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Ipse Dixit

Passione e impegno, lo stile di vita dei Carabinieri al servizio di tutti

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Da settembre 2019, guida la scuola allievi dei Carabinieri a Reggio Calabria. “Lezioni e servizi – ci tiene a rimarcare – che si tradurranno in stima da parte della popolazione solo se ci sarà impegno e professionalità e non atteggiamenti esteriori: dovranno dimostrare di essere responsabili, preparati ed affidabili”.  Così come insegna un buon padre ai propri figli. Il parallelismo regge anche per il colonnello Alessandro Magro, abruzzese di Vasto,  laureato in giurisprudenza e specializzato in scienze della sicurezza interna ed esterna. Chi scrive ha avuto il piacere e l’onore di conoscerlo, apprezzandone immense qualità umane ed un elevato acume investigativo. Tra le sue lunghe tappe in giro per l’Italia, dopo avere frequentato la scuola militare Nunziatella di Napoli e l’Accademia di Modena, è stato anche a Gela, dopo le esperienze di Bolzano, Milano, Ventimiglia, Manduria e Roma e prima di Rende, Lodi e Livorno. Lo scorso 2 giugno, ha ricevuto il  prestigioso titolo di ufficiale al merito della Repubblica italiana. Si tratta di una delle più importanti onorificenze dello Stato.
Colonnello, cosa ricorda del suo trascorso a capo del Reparto Territoriale di Gela?
“È stato un periodo molto intenso sia dal punto di vista professionale che umano. Conservo ricordi vividi degli oltre 3 anni trascorsi in Sicilia. La Compagnia Carabinieri di Gela aveva appena cambiato sede dalla precedente caserma del centro storico in quella attuale di via Venezia. Il Comando Generale dell’Arma, come tangibile segno di attenzione e ascolto alle istanze di sicurezza del territorio, aveva da poco istituito l’attuale Reparto Territoriale, di cui ho avuto l’onore di essere stato il primo comandante, aumentandone le capacità operative e logistiche in termini di uomini e mezzi. Di lì a poco abbiamo inaugurato e intitolato la Caserma al Maresciallo Medaglia d’Oro al Valor Militare, Sebastiano D’Immè, con i cui familiari ho stretto un legame di vicinanza e affetto che tuttora mi lega. Non mi sembra il caso elencare cosa è stato fatto in quel periodo (le cronache dei giornali dell’epoca le hanno già descritte), ma posso certamente dire che il filo conduttore di ogni iniziativa, sia preventiva che repressiva, ha sempre avuto come obiettivo il “fare rete” con tutti gli attori del sistema Sicurezza: le istituzioni, le associazioni, i media, i cittadini desiderosi di scrollarsi di dosso l’appellativo di una città nota solo per gli episodi criminali, specie del passato”.
Il rammarico più grande della sua esperienza a Gela?
“Abbiamo sempre cercato di dare un nome e un volto a chi ha compiuto reati efferati. Purtroppo non siamo riusciti a darlo all’autore dello scippo che ha provocato una violenta caduta e la morte di una signora (Teresa Pagano, ndr) nei vicoli del centro storico il 3 dicembre del 2012. Il desiderio di giustizia di chi ha perso una persona cara non si può dimenticare”.
Qual è stato l’episodio criminoso che l’ha colpita di più e perché?
“Senza dubbio la strage di De Susino (21 giugno 2011) dove un intero nucleo familiare, composto da padre, madre e figlio minorenne, fu sterminato per futili motivi. L’autore di questa mattanza non si era limitato a sparare nei confronti delle vittime, ma aveva esploso numerosi colpi anche alla testa. Quando finì l’autopsia, i soli bossoli estratti dai corpi martoriati avevano riempito un intero barattolo di vetro.Mi colpì vedere un ragazzo così giovane (Salvatore Militano, 13 anni, ndr)  assassinato in quel modo. Era accorso in aiuto della madre: aveva incrociato il suo assassino, che altri non era che il vicino di campagna, che non esitò a ucciderlo perché chiaramente lo conosceva. In quei giorni concitati non vi era solo la necessità di assicurare alla giustizia l’autore di un crimine così efferato. Tutta la collettività era molto turbata: un soggetto armato e capace di tutto era in circolazione e vi era il concreto pericolo che potesse colpire altri innocenti. Tutti noi sentivamo la necessità di una risposta immediata. Dopo pochi giorni dalla strage, l’autore della strage (Giuseppe Centorbi) tornò di notte presso l’abitazione delle vittime per esplodere numerosi colpi di pistola all’indirizzo dei veicoli parcheggiati e della casa: cominciò una vera e propria caccia all’uomo. Era sfuggito a più posti di controllo. Pensando che avesse trovato riparo più sicuro laddove vi erano meno pattuglie e meno lampeggianti, decisi, con tre militari, di dirigermi verso Piazza Armerina in borghese e a bordo di un’auto di copertura: l’intuizione fu felice perché ce lo ritrovammo davanti mentre era da solo alla guida della sua Fiat punto. Il killer per togliersi il dubbio che lo stessimo seguendo, accostò il veicolo sul ciglio della carreggiata. A quel punto, con il rinforzo di un’altra gazzella del Reparto Territoriale nel frattempo sopraggiunta, lo bloccammo, lo  disarmammo  e lo arrestammo senza esplodere colpi di pistola e in piena sicurezza: aveva con sé tre pistole tutte cariche e numeroso munizionamento. Furono momenti molto concitati”.
C’è invece un fatto curioso, un  aneddoto che vuole raccontarci? 
“Ce ne sono diversi ma ora mi viene in mente quello di un giovane che si presentò dal militare di servizio alla caserma chiedendo di poter conferire con il comandante. Decisi di riceverlo. Quando gli domandai il motivo del colloquio mi disse senza esitare se potevo dargli una mano a trovare un lavoro. Quello che mi colpì non fu tanto la richiesta in sé per sé, ma la frase: “se lei vuole … lei può”. Gli risposi: “Mi faccia capire: quindi se lei non trova lavoro è perché io voglio che lei resti disoccupato?”. Il tutto finì in una simpatica chiacchierata. Alla fine andò via soddisfatto solo perché finalmente qualcuno lo aveva ricevuto e ascoltato”.
Cosa l’ha colpita quando, nel 2010,   arrivó  a Gela?
“Il primo giorno di servizio vi fu una rapina al supermercato vicino alla caserma, quello sulla via per Butera. I miei Ufficiali mi dissero: comandante le hanno dato il benvenuto! Ma non fu certo questo a colpirmi. Il contrasto tra ciò che avveniva per colpa di pochi rispetto al desiderio dei molti, in particolare dei giovani, di voler riscattare una città che vanta oltre 2.700 anni di storia e che, come ho accennato, troppo spesso viene accostata facilmente a solo luogo di malaffare”.
A Gela sono presenti due consorterie mafiose, Cosa Nostra e Stidda. Se non è un caso raro, nel panorama criminale, poco ci manca …
“Gela è nota alla cronaca nera per gli eventi cruenti che hanno interessato le due consorterie mafiose e questo è un dato ormai storicizzato. Ma è anche il luogo dove da diversi anni sono stati fatti passi da gigante e dove sono nate tante iniziative, non solo antimafia. Quando mi riferisco al fare, intendo che oggi l’affermazione dei principi di legalità non è più un sentire che appartiene solo alle forze di polizia o alla magistratura: dalla scuola, alle comunità parrocchiali, dalle associazioni ai Comuni sono stati avviati percorsi virtuosi che sempre più sostengono e promuovono la legalità ed il rispetto delle regole come unico antidoto per lo sviluppo sano del paese, portando ad un cambio sempre più netto di posizione”.
Se a Gela ancora si parla di mafia e di criminalità, vuol dire che c’è ancora tanta strada da fare per sconfiggerle …
“Mafia e criminalità sono attenzionate in tutta Italia e all’estero, anche dove apparentemente i segnali di infiltrazione delle consorterie appaiono labili. Non bisogna mai abbassare la guardia”.
Dopo il suo trasferimento da Gela, lei ha guidato i comandi provinciali di Lodi e Livorno. Che differenze ha notato tra il lavoro svolto al Sud e quello svolto al Nord?
“Nel modo di impostare il lavoro sostanzialmente non è cambiato nulla per me. Prima di arrivare a Gela avevo già lavorato nel Nord Italia per oltre 6 anni e nel tornare nel centro-nord ho certamente portato con me il background di esperienza trascorso in Sicilia. Per riallacciarmi al discorso di prima, per esempio, a Livorno i Carabinieri hanno sequestrato a più riprese ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti riconducibili alla mafia del Sud”.
Si chiede la collaborazione dei cittadini per addivenire in tempi brevi all’individuazione di crimini e criminali, ma in pochi denunciano. Perché?
“Su questo non sono d’accordo. Presso la Stazione di Gela ricordo c’era sempre una fila enorme di persone che denunciavano la qualunque cosa o venivano in sede per chiedere un consiglio o un parere: questo avviene quando l’attività di un reparto supera il mero esercizio dei compiti di polizia. La promozione, inoltre, della cultura della legalità presso le scuole, le parrocchie e i soggetti vulnerabili, il sostegno ai comitati di quartiere ed altro, sono attività quotidianamente messe in campo dall’Arma dei Carabinieri e che, nel tempo, creano le premesse di un rapporto di fiducia con il cittadino”.
Da qualche anno è ritornato al Sud ma con compiti diversi rispetto a prima.  Ha una enorme responsabilità: istruire e formare il carabiniere di domani. Compito sicuramente non facile …
“Tutto parte dalla Scuola, dalla formazione. Formare dei giovani che hanno scelto di diventare Carabinieri è per me motivo di grande orgoglio e di altrettanta responsabilità. I giovani vincono un concorso per fare il Carabiniere: il nostro compito è quello di portare questi ragazzi ad “essere” Carabinieri. La loro prima destinazione, dopo il giuramento, sarà quella di un Comando Stazione, dove, con il supporto del personale più anziano, metteranno in pratica gli insegnamenti appresi”.
Perché tanti giovani hanno il desiderio di indossare la divisa?
“Proprio perché, scegliendo di “essere Carabinieri”, hanno scelto un vero e proprio stile di vita fatto di passione ed impegno verso la comunità che gli verrà affidata. Elementi indissolubili che tanti anni fa, mi hanno spinto ad entrare nell’Arma”.

Siamo agli inizi del 2022. Cosa si augura per quest’anno?
“Di portare, con l’aiuto di tutti i miei collaboratori, a giurare i circa 700 Carabinieri che oggi frequentano la Scuola Allievi di Reggio Calabria nonostante le problematiche dovute al Covid. Dietro ogni ragazzo/a vi è una famiglia che ha affidato alla nostra Istituzione i propri figli ed è nostro dovere farli crescere in piena sicurezza e secondo i valori della nostra Repubblica e l’etica professionale tipica dell’Arma”.

 Accennava al Covid: un altro anno è stato contrassegnato dal virus. Ne usciremo definitamente?
“Sono assolutamente fiducioso in questo. L’importante è non abbassare l’attenzione”.
Tornerà a trovare gli amici a Gela qualche volta? 
“Non ho mai smesso di sentirmi con loro e, con qualcuno, ci siamo già più volte incontrati sebbene non a Gela. L’amicizia e i buoni rapporti oggi si riescono a mantenere anche grazie alle opportunità offerte dalla tecnologia. Ho sempre Gela nel cuore: ogni qual volta ho modo di parlare con loro, avverto una fiamma che arde nei loro cuori che non è affatto dissimile, mi passi la similitudine, da quella che arde sul berretto di un Carabiniere”.

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Ipse Dixit

“No a Gela pattumiera! Con Greco solo rapporti istituzionali. Multerei l’ex sindaco Messinese…”

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“Gela e i gelesi non sono pattumiera né di Musumeci né della sua sgangherata maggioranza. Annunciare a pochi mesi dalle elezioni la costruzione di un inceneritore nella città del Golfo è penoso. In una città dove mancano strade, ospedali, acqua e agricoltura, Musumeci pensa all’affaire rifiuti. Noi lo impediremo strenuamente. Inceneritori? Mai, men che meno a Gela”. Come fosse un mantra, Ketty Damante, deputata gelese del Movimento 5 Stelle all’Assemblea Regionale Siciliana, lo ha ripetuto più volte negli ultimi giorni e – assieme agli altri attivisti grillini – è pronta alle barricate se il progetto della costruzione del termovalorizzatore dovesse andare avanti.

Onorevole, andiamo subito al sodo: cosa non piace al movimento di cui lei fa parte, dell’attuale compagine amministrativa e del suo presidente Musumeci?
“Sarebbe più facile dire ciò che ci piace. Sicuramente la sua arroganza e la tracotanza dimostrata nei confronti dei siciliani e soprattutto nei confronti del Parlamento Siciliano, non sono un bel biglietto da visita.  Ricordo ancora che durante la mia prima finanziaria, nel 2020, la cosiddetta Finanziaria di Guerra che doveva affrontare l’emergenza sanitaria nella sua Fase 1, Musumeci non era presente durante i lavori d’aula. Un Presidente delle Regione Siciliana non si è mai assentato durante il dibattito dell’atto politico per eccellenza del Parlamento, la Finanziaria e l’approvazione del Bilancio. Che dire poi della gestione dell’emergenza sanitaria messa in campo dal suo delfino Razza, anzi della sua idea di sistema sanitario regionale che ha messo Catania al centro di ogni interesse ai danni degli ospedali di periferia quali quelli di Gela, Ragusa e Siracusa. E degli aiuti alle imprese e del Bonus Sicilia messo in piedi da Turano in piena emergenza sanitaria? Ne vogliamo parlare? E le infinite riprogrammazioni dei fondi extraregionali? Ha cambiato pure dirigenti ma  le riforme e le azioni tanto annunciate sono rimaste al palo. Forse quindi il problema non era tecnico ma di una politica inadeguata, una politica da titolo sui giornali o da anteporre alle azioni del Governo Nazionale Conte. Che pena!” 

Dunque, cosa avrebbero potuto e dovuto fare in questi anni di governo, Musumeci e company?
“Affrontare i problemi e non solo elencarli e scaricare la colpa una volta a Bruxelles, un’altra volta a Roma, un’altra volta al governo che lo ha preceduto per finire adesso alla sua stessa maggioranza. Non ho mai visto un atto di indirizzo vero di questo Governo, una programmazione, una pianificazione di azioni ed interventi per affrontare e governare le varie problematiche siciliane. Li abbiamo visti invece in azione, Musumeci e i suoi Assessori, solo per affrontare le problematiche quando ormai eravamo arrivati all’emergenza, con soluzioni improvvisate e approssimate. Ma poi una programmazione o riprogrammazione può mai essere portata a termine senza l’opportuna considerazione del Parlamento tutto? Il risultato di questa sua chiusura, io dico arroganza e inadeguatezza, ha comportato un immobilismo che non ha eguali nella storia siciliana: riforme ferme in commissione o in parlamento da anni e certo questo non piò essere addebitato alle opposizioni ma alla sua sgangherata maggioranza. Parlo della riforma sulle Ati, sui rifiuti, sui consorzi di bonifica, sulle partecipate…”

Parliamo delle prossime elezioni regionali. Come si sta muovendo in tal senso il Movimento 5 Stelle, al fine di individuare una figura che possa ambire alla poltrona di governatore, dopo avere dato forma al patto progressista col centro sinistra? 


“Come ormai è noto andremo alle prossime regionali in coalizione, il fronte progressista, e l’obiettivo è solo uno: restituire alla Sicilia lo splendore che merita. Ma bisogna partire dal fatto che il M5s c’è ed è forte, soprattutto in Sicilia. E non possiamo avere un ruolo di secondo piano. Noi questo cambiamento lo vogliamo, ne vogliamo essere i protagonisti e gli autori. Ultimamente si è intrapreso il percorso con Pd, Centopassi, i Verdi e Articolo 1 e si è trovata una convergenza sulla necessità di stabilire un metodo e un cammino verso le regionali comune, partecipato e condiviso, senza fughe in avanti né prese di posizione autonome”. 

 Per la poltrona di governatore, si staglia all’orizzonte anche uno “scatenato” Cateno De Luca. Cosa ci dice in merito?

“Abbiamo già visto uomini come Cateno in Parlamento e non credo che la Sicilia meriti ancora personaggi da avanspettacolo. La Sicilia merita persone serie che non raccontino balle per strappare solo qualche like, la Sicilia merita un Governatore non un suonatore di cornamuse”.

Il suo giudizio sull’attuale governatore è mediocre ma negli ultimi giorni, attraverso un sondaggio realizzato da Youtrend, emerge che per il 58 per cento dei siciliani il Governatore Nello Musumeci vincerà le elezioni regionali e resterà Presidente della Regione siciliana. Alla domanda del sondaggio “Secondo lei, chi sarà il prossimo presidente della Regione siciliana?”, gli intervistati hanno poi risposto: per il 29 per cento Cateno De Luca, l’ex sindaco di Messina, che si è dimesso proprio per annunciare la candidatura a Governatore;  per il 4 per cento il Presidente dell’Assemblea regionale siciliana Gianfranco Miccichè;  per il 3% l’ex assessore alla Formazione Roberto Lagalla, attuale candidato a sindaco di Palermo;  per il 2 per cento il Presidente della Commissione regionale antimafia all’Ars, Claudio Fava e per l’1 per cento Giancarlo Cancelleri, sottosegretario alle Infrastrutture. Spiazzata dai dati emersi?
“Ho letto con attenzione i risultati del sondaggio youTrend  ed è chiaro che nella coalizione di centrodestra Musumeci, per l’elettorato, resti il miglior candidato. A me onestamente ha colpito, e per nulla spiazzata, le risultanze dell’altra domanda di youTrend, che recita: assodato che il candidato del centrodestra è Musumeci, lei per chi voterebbe? La risposta premia il governatore in carica col 39.2% ma il centrosinistra, se unito, è appaiato, mentre il M5s risulterebbe sempre il primo all’Ars.  Il fronte progressista soffre al momento la mancanza di un candidato Presidente noto ai siciliani”.


 Rimaniamo in tema: i sondaggi (sia a livello nazionale che regionale) non sorridono al Movimento 5 Stelle. Soprattutto negli ultimi mesi avete perduto tanti consensi. Come legge questo dato?

“I sondaggi sicuramente hanno mostrato delle flessioni rispetto ai risultati elettorali del 2017 e del 2018 ma ci attestano comunque al 13% a livello nazionale, e addirittura circa 20% in Sicilia. Un movimento che adesso non è più solo movimento di protesta ma che si candida ad essere forza di governo, ci sta che perda consensi di massa ed attesta invece il suo zoccolo duro”. 

 Quando si perdono consensi, si prova a riconquistarli. Avete una formula in serbo?

“Il movimento si è evoluto, pensa sì a cercare consensi ma per le proposte e le azioni che ha messo e intende mettere in campo quali il salario minimo, il reddito di cittadinanza, meno spese per gli armamenti e più aiuti alle famiglie, politiche di lavoro attive, azioni che possano permettere alle famiglie italiane di affrontare la crisi socio economica che stiamo vivendo dopo la pandemia e ora pure con il conflitto nel cuore dell’Europa. E’ ovvio che non tutte le scelte e le posizioni possono accogliere il consenso dell’intera nazione. Ma fare politica significa fare delle scelte e decidere da che parte stare”. 

 In tanti contestano il Reddito di cittadinanza, uno dei vostri cavalli di battaglia. Non sarebbe stato meglio – tuonano i contestatori – elargire denaro a chi si spende per il territorio, offrendo un personale contributo? 
“Chi muove queste proposte sicuramente non ha ben capito la natura e il ruolo del Reddito di Cittadinanza. Ma cosa sarebbe capitato a milioni di italiani, senza la misura del reddito di cittadinanza, come si sarebbe potuta affrontare prima l’emergenza sanitaria e ora la crisi economica e sociale che questi due anni di pandemia hanno causato? In tutta Europa esisteva uno strumento come il reddito, solo in Italia e in Grecia mancava. Non mi pare che nel resto d’Europa tale strumento venga demonizzato come qui in Italia. La narrazione è del tutto finalizzata a colpire il Movimento 5 Stelle, non tanto lo strumento. Poi è ovvio, lo strumento va perfezionato e sicuramente migliorato, vanno riformati sicuramente i Centri per l’impiego ma questi, attenzione,  sono di competenza regionale. In Sicilia, ad esempio, solo a dicembre 2021, con due anni di ritardo, il governo regionale ha bandito l’avviso per il potenziamento dei Centri per l’Impiego, le prove sono previste per il mese di maggio. Come mai tutto questo ritardo? Eppure i soldi erano stati stanziati dallo Stato due anni fa. Io una risposta l’avrei: il governo regionale ha preferito posticipare il bando per farsi campagna elettorale facendo pagare ai siciliani un ritardo di più di due anni non solo per la messa a punto del Reddito di Cittadinanza ma anche per l’aumento di posti di lavoro in questa terra”. 

 In troppi hanno percepito il Rdc non avendone i requisiti. I classici furbetti. Purtroppo – lo dicono le cronache – il malcostume è costante e diffuso. Come e dove si può intervenire? 
“I furbetti ci sono e si saranno sempre in Italia, per ogni misura o sostegno messo in atto, ma nel Reddito di Cittadinanza i controlli sono stati previsti e vengono sempre implementati, ecco perché escono i furbetti. Quelli scoperti vengono molto pubblicizzati dai media ma in realtà si riferiscono, secondo i dati della Guardia di Finanza,  all’1% dei percettori. Sarebbe interessante sapere perché quando si scoprono i falsi invalidi nessuno richiede l’abolizione dell’assegno di invalidità”. 


 Cosa è cambiato con l’arrivo dell’ex premier Conte al Movimento?

“Conte è stato il miglior Presidente del Consiglio che io ricordi e con lui è iniziata sicuramente una nuova era del Movimento. Con lui siamo diventati forza di governo e ci candidiamo ad esserlo nel futuro, anche qui in Sicilia. Ma abbiamo bisogno di strutturarci, superare i limiti stessi della forma del movimento senza però snaturarci del tutto. Il percorso non è facile e sicuramente non immediato”. 

 Il suo rapporto con l’attuale capogruppo Nuccio Di Paola, gelese doc come lei?
“Ottimo e in piena sintonia, siamo tutti e due convinti che l’obiettivo comune è solo uno: restituire alla Sicilia lo splendore che merita”. 

Il vostro europarlamentare Dino Giarrusso, leggendo i nomi dei referenti regionali e provinciali ha detto che renderebbero la Sicilia un feudo personale di Giancarlo Cancelleri…
“Le nomine dei referenti regionali e provinciali non sono ancora stati ufficializzati”.


 In ambito locale, come sono i vostri rapporti col sindaco Lucio Greco?

“Prettamente istituzionali”.

 State lavorando all’individuazione di una figura che possa presentarsi alle future amministrative?

“Intanto stiamo lavorando alle figure per le prossime regionali e alle amministrative 2022, per le elezioni a Gela c’è ancora tempo”.

La telenovela porto rifugio continua e ad ogni minimo interessamento sul da farsi, in politica ognuno vuole la sua parte intestandosi la primogenitura. In tutta sincerità, la vicenda ha stancato. Non crede?
“La questione porto di Gela è il paradosso più grande della nostra Gela. L’unico sbocco a mare della provincia da cui non è possibile uscire neanche con una lancia. Ma è un porto regionale, e per fortuna da qualche settimana sotto la competenza dell’Autorità di sistema portuale Occidentale, e in più siamo area Sin. La regione siciliana non ha risorse economiche sufficiente per far fronte alla manutenzione ordinaria o straordinaria dei propri porti, questo è sotto gli occhi di tutto, a maggior ragione se tale porto ricade nel territorio a sud della provincia di Caltanissetta. Il vero pacco ce lo fecero nel 2016 quando decisero di affidare l’intervento alla Protezione Civile quando invece doveva essere affidato al dipartimento competente, quello delle infrastrutture. Poi ci si è messa anche la nuova normativa su piani di caratterizzazione risalente al 2018 (la gara fatta dalla regione è del 2017). Una situazione che certamente ha stancato molti ma che non mi stancherà personalmente fino a quando non avremo il porto funzionante”. 


Gela non può più attendere il campo di atletica. L’amministrazione comunale deve subito individuare l’area idonea e dare avvio alla progettazione. È inammissibile che le somme stanziate e disponibili per l’impianto sportivo vengano ancora tenute nel cassetto. Le sue parole, pronunciate più di un mese fa, hanno prodotto qualcosa di concreto?
 “Io non amministro questo comune né faccio parte delle forze che sostengono questa amministrazione. Il mio approccio è stato sempre costruttivo e di piena collaborazione anche perché nelle mie funzioni potrei dare una mano d’aiuto, così come è stato per l’empasse che abbiamo avuto sul  Museo dei relitti prima a dicembre 2019 e poi ad aprile 2020. Le mie parole e le mie azioni mirano a dare una mano alle amministrazioni coinvolte a trovare soluzioni e, laddove necessitano, consultazioni o accelerazioni di iter. Ma quando non posso fare altro denuncio e accendo i riflettori sui problemi del territorio. Nella fattispecie, ritengo di avere fatto bene. Questa amministrazione, nonostante le riunioni, conferenze stampa, commissione urbanistica, impegni e foto, non aveva fatto nulla. E ancora non smette di rigirarsi i pollici, forse perché non vuole: volere è potere…”


 Lei è stata sempre al fianco di Domenico Messinese. Assieme agli altri attivisti grillini, lo ha sostenuto affinché (nel 2015) diventasse sindaco. Ricordo come fosse oggi, la festa in piazza Salandra con tanto di brindisi. I rapporti continuano, nonostante l’espulsione dal M5s?
“No!”


 Cosa ha provato quando lo stesso Messinese è stato sfiduciato quasi all’unanimità dal Consiglio comunale?

“Ho preso parte a quel consiglio comunale, era giusto così. Lui è entrato in quel consiglio perché espressione di un gruppo politico. Nel dicembre 2015 decide, buttandoci fuori, di non appartenere più al quel gruppo politico e nel frattempo non mi pare che abbia trovato altri gruppi politici disposti a sostenerlo. Cosa può fare un Sindaco, in una città complessa come quella di Gela,  senza nessun gruppo che lo sostiene in Consiglio Comunale? Io al suo posto non avrei aspettato di essere cacciato dal Movimento, mi sarei dimessa subito. Francamente, mi sono divertita…”


 Ultimamente la criminalità ha rialzato la testa a Gela. Come legge il fenomeno?
“La criminalità a Gela non ha mai abbassato la testa, ha solo ripreso a farsi vedere. Scuola, famiglia e società non fanno abbastanza. La mancanza di lavoro è solo un alibi, è la mentalità che va cambiata. Ci vogliono tempo e risorse”.

 In tutta sincerità: le piacerebbe fare il sindaco di Gela?

“Gela è la sesta città della Sicilia, è riconosciuta Area di Crisi Complessa, assieme a Termini Imerese, è area SIN (solo tre in Sicilia), ha un piano di risanamento ambientale mai del tutto attuato che andrebbe pure aggiornato visto che è molto datato e tante altre situazioni sociali ed economiche che la caratterizzano per complessità e urgenza. E alla fine nessuno ha veramente il coraggio di affrontare e governare i processi di questa città sicuramente difficile. Ciò premesso, è inutile scegliere certi ruoli: sono i ruoli che scelgono te. Certo che per me sarebbe un onore”.

 Se un giorno ci riuscisse, quale sarebbe la prima cosa che farebbe? 

“Multare Messinese”


Perché?
“Chi di multa ferisce… di multa perirà!!! Ricordo che subito dopo che decise di estromettermi dalla giunta assieme a Pietro Lorefice e a Nuccio Di Paola, organizzò una manifestazione al porto contro le trivellazioni, causando numerosi problemi all’associazione dei pescatori. Noi – parallelamente – organizzamo un’altra manifestazione e ci multò. Comunque la sua azione nei confronti del gruppo politico che lo aveva portato a vincere ha causato tante reazioni a catena, come del resto ogni azione in politica. Poteva benissimo farsi una sua lista civica, la legge lo permetteva. Ecco il senso vero della mia provocazione….”

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Ipse Dixit

“Garantire la speranza tra i detenuti”

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L’ho conosciuto anni addietro durante un reportage sulle condizioni del carcere di contrada Balate a Gela. Mi ha colpito la sua ampia disponibilità nell’accoglienza e l’alta professionalità nel rispondere alle mie domande. Senza tentennamento alcuno,  rispettando i ruoli. Col tempo, ne ho apprezzato doti umane e professionali. Così come hanno fatto gli altri. Francesco Salemi, 47 anni, laureato in giurisprudenza, regolarmente iscritto all’Albo degli avvocati e abilitato alla professione, nella vita ha scelto di…indossare la divisa della Polizia Penitenziaria. E’ stato comandante di reparto presso il nuovo complesso penitenziario “Solliciano” di Firenze e dopo l’esperienza in Toscana, è tornato nella sua Sicilia (è originario di Acate), guidando gli agenti nella casa circondariale di Gela (dal 2012 al 2018), e successivamenti quelli in servizio a Caltanissetta e a Caltagirone. Da quattro anni a questa parte, è comandante di reparto presso la casa circondariale di Piazza Lanza, a Catania. Nel 2021, ha avuto l’incarico di supporto nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto per poi riprendere il suo originario servizio nella città etnea. 
Comandante, carceri sovraffollate ovunque. Quale potrebbe essere il rimedio per evitare tutto ciò?

“Le soluzioni sono ampiamente note a tutti i soggetti istituzionali e rientrano nell’ambito delle scelte di politica penale. Personalmente ritengo che ancora oggi ci sia una concezione della restrizione della libertà personale, quindi del carcere, come l’unica “pena vera” a fronte dei comportamenti penalmente rilevanti. Mi auguro che questa concezione possa essere superata e che nel tempo maturi la convinzione che il ricorso alle pene alternative al carcere non è solo una necessità per decongestionare gli istituti di pena, ma una scelta di modernità”.
Le carceri riescono a redimere?

“Le carceri non redimono. Il concetto di redenzione non si può utilizzare, a mio avviso, per descrivere le finalità rieducativa dell’istituzione penitenziaria. Il carcere può e deve offrire degli strumenti di “inclusione sociale”, ossia opportunità di lavoro, formazione e riflessione tali da consentire, al detenuto che ha la voglia di coglierle, una ricostruzione personale su basi diverse rispetto a quelle che lo hanno portato a delinquere. Lo sforzo della polizia penitenziaria e di tutti gli operatori del carcere è quello di promuovere un processo di revisione critica del comportamento che, tuttavia, deve essere maturato dalla persona. Un processo condizionato da fattori esterni su cui l’istituzione carceraria non può incidere. Mi riferisco alle condizioni familiari, ai legami con gli ambienti criminali di provenienza, al contesto sociale di riferimento del soggetto. Il concetto di recupero della persona deviante va oltre il fine e gli strumenti dell’istituzione carceraria: impatta sulla cultura, sulla maturità e sulla ricchezza della società”.
 Quante delle persone che hanno trascorso i loro giorni in galera, subito dopo la loro scarcerazione sono ritornate purtroppo a delinquere?

“Il tasso di recidiva è alto, troppo alto rispetto agli sforzi e alle risorse che tutti gli operatori del carcere mettono in campo quotidianamente. Sulle cause della recidiva vi è una letteratura sconfinata che non è il caso di richiamare. La mia personale convinzione è che laddove la società si dimostra pronta a riaccogliere quel soggetto che è stato in carcere, evitando la “ghettizzazione” ed offrendo occasioni di lavoro e di libertà, la recidiva diminuisce. L’andamento della recidiva segue la diversità sociale, culturale e, soprattutto, la ricchezza economica delle varie regioni d’Italia”.
 Qual è il rimedio per fare in modo che ciò non accada?

“La cultura, la conoscenza e il lavoro che costituiscono le basi della dignità della persona”.
 Quando interagisce con i carcerati, cosa le dicono in particolare?

“Un Comandante della Polizia Penitenziaria operativo nelle carceri “deve” interloquire con i detenuti, deve cercare di intercettarne i bisogni e deve agire con fermezza per prevenire comportamenti illeciti e potenzialmente dannosi per l’ordine e la sicurezza interna e l’ordine pubblico. Il Comandante deve conoscere personalmente e attraverso il lavoro dei suoi ispettori, sovrintendenti e, soprattutto agenti, la personalità del detenuto. Durante la mia carriera ho sempre rispettato questo principio ed interloquito con la popolazione detenuta ascoltando le storie dei singoli, spesso brutali, ma altrettanto spesso dense di una umanità negata. Eccezion fatta per quei soggetti, quelli di maggiore spessore criminale che oserei definire irriducibili, i detenuti comuni chiedono chiarimenti rispetto ai diritti previsti dall’Ordinamento Penitenziario, o a tematiche di convivenza, o attinenti alla vita quotidiana penitenziaria e, soprattutto, chiedono di poter svolgere un lavoro all’interno al carcere che consenta loro di sostenersi e sostenere le famiglie. Lavoro che, purtroppo, non c’è per tutti”.
 Sbagliamo quando indichiamo la quotidianità dei carcerati, una vera e propria “libertà sospesa”?

“Non si sbaglia. Condivido. I detenuti, in quanto tali, non sono liberi e dipendono in tutto e per tutto dai loro custodi. Ma tale sospensione prima o poi, anche per i condannati a “fine pena mai” a determinate condizioni, può concludersi. Rientra nella facoltà del singolo gestire al meglio, entro le regole penitenziarie, questo periodo di libertà sospesa”
Come passano le giornate i detenuti?
“Le giornate sono scandite da tempi, modalità e disposizioni previste nel Regolamento Interno vigente in ciascun istituto penitenziario della Repubblica e secondo prescrizioni di legge. In generale, negli istituti di pena, vengono attivati degli strumenti di formazione, scuola, lavoro, sostegno, che possono accompagnare il detenuto in questo periodo, da lei correttamente definito come di sospensione della libertà”. 
 Perché ha deciso di indossare la divisa della Penitenziaria?
“Da giovane studente di liceo ho urlato di rabbia alla notizia delle stragi di Capaci e di via D’Amelio. Ho percepito quella cappa di violenza e prevaricazione che portò a quelle decine di morti ammazzati nei primi anni 90 a Gela. Ho maturato in quel momento la convinzione di intraprendere gli studi di giurisprudenza e di provare a servire lo Stato. Ho esercitato per un breve periodo la professione forese e sono entrato nella Polizia Penitenziaria perché volevo far parte di una Forza di Polizia. Oggi, dopo anni di carriera, posso di dire di avere fatto la scelta giusta perché faccio parte di un Corpo chiamato a contrastare l’illegalità e la prepotenza criminale nelle carceri e nel territorio. Un Corpo che mi onora e che io onoro con tutto me stesso”.
 Ha mai avuto paura del lavoro che svolge?
“Non sono mancati, nel corso della mia carriera, momenti di forte contrasto nei confronti di quei detenuti che intendevano affermare la propria posizione di supremazia con l’intimidazione e la sopraffazione a discapito dei più deboli, ma ho sempre svolto il mio servizio applicando la legge. Credo nei valori dello Stato ed ho sempre sentito forte la tutela della mia Istituzione. No. Non posso dire di avere avuto paura. Piuttosto ho il rammarico di non aver sempre compreso fino in fondo la vera personalità di alcuni soggetti che sono stato chiamato a custodire”. 
 Che ricordo ha dell’esperienza di Gela? 

“Un ricordo meraviglioso. Di una struttura modello, con un personale di polizia penitenziaria dalla grande esperienza e professionalità. Struttura non a caso onorata della presenza del Provveditore della Sicilia, fra tutti i penitenziari della regione in occasione della festa del Corpo del 2018. Porto dentro di me i frutti di quella esperienza: la grande sinergia tra la Polizia Penitenziaria, le Istituzioni locali, le altre Forze dell’ordine,  Magistratura, un Direttore capace di valorizzare la struttura ed il territorio”.

Ci sono delle differenze tra il carcere di Gela e quello di Piazza Lanza in cui attualmente presta servizio?
“La differenza è data dalla struttura, dalle dimensioni, dai numeri e dalla complessità territoriale. La Casa Circondariale di Catania Piazza Lanza riceve il 25% circa degli arrestati della Sicilia, insiste in pieno centro cittadino, è una struttura storica, del 1910, ma esempio di virtuosa ristrutturazione. Ma al pari del carcere di Gela ho trovato un reparto di Polizia Penitenziaria eccezionale, operatori dalla grandissima professionalità e conoscenza, un terzo settore estremamente attivo ed un Direttore di grandissimo spessore ed illuminazione. Posso dire, con non poco orgoglio, di avere avuto la fortuna, nel corso della mia carriera, passando dalla Toscana alla Sicilia e svolgendo disparati incarichi per l’Amministrazione Penitenziaria, di lavorare con delle eccellenze”. 

Abbiamo visto e letto ultimamente di fatti di cronaca che hanno interessato il corpo della Polizia Penitenziaria. Il riferimento è alla violenza perpetrata da agenti – secondo quanto sostiene la magistratura – ai danni dei detenuti a Santa Maria Capua Vetere. Qualcuno l’ha definita una vera mattanza. Qual è il suo pensiero?
“Non posso esprimermi su fatti per i quali vi è ancora un processo in corso. Osservo solamente che il motto del Corpo è: “despondere spem munus nostrum” ossia “garantire la speranza è il nostro dovere”, ed altresì che nel nostro Paese, patria del diritto, esiste un sistema di garanzie costituzionali a tutela di tutti i cittadini, anche detenuti. La Polizia Penitenziaria è un Corpo sano, bisogna avere fiducia nelle Istituzioni e nella loro capacità di resilienza”. 
 Come avete gestito (e fate ancora) l’emergenza Covid tra i detenuti?

“Vi sono dei protocolli firmati tra le Direzioni degli istituti e le Asp di riferimento (la medicina penitenziaria, infatti, dipende dall’Azienda Sanitaria del territorio) che disciplinano le modalità di ricezione degli arrestati e, in generale, dei nuovi giunti nelle strutture nonché le procedure di “quarantena” dei casi positivi e dei loro contatti. I nuovi per alcuni giorni, a seconda dello stato di salute nonché vaccinale, vengono messi in stanza singola in domiciliazione fiduciaria e, solo dopo tampone negativo, molecolare o rapido, acquisito il nulla osta sanitario, vengono avviati a vita in comune nelle sezioni ordinarie. Gli eventuali casi positivi gestibili in istituto – asintomatici o paucisintomatici- vengono associati in una sezione a ciò dedicata all’interno della quale, tutto il personale, di polizia penitenziaria e operatori sanitari, presta servizio con i dispositivi di protezione individuale integrale. Ciò fino alla loro negativizzazione allorquando, acquisito il nulla osta sanitario,  vengono riportati a vita in comune. Nel tempo, inoltre, sono stati acquistati ed installati dei sanificatori degli ambienti e le singole stanze detentive sono oggetto di sanificazione periodica ed alla bisogna. Di certo non sono mancati i momenti di criticità e di tensione, specie nel primo periodo dell’emergenza quando abbiamo dovuto adottare una serie di misure rigidissime per limitare l’ingresso del virus in carcere – la sospensione dei colloqui in presenza ne rappresenta quella più eclatante – struttura chiusa per eccellenza, tuttavia, il mio reparto ha saputo arginare e gestire al meglio gli eventi in sinergia con i sanitari dell’Asp di Catania. Il reparto ha dimostrato con senso di responsabilità, professionalità ed umanità attraverso una costante opera di informazione e persuasione nei confronti della popolazione detenuta che ha sempre avuto contezza delle motivazioni delle misure”. 
 D’accordo con l’ergastolo ostativo?
“Si. L’articolo 4bis e l’articolo 41bis sono i capisaldi del contrasto alla criminalità organizzata sul versante penitenziario e, come già hanno detto uomini dello Stato ben più autorevoli di me, non vi è dubbio che ancora oggi siamo chiamati a gestire soggetti strutturati per i quali solo la collaborazione con la giustizia può essere considerata la prova della cesura dei legami con l’organizzazione d’appartenenza. Sono sicuro che il legislatore, come già avvenuto in passato, riuscirà a trovare il giusto equilibrio per garantire l’efficacia dell’impianto normativo oggi esistente e le indicazioni della Corte Costituzionale”. 

 Sono altissimi i suicidi e i tentativi nelle carceri italiane, così come è alto il numero di atti di autolesionismo. Come fronteggiare quest’allarmante sequela?
“Potrei risponderle con la creazione del carcere che vorremmo! Quello in cui funziona tutto: manutenzione della struttura rapida ed efficace, condutture e rifornimenti d’acqua efficienti, cucine moderne, riscaldamenti, tempi di risposta rapidi alle esigenze personali dei detenuti, più lavoro, più formazione, più poliziotti in numero e qualifiche adeguate, più educatori, più psicologi, più mediatori culturali, più operatori del terzo settore! In realtà non sempre è così. Il carcere resta un luogo di sofferenza. Un luogo pieno di difficoltà che amplificano il disagio dei soggetti più fragili. Ed allora la risposta è: con gli strumenti che abbiamo. Parlo di professionalità, conoscenza e senso di umanità. Con la reale presa in carico dei soggetti fragili da parte di tutti gli operatori del carcere tra i quali un ruolo preponderante è quello della Polizia Penitenziaria che osserva 24 ore su 24 i detenuti e grazie alla quale possiamo parlare, nella maggior parte dei casi, di “tentativi” e non di tragici fatti consumati”.

Parlavamo di suicidi e di atti di autolesionismo da parte dei detenuti. Non mancano – purtroppo – anche aggressioni agli agenti. Più volte il sindacato ha fatto la voce grossa, chiedendo interventi immediati e risolutivi al Dap sulle disfunzioni e sugli inconvenienti che si riflettono sulla sicurezza e sulla operatività delle carceri siciliane e del personale di polizia penitenziaria che vi lavora con professionalità, abnegazione e umanità nonostante una significativa carenza di organico…
“Purtroppo il fenomeno delle aggressioni è presente ed, a mio avviso, è ampliato, da un lato, dalle grandi difficoltà gestionali collegate alla pandemia, dall’altro, dalla elevata presenza di soggetti con problematiche psichiatriche, che limitano gli interventi di sicurezza e le scelte dell’organizzazione. I sindacati fanno la loro parte in quanto elementi fondamentali, per stimolo e critica, a volte anche aspra, dell’amministrazione e ci aiutano, ad intercettare un certo malessere del personale. Per questo li ringrazio. In linea generale il personale di polizia penitenziaria conosce le regole d’ingaggio ed è ben addestrato ma, purtroppo, la carenza di organico e l’esiguo numero di professionisti del trattamento, cui l’amministrazione sta cercando di far fronte con nuove assunzioni, allo stato attuale, rappresentano una grossa criticità. Di certo esistono alcuni aspetti di sistema che si possono affrontare in via amministrativa: penso ad esempio alla rimodulazione dei rapporti dei detenuti con le loro famiglie in un’ottica di premialità o, relativamente al personale di polizia penitenziaria,  all’attivazione di alcune specializzazioni e ad una formazione specifica per i soggetti psichiatrici. Ciascuno di noi, ai vari livelli dell’amministrazione,  è in campo su questo fronte”. 

Non soltanto fatti di cronaca ma – ce lo auguriamo – anche aneddoti. Ce ne può raccontare qualcuno?
“Le racconto due aneddoti che, a mio avviso, possono far riflettere su cosa fa il carcere e su cosa fanno la società e le relazioni umane. Il primo è quello di un giovane finito in carcere per reati legati a sostanze stupefacenti ma con una storia dietro di famiglia emarginata, servizi sociali, abbandono scolastico, carcere minorile. Quando lo conobbi, poco più che ventenne, era ancora analfabeta ed in perenne conflitto con tutti gli operatori, specie i poliziotti. Abbiamo capito che l’unico trattamento per lui era quello di mandarlo a frequentare la scuola elementare interna al carcere, cosa che abbiamo fatto con non poche difficoltà. Praticamente all’epoca l’abbiamo quasi adottato! Dopo qualche mese, questo giovane incominciò a leggere e a scrivere e dopo un anno partecipò addirittura, grazie a dei volontari, ad un corso di scrittura creativo componendo una poesia per la mamma che venne pubblicata in un libretto poi dato alle stampe. In seguito, è uscito dal carcere e mi auguro che oggi sia stato capace di rompere con il passato. Il secondo riguarda un altro giovane entrato per reati contro la persona, collaterale ad una delle organizzazioni criminali che ammorbano il nostro territorio. Qualche tempo dopo il suo ingresso seppe dai suoi familiari che la sua fidanzata, di una famiglia dignitosa, era in gravidanza. Da quel momento assistemmo ad un cambiamento di questo detenuto evidente. Smise i suoi comportamenti oppositivi, accettò tutte le offerte che il carcere poteva dargli (formazione, scuola e una borsa lavoro),  cambiò anche fisicamente rilassando lo sguardo ed imparando a relazionarsi correttamente. Uscì dopo un anno circa ma non gli andò bene. Fu coinvolto in un fatto di sangue e rientrò in carcere. Quando lo rividi, di nuovo con quello sguardo cattivo, intimidatorio, negazionista ed oppositivo, gli chiesi: “come sta la sua compagna e suo figlio?” Mi rispose: “non lo so. Comandante, quando sono uscito dal carcere dovevo trovare la pace ed invece non ho trovato nulla. La mia compagna e mio figlio mi hanno lasciato”. Queste storie sono comuni alla maggior parte dei detenuti. Poi ci sono gli irriducibili. Quelli dell’ergastolo ostativo”
Cosa c’è dietro le sbarre? 
“Un mondo parallelo, in cui metà della popolazione dipende in tutto e per tutto dall’altra metà. Un mondo in cui si osservano tutte le caratteristiche dell’animo umano: da quelli peggiori, mi riferisco a quei soggetti strutturati, incapaci di proiettarsi al di fuori dell’ambiente criminale da cui provengono, al soggetto psichiatrico, che ad un certo punto la società si stanca di gestire e manda in carcere. Un mondo in cui coesistono fermezza, rigidità e controllo, ma anche opportunità e responsabilizzazione”. 

 Voltaire diceva che “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”….E’ proprio così? 
“È così se intendiamo che il carcere rispecchia la società. In realtà la civiltà di un popolo si misura dalla sua capacità di garantire opportunità di lavoro e di cultura, dalla capacità di creare e distribuire ricchezza al maggior numero di persone, dalla capacità di non lasciare nessuno indietro, anche i detenuti. Purtroppo, c’è ancora tanta strada da fare”. 

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Ipse Dixit

Le tante maschere di Sandro Vergato, con la sicilianità nel cuore. E nell’anima

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Geniale e gentile. Una di quelle belle persone con cui riesci ad interagire, con pacatezza.  Lui è Sandro Vergato. Comico, conduttore, intrattenitore. In una sola parola: poliedrico. Lo chiamo di prima mattina. Non avrà fatto ancora colazione, presumo.  Risponde con garbo. Come sempre. Ed è un piacere ascoltarlo. Oggi ancora di più. C’è un’intervista da realizzare ma è come se si trattasse di una piacevole conversazione tra due amici. Perché Sandro è un amico, prima che un uomo di spettacolo. 
Parliamo di recentissima attualità: il Mondo è col fiato sospeso per la guerra in Ucraina. Cosa ci dici?

“Per il mio cammino di ricerca spirituale intrapreso già da molti anni, non posso che essere contro ogni forma di violenza. Tanto che al posto del servizio militare ho maturato l’esperienza del servizio civile come obiettore di coscienza, aiutando tanti minori a rischio in un percorso di integrazione e di crescita.Del resto in ogni estremismo non c’è mai saggezza. Tutte le forme di dittatura, di fondamentalismo, di integralismo radicale, si manifestano attraverso strategie di prevaricazione. Chi si dirige verso il dominio dei popoli finalizzato alla loro sopraffazione, agisce attraverso diversi atti di violenza per ottenere l’ effimero senso del possesso materiale che fu pre Alessandrino, andando nella direzione diametralmente opposta a quella spirituale. Perdendo così di vista, secondo me, il senso della vita che è quello di un meraviglioso stato di gioia immerso nella bellezza e nell’amore universale.Speriamo che tutto finirà in fretta e che il mondo riprenda a vivere al più presto a quote di civiltà e di rispetto più normali per tutti i popoli della terra”.


Parliamo di te. Hai creato numerosi personaggi. A chi sei legato di più e perché?
“Fra i miei personaggi non ne ho uno al quale sono legato più che agli altri perché sono tutti delle piccole parti di me, amplificate e portate al parossismo per creare caricature, stigmatizzazioni e situazioni paradossali alla ricerca del lato comico della vita per fare scaturire una bella fragorosa risata che ci aiuta ad esorcizzare la paura di vivere”. 

Come e da dove nascono le tue “maschere”?
“Dall’osservazione della vita di tutti i giorni. È un esercizio che mi affascina. Vedere nella gente il dettaglio caricaturale, sentire certe espressioni dialettali così surreali e allo stesso tempo intrise di saggezza popolare mi fa schizzare la creatività in mille direzioni umoristiche. È qui che nasce l’ispirazione”.

Per i tuoi personaggi, dunque prendi spunto soprattutto dalla quotidianità mettendo in risalto luoghi, costumi e dialetti. C’è un personaggio che avresti voluto interpretare ma che non sei riuscito per la mancanza dei tre elementi elencati prima?
“No, non direi.  La fantasia non ha né limiti e né catene. Per questo credo che la creatività è l’unica vera forma di libertà in questo piano esistenziale”.  


C’è mai stato qualcuno dei tuoi ammiratori che si è rivisto nei personaggi da te creati? 
“No, di solito la gente vede sempre negli altri i prototipi comici. È un fattore di proiezione e di specchi riflessi.  Infatti difficilmente si vede la propria gobba ma si nota facilmente quella degli altri”.


C’è rimasto male oppure si è divertito?
“A volte, però, qualcuno c’è rimasto male non tanto con me quanto con qualche mio personaggio come la Zia Mara che con il suo tormentone ” preciso si si…” è diventata un’ arma nelle mani delle mogli diffidenti sui buoni propositi dei mariti circa diete, promesse da mantenere, propositi da rispettare…. Qualche marito mi ha confessato che ogni volta che promette qualcosa alla moglie non è più credibile e viene smontato subito con un micidiale  “preciso si si….” 


Hai creato anche Condomino Vergato, un palazzo in smart working. Presuppongo che non è stato facile per chi ci abitava, trascorrere il lockdown perennemente al chiuso….
“In quel “Condominio Vergato” è successo di tutto… tanto che oggi tutti i condomini fruiscono del bonus del governo sulle spese per lo psicologo…”


E’ più facile portare un progetto in TV o in teatro?
“Sono due modi di lavorare completamente diversi sebbene in apparenza possono somigliarsi.  Innanzitutto per una questione di produzione dal punto di vista delle risorse economiche – il problema principale per la realizzazione di qualsiasi progetto – in TV occorrono soprattutto sponsor,  in teatro occorre il pubblico. Poi ci sono anche altre differenze dal punto di vista autoriale e recitativo: in TV si deve scrivere in maniera più generalista:; in teatro in maniera più intimista.  E i tempi di recitazione sono decisamente diversi.  In TV si deve andare molto più velocemente, in teatro si fanno più pause, c’è una mimica più marcata e dei movimenti più geometrici”. 

Quando hai capito che la strada dell’intrattenimento, fosse quella giusta da percorrere?
“Quando ho capito che fare sorridere gli altri provocava dentro di me uno stato di gioia infinito. Molto simile a quello che ottengono certi mistici quando vanno in meditazione”.

Tornassi indietro, rifaresti le stesse cose?
“Si dice che occorrerebbero due vite, una per imparare e un’altra per non sbagliare. Ma siccome ne abbiamo a disposizione solo una, ti dico che rifarei tutto. È grazie a tutte le scelte che ho fatto se oggi sono quello che sono. Ringrazio sempre per tutto quello che ho dentro di me. Le cose belle per i bei ricordi che mi hanno lasciato. E le cose più dure per quello che mi hanno insegnato”. 


Chi è Sandro Vergato nella vita, al di là degli spettacoli?
“Non c’è distinzione. Gli spettacoli fanno parte della mia vita. Pubblico e privato si fondono in un’ unica ricerca: conoscere me stesso. Questa ritengo sia la missione principale della nostra vita. Se piano piano riusciamo a fare la “nostra” conoscenza, avremo la possibilità di mettere in equilibrio anima, mente e corpo. E questo ci consentira’ di avvicinarci al nostro centro di gravità permanente”. 

Con chi ti sarebbe piaciuto lavorare e perché?

“Sono molto soddisfatto delle occasioni che mi ha regalato e che continua a regalarmi la vita, ho lavorato con tantissimi grandi artisti Italiani e questo mi ha permesso di imparare tantissimo. Ma se proprio devo farti un nome, avrei pagato io per lavorare con Woody Allen perché ritengo sia il più grande genio umorista vivente fra i più sagaci di tutti i tempi”.


Quali i tuoi progetti futuri?
“Sto scrivendo un libro che sarà anche uno spettacolo che porterò in scena. Posso preannunciarti il titolo che è anche il mio mantra spirituale “Stai Contento” ed il sottotitolo è “Anima la Vita per dare Vita all’ Anima”. 


In un paio di occasioni, sei stato anche a Gela. Cosa ti ha colpito della nostra città?
“Il respiro. È quello di una grande città metropolitana. Ha delle grandissime potenzialità e delle fantastiche risorse naturali. Mi ricorda ciò che la maestra diceva a mia madre nei miei riguardi: ha delle spiccate capacità, ma potrebbe fare di più se solo si applicasse…In questo caso Gela avrebbe bisogno che la politica si  “applicasse” di più…. ma come si sa, questo è un tasto dolente… e non solo per Gela ma per tutta l’Italia”.


Tifoso rossazzurro fino al midollo e conseguenzialmente “nemico” del Palermo?
“No, non sono mai “nemico” di qualcuno o contro qualcosa. Mi piace essere sempre a favore di un’ idea…. e poi spero, ovviamente, che vinca la squadra che amo. Devo dire che quell’anno in cui in serie A si erano ritrovate  Catania, Messina e Palermo sono stato felicissimo per la Sicilia.  Quindi viva sempre la nostra cara Sicilia. Siamo già isolani, cerchiamo di essere uniti per non farci  “isolare ” ancora di più…”

Il prossimo 4 marzo scade l’ultimatum del Tribunale per l’acquisizione della società etnea. Vedi uno spiraglio, dopo che la prima asta é andata deserta?
“La speranza è sempre l’ultima a morire… anche se, spesso, chi di speranza vive disperato muore…”

Parliamo di politica. Il giudizio sull’operato del governatore Musumeci, peraltro tuo (quasi) compaesano?
“È un grande fan della Zia Mara… mi ha confidato che gli ricorda una vecchietta della sua infanzia a Militello Val di Catania. Mi ha fatto molto piacere sapere che  “costringeva” tutta la sua segreteria nella pausa pranzo a seguire il mio programma comico in televisione… Non seguo la politica, quindi non posso esprimere giudizi”.

Se potessi dare un consiglio a chi amministra la regione, quale sarebbe?
“Amare la Sicilia con la stessa cura con la quale si ama la propria casa e amare i siciliani con lo stesso amore con il quale si ama la propria famiglia”. 


Sottolineavi che non segui la politica….fa altrettanto Pippo Colera (uno dei tuoi personaggi)?
“Pippo Colera respira, si nutre, pensa, parla e opera solo ed esclusivamente nel mondo del calcio quindi la sua politica è una e solo una: ” Per vincere nel calcio ci vogliono i sooooooldiiiiiiiiiii !!!!” 

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Direttore Responsabile: Giuseppe D'Onchia
Testata giornalistica: G. R. EXPRESS - Tribunale di Gela n° 188 / 2018 R.G.V.G.
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