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Ipse Dixit

Il prete cacciatore di maniaci in rete, “ogni bambino deve essere liberato!”

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Sono quasi 25 anni che assieme alla Polizia Postale ha iniziato una costante attività di contrasto allo sfruttamento sessuale minorile e alla diffusione di materiale pedopornografico su Internet. Tutela dell’infanzia in Italia e nel Mondo, nel 1996 ha fondato l’associazione “Meter”. Una vera e propria battaglia quotidiana contro la pedofilia. Dalle sue denunce, agli inizi degli anni duemila, scattò la maxinchiesta della Procura di Torre Annunziata che portò alla luce una rete europea della pedofilia. “Personaggi altolocati e di spessore”, lo minacciarono affinché la stessa inchiesta venisse infangata. Ottennero l’effetto contrario. Don Fortunato Di Noto, 58 anni, sacerdote siracusano di Avola, non si è mai fermato dinanzi ad alcuna minaccia, anche quelle più pesanti perché – dice con forza – “ogni bambino deve essere liberato!”
“Subire minacce fa parte di chi fa il bene – rincara -. In tanti ricevono minacce. Fa parte della storia, fa parte del gioco”.
Avere paura è la conseguenza naturale per chi viene minacciato…
“La paura è soprattutto per coloro i quali mi stanno vicino, chi mi sta accanto, chi vive a stretto contatto con me. Ci sono stati momenti difficili, è vero, ma si ha paura quando si è soli, quando sei abbandonato. Sta proprio lì la paura più grande”.
Il suo impegno quotidiano contro i maniaci, ha permesso di scoprire orrori su orrori, squarciando il velo su un tema così delicato, quale appunto la pedofilia e la pedopornografia. Ma chi è il pedofilo?
“E’ un soggetto comune. E’ sbagliato pensare, nel nostro immaginario, che si tratti del classico tizio che sta nei boschetti o nei giardini dove giocano i bambini. Il pedofilo è una persona che presenta dei disturbi nella sfera della sua personalità, ha dei disturbi sicuramente psichici e soprattutto è un soggetto che ha una malattia lucida. Lui sa quello che vuole, sa quello che cerca, sa che può adescare i bambini, relazionarsi con loro, creare una stabile affettività che può sfociare automaticamente nel godimento sessuale proprio perché il bambino è un oggetto erotico per le sue perversioni. Purtroppo ci sono i pedofili quelli più pericolosi, che sono sadici e sono soggetti che oltre a svolgere tutta un’attività di adescamento, compiono abusi sessuali che possono arrivare anche alla morte, il cosiddetto pedofilo sadico necrofilo, che utilizza i cadaveri dei bambini. Il dato più inquietante è che il pedofilo può essere sia maschio che femmina. In linea generale la donna dovrebbe avere una propensione protettiva materna ma a volte, più delle volte, capita che anche le donne possano essere delle pedofile e quindi che utilizzano i bambini a scopo sessuale. Poi nel campo di internet abbiamo il “cyberpedofilo”: è un individuo che trova nella rete, la possibilità di soddisfare le sue fantasie sessuali, senza contravvenire alle regole morali, che la società in cui vive gli impone. Riesce a soddisfare in maniera virtuale i propri impulsi e tutto ciò non produce altro che una maggiore devianza ed un allontanamento dalla vita reale”
Esistono diverse tipologie di pedofili che utilizzano la rete?
“C’è il collezionista armadio che conserva gelosamente le sue collezioni pedopornografiche e non è mai coinvolto in prima persona su abusi sui minori; c’è poi il collezionista isolato, che raggruppa pedopornografia, sceglie una categoria particolare ed è coinvolto direttamente nell’abuso del minore; ci sono anche i maniaci che condividono collezioni, quindi l’attività sessuale con altri e – siamo certi – non ne trae profitto. Infine c’è il collezionista commerciale che è coinvolto nello sfruttamento sessuale dei minori: produce, copia, abusa dei minori stessi e vende materiale pedopornografico con un profitto di business economico a volte strabiliante. Esistono delle vere e proprie organizzazioni pedocriminali che individuano le vittime. Finora – però – sono state pochissime le persone identificate nella pedo criminalità”.

Tra le scoperte eseguite da Don Fortunato Di Noto ci sono quelle di alcuni video che riprendono decine di bambine legate e stuprate dentro stanze di hotel da soggetti adulti e quelle di neonati torturati e di bambini nudi messi in gabbia con la bocca tappata. Ma chi si nasconde dietro a questi soggetti?
“Possono essere persone singole con un’accentuata perversione sessuale e preferenza dei bambini ma possono anche essere dei gruppi che si organizzano non soltanto per adescare i bambini ma anche per scambiare informazioni sui bambini stessi, magari incontrandoli realmente dopo un adescamento on line. Ci sono anche soggetti (a livello internazionale) che rapiscono i bambini, li sfruttano sessualmente e poi non sappiamo mai che fine fanno le vittime”.
Quanto conta la condizione familiare nella deviazione di un pedofilo?
“La risposta alla domanda richiederebbe un approfondimento di un seminario che dovrebbe durare una settimana…Noi non sappiamo quali sono le condizioni che hanno favorito una preferenza sessuale dei minori. Qualcuno dice perché sono stati abusati e quindi abusano; qualcun altro dice che è una perversione proprio sessuale determinata da traumi, non soltanto infantili ma anche di un relativismo nei rapporti con i bambini. Un relativismo storico in cui si evince che – in fondo in fondo – i bambini possono vivere relazioni sessuali perché per loro è un benessere. Non sappiamo quanto la condizione familiare incida. Probabilmente può essere la sindrome dell’assenza del padre, può anche essere che qualcuno da bambino, da minore, abbia subito traumi per la fruizione di pornografia (anche minorile) e quindi tutto questo abbia condizionato il percorso a diventare pedofilo. E’ una domanda – ripeto – così tanto vasta che certamente richiede una maggiore attenzione..”
Quali sono i segnali?
“Se li sapessimo potremmo sicuramente contrastare maggiormente l’azione del pedofilo. Il pedofilo in fondo in fondo è una persona elaborata, capace; una persona che va a fondo della questione. Un profilo forse svierebbe tanto la complessità del soggetto pedofilo, del soggetto pedopornografo. Certamente possono essere scoperti nella misura in cui il minore, la vittima, inizia a parlare, a denunciare, a raccontare. Noi non possiamo pensare che per strada individuiamo i pedofili soltanto perché magari avvicinano un bambino. Stiamo attenti a non cadere in queste esagerazioni e credo invece che questo stia contribuendo a formare una categoria criminale dei pedofili proprio perché le strategie li elaborano in maniera più efficace. Non c’è un profilo definito. Ci sono delle situazioni che sono state verificate ed approfondite quando i maniaci sono stati individuati dopo le denunce presentate”.
E cosa deve fare il bimbo vittime di “certe attenzioni”?
“Bisogna capire l’età. Qui stiamo parlando della pedofilia. Il pedofilo desidera i bambini prepuberi, al di sotto dei 13 anni. Spesso sono età così piccole che i bambini non sanno reagire, non hanno ragione di quello che sta accadendo, non hanno la contezza di quello che stanno subendo. Immaginiamo per un attimo ai neonati: come potrebbero rispondere, reagire o scappare di casa ad un abuso? I segnali possono essere interpretati ma con grande prudenza, con grande determinazione da parte di coloro i quali sono tutori. Mi riferisco ai maestri, ai docenti, al catechista, al sacerdote, ad una religiosa. Si tratta di figure che stanno a contatto con i bambini. L’aspetto più sano è che nessuno – e ribadisco nessuno – deve assurgere il ruolo di giudice. Dobbiamo essere noi stessi a fare parlare i bambini in un determinato contesto, senza suggestione alcuna. Inoltre dobbiamo stare attenti a cosa noi vogliamo fare dire, perché molte volte quel fare dire non corrisponde alla verità”.
Si può superare il trauma, dopo avere scoperto il dramma?
“Si, certo! Si può offrire un sostegno. Si tratta di un percorso lungo e delicato. Il centro di ascolto Meter ci permette di accogliere le vittime e soprattutto, pur sapendo che non è mai facile, raccogliere la vicenda dell’abuso subito. Sottolineo – dice – che non è facile per gli adulti raccontare quanto subito, figuriamoci per i bambini. E’ importante creare il contesto adatto alla loro età e costruire una relazione di fiducia, una vera e propria alleanza. A volte il gioco, è la tecnica più adatta per entrare in contatto con i bambini e con il loro mondo. L’adulto non deve avere fretta di sapere o di ricevere risposte. Bisogna rispettare i tempi dei bimbi. Qualsiasi forzatura potrebbe ulteriormente essere dannosa. Il problema è delicato. Quando i piccoli riescono a liberarsi del loro segreto, vivono questo passaggio come una liberazione. Meter ha accompagnato in questi anni tantissimi bambini, centinaia e centinaia di minori, anche persone vulnerabili e fragili. Certamente i bambini hanno bisogno di rivedere nell’adulto una figura di riferimento e non l’orco che gli ha rubato l’infanzia. Lo sforzo più grande che un educatore deve fare, è proprio quello di riconquistare la fiducia dei bambini e dimostrarsi come adulti che si prendono cura di loro e che possano aiutarli a non subire più abusi da parte di nessuno”.
Quanto influisce l’utilizzo senza sosta dei social?
“Non dobbiamo demonizzare i social, anzi dobbiamo favorirne l’utilizzo. Evidentemente i social fanno parte ormai del mondo del minore che può creare dipendenza così come può creare l’esposizione digitalizzata del corpo senza sapere dove questa digitalizzazione (foto e video) possa arrivare. Ci sono persone mai conosciute che chiedono di tutto e – dati alla mano – i bimbi entrano in un vortice di giochi erotici che a volte non permette più di uscirne, anche se possono subire ricatto. I social sono utilissimi ma bisogna avere l’idea di come utilizzarli. Bisogna utilizzarli bene, con rispetto di se e soprattutto sapere che il virtuale è sempre una vita reale e non un gioco”.
Come può e quando deve intervenire la famiglia?
“Deve intervenire sempre! La famiglia ha il dovere di proteggere i propri figli. La prevenzione, l’accudimento, la tutela, il sostegno, il dialogo, la lealtà, il percorso della sicurezza, l’uso corretto di internet e delle amicizie è un dovere dei genitori. Non si chiede la luna. I genitori hanno dei doveri e se non li esplicano e se non li applicano è un fatto grave. E’ per questo che poi ci ritroviamo tanti bambini orfani con genitori vivi..”
La scuola, che ruolo ha?
“La scuola è già così tanto appesantita, vive momenti anche difficili, ora a maggior ragione in tempo di Covid. La trasmissione dei valori, della cultura, delle nozioni per la vita già implica un cammino non secondario. Però è anche vero che la scuola può essere chiamata in causa nel momento in cui si attiveranno dei protocolli di collaborazione con i genitori e con le agenzie educative del territorio. La scuola può dare ancora degli elementi necessari, ad esempio un’educazione digitale oppure, in un patto con le famiglie, può offrire dei contributi per quanto riguarda una crescita sana, una crescita anche nel percorso della sicurezza, delle proprie relazioni affettive che devono essere gestite con prudenza e con intelligenza”.
Troppi ragazzini – raccontano le cronache – sono stati abusati da prelati…
“Capisco che è pruriginoso poter parlare solo dei prelati. Sono d’accordo che bisogna parlare, condannare. Tolleranza zero. Papa Francesco è stato molto chiaro però non dobbiamo cadere nella trappola sociale. L’abuso è abuso da qualsiasi parte provenga. Non è perché si è prelati e allora si ha più responsabilità. Perché il papà, la mamma, lo zio, non hanno una responsabilità? Un magistrato, un avvocato, un medico, un pediatra non hanno responsabilità? L’abuso è abuso e l’abuso quando accade è devastante”.
Le cifre del fenomeno pedofilia in Italia, purtroppo, sono sempre in aumento. Come si può porre un freno?
“Nella misura in cui si cercherà di dare percorsi informativi e formativi, punti di riferimento. Parlarne senza creare emulazione o eventuali situazioni di pericolo. Bisogna avere una conoscenza attenta, dando priorità a certe informazioni ritenute utili. Essendo fenomeni delicati che devastano la vita dei bambini, bisogna parlarne bene e non tutti lo possono fare”.
Segnali di allarme giungono da ogni parte del Mondo
“E bisogna fare sempre di più per sconfiggere il male. In ogni città, in ogni dove.
La società deve sapere rispondere, le istituzioni devono fare altrettanto, la chiesa può e deve fare la sua parte. Oramai esiste in ogni diocesi il servizio per la tutela dei minori. Esiste anche nella Diocesi di Piazza Armerina di cui la città di Gela fa parte. Noi come Meter siamo presenti con i nostri volontari. Cerchiamo di fornire informazioni e fare formazione. Rappresentiamo un punto di riferimento”
Si è sempre pensato, come pedofilo, ad una figura maschile. Ma esiste – come già sottolineato precedentemente – un lato femminile della pedofilia
“Il filone denunciato nel report 2020 di Meter racconta il pedomama. Si tratta delle mamme che abusano di neonati. Tenete conto che i neonati contati erano più di 2000.”
Domani si chiude la “Giornata bambini vittime della violenza, dello sfruttamento, dell’indifferenza contro la pedofilia” scattata lo scorso 25 aprile. Si tratta di un forte richiamo al fine di tutelare i minori da ogni forma di sopruso.
“E’ la dimostrazione che si può lavorare insieme, si può costruire un buon tempo, una buona cosa, una buona storia, una buona vita…”
Perché ogni bambino deve essere liberato!

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Gli scatti vip di Sonia Aloisi, “ringrazio Dio ogni istante della mia vita”

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“E’ il destino che mi ha portato a Gela e mi ha dato l’opportunità di conoscere mio marito che considero la ricompensa che Dio ha deciso per me….”

Quando fato e credenze si intrecciano, è un’esplosione di gioia. La stessa che prova tuttora la fotografa Sonia Aloisi, torinese d’origine ma gelese d’adozione.

“Da parte di mamma sono comunque siciliana,  quindi in Sicilia scendevo spesso anche da piccola per qualche mese di ferie coi nonni” – ci tiene a precisare. Il richiamo materno è indissolubile. Sempre, ad ogni latitudine.

Hai trasformato la passione in lavoro. Come e perché ti sei innamorata della fotografia?

“Penso che abbia sempre fatto parte di me. Ho foto in cui,  avevo appena 5-6 anni, portavo la macchina fotografica al collo, di quelle con le immagini prestampate all’interno. C’è differenza tra fare il fotografo ed essere un fotografo: io penso di esserlo sempre stata anche quando non sapevo cosa fosse la tecnica. Mi ha sempre affascinato il fatto che l’unica cosa che blocca il tempo, che tiene vivo il ricordo,  sia proprio una foto, è l’unica cosa che resta di un ricordo, di un luogo, di una persona cara”.

Hai conseguito la laurea triennale in psicologia ma alla fine hai deciso di non percorrere questa strada. Perché?

“In realtà il mio unico vero grande sogno era diventare medico, ma per una serie di circostanze familiari non mi è stato possibile e questo rimarrà per sempre il mio unico rimpianto. Essendo molto brava a scuola ho optato per un altro indirizzo consono al mio diploma. Adesso invece mi sono iscritta nuovamente all’università scegliendo scienze della comunicazione con indirizzo digital marketing…una grande sfida per me perché incastrare lavoro, famiglia e studio non è semplice. Ma la forza di volontà tutto puo!”

Qual è il tuo stile di foto?

“Non amo classificare o collocare le foto in uno schema, perché ogni storia da raccontare ha dei parametri diversi. Amo alternare delle foto composte e studiate a foto più spontanee. Oggi va molto di moda parlare di “reportage” ma in Italia è impossibile realizzarlo perché siamo legati alle tradizioni, abbiamo un modo diverso di concepire la fotografia, che non è né meglio né peggio, semplicemente diverso. La foto è un linguaggio:  parla, emoziona, analizza e racconta del soggetto ma anche tanto di chi la scatta. Ecco perché non amo rilegare le mie foto all’interno di uno standard, perché per me l’unica cosa che conta è che raccontino una storia. Anzi la storia di chi si è affidato a me”.

I tuoi scatti piacciono e la dimostrazione, negli anni, è arrivata dalle grandi riviste italiane che si occupano prevalentemente di moda. Quando ti hanno contattata, cosa hai pensato?

“Che erano pazzi!  Scherzi a parte, penso che abbia colpito l’idea originale, un po’ fuori dagli schemi. Sicuramente è stata una bella dose di autostima e di soddisfazione”.

Non solo riviste, ma anche set cinematografici, tra cui “Thid Person” di Paul Haggis e il “Tredicesimo apostolo”. Che esperienze sono state e come si sono intrecciate le vostre vite?

“Meravigliose! Conoscere il premio Oscar Liam Neeson è stato un sogno. Ero andata con la scuola a vedere al cinema “Schindler list”, e dopo un po’ di anni proprio lui era davanti a me e alla mia macchina fotografica. Ed è stata la conferma di come persone così grandi e talentuose fossero così umili e semplici. Le esperienze romane anche con Claudio Gioe’ e Claudia Pandolfi le porterò sempre nel cuore, vedere e soprattutto partecipare a quelle fiction è stato un grande insegnamento, tecnico e umano”.

Entusiasmante l’esperienza provata al festival di Sanremo nel 2015, al fianco di Emma Marrone, di cui hai curato l’immagine del dietro le quinte?

“Emma mi è sempre piaciuta moltissimo, per il suo carattere, le sue idee, le sue battaglie sociali, soprattutto dopo essere stata operata per la terza volta di cancro. Essere al suo fianco in un posto sacro per la musica come l’Ariston è stato inebriante. Non si può capire che macchina perfetta ma isterica sia il dietro le quinte di uno spettacolo così importante… migliaia di persone che lavorano come soldati, nessuno può sbagliare o tardare anche solo di un minuto”.

Hai lavorato anche per Gianni Sperti,  per Alessandra Amoroso e Paolo Bonolis. In particolare, di cosa ti sei occupata?

“Per Bonolis il lavoro è stato continuativo, per quattro anni sono stata la fotografa della linea di abbigliamento di sua figlia Adele e di sua moglie Sonia, persona meravigliosa con la quale ancora oggi ho un bellissimo rapporto. Gianni invece mi contatto’ direttamente, dopo avere visto alcune delle foto che avevo scattato, tramite la sua truccatrice, amica mia ma anche di Alessandra Amoroso. In particolar modo era rimasto colpito dalla post produzione delle mie foto e voleva realizzare un servizio fotografico esterno che seguisse quella linea, non posato in studio.  In meno di due giorni organizzammo tutto e partii per Roma. Per Alessandra invece mi sono occupata di realizzare il servizio fotografico all’Arena di Verona, altro tempio sacro per la musica. Ricordo che quando vidi da dietro le quinte 20 mila persone, scoppiai a piangere dall’emozione, perché se apparentemente tutto può sembrare facile, dietro c’è sempre tanto studio, costanza e soprattutto testardaggine”.

Eri stata anche contattata per immortalare Eros Ramazzotti durante i suoi concerti, ma un gravissimo lutto non te lo ha permesso

“Anche Eros mi contatto’ direttamente, ancora conservo le nostre conversazioni, e ancora ci scriviamo di tanto in tanto. Dovevo andare all’Olimpico di Roma, ma un paio di giorni prima mori’ mio padre e l’accordo salto’. O meglio è stato semplicemente posticipato ad altra occasione, che sono certa arriverà. E da lassù, papà ne sarà contento…”

Accennavamo alla famiglia…Cosa rappresenta per te?

“Tutto! È il mio punto fermo, è la mia radice, è l’unico posto in cui torno sempre. Non esiste lavoro, successo, soldi che valgano o abbiano importanza se non hai accanto chi ami.  Perché tutto passa, i periodi buoni e brutti si alternano, la gente intorno è solo di passaggio o approfitta del “momento di gloria”, o giudica pensando di conoscerti . Forse all’apparenza non sembra perché il mio lavoro mi porta ad avere migliaia di conoscenze, e per natura sono una persona molto socievole, ma in questo sono molto selettiva: non permetto a tutti di entrare nei miei spazi privati, mi apro solo con chi decido io, e le mie vere amicizie sono sempre le stesse da 20 anni a questa parte. Niente e nessuno può distrarmi dall’amore che ho per mio marito e per quei pochi veri amici che ho e che considero una seconda famiglia”.

I tuoi cari hanno sempre sposato le tue idee per il lavoro che fai?

“Si. Sempre. Perché conoscendomi davvero sanno perfettamente che se mi metto in testa una cosa è solo questione di tempo ma ci riuscirò’ . Sanno che ho un ottimo intuito e sono talmente testarda che se decido di ottenere qualcosa, studio finché non ci sarò riuscita. Sono sempre stata così, ho sempre bisogno di tenere il cervello in movimento e appena ottengo un risultato professionale ne ho già adocchiato un altro.  Oramai sono rassegnati”.

Nella vita privata, chi è Sonia Aloisi?

“Una persona completamente diversa da ciò che sembra. Sono sempre allegra ma molto spesso introspettiva e malinconica, ho momenti in cui voglio stare sola e in silenzio per i fatti miei. Sono molto altruista ed empatica, troppo sensibile (e ho capito negli anni che forse è più un difetto che un pregio). Alle persone che amo do tutta me stessa, ma pretendo altrettanto. Nonostante il mio lavoro imponga altro, odio la tecnologia, o meglio non sopporto più l’abuso che se ne fa. Ha sostituto per molti la vita reale: io sono rimasta ancorata al bigliettino scritto carta e penna, a quattro chiacchiere faccia a faccia, agli abbracci e ai baci con chi amo. La tecnologia avrebbe dovuto migliorarla la vita, non sostituirla”.

Tornando indietro nel tempo, cosa non rifaresti?

“Non sono quel tipo di persona che rinnega nulla, manco gli sbagli”.

Deduco che sei fortemente credente in Dio

“Si, ma ho imparato negli anni ad avere un dialogo con Lui. E la mia fede si è rafforzata quando cercavo risposte ad eventi difficili da superare che stranamente anziché allontanarmi mi hanno avvicinato e aiutato a sopportare e superare grandi dolori e dispiaceri. Io ogni giorno gli dico grazie per aver messo sul mio cammino mio marito, per avermi fatto superare problemi di salute e soprattutto ringrazio sempre perché non voglio nulla di più, nulla di meno di ciò che ho già”.

Ultimamente, attraverso le colonne di questo giornale, hai voluto esprimere il tuo personale sentimento di cordoglio per il dottor Alfio Garotto, scomparso a seguito di un incidente stradale. Chi è stato per te il noto medico chirurgo e divulgatore, già Direttore del Reparto di Chirurgia Generale e di Chirurgia Metabolica dell’Istituto Ortopedico del Mezzogiorno di Italia di Messina?

“Ancora adesso stento a credere che sia successa davvero questa tragedia. Mi sembra impossibile che davvero non ci sia più una persona come lui. È stato un fulmine a ciel sereno. Io sono sempre stata magra, poi tanti anni fa ho subito un incidente alla gamba che mi ha costretto alla paralisi e ad oltre un anno di ricovero in clinica. Li il mio metabolismo si è bloccato, inceppato. Negli anni a seguire, nonostante non avessi un’alimentazione scorretta, ho iniziato a prendere chili su chili. Nonostante la dieta, non riuscivo a dimagrire… A 122 chili, capii che non potevo andare avanti così. Fu a quel punto che una mia amica mi trascinò a forza alla sua prima visita, che fu scioccante. Tutti siamo abituati a medici frettolosi, che parlano forbito, che non ti guardano mai in faccia, che considerano i pazienti dei numeri. Lui invece era l’opposto: parlava solo in dialetto con tutti, spiegava il metabolismo tra una battuta e una risata, faceva sembrare tutto facile. Mi operó da lì a pochi mesi, “un intervento da manuale e una paziente con decorso perfetto” così mi defini’. Diventammo amici, sapeva che a differenza di molti che provano quasi vergogna a parlare di un intervento subito, io avevo scelto la strada della verità, raccontando a tutti del mio percorso, anche perché potevo essere d’aiuto ad altri. Sapeva che avevo molte persone che mi seguivano e così organizzammo anche delle dirette Instagram per parlare a tutti del mini bypass gastrico. Lui aveva qualcosa di soprannaturale, un carisma unico, un linguaggio per tutti. La sua morte è sicuramente una perdita immensa, perché medici e uomini come lui sono davvero doni di Dio. E mi dispiace per tutti quelli che non potranno più aver la fortuna di conoscerlo”.

Chi è stato per te il compianto Luca Agati, vittima del Covid?

“Questa è una ferita ancora più dolorosa. Poco prima che ricoverassero Luca, in una bruttissima situazione c’ero io… Questo pensiero mi ha divorato per mesi. E la sua situazione familiare e lavorativa,  molto simile alla mia, mi ha resa più sensibile al dolore di sua moglie. Inoltre, vivere questo dispiacere durante la stagione lavorativa è stato uno strazio, perché dovevamo fingere allegria davanti alle coppie quando dentro di noi avevamo solo lacrime. È stato brutto rendersi anche conto che nel nostro lavoro, qualsiasi cosa accada, non ci si può fermare perché sostanzialmente ciò che abbiamo dentro non interessa. Noi siamo gli “addetti ai lavori” e quindi si va avanti. Comunque. Angelica pochi giorni dopo era già al lavoro, non ha avuto neanche il tempo di piangere il suo dolore. Tutto proseguiva normalmente, vorticosamente, un matrimonio dietro l’altro, evento dopo evento. Chi era Luca nel lavoro lo sanno tutti, e spero vivamente che non sarà mai dimenticato,  perché ha fatto davvero tanto per accontentare i suoi clienti e ha fatto tanto per la comunità gelese”.

E’ un vantaggio nell’attività che svolgi, essere una donna?

“Ho sempre pensato di sì. Perché una donna ha una innata sensibilità, un gusto estetico differente. Fondamentalmente io ho a che fare con le spose ed essere una donna ti pone sullo stesso livello empatico di chi hai di fronte, si ha più facilità ad entrare in confidenza. Non so perché la fotografia è sempre stato un settore maschile, ma sicuramente ho aperto la strada a un nuovo punto di vista, appunto quello femminile”.

Chi o cosa vorresti fotografare e perché?

“Avrei tanto voluto fotografare mio nonno, la persona più importante della mia vita, ma purtroppo non ne ho avuto il tempo. Quando ero ragazzina, non esistevano cellulari o iPad, le foto che ho sono tutte da rullino. Quindi non si sprecavano. Si aspettava la scampagnata, i vestiti a festa per scattare, si stampavano e si attaccavano negli album, che ora conservo come gioielli. Un valore totalmente diverso dal presente. Ora invece si scatta di continuo ma inutilmente, perché per la frenesia di non perdere nulla non si guarda più con gli occhi, non si stampa più e i veri ricordi andranno persi. Per sempre”.

Primo premio internazionale “Contest Winter”. Di cosa si tratta?

“Di un concorso a cui si inviano delle foto di matrimonio e una giuria internazionale esprime dei giudizi tecnici e assegna dei voti. È così che mi è stato assegnato il secondo posto nel 2019 e il primo posto nel 2020. Penso di rimettere a giudizio le mie foto quest’anno, purtroppo con la pandemia un po’ tutto è rallentato”.

Qual è stato il complimento più bello che hai ricevuto per il lavoro che svolgi?

“Quando mi sento dire che riconoscono le mie foto ancora prima di leggere chi le ha pubblicate. Lo considero un gran complimento perché vuol dire che ho un’identità, uno stile personale, che può piacere o no. Ma è il mio”.

L’emozione più grande che hai vissuto?

“Avere incontrato Papa Francesco. Ho pianto talmente tanto da non riuscire neanche a formulare una parola di senso compiuto al suo cospetto. Non dimenticherò mai quel giorno”.

In tutti i settori lavorativi, c’è sempre qualche critica dietro l’angolo. Ne hai ricevute?

“Penso di poter scrivere un libro su ciò che sento dire su di me, cose che a volte manco io so di me stessa…Da dove inizio? Si dice io sia antipatica, troppo esigente, troppo cara, che vestivo male quando ero in carne ma che ora pubblico troppi selfie perché sono tornata magra..potrei andare avanti per un bel po’…ma mi fermo qui per non tediare”.

Ti hanno mai chiesto di fotografare scene… osé?

“Mi manca solo questo… (ride) No no,  nessuna richiesta hot, ne a me ne a mio marito”

Qual è stata la richiesta più strana che hai ricevuto?

“Di sostituire in una foto già pronta, la presenza di una donna, inserendo con l’utilizzo di Photoshop una pianta al suo posto…La richiesta è giunta direttamente dal suo ex compagno”.

Soddisfatta della sindacatura Greco?

“Non sono in grado di dare un’opinione, sono troppo stufa di sentire tante promesse durante la campagna elettorale e di vedere poi Gela sempre nello stesso stato da 20 anni. Mi hanno stufato tutti!  Non credo esistano politici a cui interessi davvero il bene comune, forse idealmente si inizia così. Poi gli interessi personali prendono il sopravvento…”

Cosa ha bisogno Gela per emergere?

“Tutto! Gela ha vantaggi naturali come la posizione geografica, il mare e le spiagge, la sua storia, il cibo. Ma sono risorse trascurate. In qualsiasi altro posto al mondo,  creano turismo senza aver nulla, qui c’è tutto e non si fa niente. Ma io non do la colpa solo ai politici.  I primi a sbagliare e a degradare questa città siamo noi cittadini: gettiamo carta ovunque, imbrattiamo muri, sradichiamo panchine e docce pubbliche, parcheggiamo in terza fila, non facciamo nulla per mantenere decoro nel luogo in cui viviamo”

Se dovessi fotografare un angolo della nostra città, su cosa punteresti e per quale motivo?

“Vico Santa Lucia. È un angolo che adoro, perché dà esattamente il senso di come dovrebbe essere tutta la città. L’impegno e la volontà dei commercianti del vicolo lo ha reso un fiore all’occhiello, tutti di comune accordo lo mantengono pulito, colorato, coi fiori e con addobbi e decorazioni. Hanno insistito e resistito visto che all’inizio venivano distrutte anche le piantine di un euro. Ciò vuol dire che se tutti volessimo,  Gela diventerebbe bellissima…”

Il primo vero scatto l’ho sempre fatto col cuore. Poi con l’obiettivo”….è sempre attuale il tuo mantra?

“Assolutamente si. E non cambierà mai. Il giorno in cui non scatterò più col cuore, lascerò la macchina fotografica e farò altro”

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Ipse Dixit

Il mondo incantato di Alberto Ferro, nella magia della musica

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Pochi giorni addietro, ha deliziato la platea del teatro comunale Eschilo in una performance coinvolgente. Gli applausi scroscianti e sinceri lo hanno emozionato. Perché – è risaputo – quando un gelese perbene ritorna nella propria città d’origine, è accolto come una star. Alberto Ferro, prossimo ai 27 anni, è un ragazzo schivo, umile e senza fronzoli per la testa. Innamorato della propria famiglia (papà Giovanni e mamma Marisa) e della sua terra, in ogni concerto dà il meglio di sé, riscuotendo innumerevoli consensi, abbondantemente meritati. Chi lo ascolta, entra in un mondo incantato, assoluto protagonista di un viaggio senza fermate, accompagnato solo dalle note. E dalla magia. Il suo nome circola da parecchi anni nel firmamento internazionale della musica colta: dal Copenaghen Summer Festival alle Settimane Musicali di Ascona in Svizzera; dal Kissinger Sommer al Brussels Piano Festival; dal teatro La Fenice di Venezia al Museo d’arte di Tel Aviv, solo per citarne alcune, è stato un crescendo di entusiasmo. Ha lavorato, tra gli altri, con i più grandi direttori d’orchestra: Arvo Volmer, Christian Zacharias, Paul Meyer e Marco Parisotto. Sempre accanto a quello che lui stesso definisce il “suo interlocutore diretto”: il pianoforte.

Come vengono scelti ed elaborati i brani che proponi al pubblico?

“Generalmente, scelgo composizioni stilisticamente diverse, prediligendo in particolare la scelta di una sonata classica, almeno una composizione romantica e una moderna, a volte anche qualche trascrizione”.

Cosa ti lega alla musica colta?

“Tutto, la mia vita si svolge intorno alla musica e al pianoforte. Grazie alla musica sto maturando esperienze, esplorando il mondo, conoscendo tanta gente. Ho scelto di vivere con la musica perché essa è il miglior modo per esprimere le mie emozioni e le mie sensazioni. Penso che la musica colta sia il genere artistico più formativo nell’educazione umana, perché permette di studiare e approfondire il periodo storico del compositore e ciò che il compositore stesso voleva trasmettere. Inoltre la musica colta fa avvicinare l’uomo alla natura”.

Custode del diploma accademico di secondo livello con il massimo dei voti e la lode, conseguita all’istituto Superiore di Studi Musicali “Vincenzo Bellini” di Catania, hai frequentato numerosi corsi di perfezionamento con pianisti di grosso calibro quali Richard Goode, Vladimir Ashkenazy e Dina Yoffe. Perché hai scelto proprio il pianoforte tra un’infinità di strumenti musicali?

“Mia madre si è diplomata in pianoforte, quindi ho avuto da sempre un approccio naturale allo studio. Attraverso il pianoforte posso manifestare una varietà di stati d’animo e sfumature”.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la strada intrapresa era quella giusta?

“Quando vinsi il Secondo Premio al Concorso Busoni di Bolzano nel 2015. È stato un importantissimo trampolino di lancio che mi ha fatto intraprendere una carriera internazionale”.

Ci sono stati passaggi in cui hai pensato di mollare tutto?

“Soltanto da bambino ho avuto qualche volta dei momenti di demotivazione, ma attraverso lo stimolo dei miei genitori e grazie alla guida del mio maestro sono riuscito a superare questi momenti, che penso abbiano avuto in molti”.

Qual è il brano a cui sei più affezionato e perché?

“Il Concerto n. 2 di Bartók. Mi piace tantissimo la varietà tecnica e tematica all’interno di questo concerto. Sono presenti tanti episodi resi particolari da elementi ritmici e percussivi nel primo movimento, da atmosfere estatiche e sonorità fredde nel secondo. Infine nel terzo movimento predominano temi popolari ungheresi e filastrocche”.

C’è un concerto a cui sei particolarmente legato?

“Il mio recital alla Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale di Roma del 5 marzo del 2017. Il concerto è stato trasmesso in diretta su Rai Radio 3 e attraverso i collegamenti Euroradio in molti paesi d’Europa. Cinque minuti prima di iniziare è arrivato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per assistere al mio concerto ed è stato ancora più emozionante esibirmi davanti a lui. Quando ho finito di suonare, si è alzato ed è venuto a complimentarsi, ringraziandomi per il concerto che avevo donato a lui e al pubblico”.

Non dirmi che in auto con la moglie Erika ascoltate Beethoven, Scriabin, Fauré…

“In realtà (ride) io e mia moglie ci spostiamo sempre con i mezzi pubblici, che funzionano molto bene a Palermo, dove viviamo…”

Con chi in tutti questi anni hai intessuto vere amicizie in ambito musicale?

“Vere amicizie sinceramente con nessuno. In generale conoscenze varie con altri strumentisti e direttori d’orchestra. Sono in ottimi rapporti anche con i miei colleghi di conservatorio a Palermo”.

Con chi ti piacerebbe suonare?

“Con i Berliner Philharmoniker”.

Perché un gelese riesce ad esplodere e ad affermarsi solo quando mette piede fuori dalla propria città?

“Perché purtroppo questa città può dare ben poco ai giovani. Sulla formazione scolastica non ci sono aspetti negativi; io personalmente mi vanto di aver studiato al Liceo Classico “Eschilo”, che penso sia uno dei licei più importanti in Italia. Il problema è che non ci sono sedi distaccate di Università statali, Conservatori, Accademie di Belle Arti. Certamente se Gela fosse provincia, le cose potrebbero cambiare in meglio. Pertanto, il gelese dopo gli studi scolastici è quasi costretto ad emigrare per specializzarsi e lavorare altrove”.

Qualcuno, in ambito locale, ti ha chiesto di entrare in politica?

“Fortunatamente nessuno!”

Il tuo auspicio per l’anno che è appena cominciato?

“Mi auguro di continuare a tenere concerti in tutto il mondo, con l’obiettivo di condividere la mia passione per la musica con il pubblico che mi segue”.

Il consiglio che rivolgi ai giovani della tua età?

“Ai miei coetanei consiglio di avere coraggio, di studiare tanto e di avere sempre fiducia in se stessi”.

Cosa dicono di Gela i tanti che incontri nei tuoi numerosi spostamenti in giro per l’Europa?

“In Europa Gela non è abbastanza conosciuta. Chi la conosce mi dice che a Gela c’è il mare più bello della Sicilia, e io confermo al 100%!”

Come te la immagini Gela nel prossimo futuro?

“Me la immagino più pulita, più ricca di cultura e più stabile dal punto di vista lavorativo. Ma forse io vivo di sogni…”

Ah proposito: il tuo sogno ricorrente?

“Debuttare alla Filarmonica di Berlino, alla Carnegie Hall di New York e al Teatro alla Scala di Milano”.

Mi auguro che nella tua vita frenetica in ambito musicale, possa trovare spazio e tempo per concentrarti sulla lettura. L’ultimo libro che hai letto?

“La musica è un tutto. Etica ed estetica” di Daniel Barenboim”.

Quasi fisiologico, aggiungiamo…

Invece in cucina sei una buona forchetta? “Sì, da sempre. Mangio di tutto!”

E il tuo piatto preferito?

“Le lasagne alla bolognese”.

Hai vinto numerosi premi in concorsi nazionali ed internazionali. Ricordiamo il 1’ premio a Venezia nel 2015, il 6’ premio e il premio del pubblico al “Regina Elisabetta di Bruxelles” nel 2016, il premio come finalista e il premio Children’s Corner al “Clara Haskil” di Vevev e il 1’ premio e il premio del pubblico al “Telekom – Beethoven” di Bonn. Nel 2016 e nel 2017, hai ricevuto la medaglia della Camera dei Deputati, quale riconoscimento per il tuo talento artistico e per i successi ottenuti. Per tutto questo e per tutto quello che avverrà nel prossimo futuro, c’è un grazie che vuoi estendere?

“Si! A mia moglie, ai miei genitori e al mio maestro Epifanio Comis che mi sostengono sempre”.

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Ipse Dixit

Il giornalismo tra la gente, Salvo Sottile si racconta

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Il suo nome è anche sull’enciclopedia on line della Treccani, così come i grandi giornalisti e conduttori televisivi di primo piano. Un posto meritato sul campo dopo tanti anni di intensa e dura gavetta. Nel periodo in cui ha cominciato, Salvo Sottile, ha letteralmente consumato le suole delle scarpe per accaparrarsi una notizia, indagando anche nel sottobosco della propria realtà territoriale. E non solo. Si incontravano persone, si verificavano le situazioni. In occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Francesco lo ha sottolineato più volte: “la crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada…” Purtroppo è l’amara realtà dei giorni nostri.

Partiamo proprio dai tempi che furono.

Hai cominciato la tua brillante carriera quando avevi appena 16 anni. Cosa ti ha spinto ad intraprendere quella che poi sarebbe stata la tua professione?

“La possibilità di poter portare, mano nella mano, i telespettatori nei luoghi che vedevo e di far conoscere, attraverso una telecamera, le persone che incontravo”.

Era il 1989 quando hai cominciato a muovere i primi passi con La Sicilia e con Telecolor Video 3. Cosa ricordi di quel periodo?

“Che guadagnavo 100 mila lire al mese. Facevo tutto, dalle fotocopie all’accoglienza ospiti. Ma sopratutto guardavo i colleghi più grandi e cercavo di imparare o di “rubare” con gli occhi”.

Possiamo definirti un figlio d’arte? Cosa ti ha insegnato tuo padre Giuseppe, già capocronista del Giornale di Sicilia?

“Mi ha insegnato il rigore e la disciplina insieme alla curiosità. Senza la curiosità non avrei potuto fare il mio mestiere”.

A livello nazionale, la gente ha cominciato a conoscerti su Canale 5. Per l’allora telegiornale diretto da Enrico Mentana, avevi la mansione di “informatore” dalla Sicilia, soprattutto in tema di cronaca nera. Com’è nata la collaborazione?

“Facevo dei servizi per Telecolor e uno di quei servizi finì a Roma in mezzo a tanti altri provenienti dalla Sicilia. A Mediaset rimasero colpiti dalla mia voce e mi offrirono un ruolo di informatore”.

La tua corrispondenza del 19 luglio del 1992, in via D’Amelio, a Palermo, teatro dell’assassinio del giudice Borsellino e degli agenti di scorta, rimane tuttora un “pezzo” di alto giornalismo per come la strage mafiosa è stata raccontata. Cosa hai provato in quella circostanza?

“Paura, smarrimento. Molti di quei ragazzi della scorta li avevo conosciuti di persona. Fare una diretta lunga una notte assieme a Mentana mi costrinse a crescere in fretta. Avevo 18 anni, dovevo sembrare più grande della mia età e mi trovai a raccontare da “palermitano” una tragedia che aveva colpito la mia città”.

Un giornalista è un uomo e come tale prova delle sensazioni/emozioni che difficilmente farà trasparire dinnanzi ad una telecamera o nella realizzazione di un articolo di giornale. E’ stato così anche per te in quel funesto pomeriggio di trent’anni fa?

“Questo l’ho imparato col tempo. Essendo sensibile e molto passionale all’inizio facevo fatica, l’esperienza ti aiuta a schermarti davanti al dolore e alle tragedie”.

La mafia aveva alzato il tiro, la Sicilia perdeva due uomini di altissimo valore. A distanza di anni, credi che la strada tracciata da Falcone e Borsellino sia stata percorsa da chi è deputato a combattere la criminalità?

“Credo di sì, anche se oggi di mafia non si parla più, anzi sembra che la mafia non esista più. Invece esiste solo che ha cambiato strategia: ora si è inabissata, non fa rumore, illude tutti che sia stata sconfitta”.

Quando riusciremo ad eliminare del tutto l’equazione Sicilia=mafia?

“È’ già così, chi arriva in Sicilia si rende subito conto che la nostra isola non è luogo di cui avere paura ma una certa “cultura” , un certo modo di pensare, purtroppo, è’ ancora radicato, retaggi del passato”.

Torniamo alla tua brillante carriera che include anche le mansioni di corrispondente di guerra durante il conflitto in Afghanistan e la cronaca dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle. Non solo Tg5, ma collaborazione anche con la Rai ed in particolar modo con il Tg1 e il Tg3. Quali le differenze sostanziali che hai notato tra il servizio pubblico e quello privato?

“Sono due aziende diverse. Mediaset nel periodo in cui ho lavorato con loro era un’azienda agile e mi ha permesso di imparare un mestiere e di farmi crescere. La Rai e’ la tv di stato e anche se talvolta tutto è’ più lento, è un traguardo per chiunque voglia fare il mio mestiere”.

Abbiamo letto la tua firma anche per i settimanali Epoca e Panorama e per il quotidiano Il Tempo. Ti manca il contatto con la carta stampata?

“A volte si ma purtroppo i giornali sono destinati a sparire, si comprano sempre meno. Ormai sappiamo tutto attraverso i cellulari”.

Hai lavorato come corrispondente dalla Sicilia anche per Rds e Rtl 102.5 e hai scritto tre romanzi. Se ad un esordiente nel campo giornalistico dovessi illustrare le differenze tra TV, radio e giornale, cosa diresti?

“Sono tre ambiti diversi. In radio devi sostituire le immagini coi suoni, sui giornali devi essere l’occhio del lettore, sulla tv devi sapere raccontare per immagini”.

Parlaci delle tue esperienze su Sky TG24. Non solo conduzione del tg ma anche il format mattutino “Doppio Espresso” e il settimanale di approfondimento “La scatola nera”

“È’ stata una bella esperienza. Ho condotto io il primo telegiornale su Sky”.

Possiamo dire che la conduzione di Quarto Grado su Rete 4 (record assoluto nel 2010 con 18,33 di share con 4 milioni e 665 mila telespettatori) ti ha dato un’enorme popolarità?

“Certo, enorme!”

Qual’è stato il caso di cronaca che durante Quarto Grado ti ha particolarmente colpito e perché?

“L’omicidio di Melania Rea, una donna uccisa dal marito, un militare, Salvatore Parolisi. Lui si era sembra proclamato innocente ma quando lo ospitai in studio, ebbi la sensazione che volesse confessarmi il delitto. Non lo fece alla fine ma nei suoi occhi lessi la voglia di togliersi un peso”.

Sempre a proposito di Quarto Grado, in tanti sottolineano che i processi si svolgono in un’aula di tribunale e non dinnanzi alle telecamere perché ciò potrebbe compromettere il lineare svolgimento dello stesso.

“Che mai la tv si deve sostituire al tribunale. La tv deve raccontare storie. I processi si fanno da altre parti e chi fa un mestiere come il nostro deve pensare principalmente alle vittime”.

Ti abbiamo visto anche a Ballando con le stelle nelle vesti di concorrente. Come ti sei trovato?

“È’ stato puro divertimento. Amo le sfide e amo mettermi in gioco. Avevo una maestra tosta che mi faceva allenare 6 ore al giorno”.

Cosa ti hanno lasciato le conduzioni di”Estate in diretta” con Eleonora Daniele e “Domenica In” con Paola Perego?

“Sono due grandi professioniste e con tutte le donne con cui ho lavorato mi sono divertito molto”.

Mi manda Raitre” possiamo definirlo un vero e proprio format di denuncia?

“Si, un programma di servizio pubblico. Aiutare i cittadini a risolvere dei problemi era qualcosa che mi faceva sentire utile”.

Come ti spieghi la decisione assunta dal direttore di rete, Franco Di Mare, di rimuoverti dalla conduzione dopo quattro stagioni consecutive in cui “Mi manda Raitre” andava per la maggiore?

“Invidia personale. Di Mare è’ stato il peggiore direttore di Raitre, umanamente una delusione. Mi ha tolto un programma al massimo del successo solo per ripicca e senza mai incontrarmi o spiegarmi le motivazioni. Ora vedo che si trova al centro di una brutta storia di molestie tirata fuori da Striscia la notizia, e a uno che tocca il fondoschiena di una collega in tv e dice che è uno scherzo, cosa vuoi dire? Provi solo umana pietà”.

Perché è stato deciso di non mandare più in onda le tue conduzioni, già registrate, di Palestre di vita su Rai tre?

“Non ne ho idea, per ripicca credo”.

Hai esplorato l’universo notturno in tutte le sue sfaccettature attraverso la conduzione del programma “Prima dell’alba”. Che esperienza è stata?

“Incredibile! Raccontare la notte e i lavori notturni era un mio pallino. Programma bellissimo ma faticoso, non ho dormito per settimane ma mi sono divertito molto ed e’ stato un grande successo”.

Da due anni, assieme ad Anna Falchi, conduci i “Fatti Vostri” su Rai 2, lo storico programma ideato da Michele Guardì e Giovanna Flora.

“I Fatti Vostri e’ un vestito che ho cercato di cucirmi addosso. Con Michele e Giovanna c’è un rapporto di grande stima e di amicizia ed e’ anche quella una grande palestra. Il programma mi stupisce perché ogni giorno racconti una storia diversa e ti affezioni a tutte”.

Ti piace l’imitazione che fa di te il tuo compaesano Sergio Friscia?

“Molto ma anche quella di Fiorello. Non mi prendo mai troppo sul serio”.

Che Sicilia immagini nel prossimo futuro? “Un posto dove godermi la pensione”.

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