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Ipse Dixit

“Gela merita il meglio, in ogni settore”

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E’ in aula di Montecitorio quando la chiamo. “Sono impegnata, ne avrò per tanto. Come finisco, la ricontatto”. La maratona politica è intensa. Tutti ad ascoltare il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Misure anti covid, vaccini, ristori, dad, zone rosse-arancioni. Un’emergenza continua. C’è chi propone soluzioni; c’è chi asseconda la linea governativa; c’è chi non gliene va bene una, dicasi una. Il menù del giorno è servito. “Eccomi qui, riesco a dedicarle finalmente qualche minuto”. Parlare con il deputato gelese di Forza Italia, Giusy Bartolozzi, è sempre un piacere. Personalmente la conosco dai tempi in cui, giovanissima, prestava servizio al Tribunale di Gela, nella sede di viale Mediterraneo, in quella che prima ancora era stata la sede della scuola media San Francesco. Un magistrato tutto ad un pezzo. Eravamo agli albori degli anni 2000.
“Di quell’esperienza – dice – ricordo ogni singolo momento che ha fatto di me la persona, il professionista che sono. Devo tutto a Gela, al presidente Raimondo Genco ed alla meravigliosa squadra di dieci giovani magistrati che con entusiasmo iniziarono a lavorare senza risparmio. E devo ai gelesi – aggiunge – l’ottimo risultato raggiunto in occasione delle ultime politiche del 2018, segno inconfutabile di una fiducia che spero di poter sempre meritare”.
 
Successivamente ha lavorato al tribunale di Palermo e subito dopo alla Corte d’Appello di Roma. Tappe significative ed importanti

“Le dicevo prima della necessità di stimoli continui nel lavoro. E da qui le applicazioni al Tribunale di Caltanissetta, poi a Palermo e da ultimo alla Corte di Appello di Roma. Nel tempo, esperienze che mi hanno personalmente arricchito e formato. Credo, fortemente, che la giurisdizione sia “Servizio” ed oggi più che mai, in una clima di sfiducia collettiva e tensione morale, sono orgogliosa di  essere un Magistrato”.
 
Hai mai avuto paura per la professione che ha svolto?
“L’importante non è stabilire se si abbia paura o meno. E’ saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza. Non occorre aggiungere altro al lascito spirituale di Giovanni Falcone”.

Attualmente, tra l’altro, ricopre l’incarico di presidente del Comitato Mafia Appalti e Corruzione della Commissione Nazionale Antimafia. Ci può parlare del codice attualmente in vigore?
“Nel 2011 il legislatore, soddisfacendo un’esigenza manifestata da tempo dagli operatori, ha varato il decreto legislativo 159/2011 allo scopo di accorpare in un testo unico, disposizioni normative in precedenza frammentate tra più fonti.
A partire da allora si sono susseguiti numerosi altri interventi che le necessità della pratica e i continui aggiornamenti conoscitivi sulle mutazioni e i cambi di strategia delle organizzazioni criminali hanno imposto o suggerito.
Il risultato è che la legislazione antimafia è venuta configurandosi come una vera e propria branca giuridica dotata di una sua riconoscibile identità e ad alto tasso di complessità. La giurisprudenza interna costituzionale, ordinaria e amministrativa, di merito e di legittimità, e quella sovranazionale della Corte dei diritti umani di Strasburgo hanno accompagnato e spesso preceduto l’evoluzione legislativa, dando vita ad una trama composita e in continua evoluzione. Gli operatori professionali della materia hanno quindi necessità di competenze specialistiche da aggiornare costantemente. Il codice che abbiamo presentato il 16 febbraio dell’anno scorso alla Camera dei deputati, del magistrato Catello Maresca e dell’avvocato Sabrina Rondinelli, nasce con l’ambizione di soddisfare tale necessità e diventerà punto di riferimento completo per semplificare l’attività dell’interprete”.

Sovente, con l’ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, siete entrati in rotta di collisione. Per quale motivo?
“Perché lo ritenevo e ritengo non tecnicamente adeguato rispetto ai gravosi compiti assunti”.
 
Ha letto il libro di Sallusti su Palamara? Qual è il suo pensiero?
“Uno spaccato desolante che il Paese aveva diritto di conoscere. Ma siamo ancora alle prime battute ed il tema resta la piena conoscenza dei fatti occorsi. La magistratura ha dato prova di avere i necessari anticorpi: consiglieri del Csm dimissionari e procedimenti disciplinari aperti, inchiesta penale della competente procura di Perugia. Mentre la politica pare dormiente. Seppur presentata a mia firma una Proposta di legge per la Costituzione di una Commissione di inchiesta, allo stato non pare esserci volontà politica  di calendarizzazione. E la richiesta audizione dello stesso Palamara in Commissione Antimafia, è stata bloccata per volere di esponenti del Pd, Leu e del Movimento 5 stelle”. 
 

In Italia, si riscontrano forti differenze nella durata dei processi civili e penali da Nord a Sud. Per quale motivo?

“Una doverosa premessa di ordine generale. Lentezza ed inefficienze della giustizia costano 2,5 punti di Pil, pari a circa 40 miliardi di euro. Risorse che avrebbero effetti positivi anche sull’occupazione, con 130 mila posti di lavoro in più e circa mille euro all’anno di reddito pro-capite che di sicuro favorirebbero una maggiore fiducia di imprese e famiglie. La durata dei processi, civili e penali,  poi è vero, varia molto da Nord a Sud dell’Italia per ragioni endogene (quali ad esempio una diversa e migliore organizzazione)  ed esogene (una maggiore litigiosità correlata anche al grave disagio economico e sociale). Forti differenze nella durata dei procedimenti comportano che di fatto la giustizia non sia uguale per tutti. Ecco perche’ la giurisdizione al Sud merita interventi mirati che oggi devono trovare nel Recovery Plan le giuste coperture finanziarie. Strutture di coordinamento a livello nazionale e locale, metodo di gestione efficiente anche attraverso l’Ispettorato, incentivi premiali agli Uffici e rafforzamento del sistema statistico con veicolazione delle best practices. Non possiamo limitarci a interventi riformatori dei processi. Efficienza e competitività, giustizia ed economia: il Recovery Plan deve costituire un’occasione di riscatto per i cittadini del Sud. Per questi sconfortanti dati, abbiamo già chiesto al Ministro Mara Carfagna un impegno affinché’ la giurisdizione al Sud trovi nel Recovery Plan, un’adeguata collocazione progettuale ed il Ministro, nel risponderci, ha precisato che lo stanziamento globale previsto per l’intervento in favore dell’innovazione organizzativa della Giustizia è di 2 miliardi di euro, a cui si associano risorse complementari pari a un miliardo e 10 milioni, connesse agli stanziamenti della Legge di Bilancio. Lo stesso Ministro ha manifestato la volontà, in sinergia con il suo omologo alla Giustizia, Marta Cartabia, che parte di queste importanti risorse siano destinate a colmare il “gap” ed in tal modo si possano contrarre le tempistiche del sistema giustizia e riportare la giurisdizione del Sud, e così dell’intero Paese, in linea con le medie europee”.
 
Il Nord rimane la motrice economica dell’intero paese, mentre il Sud arranca. Sarà sempre così?
“Ho fiducia nell’azione incisiva e determinante del nostro Premier Draghi che, già all’atto del suo insediamento, ha pronunciato un discorso di “visione strategica” dei bisogni del Paese, attento alle necessità più urgenti, ma anche alle grandi questioni alle quali occorre porre mano: dalla prioritaria necessità di superare il divario Nord-Sud, che è il più grande fallimento dello Stato unitario, alla riforma della giustizia, alla revisione di una legislazione tributaria ormai obsoleta ed iniqua. Queste le direttrici sulle quali sostenere l’azione del nuovo governo”.

 
Quanti soldi dall’Europa saranno destinati alla Sicilia ed in quali settori?
“Nell’attuale bozza del Recovery Plan non c’è un capitolo specifico destinato al Sud e per questo motivo il Ministro Carfagna ha immediatamente avviato un’attività di ricalcolo con “l’operazione trasparenza”  per conoscere le risorse segnatamente destinate al Mezzogiorno. Si era parlato del 34% del Recovery Plan, ma in realtà tra opere ferroviarie, sistemi stradali e aeroportuali il Sud intercetterà il 50% degli investimenti, con punte dell’84% per la manutenzione stradale. Entro il 2029 andranno spesi gli oltre 80 miliardi previsti per i programmi europei per la coesione 2021-2027, mentre la programmazione dei 73 miliardi del fondo per lo sviluppo e la coesione (nella formula 80 sud, 20 resto del paese), si estende fino al 2032. Per il Meridione, questo significa – escluso il Piano Nazionale di ripresa e resilienza  – circa 100 miliardi di risorse disponibili su un orizzonte temporale di pochi anni. Ma occorrerà sapere investire e spendere queste enormi risorse. Questo deve essere il nostro puntuale obiettivo per il riscatto dei territori del Mezzogiorno”. 
 
Accennava alle grandi opere. Da parecchi anni si parla dell’autostrada Siracusa-Gela. Si tratta di un’infrastruttura importante nell’asse viario della Sicilia orientale. Ma quando il completamento finalmente vedrà la luce?

“Un’opera certamente strategica. Da presidente del comitato mafia/appalti/corruzione presso la commissione nazionale bicamerale antimafia ho già chiamato in audizione  l’Assessore regionale alle Infrastrutture e Mobilità, Marco Falcone, per comprendere i tempi di queste “incompiute”. Certamente passi in avanti con il primo lotto in completamento grazie all’impegno a pieno regime di imprese, tecnici e maestranze e ciò malgrado l’emergenza Covid. Ma occorre correre…”

Gela baciata dal mare ha un porto insabbiato. Si tratta di uno dei più grandi paradossi. Ma quando si interverrà e non solo a parole?
“A Roma siamo trasversalmente impegnati su questo fronte ed a livello regionale vi è la dovuta attenzione al tema. Con il senatore pentastellato Pietro Lorefice ed il Sindaco Lucio Greco, abbiamo già fatto diversi incontri ma la complessità del problema richiede un approccio non semplicistico. Stiamo lavorando per una definitiva risoluzione”.

La città di Gela è stata legata allo stabilimento petrolchimico. L’Eni, negli anni, ha dato lavoro a migliaia di operai. Adesso, dopo la riconversione, sono rimasti in pochi ed in tanti sono stati costretti ad andare via. Si poteva evitare tutto questo? E in quali termini?
“E’ un fenomeno  drammatico che non riguarda certamente solo Gela, ma che colpisce purtroppo l’intero Paese e quindi l’intero sud che patisce la doppia emigrazione verso il nord e verso l’estero. Negli ultimi vent’anni il Sud ha perso circa 600 mila giovani, di cui 240 mila laureati. Mancano all’appello 45.222 siciliani che si sono trasferiti al Centro-Nord per laurearsi e trovare lavoro. Il tasso di mobilità sfiora il 28%. Con questi numeri lo spopolamento intellettuale del sud si aggraverà, la desertificazione imprenditoriale diverrà irreversibile ed il divario sarà irrefrenabile. Noi non ci possiamo rassegnare a tutto ciò perché solo un paese coeso può esser competitivo. Ecco perché  il progetto della bioraffineria di Gela, avviata nell’agosto 2019, può e deve essere una prospettiva di rilancio per il territorio”. 

Che rapporto ha con la giunta del sindaco Lucio Greco?
“Solo negli ultimi mesi è stato attivato un sinergico tavolo di lavoro. Rammarico per il tempo perduto ma fiduciosa per il lavoro che verrà. Immutata e piena la mia sempre certa disponibilità”.
 
Soddisfatta del lavoro fin qui svolto da Forza Italia a Gela?
“Credo sia notoria per i cittadini gelesi la mia idea di politica per il territorio. Una politica non urlata, che non cede ai compromessi del momento, non appannaggio di aggregazioni opportunistiche ma di prospettiva per la rinascita della città. In questa direzione sostenevo un progetto per la sindacatura, oramai trascorsa, che vedeva impegnata una nuova classe dirigente. Il resto è storia ma rimango convinta che occorra un cambio di passo, anche dentro Forza Italia e per questo non smetterò il mio impegno. La nostra città merita il meglio”. 
 
In questi tre anni e spiccioli di governo regionale, il presidente Musumeci ha fatto tutto quanto era nelle proprie possibilità?
“Non credo che il Presidente Musumeci abbia necessità di patentini di sorta. E certamente l’impegno di un’intera giunta non può misurarsi nel breve periodo senza tenere conto della difficile eredità del precedente governo Crocetta, quello sì – ex post – un vero disastro dal quale è stato difficile ripartire. Ricorderete “l’operazione verità” intrapresa dal governo Musumeci sui conti pregressi della regione…..Quanto al futuro, la parola spetterà a breve ai siciliani.” 
 

Perché ha scelto di entrare in politica, sposando il partito creato da Silvio Berlusconi?
“Sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli e dopo vent’anni in magistratura ho avvertito forte il limite del mio operare, specie da giudice del lavoro. Troppe volte ho dovuto arrendermi al dettato normativo, anche quando ero consapevole di una giustizia sostanziale lontana e ben diversa dalla giustizia processuale. In occasione delle candidature alla presidenza della regione siciliana, ho avuto l’occasione di conoscere il Presidente Berlusconi e trascorrere un lungo pomeriggio di aperto confronto sui temi della giustizia. Dopo qualche mese, mi è stata proposta la candidatura alle successive elezioni nazionali. Ho apprezzato, da subito, l’opportunità che mi veniva offerta per contribuire a cambiare il nostro sistema normativo e non pensavo, certamente, che saremmo finiti all’opposizione con l’onorevole Alfonso Bonafede quale Guardasigilli. Oggi, più’ che ieri, sono persuasa della bontà della mia decisione. Occorre sempre privilegiare merito e competenze specifiche e rifuggire dalla idea populistica dell’uno uguale all’uno che genera una politica non all’altezza del ruolo”. 

 
Dopo l’uscita di scena di Conte, adesso c’è Draghi premier. Se le avessero detto che il suo partito avrebbe governato con il Pd, il Movimento 5 Stelle e Leu (avversari politici di lungo corso) ci avrebbe creduto?

“Entro in politica da servitore dello Stato, quale tecnico appassionato e non ho mutato pelle. Questo tratto mi ha reso certamente più semplice l’interlocuzione ed il confronto  con esponenti di forze politiche diverse. Credo che l’attuale momento storico imponga, a tutti, un impegno unitario. Sull’appello del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, si è aperta una fase straordinaria di coesione politica che ha dato vita al Governo Draghi. È la soluzione ineludibile per offrire una risposta tempestiva alle titaniche sfide suscitate dalla pandemia e dalla crisi economica. I problemi ci sono e ci saranno, ma in questi momenti i partiti ed i movimenti debbono assumere responsabilmente la consapevolezza che il bene del Paese è la priorità assoluta. Forza Italia lo ha fatto per prima indicando con il Presidente Berlusconi la strada che adesso si è intrapresa”.

Secondo lei, l’emergenza Covid in Italia è stata gestita nel miglior modo possibile?
“Verrà il tempo delle responsabilità. Oggi occorre concentrarsi sui provvedimenti più urgenti da attuare. Rilanciare le misure vaccinali, superando criticità evidenti che mettono l’Italia tra gli ultimi Paesi per vaccinazioni somministrate. Irrobustire i ristori e le misure compensative. E poi la definizione del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza con adeguata attenzione al Sud, al quale vanno almeno la metà delle risorse ottenute dall’Unione Europea, riforma della giustizia civile e penale.”
 
Quando un giorno (speriamo presto), l’incubo Covid terminerà, quale sarà la prima cosa che vorrà fare?
“Ritornare ad abbracciare le persone che amo…”

Gli abbracci sono un posto perfetto in cui abitare

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Ipse Dixit

“Il lettore ha sete di verità”. Barbara Serra si racconta

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Un passato alla “Bbc” nel programma “Today” e l’esperienza di reporter per “Bbc London News” prima di essere assunta da “Sky News” per cui redige numerosi servizi di cronaca internazionale, tra cui ricordiamo, tra gli altri,  la corrispondenza da Roma per i funerali di Papa Giovanni Paolo II e il racconto sulla causa giudiziaria che ha visto come protagonista Michael Jackson. Un assaggio per il successivo exploit per il canale “Al Jazeera” per cui ha condotto tantissime inchieste a Washington, in Israele, dalla Striscia di Gaza e in Cisgiordania. In Terra Santa, è stata accreditata a seguire il viaggio apostolico di  Papa Benedetto XVI. Diverse le apparizioni in Rai. Custode di bravura, eleganza e bellezza, senza artificio alcuno, Barbara Serra si apre al nostro giornale con entusiasmo. Parla quattro lingue: italiano, danese, inglese e francese. Ha studiato relazioni internazionali alla London School of Economics e ha fatto incetta di premi e riconoscimenti per i suoi lavori, tra cui l’Amalfi Coast Media Award. Nelle sue vene, scorre sangue gelese. Sua madre, Luisa Rosso, è nata e ha vissuto nella città del golfo fino all’età di 26 anni. Il padre, Giorgio Piga Serra (sardo di Decimomannu) lavorava allo stabilimento Eni. Nel 1973, il trasferimento a Milano. 

“Nel capoluogo lombardo – dice Barbara – siamo nate io e le mie sorelle. Abbiamo vissuto molti anni a Copenaghen ma mamma parlava spesso della sua gioventù trascorsa a Gela. Deve essere stato strano per lei passare dal sole e dalla luce della Sicilia al freddo e al grigiore del Nord Europa. Mamma ci ha lasciati nel 2018. Io e le mie sorelle passiamo ‘a trovarla’ almeno una volta l’anno al cimitero gelese”. 

Cosa ti hanno trasmesso i tuoi genitori?

“L’Italianità. Vivo all’estero da quando avevo 8 anni. Sarebbe stato facile perdere le mie radici, non solo italiane, ma anche specificatamente siciliane e sarde. I mie genitori hanno fatto si che questo non succedesse. Dall’imporsi che a casa si parlasse solo italiano a tavola (con le mie sorelle di solito parlo inglese) al tornare spesso alle isole. Vivere all’estero e conoscere altre realtà può essere un grande vantaggio, ma non dovrebbe mai nuocere alle proprie radici”.

Che ricordi hai?

“Mamma mi portava al Club Nautico da bambina, e ho delle foto degli anni ‘70 con lei che mi tiene in braccio sul bordo della piscina. Poi da adolescente mi ricordo i primi amichetti e le feste sempre al Club Nautico, le mie prime avventure in una pista da ballo! Serate magiche che mi sono rimaste impresse, il caldo e il rumore del mare così inusuali per me che passavo gli inverni in Scandinavia. Ma oltre al calore della temperatura, mi ricordo il calore della gente, il senso di comunità, il fatto che tutti si conoscessero. Mamma parlava della ‘comitiva’ della sua gioventù. Io vivo in una grande metropoli e non ti nego che a volte l’anonimato può far piacere. Ma ho sempre invidiato chi vive realtà più a portata d’uomo. Finisci col conoscere più gente. E sicuramente con amici più veri”.

Perché hai deciso di intraprendere la carriera giornalistica?

“Mi ha sempre affascinato la Tv, andare in diretta, condividere informazioni. Poi con gli anni, la passione è cambiata verso il voler mostrare parti del mondo o punti di vista non molto conosciuti. Faccio la giornalista radio/televisiva dal 1999 e cinque mesi fa mi sono dimessa da “Al Jazeera”. Voglio fare produzioni di approfondimento più che cronaca giornaliera. Documentari, podcast e tanta scrittura”. 

Il tuo mantra non fa una piega: bisogna sempre rispettare il lettore perché ha sete di verità… 

“Si. Direi però di stare attenti. ‘Verità’ non vuole dire come la penso io” 

L’Italia in tema di libertà di stampa occupa il 58′ posto secondo la classifica di 180 paesi nel mondo,  redatta da Words Press Freedom Index. Prima di noi ci sono addirittura il Gambia e il Suriname. Come leggi questo dato? 

“In Italia si è liberi di fare giornalismo ed esprimere opinioni contro il governo, cosa che in altre parti del mondo sarebbe considerato un crimine. Il problema in Italia è che c’è un legame spesso diretto fra politica e giornalismo, come ad esempio Mediaset. Nel Regno Unito sarebbe visto come un ovvio conflitto di interessi. In più ci sono giornalisti italiani che vivono sotto scorta per aver scritto di crimine organizzato o neofascismo e questo è imperdonabile in un paese occidentale come il nostro”.

Alcuni giornalisti hanno ammesso di autocensurarsi perché cedono alla linea editoriale della propria testata o per evitare denunce per diffamazione e altre forme di azione legale o per paura di rappresaglie. Così facendo, però,  non si offre un buon servizio all’utenza. Non credi? 

“Domanda complessa con vari temi. La miglior difesa contro una denuncia di diffamazione è aver detto la verità. Quasi ogni testata al mondo ha una chiara linea editoriale (le eccezioni sono testate di servizio pubblico come la BBC), e non c’è niente di male in questo. Ogni giornalista poi deve rispondere personalmente di quello che scrive/dice, al pubblico e a se stesso”. 

Ai giovani che vogliono avvicinarsi al mondo del giornalismo, cosa consigli? “Leggete, leggete, leggete. Guardatevi attorno, sia per cercare storie di cronaca, ma anche per capire come sta cambiando la nostra professione. Tutto il giornalismo è, alla fine, giornalismo locale perciò, se potete, iniziate li ma siate pronti a trasferirvi”. 

Vivi e lavori a Londra da parecchio tempo. Quali sono le differenze tra la cultura inglese e quella italiana?

“Vivo nel Nord Europa da quasi 40 anni. Loro sono più freddi e pragmatici e sicuramente più individualisti. Noi più aperti e forse direi più ‘umani’. Gli inglesi comunque hanno una grande e complessa storia e sono particolarmente eccentrici. Noi siamo molto più conformisti. Non esiste una traduzione inglese diretta per fare bella/brutta figura. Fregarsene un pò di quello che pensano gli altri è sicuramente una delle cose che preferisco del vivere a Londra”.

E tra quella occidentale e araba?

“Cosa intendi per Occidente? La Sicilia? La Finlandia? Il Texas? E il mondo arabo include il Libano, paese culturalmente simile a noi e l’Arabia Saudita, che sicuramente non lo è.  Da un punto di vista siciliano/italiano, gli arabi hanno i nostri stessi pregi e stessi difetti. Pregi: senso di comunità, valore della famiglia, calore, forti amicizie. Difetti: corruzione, nepotismo, poca fiducia nelle istituzioni. Essere Italiana, e se vogliamo essere anche stata esposta alla Sicilia fin da piccola, mi ha aiutata enormemente a capire le dinamiche del Medio Oriente”. 

In ambito lavorativo, per tanti italiani Londra rappresenta l’Eldorado, la terra promessa. E’ proprio così? 

“Certo che no, ma le opportunità ci sono. Però c’è anche una concezione diversa della meritocrazia, che nella cultura anglosassone è completamente legata alla competizione e ambizione. La cultura inglese è simile a quella americana in questo. Gli insegnano come competere fin da piccoli. E la competizione non deve per forza essere ‘spietata’ come spesso viene definita da noi, ma anche sana, ed è solo cosi che si arriva alla meritocrazia, che non è solo un caso di  premiare i bravi. Può sicuramente anche avere un lato scuro.

Comunque la Brexit ha reso tutto più difficile. Un consiglio? Non mettetevi sull’aereo se non parlate almeno un inglese basilare”.

Quando si parla di “Al Jazeera”, nell’immaginario collettivo si pensa subito a scene di guerra e devastazione. Qualcuno potrebbe dire che hai lavorato dalla parte del nemico…

“Beh, lo hanno sicuramente detto in molti, soprattutto all’inizio. Lavorare ad “Al Jazeera” non è stato facile. La gente si scorda come fosse il mondo nel 2006, quando sono passata all’allora nuovo canale all-news di Al Jazeera in inglese. Tre anni dopo l’inizio della guerra in Iraq, stava diventando ovvio che fosse un disastro. Ma il terrorismo di matrice islamista, che comunque ha sempre ucciso molti più musulmani arabi che non occidentali, stava colpendo le capitali europee. Mi ricordo che molti dicevano ‘Voi rappresentate la parte araba’ ma è ingenuo credere che ci sia un pensiero unico arabo e/o musulmano, come non c’è un pensiero unico occidentale. Dividere il mondo a metà è fuorviante. Quello che “Al Jazeera” ha sempre fatto è mostrare le complessità del mondo arabo e musulmano. Visti i risultati delle guerre in Afghanistan e Iraq, è ovvio che l’Occidente non ne aveva capito molto”.

Ti aspettavi il conflitto bellico Russia -Ucraina?

“Non che esplodesse così velocemente o che Putin fosse così intransigente. Anche se avevo fatto decine di interviste ad “Al Jazeera” con esperti che lanciavano l’allarme. Il senso di falso ottimismo, di sperare che il peggio non succeda, è forte”.

Tra poco si voterà in Italia. Domanda diretta: chi salirà al governo?

“Mi sto preparando giornalisticamente per un governo di destra con Giorgia Meloni premier”.

Cosa dicono all’estero di noi siciliani?

“Lo stereotipo della mafia è ancora li. Ma c’é anche molto altro. È vista come un crocevia del mondo. Parlo spesso della Sicilia con i miei colleghi e amici arabi. Nel mondo arabo io spesso vedo molto della Sicilia e loro vedono molto del mondo arabo nella nostra terra. E questo è un vantaggio per tutte e due le sponde del Mediterraneo”.

Rimane solo un sogno immaginare la Sicilia senza mafia e corruzione?

“Tanti anni fa, un collega giornalista arabo mi disse “Se vuoi avere ragione in qualsiasi dibattito sul futuro del mondo arabo, sii pessimista.” Ma essere pessimisti è facile. Più difficile, ma essenziale, è sperare e lavorare per una realtà migliore”. 

Ritornerai a trovarci a Gela?

“Sono tornata questa estate, a luglio. Vengo per una settimana con mio figlio e le mie sorelle, per visitare la tomba di mia madre e passare un pò di tempo con nostra zia Lina e le nostre cugine. Spero di tornare ogni estate”.

Cosa ti piace della nostra città?

“Il lungomare è bellissimo. Mi piace anche passeggiare per il corso principale, curiosare e fare shopping. E, ovviamente, mangiare la granita e la brioche ogni mattina”. 

Raccontaci la tua partecipazione a Miss Italia 1996…

“È passato tanto tempo e lo trovo irrilevante. Ma mi ricordo che anche da ‘straniera’ di soli 21 anni, avevo capito subito che non si trattava di un concorso di bellezza ma di un provino per tutte le soubrette che poi avrebbero decorato gli schermi della nostra TV. Per mia grande fortuna mi hanno scartata subito”.

Un giorno, quale sarebbe la prima notizia che vorresti dare in apertura del tg?

“La creazione di uno stato palestinese autonomo”.

Il tuo sogno nel cassetto?

“Mia madre mi mandava sempre un regalino per l’onomastico, Santa Barbara, ogni 4 dicembre. Piccole cosine, un paio di orecchini di bigiotteria o qualcosa per i capelli, e sempre con un cartoncino di auguri. L’onomastico non è celebrato nei paesi protestanti, perciò era una cosa vista come inusuale, una tradizione fra me e mia madre. Due mesi prima della sua scomparsa il pacchetto che mi aveva mandato da Milano andò perso fra i servizi postali italiani e britannici. Al tempo non ci ho pensato troppo. Ma ora, il mio sogno nel cassetto sarebbe che il servizio postale trovasse, per magia, il pacchetto disperso con l’ultimo regalo e cartoncino da parte di mia madre. Ho letto storie di lettere spedite da soldati durante la seconda guerra mondiale arrivate a destinazione decenni dopo, perciò tutto è possibile, no?”

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Il maestro Iudice: “L’arte potrebbe dare molto a Gela. Greco si ricandida? Ci vuole coraggio!”

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Succede a volte che una canzone sembra che parli alla testa e invece tocca il cuore. La citazione del compianto Franco Battiato, rappresenta il paradigma assoluto per definire le opere del pittore gelese Giovanni Iudice. Perché la sua è una pittura figurativa contemporanea, sempre al passo coi tempi. Una pittura che arriva dritta al cuore, appunto. Un artista sempre sul pezzo. Le sue opere hanno attirato l’attenzione nelle più importanti e prestigiose mostre italiane: da Spoleto a Salemi, da Milano a Palermo e a Bologna, dal Castello Ursino di Catania all’ex Tonnara di Favignana.

“Lavoro oramai da trent’anni e la mia è stata una dura gavetta. Ero un infermiere ma decisi di lasciare il camice per dedicarmi ed occuparmi definitivamente della mia passione. Ho sempre fatto ciò che ha provocato in me forte curiosità, disegnavo e dipingevo sin da ragazzino ma poi ho girato molto gli ambienti dell’arte in tutta Italia e in parte nel nord Europa. La mia arte però prende forma attraverso un legame che mi ha sempre visto interessato ai luoghi della mia infanzia, dove nel presente ne rievoco le mie malinconie. Adesso sto sempre più incentrandomi sull’idea di antropocene, del rapporto tra uomo e natura”.

Tralasciamo l’epoca geologica definita dal premio Nobel olandese Paul Crutzen in cui l’ecosistema è stato trasformato dalle attività umane e dedichiamoci al rapporto tra uomo e istituzioni.Non hai mai lesinato critiche a chi amministra la cosa pubblica a Gela. Qualcuno ti ha pure definito un attivista pernicioso. Cosa c’è che non ti piace dell’amministrazione Greco?

“Chiarisco: non amo il mestiere dell’opinionista o dell’attivista pernicioso come mi definiscono. Se fosse un mestiere avrebbe invaso il campo dell’ipocrisia perché ne ruoterebbe professionalmente. Io amo la schiettezza ma rispetto le persone per come sono. Amo la mia città come te e tanti che ne vorrebbero un radicale cambiamento, un’inversione di tendenza insomma. Mi appassiona molto l’idea civile di impegno, cioè, quella di contribuire per una comunità di voci, al di là dei luoghi comuni della cronaca, che contribuiscano a dire la propria e nella storia delle comunità civili, l’arte e il pensiero creativo potrebbero dare molto, soprattutto se competente. E qui, non lo dico con spocchia, nè con il solito qualunquismo, perché credo ad una visione di crescita dove ve ne fosse bisogno e la nostra città ne ha bisogno, soprattutto del terziario e della cultura in cui può pure nascere un’economia interna. Ciò mi stimola molto, anche per un mio parametro di misura delle cose, in quanto mi fa studiare l’uomo ma anche ciò che mi ritorna nell’azione e, credimi, a Gela si è toccato il minimo storico, sotto ogni punto di vista. Lo dice uno che ha rifiutato ben due incarichi che mi sono stati offerti dal Sindaco Greco e non ho nessuna faziosità nè interessi a dirlo, ciò dovrebbe bastare a dare di me un’idea di come concepisco l’interagire con una comunità. In parole povere, quello che non profitta delle opportunità come fanno tanti in cerca di incarichi per il facile approccio alla politica, quella perversa. Sono convinto che alle parole occorre far seguire le azioni, ma oggi è un ostico preambolo. Dell’Amministrazione Greco dunque, non mi piace nulla. In questi anni, come dicevo, ho avuto incontri interpersonali con il primo cittadino, ho cercato di spiegare cosa sarebbe occorso per iniziare una nuova stagione culturale della città, un progetto pilota per invertire la rotta insomma, modelli di iniziative per grandi mostre che avrebbero richiamato l’economia e l’interesse di tutta la Sicilia.  Il Sindaco, che inizialmente si era mostrato interessato con una stretta di mano tra uomini seri, è svanito nel nulla creando incresciosi incidenti diplomatici con importanti personaggi del mondo della Cultura che ho invitato a Gela su sua sollecitazione. Stiamo parlando di una Società di Grandi Eventi (la Contemplazioni di Lucca) che smuove economie locali e di Aldo Premoli, intellettuale milanese, titolare di una cattedra all’Accademia di Brera e docente di moda contemporanea. Ebbene, mi dispiace pure dirlo, ma il nostro Sindaco è mancato agli appuntamenti successivi senza comunicazioni e giustificazioni. Tutto ciò lede alla buona immagine della nostra città. Un primo cittadino non può comportarsi cosi. Degli assessori? Asserviti e passivi politicanti”.

Le tue non sono parole al miele ma con la vecchia giunta eri stato più morbido perché politicamente più vicino a Messinese…

“Tutt’altro, stessa idea con quella attuale. Ne più né meno. Ero pure andato ai tavoli di confronto con Messinese da persona sdegnata, perché ho sempre pensato che la Cultura fosse al di sopra di ogni mera questione politica. Però, Messinese non ascoltava. Credo tutto sommato, che si tratti sempre dell’ingenuo che occupa il posto sbagliato, quello della poltrona che non gli appartiene, da ciò ne diviene solo alienazione e megalomania. Un sindaco saggi dovrebbe ascoltare le competenze, quelle che valgono…”

 Messinese prima e Greco adesso, cosa hanno fatto realmente per Gela al fine di garantire quella che in altri contesti si chiama semplicemente normalità?

“Un bel niente, tutto il contrario di tutto”.

Quando si parla di Gela è sempre la stessa solfa: mancanza d’acqua e rifiuti sparsi ovunque. E’ solo colpa della politica?

“La colpa è principalmente della politica, anche se qualcuno direbbe “di tutti ma per gradi”, ed ovvio che il grado maggiore riguarda quelli che definisco i lor signori, quelli delle influenze sottobanco, del sottaciuto manifesto d’affari, tra politica e imprese, tra lucro e interessi privati di soggetti che si nascondono nel perbenismo, per esempio dei club service: Gela ne è meridionalmente succube. Le società che danno servizio a Gela, mancano ai loro precisi doveri. Faccio un esempio pratico: sull’appalto dei rifiuti, la Tekra, anni fa ad Acireale, fu multata da un assessore al ramo attento, il quale faceva gli interessi dell’ente appaltante, cioè il Comune. Una multa di quasi 900mila euro. Diversamente, a Gela, la società dei servizi rifiuti è sempre sembrata il partito del Sindaco di turno, soprattutto nel periodo Messinese, perché assistetti a due volti dello stesso sindaco, inizialmente denunciante, successivamente accondiscendente … Se ne avessi i poteri, scioglierei i contratti e le proroghe sia a Tekra che a Caltaqua e senza preclusione.”

In tanti invocano l’arrivo di turisti a Gela. Ma in tutta sincerità, oltre alle problematiche sollevate prima, siamo pronti ad ospitarli?

“Non credo, c’è molto da lavorare seppur la via d’uscita è la vocazione cultuale. Ciò deriva da una reale analisi del momento economico della città. Dopo la crisi industriale, rimane un discreto commercio e lo statalismo. Le campagne sono aride e inquinate e i mari sempre più compromessi. Rimangono altri beni sostenibili, monumenti, storia e paesaggio che, ad oggi, sembrano in parte resistere. Però attenti agli improvvisati promotori culturali, di dilettanti ve ne sono in ogni città, occorre chiamare in causa professionisti del settore e creativi di livello, ma a ciò non si è pronti per retaggio culturale perché il politico di turno fin qui, ha mostrato clientelismo, cioè sistemare chi gli ha retto campagna elettorale o peggio, qualche raccomandato da lobbies. Così non si va avanti. D’altronde, lo vediamo nello statalismo dalle facili carriere nel senso più vasto”. 

Adesso c’è la mostra “Ulisse in Sicilia” a Bosco Littorio. Una vetrina importantissima. Possiamo definirla per Gela una vera e propria occasione di rilancio?

“Certamente per Gela è un significativo inizio di inversione di tendenza. La differenza sui destini, la fa sempre la buona gestione, e al di là della buona volontà di Musumeci, rispetto a quanto Crocetta non ha fatto per la sua città, non mi fido della Soprintendenza di Caltanissetta, non per pregiudizi bensì per avere dimostrato incuranza per il nostro territorio e i nostri politici a guardare… Qui scriverei un libro e lo farei da ignaro di archeologia. Lo scriverei perché ho assistito a gravi incongruenze rispetto al rientro di reperti archeologici che appartengono al nostro museo, indebitamente sottratti dal museo archeologico nisseno e il Vallone non ha la stessa storia che abbiamo noi. Lo dico, non per campanilismo nè fanatismo ad oltranza. Al contrario, sono testimone di fanatici locali impegnarsi nella cultura (si fa per dire), con il vezzo del servilismo ai poteri forti, con l’aggravante della longa manus di menti raffinate tra clero e industria…”

Cosa provi quando vedi il porto di Gela rimasto all’età della pietra mentre a Marina di Ragusa e a Licata, sono state realizzate due infrastrutture d’eccellenza?

“Repetita iuvant: anche qui, stesso vezzo. Credo che questa città, che per me è fatta di onesti lavoratori e di disonesti approfittatori, abbia bisogno di un rinnovo della classe dirigente, ma soprattutto, di eleggere un Sindaco di elevata caratura, un giovane intelligente che conosca come minimo la storia del paese e quella dell’arte”.

Gira e rigira, c’è sempre la politica in ogni contesto. Tra un anno si ritorna a votare anche a Gela. Un pensierino lo stai facendo pure tu a candidarti a sindaco?

“Candidarmi a Sindaco? No assolutamente, seppur saprei cosa e dove mettere le mani. Ma ovviamente conta la squadra credibile e incorruttibile e credo sia davvero difficile. Personalmente, aspirerei ad un ipotetico assessorato alla cultura ma con fondi di bilancio straordinari per il rilancio della nostra immagine purtroppo indebitata da tante cose. Però essere di giunta vuol dire decidere con il Sindaco, scelte radicali, ma oggi è difficile inquadrare una figura appropriata. Mi piacerebbe però, una donna come Sindaco, mai accaduto da noi.  Si tratta di un mio ideale di visione futura, ma poi dobbiamo fare i conti con la realtà…credo in definitiva che il nostro futuro a Gela sia stato oramai compromesso…”

Non è escluso che Lucio Greco si ricandidi… 

“Ci vuole coraggio!” 

Sono numerose le battaglie avviate dai cittadini per garantire la sanità a Gela ma l’ospedale Vittorio Emanuele, perde sempre più reparti. Come leggi quanto accade?

“Personalmente, ho di questa città l’idea di una specie di lottizzazione sistematica della politica in vari settori, una politica scadente perché di scadente vi sono le persone che la compongono, culturalmente zero, ma ben organizzate, un sistema imperante che controlla le carriere, e il possibile rilancio e ottimizzazione dell’attuale produttività. Una specie di mentalità statalista ma con la perversione delle lobbies curarne personali propensioni …Dico ciò, perché ho notato questo vezzo “meridionalista” nella mentalità di manager e classe dirigente. Fin qui potrebbe sembrare una egemonia del sistema Italia, ma non sono fin troppo analista di questa complessità, e ne rilutto studiarne i retaggi, però mi interessano soprattutto i risultati per una qualità di vita minima decente a prescindere dai personalismi. Insomma, la nostra città, è carente di servizi minimi come un territorio estraneo alle civiltà avanzate eppure, quello che vi è di energico, sono le organizzazioni a cerchie chiuse con professionisti rivolti alle vocazioni di propri interessi. Ecco, il nostro ospedale contiene tutto questo”. 

Anni addietro, si era fatto anche il tuo nome per rilanciare l’immagine di Gela attraverso un’apposita consulta ma non si è concretizzato nulla. Come mai?

“Bisogna chiederlo al Consiglio Comunale o al Sindaco. Attraverso la stampa, ho saputo che vi è stata una delibera di consiglio per tre figure pubbliche: Io, Silvana Grasso e Alberto Ferro, ma fino adesso nulla di invito scritto nè ufficioso. Un mistero…” 

In troppi hanno lasciato Gela per mancanza di lavoro. L’emorragia continua e non si vede alcun barlume di speranza. Se non è una sconfitta, poco ci manca…

“Questo è il punto più dolente per chi ama convivere in una normale comunità. Ciò accade perché in questi ultimi trent’anni, la politica da noi non ha creato affari alternativi, sia in termini di investimenti sia formativi per il progresso di una società. Lo vediamo sotto i nostri occhi: la tanta devianza giovanile e il facile delinquere, non sono solo per una necessità ma sembrano sub culture mafiose. Se non pensiamo a cambiare le teste, imploderemo come sta già accadendo rispetto ad altre aree della stessa Sicilia”. 

Abbiamo avuto a capo della regione, un nostro concittadino. Era lecito attendersi di più per Gela, non credi? 

“Sai bene quanto mi sono espresso nei confronti di Crocetta e della sua propaganda. Ma avrei sperato fino alla fine che facesse almeno una sola cosa e bene nella sua terra di origine. Ma anche qui un mistero, l’ennesimo.” 

Sorpreso della caduta del governo Draghi?

“No. Perché il nostro parlamento è un magma fluido di voltagabbana, ma con tutto il rispetto per una figura garante come Mario Draghi, credo Conte, questa volta, l’abbia azzeccata. Draghi, oltre che tecnico, ricordo, rappresenta il parlamento dove esiste un principio prima di tutti i diritti, il confronto e il dibattito politico, soprattutto se derivante dalle espressioni dei partiti. Si chiama pluralismo, tanto decantato dai politologi, ce lo ricordava il grande Sartori, è il sale della democrazia. Se vivi in una comunità cittadina, ti accorgi, che il sociale è fatto di strati, cioè, da vari retaggi culturali e diversi bisogni. 

Non esiste il bisogno del singolo come imperante. Non parlo per simili vedute, ma per diversità di colore e libere espressioni. Ecco, se ci si riunisce in democrazia per migliorarne i miasmi e necessità di una nazione, città o contea, il pluralismo ottenuto con la resistenza della storia, tra fame e carestia, per la libertà desiderata, chi rappresenta il gruppo, ne è il portavoce e dunque accoglie le problematiche per migliorarne le condizioni del presente.

Occorre, convivere con le diversità e pensare agli strati più deboli, importanti quanto agli strati imperanti, che ci piaccia o no. Ce lo ha insegnato la storia, dare voce alle varie direzioni, altrimenti, anche in Italia ci consegneremo all’Oligarchia, che in parte, si nasconde nel buonismo e nella borghesia perbenista”. 

Rilassiamoci un attimo, basta parlare di politica. Devi dei grazie per quello che hai ottenuto in questi anni?

“Si certo, a coloro che mi hanno sostenuto nelle idee e nei successi. Non posso mai dimenticarlo. Sottolineo che il destino lo costruiamo noi, perché sono convinto che ogni professione si misura con il merito. Arriverà  lento ma arriverà”.

Quanto è stato importante avere conosciuto il critico d’arte Vittorio Sgarbi?

“Vittorio l’ho conosciuto un po’ tardi nella mia carriera ma mi ha dato molta visibilità. Da lui ho imparato che nulla è dovuto nell’arte, ma che ogni cosa non vada tralasciata. Vittorio sembra essere antipatico nell’accezione comune della televisione ma posso dire tutt’altro, è una persona perbene e generosa, in quanto spiega tutto e instancabilmente. Poi è chiaro che nell’arte esistono varie scuole di pensiero che tra di esse creano imbarazzo agli stessi artisti che ne vorrebbero più souplesse. 

Vittorio mi ha portato alla Biennale di Venezia nel 2012, perché ha sempre avuto idee chiare sul mio lavoro. L’arte è fatta pure di tanti farlocchi fanatici che sfruttano artisti prendendoli in giro e divertendosi ad usarli, ciò accade perché in giro vi sono molti arricchiti velleitari e dico pure ai giovani artisti di aprire gli occhi. Guttuso diceva che gli artisti non sono di nessuno”.

Se ti chiedessi adesso di disegnare Gela, cosa rappresenteresti e perché?

“Disegnerei un deserto con un miraggio di un bicchiere d’acqua, dove tutti gli assetati si precipitano per arrivare per primo”. 

La bellezza salverà Gela?

“Non lo credo più, oggi ne ho capovolto il significato perché ci troviamo dentro ad un processo irreversibile, e non mi ritengo pessimista, credo piuttosto che gli uomini più avveduti, ne dovranno preservare dalla prepotenza. Insomma dobbiamo porci il problema che la bellezza vada tutelata e custodita per le future generazioni…”

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Ipse Dixit

Parla il Questore: “Impegno costante contro la criminalità. A Gela, poca collaborazione sul fronte antiracket”

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Schietto, diretto; assolutamente poco incline al contorto. E all’artificioso. Il suo ragionamento è limpido. Con stile e garbo. Parlare col Questore di Caltanissetta, è un vero piacere. Perché quando ti trovi a conversare con un servitore dello Stato, analizzi in fondo quello che dice, frutto di innumerevoli interventi sul campo a combattere l’illegalità, purtroppo ampiamente diffusa dalle nostre parti. E non solo. Emanuele Ricifari scatta una foto limpida delle sue esperienze, entrando nel particolare, attraverso un’accurata esposizione di fatti, numeri, nomi e circostanze.

Partiamo proprio dalle radici. Lei catanese doc, finalmente è ritornato in Sicilia, dopo avere attraversato l’Italia in lungo e in largo. Possiamo definirlo il coronamento di un sogno?

“Per me, siciliano, oltre che una soddisfazione è una “restituzione” che dovevo alla mia gente e alla mia terra. Misurarmi con i problemi e le emergenze e farlo dove sono nato e cresciuto era dovuto”

Penultima tappa, è stata la Questura di Cuneo

“L’esperienza a Cuneo è stata la prima da Questore “titolare”. Si tratta di una provincia molto estesa – più della Liguria – con 247 comuni con un contesto socio economico tra i più ricchi e ben amministrati d’Italia. La disoccupazione in tempi di crisi supera di poco il 3%. Gode di un territorio molto bello. Le Alpi marittime gestite con cura dall’ente Parco, le colline delle Langhe e del Roero… terre di vini – i piemontesi – tra i più celebrati. Paesi con rocche medioevali custoditi come bomboniere. Clima temperato dalla poca distanza dal mare. Un’industria meccanica e robotica di livello internazionale e soprattutto un settore agroalimentare d’eccellenza. Il dolciario (Ferrero, Balocco, Maina, Venchi, tanto per citarne alcuni) e la produzione casearia; l’allevamento della razza fassone, la coltura e la cultura del tartufo bianco di Alba. 

Insomma, un contesto ritrovatosi poverissimo e devastato nel dopoguerra e che grazie a generazioni illuminate votate alla fatica e all’impresa familiare e di comunità hanno fatto un vero miracolo per la propria terra, rendendola una delle aree più floride del mondo. Ed in questo quadro vi è una profonda coscienza civile e senso del bene comune che di per se concorrono a realizzare sicurezza. Eppure ci sono dati che ci dicono che questo benessere attrae il malaffare. Furti in ville o aziende, truffe e tentativi di infiltrazione di consorterie criminali (soprattutto calabresi, di etnie nomadi o di origini dell’est Europa)”

Ha lavorato anche a Roma alla Direzione Centrale Anticrimine. Se non sbaglio, è un posto a cui tutti ambiscono…

“In effetti il primo incarico da dirigente superiore (è il grado per fare il Questore in una provincia) è stato di fondare il servizio anticrimine della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato. Un servizio che da un lato svolge analisi sui vari fenomeni criminali in ambito nazionale e provinciale in ausilio e indirizzo delle questure e dall’altro sviluppa un’attività di indirizzo e impulso per le misure di prevenzione personali e patrimoniali e di contrasto e prevenzione della violenza di genere e domestica.  Il tutto all’interno della Direzione Centrale che, tramite il Servizio Centrale Operativo, coordina le squadre mobili e le attività investigative più rilevanti a livello interprovinciale e nazionale e il servizio controllo del territorio che fa da impulso e coordinamento agli uffici di prevenzione generale e soccorso pubblico: in una parola, alle volanti”.

E’ stato anche a capo della squadra mobile di Piacenza, la città più lombarda dell’Emilia Romagna così come viene definita dagli stessi piacentini. Cosa porta in sé di quel periodo?

“Ho trascorso a Piacenza ed in Emilia Romagna, tra gli anni ‘90 e i primi anni 2000, uno dei periodi più emozionanti ed impegnativi della mia carriera. Indagini su consorterie albanesi che gestivano la tratta e il racket della prostituzione, indagini su infiltrazioni e traffico di stupefacenti sui cutresi e sul gruppo di Grande Aracri (broker internazionali degli stupefacenti) oggi in carcere e da me arrestato la prima volta a Piacenza nel 1996. Poi ricordo le diverse indagini su omicidi, sempre coronate con l’arresto dei responsabili ed un primato della quasi totalità delle rapine in banche e uffici postali, che in quell’epoca erano molto frequenti. Infine e con grande partecipazione, rievoco le indagini sui casi di violenza sessuale anche di gruppo e su quelli di gravi violenze domestiche nei quali, tra i primi, rivolgemmo un’attenzione mirata e di sostegno personale alle vittime che, considerati i successi ottenuti, furono determinanti per le successive modifiche legislative e la logica di rete di sostegno che si è affermata negli ultimi anni con la normativa sul codice rosso”.

Dicevamo che ha girato lo Stivale, da Nord a Sud. Tappe importanti sono state anche Catania e Reggio Calabria, zone caldissime in ambito criminale….

“Catania in realtà è stata un’esperienza brevissima e legata al X reparto mobile (ex celere) dove fui assegnato appena terminato il corso di formazione dopo il concorso nel giugno del 1989.

Fui infatti subito mandato in missione a Reggio Calabria, che era nell’occhio del ciclone per la triste stagione dei sequestri di persona e per la guerra di ‘ndrangheta che in un bagno di sangue vide consumarsi centinaia di omicidi in pochi anni. Lavorai alle volanti e non smettevo mai. Il mio entusiasmo e quello di diversi giovani colleghi, ci portava a staccare dalla direzione del turno e a continuare mettendoci a disposizione della Squadra Mobile per ogni attività operativa che ci consentisse di fare esperienza e acquisire sul campo le competenze. Fu un’esperienza ricchissima e determinante”.

A Brescia, per 9 anni consecutivi, ha ricoperto l’incarico di vice questore. Le cronache raccontano di momenti di tensione e violenza, nel 2010, a seguito della protesta di alcuni extracomunitari che avevano occupato una gru in piazzale Battisti, spalleggiati dai centri sociali della sinistra antagonista. Lei fu minacciato e diffamato e per oltre dieci mesi (assieme alla sua famiglia) fu scortato dai suoi colleghi.

“Brescia è anche la città dove poi mi sono stabilito e ho preso casa. Segno che tra la gente del capoluogo lombardo mi sono trovato bene. Paradossalmente proprio gli eventi cui conseguirono le minacce da parte della galassia anarco autonoma e dei centri sociali e delle frange più violente e pericolose dell’anarco insurrezionalismo, rese pubbliche sui social, determinarono la reazione di tutto il mondo politico democratico e liberale, di centinaia di cittadini, studenti, stranieri, dei sindacati solidali con me e i miei familiari. Questo mi ha dato la sensazione di avere la gente e le istituzioni vicine e che la campagna di fake anche violenta contro di me era un boomerang”.

Facciamo un ulteriore passo indietro: nel 94/95 ha fatto parte del gruppo di lavoro sui delitti della Uno bianca, presieduta dal Prefetto Achille Serra. Avere poi scoperto che gli esecutori dei numerosi delitti, erano dei poliziotti, cosa le ha provocato? 

“Quella di Bologna fu un’esperienza molto formativa e triste allo stesso tempo. Io arrivai subito dopo gli arresti per integrare la commissione d’inchiesta interna presieduta dal Prefetto Serra e lavoravamo in parallelo al gruppo investigativo che svolgeva l’indagine giudiziaria. Capimmo nel tempo e nell’approfondimento dell’inchiesta, che non c’erano misteri o grandi vecchi dietro, solo una personalità – quella di Fabio Savi – molto forte e capace di influenzare quella degli altri, viziata dal mito della “volontà di potenza” e da una spregiudicatezza che li fece sentire invincibili. Erano soggetti con personalità devianti e violente. Purtroppo nelle indagini delle diverse procure romagnole e marchigiane vi furono scarso coordinamento e forti contrasti tra organi inquirenti … L’inchiesta amministrativa le mise in luce chiarendo fatti e contesti. Una sequenza e una somma di inefficienze e di inutili concorrenze”.

Accendiamo i fari sulla nostra provincia. Sono ben quattro i mandamenti presenti. Come si adopera la Polizia per contrastarli?

“L’impegno nel contrasto alla presenza delle organizzazioni malavitose specie di stampo mafioso è sempre intenso. La Direzione distrettuale antimafia della Procura di Caltanissetta segue le nostre attività investigative con attenzione e coordina le indagini dei diversi organismi di polizia, guardia di finanza e carabinieri che non interrompono mai il monitoraggio e l’analisi informativa e investigativa sui diversi gruppi. Non parliamo solo dei quattro storici mandamenti di Cosa nostra (Gela, Vallelunga Pratameno, Riesi e Mussomeli, ndr) ma anche di gruppi di stiddari o di malavitosi appartenenti a gruppi di altre province che operano soprattutto nel traffico e spaccio di stupefacenti e reinvestimento dei capitali illeciti. 

Alta l’attenzione anche sui fenomeni estorsivi o sul tentativo di condizionare i mercati agricoli e la distribuzione delle risorse idriche. Purtroppo anche l’insufficiente organizzazione o talvolta l’inefficienza di alcune pubbliche amministrazioni ed enti pubblici favoriscono deviazioni che alimentano il malaffare”.

A Gela, Cosa Nostra e Stidda si sono fatte la guerra per anni (con tantissimi morti ammazzati e numerosi tentati omicidi) per poi siglare una pax mafiosa che tuttora regge. Non si spara più (fortunatamente) come una volta, ma gli episodi criminosi non mancano, purtroppo. Come e dove bisogna intervenire?

“I tempi ed il contesto della guerra dei bambini dell’assalto della Stidda a Cosa Nostra sono mutati.

Innanzitutto per la risposta forte e determinata dello Stato. Per la meritoria reazione di forze di polizia e magistratura che hanno segnato un percorso poi seguito da altre generazioni di uomini di legge.

Purtroppo i segnali degli ultimi anni, danno l’impressione di parte consistente della società civile che talvolta sembra rinunciare a produrre gli anticorpi alla illegalità e al modo “settario e familista” di gestire ciò che è comune.

Bisogna insistere nella formazione e informazione dei cittadini e dei bambini. Da piccoli si maturano valori e comportamenti fondamentali. Vedere un mondo adulto che cerca prevaricazioni o scorciatoie illecite o comunque pratiche scorrette, non educa ai valori costituzionali”.

Gela è stata definita la capitale degli incendi dolosi di auto. In tante occasioni, è stato detto che si tratta (nella maggior parte dei casi) di diatribe sfociate nel fuoco. E’ solo questo o c’è dell’altro?

“Quella degli incendi dolosi su auto, moto, porte di casa ed altro ancora, è una piaga nota e tanto datata da potere essere definita “tradizione locale”. Non è una battuta e neanche una provocazione: si tratta di un fatto che osservo con amarezza. Purtroppo, nonostante vengano individuati e condannati gli autori, il buon esito delle indagini e le condanne non sono un deterrente sufficiente.  Nella maggior parte dei casi si tratta di dispute e contrasti di vicinato, passionali, gelosie e diatribe sul lavoro … Solo occasionalmente i fini sono estorsivi.  Questo ci dice di un malinteso bisogno di farsi giustizia da se, della mancanza assoluta di senso della legalità e anche, duole osservarlo, di assenza di tolleranza per questioni private.  L’impegno dello Stato, magistratura e forze dell’ordine è grande anche in questo caso  e lo testimonia il fatto che sono alte le percentuali di responsabili individuati, ma non è sufficiente. Ci vuole un risveglio del senso civico, del bene comune e del rispetto delle leggi anche di fronte a pretesi o presunti torti. Questo spiega anche il perché non c’è collaborazione alcuna nelle indagini da parte dei testimoni e spesso neanche delle vittime.  Insomma non vediamo file di cittadini di buona volontà davanti agli uffici di polizia e carabinieri e alla procura per denunciare o testimoniare circa questi fatti. E quando riusciamo a ricostruirli, scopriamo che in diversi hanno visto o che la vittima era ben consapevole di chi poteva essere l’autore, ma non ne ha fatto alcun cenno formale o informale agli inquirenti”.

In città è presente un fiorente spaccio di droga e sono stante tante le operazioni di polizia giudiziaria per contrastare il fenomeno. Però se ancora se ne parla, vuol dire che c’è ancora tanto da fare….

“La vitalità del settore dello spaccio e del consumo di stupefacenti è purtroppo uno dei fenomeni che più risalta agli occhi. Esso è spesso esercitato da appartenenti a organizzazioni mafiose e talvolta anche in modo diretto. Vale ciò che ho detto prima per l’impegno nel contrasto al fenomeno mafioso”.

Ci sono commercianti ed imprenditori che fanno nomi e cognomi degli estorsori, altri invece no. Cosa si deve fare per portarli sulla strada della denuncia?

“Come evidenziato per gli incendi, anche per altre forme delittuose come le estorsioni o anche i reati di violenza domestica o di genere non registriamo forme di collaborazione spontanee e spesso asserite vittime di fatti reato diventano favoreggiatori, attese le coperture omertose che offrono ai colpevoli. Addirittura durante indagini su fenomeni estorsivi, si assiste a dichiarati estorti che invece chiedevano spontaneamente loro protezione o copertura per azioni di concorrenza più o meno sleale a soggetti appartenenti a gruppi criminali.  Vero è tuttavia che a Gela è operante e attiva con entusiasmo, pur nelle difficoltà di indurre alla collaborazione, la Fai Antiracket ed in particolare l’associazione Antiracket “Gaetano Giordano” che conducono una battaglia sia di sostegno alle vittime che di animazione sociale ed educativa molto importante. Spero che nella costante collaborazione con la Polizia, l’associazione riesca non solo a promuovere la legalità ma a tornare ad indurre le vittime di estorsioni, usura e reati connessi alle attività delle cosche, a denunciare. Da qualche tempo, infatti, registriamo minori o quasi nulli casi di collaborazione nonostante la stessa Associazione si sia meglio organizzata e abbia costituito, anche grazie a finanziamenti Pon, una struttura di assistenza legale, fiscale, aziendale e psicologica. Per indurre più persone alla denuncia, credo dobbiamo insistere nell’opera informativa ed educativa a sostegno delle vittime e rendere ancora più efficiente la rete di sostegno pubblica. Nonostante a Gela i processi vengano celebrati con celerità, poi le funzioni di sostegno alle vittime subiscono talvolta rallentamenti. Per fortuna oggi possiamo dire che se c’è collaborazione, la macchina dello Stato dà forza, sostegno e copertura”.

A Gela si chiede più presenza dello Stato. C’è chi invoca anche l’Esercito. Cosa ci dice in merito?

“L’Esercito – molti fanno finta di dimenticarlo – è stato costantemente presente nei servizi coordinati dall’Autorità di Pubblica Sicurezza sia nelle funzioni di controllo e vigilanza sul territorio che nell’ultimo biennio per i servizi di prevenzione alla diffusione epidemica. Poi bisogna ricordare che nelle funzioni di pubblica sicurezza, i militari dell’Esercito non possono operare senza avere accanto o essere comunque coadiuvati e coperti da poliziotti, carabinieri o finanzieri. In realtà sarebbe opportuno tornare a ricostituire corpi di polizia municipale con numeri congrui di operatori e con formazione adeguata. A Gela ciò sarebbe determinante per consentire a Polizia di Stato, Arma e Guardia di Finanza di essere liberate da funzioni di supplenza delle polizie municipali, nel controllo amministrativo, nella rilevazione di sinistri ed altro; funzioni che la Polizia Municipale gelese, per il numero esiguo degli operatori, non riesce a svolgere da sola.

Poi si pone anche un problema di consapevolezza del ruolo da parte delle polizie locali che spesso in altri territori travalicano le proprie funzioni e dalle nostre parti, invece, dimenticano di avere funzioni di polizia amministrativa, di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria”.

Sono tanti i ragazzi che vengono attratti e ammaliati dal crimine e dal guadagno facile. Come bisogna intervenire?

“Sui giovani bisogna poter contare ma per farlo si pone un’emergenza nazionale che a Gela è ancora più evidente: quella educativa.  Le scuole e la società civile devono essere più attive laddove si registra un’assenza, quando non anche una complicità delle famiglie nella trasmissione di valori negativi: facile guadagno, potere dimostrativo, uso della forza e della prepotenza per affermarsi … Oggi anche le donne invece di essere valorizzate per le loro qualità di persone vengono indotte a fondare la propria immagine su aspetto e facilità di approccio. Credo che il riscatto di questa terra passi per un riscatto del “femminile”. Quando le donne troveranno forza e modo di svolgere appieno il proprio ruolo pubblico ed educativo, secondo i valori costituzionali, sarà stato fatto un passo decisivo. Ogni deviante, ogni delinquente, ogni mafioso, ogni violento, ogni oppressore dei più deboli, in famiglia o nella vita sociale ha ricevuto un “imprinting” materno”.

Cosa si sente di dire ai giovani gelesi?

“I giovani gelesi li ho incontrati in diverse occasioni e devono sentirsi ciò che sono: il presente della nostra società. Dobbiamo essere accanto a loro per sostenerli e condurre per loro e con loro la battaglia per la bellezza di questa terra che non può prescindere dal rispetto delle regole, degli altri e dell’ambiente. Il valore fondante deve essere quello di declinare ogni proprio comportamento nel rispetto del bene comune”.

Il prossimo 19 luglio ricorrerà il trentesimo anniversario della strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta, tra cui la poliziotta Emanuela Loi alla cui memoria è dedicata la sala conferenze della Questura di Caltanissetta. Cosa ha lasciato in lei quel tragico episodio, avvenuto 53 giorni dopo la strage di Capaci?

“I morti delle stragi, le vittime della stagione stragista mafiosa e prima terroristica, poi della mafia che ha usato metodi terroristici, sono uno sprone. I colleghi, i magistrati, tutti coloro che sono stati vittime di mafia con il loro sangue e sacrificio, ci hanno lasciato un esempio straordinario: non sono eroi e non aspiravano ad esserlo. Sono persone per bene che hanno deciso di fare il proprio dovere con onore e disciplina, così come recita l’articolo 54 della costituzione. La strage di via D’Amelio è innanzitutto un impegno investigativo ancora in corso. Molto è stato chiarito nonostante i depistaggi, ma altro deve ancora essere accertato e posto al giudizio dei cittadini”.

Perché ha scelto di intraprendere questa professione?

“Ho scelto di fare il poliziotto per via della mia formazione negli anni dell’adolescenza e giovanili. Studiavo giurisprudenza e facevo volontariato ed ero molto attivo, a Catania, nella comunità parrocchiale e tra i gruppi giovanili cattolici e non. L’uccisione prima del Generale Dalla Chiesa e poi di Montana e Cassarà e di Pippo Fava ci colpirono molto e cominciammo a rivolgere l’attenzione all’azione di contrasto civile alla mafia e all’illegalità.  Quindi appena laureato feci il concorso da commissario di Polizia e lo vinsi subito. Ero già in servizio a 26 anni”.

Ritorniamo alle origini. Adesso che è ritornato in Sicilia, può nuovamente parlare in dialetto…

“Tornare a sentirmi immerso nel dialetto siciliano è una sensazione bellissima. Per trent’anni, avendo lavorato soprattutto al Nord, era occasionale trovare con chi usarlo ed era quasi un divertimento osservare chi non lo conosce, guardarci con occhi interrogativi. Il siciliano è una lingua considerata tale e non per nulla viene valutato siciliano quello in uso anche in gran parte della Calabria e nelle province di Taranto e Lecce che poi si divide in forme locali di dialetto. È stato il siciliano volgare (grazie a Federico II e ai poeti di corte) a far nascere e diffondere il volgare toscano da cui scaturì l’Italiano immortalato da Dante. Amo la Sicilia e la sua storia, in particolare la figura di Federico II cui credo si debba il primo vero concetto di amministrazione moderna e di Regno attento alle esigenze popolari e non solo delle aristocrazie”.

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Direttore Responsabile: Giuseppe D'Onchia
Testata giornalistica: G. R. EXPRESS - Tribunale di Gela n° 188 / 2018 R.G.V.G.
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