ponte se l’acqua delle dighe finisce a mare, se basta la pioggia per rendere le strade impraticabili, se viaggiare in treno è impossibile per molti territori, se la sanità pubblica ha notevoli carenze…”

Gli ultimi sondaggi nazionali, evidenziano un crollo del Movimento. Siete distanti oltre 10 punti da Fratelli d’Italia. Come legge questi dati e da dove bisogna ripartire?

“Io non vedo nessun crollo del M5S, vedo invece tanti italiani prima illusi ed adesso delusi da questa destra di sola propaganda. Meloni e Salvini stanno saccheggiando il Sud e la Sicilia. Noi del M5S siamo orgogliosamente opposizione a questa visione di società divisa per caste. Per fortuna sono tantissimi i cittadini che ci vedono come ultimo baluardo alla malapolitca che a livello nazionale ha azzerato il welfare e che con l’autonomia differenziata, che rischia di affossare definitivamente il Meridione, oggi ha raggiunto l’apice, senza dimenticare altre vergogne dell’agenda Meloni come la legge bavaglio. Non è certo migliore l’agenda Schifani, i cui riflettori sono puntati più che sui bisogni dei cittadini, su norme vergognose come la salva ineleggibili, la sanatoria delle ville abusive o sull’incommentabile spartizione della sanità, mentre ospedali e pronto soccorso esplodono, i medici scappano verso il privato e le liste d’attesa risultano cancellate solo sulla carta”.

Perché ha scelto di fare politica?

“Mi è sempre piaciuto essere parte attiva della società. Ai tempi dell’università mi sono avvicinato alla politica per poi nel 2010 iscrivermi al blog di Beppe Grillo: da lì è cominciato tutto”.

Perché ha deciso di sposare proprio il progetto del Movimento 5 stelle?

“Perché tutte le altre forze politiche si erano staccate dal Paese reale, dai bisogni dei cittadini preferendo le logiche del palazzo. C’era bisogno di una forza politica fatta da cittadini e non professionisti della politica che rimettesse al centro del dibattito battaglie fondamentali come la legalità, la giustizia sociale, la tutela dell’ambiente, della salute e dell’istruzione pubblica e la lotta agli sprechi. Battaglie in cui mi riconosco, portate avanti dal M5S che quindi ha rappresentato la mia scelta naturale”.

Cosa non rifarebbe di tutto ciò che ha fatto in politica?

“Rifarei tutto!”

Il suo sogno?

“Dare una nuova speranza ai siciliani con un governo regionale a 5 stelle”.

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Ipse Dixit

Giovanni Cacioppo, la risata gelese al cinema e in teatro

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Il suo ultimo spettacolo, “Che rimanga tra Noi”, continua a riscuotere successo in un vortice di risate, frutto dei migliori monologhi proposti da una carriera trentennale che lo ha portato ai vertici della comicità italiana. Quando è sul palco, si rivolge direttamente al pubblico, come se si trovasse al bar con degli amici, instaurando un rapporto quasi confidenziale, senza alcun filtro, privo di qualsiasi barriera. Il “nostro” Giovanni Cacioppo è fatto così. Diplomato geometra, ha subito puntato l’orizzonte al cabaret. E ha fatto centro.

“Ufficialmente ho cominciato trent’anni fa allo Spaghetti house ma in realtà credo di avere cominciato molto prima. Mi è sempre piaciuto fare ridere la gente, portare allegria. Lo facevo già a scuola e nelle scampagnate; poi un giorno ho deciso di farlo sul serio ed eccoci qua”.

C’è un attore che ha profondamente influenzato la tua professione?

“Il comico che mi ha ispirato e che mi ispira tutt’ora è Massimo Troisi, insuperabile nella sua visione della vita”.

Per coloro i quali si affacciano al mondo del cabaret, quale consiglio dai?

“Sappiate che è un lavoro difficilissimo e non ci sono garanzie di risultato”.

Nei tuoi monologhi, spesso e volentieri risalti le differenze che insistono tra Nord e Sud. Come mai?

“È un una chiave che usiamo in parecchi, sono due mondi distanti ed è bello metterli a confronto”.

Il pubblico ha cominciato a conoscerti nel 1994, quando, a Bologna, partecipasti al concorso “Zanzara d’oro”, arrivando al secondo posto. Puntavi al trofeo più ambito?

“Alla Zanzara d’oro partecipai per caso dopo avere letto un annuncio su un giornale. Arrivai secondo su cinquecento partecipanti…potevo già sentirmi un miracolato, ma non mi bastò”.

Cosa ha rappresentato il monologo comico “Acqua e seltz” che hai portato in teatro?

“Acqua e seltz è stato il mio primo monologo, era un collage di tanti pezzi, da testa di cane al videocitofono al motorino”.

Giovanni Cacioppo in teatro ha portato numerosi spettacoli: L’uovo e la patata, In nomine patris, Io labora ed il monologo Aprite quella porta (per piacere).  Con Paolo Rossi ha partecipato allo spettacolo Romeo & Juliet – una serata di delirio organizzato.  Come tutti gli attori, è stato indispensabile lo spazio televisivo. Lo ricordiamo a “Tivù cumprà”, “Solletico”, “Scatafascio”, “Torno sabato”, “Mai dire lunedì”, “Che tempo che fa”, “Colorado Cafè”, “Fratelli e sorelle d’Italia”, “Made in Sud”, “Only Fun”. 

“La Tv è fondamentale per farsi conoscere. Fino a qualche anno fa era la via di comunicazione migliore, adesso sta per essere soppiantata dal web!”

Cosa ti ha colpito delle tue frequenti partecipazioni al Maurizio Costanzo Show?

“Maurizio Costanzo negli anni 90 era la migliore vetrina della televisione. Un passaggio al teatro Parioli era una consacrazione”.

Delle tue innumerevoli presenze televisive, quale ti ha lasciato un ricordo indelebile e perché?

“Zelig mi ha dato la popolarità; Mai dire martedì è il programma dove mi sono divertito di più”.

Come sono nati i personaggi Graziello e il viaggiatore-cittadino Cacioppo?

“Per caso, osservando la gente”.

A distanza di anni, suscita ancora emozione avere vinto nel 2009 il Delfino d’oro alla carriera al festival nazionale adriatica cabaret?

“Premi come il Delfino d’oro ne ho vinti molti ed anche più prestigiosi. Ogni volta è stata una bella emozione che conservo nei miei ricordi”.

Giovanni ha esordito sul grande schermo recitando in “Così è la vita” del 1998, film diretto da Massimo Venier e dal trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo. Chi non ricorda la scena in cui, lungo una strada deserta dell’Abruzzo Aquilano,  la moglie in auto sta per partorire e lui chiede disperatamente aiuto. Un anno dopo ha preso parte al film diretto da Massimo Ceccherini,  “Lucignolo”, e nel 2000, è stato scelto per interpretare un ruolo nella pellicola diretta da Giorgio Panariello dal titolo “Al momento giusto”. Nel 2002 è tornato a collaborare con il trio comico Aldo, Giovanni e Giacomo interpretando “Schiena di legno” nel film “La leggenda di Al, John e Jack”.  Tre anni più tardi, entra nel cast di “Tutti all’attacco”, il film diretto da Lorenzo Vignolo. Ha preso parte anche ai film “All’ultima spiaggia” di Gianluca Ansanelli, “Non c’è più religione” di Luca Miniero e “Una festa esagerata” di Vincenzo Salemme. Straordinaria la sua esibizione nel ruolo di don Pasquale. Lo abbiamo visto anche nei film “Come se non ci fosse un domani” diretto da Igor Biddau, “Sbagliando s’impara” per la regia di Alessandro Ingrà e “Ancora volano le farfalle” di Joseph Nenci. Ha lavorato alla sit-com “Taglia e Cuci” in coppia con il Mago Forest, per il canale satellitare Fox della piattaforma pay-tv Sky.

Com’è nata la tua collaborazione con Aldo, Giovanni e Giacomo?

“Con Aldo, Giovanni e Giacomo c’è un’amicizia oramai trentennale. La prima volta che salii sul palco di Zelig in viale Monza lo feci dopo un loro spettacolo”.

Ultimamente, durante un’intervista televisiva (divenuta virale) sei stato scambiato per Aldo Baglio. Come mai non hai segnalato subito l’errore ed invece hai assecondato chi ti poneva le domande?

“Ho cercato di non mettere in imbarazzo la giornalista ma è stato peggio…”

Parlavamo di collaborazioni. Cosa ti hanno lasciato quelle con Massimo Ceccherini, Giorgio Panariello e Vincenzo Salemme?

“Essere chiamato a partecipare ad un film ogni volta è stata una gratificazione ed un riconoscimento, specialmente quando vieni chiamato da altri comici. E’ una sensazione bellissima, gratificante”.

Quali dei personaggi che hai interpretato al cinema, è stato quello che più ti ha coinvolto?

“Cerco di interpretare qualsiasi ruolo al meglio delle mie capacità”.

Se tornassi indietro nel tempo, quale invece non rifaresti e perché?

“Rifarei tutto. Senza ombra di dubbio!”

Come trascorri le tue giornate?

“Ho parecchi hobby. A volte dipingo o costruisco oggetti, riparo qualcosa oppure scrivo nuove idee. Sono sempre impegnato”

Vivi solo di teatro e cinema?

“Vivo solo di spettacolo”.

Cosa ti aspetti dal 2024?

“Dall’anno nuovo non mi aspetto niente di eccezionale, mi basta solo continuare a fare questo lavoro bellissimo”.

Quando hai occasione, ritorni a Gela. Come l’hai trovata ultimamente?

“Gela si evolve con coerenza con i suoi pregi e difetti”.

Perché tanti gelesi sono costretti a fare le valigie? 

“Per turismo…” La risposta è una gag esilarante. 

Credi in una rinascita (sotto molteplici aspetti) di una città che sembra amorfa? 

“Per rinascere bisogna prima morire”.

Qual è il consiglio che ti senti di dare a chi amministra la cosa pubblica a Gela?

“Trattate tutti i cittadini come se fossero parenti”.

Quando con i colleghi parli della tua città, cosa dici?

“Non parlo della mia città, non ho motivo”.

Quando torni a Gela, cosa non deve mancare sulla tua tavola?

“U capuliatu!”

Il tuo personale augurio ai gelesi per il nuovo anno?

“Stringete i denti e non so se basta”.

La risposta è fulminea ma nasconde troppe verità. Amare ma assolutamente reali. E c’è poco da ridere.

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