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Ipse Dixit

Il prete cacciatore di maniaci in rete, “ogni bambino deve essere liberato!”

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Sono quasi 25 anni che assieme alla Polizia Postale ha iniziato una costante attività di contrasto allo sfruttamento sessuale minorile e alla diffusione di materiale pedopornografico su Internet. Tutela dell’infanzia in Italia e nel Mondo, nel 1996 ha fondato l’associazione “Meter”. Una vera e propria battaglia quotidiana contro la pedofilia. Dalle sue denunce, agli inizi degli anni duemila, scattò la maxinchiesta della Procura di Torre Annunziata che portò alla luce una rete europea della pedofilia. “Personaggi altolocati e di spessore”, lo minacciarono affinché la stessa inchiesta venisse infangata. Ottennero l’effetto contrario. Don Fortunato Di Noto, 58 anni, sacerdote siracusano di Avola, non si è mai fermato dinanzi ad alcuna minaccia, anche quelle più pesanti perché – dice con forza – “ogni bambino deve essere liberato!”
“Subire minacce fa parte di chi fa il bene – rincara -. In tanti ricevono minacce. Fa parte della storia, fa parte del gioco”.
Avere paura è la conseguenza naturale per chi viene minacciato…
“La paura è soprattutto per coloro i quali mi stanno vicino, chi mi sta accanto, chi vive a stretto contatto con me. Ci sono stati momenti difficili, è vero, ma si ha paura quando si è soli, quando sei abbandonato. Sta proprio lì la paura più grande”.
Il suo impegno quotidiano contro i maniaci, ha permesso di scoprire orrori su orrori, squarciando il velo su un tema così delicato, quale appunto la pedofilia e la pedopornografia. Ma chi è il pedofilo?
“E’ un soggetto comune. E’ sbagliato pensare, nel nostro immaginario, che si tratti del classico tizio che sta nei boschetti o nei giardini dove giocano i bambini. Il pedofilo è una persona che presenta dei disturbi nella sfera della sua personalità, ha dei disturbi sicuramente psichici e soprattutto è un soggetto che ha una malattia lucida. Lui sa quello che vuole, sa quello che cerca, sa che può adescare i bambini, relazionarsi con loro, creare una stabile affettività che può sfociare automaticamente nel godimento sessuale proprio perché il bambino è un oggetto erotico per le sue perversioni. Purtroppo ci sono i pedofili quelli più pericolosi, che sono sadici e sono soggetti che oltre a svolgere tutta un’attività di adescamento, compiono abusi sessuali che possono arrivare anche alla morte, il cosiddetto pedofilo sadico necrofilo, che utilizza i cadaveri dei bambini. Il dato più inquietante è che il pedofilo può essere sia maschio che femmina. In linea generale la donna dovrebbe avere una propensione protettiva materna ma a volte, più delle volte, capita che anche le donne possano essere delle pedofile e quindi che utilizzano i bambini a scopo sessuale. Poi nel campo di internet abbiamo il “cyberpedofilo”: è un individuo che trova nella rete, la possibilità di soddisfare le sue fantasie sessuali, senza contravvenire alle regole morali, che la società in cui vive gli impone. Riesce a soddisfare in maniera virtuale i propri impulsi e tutto ciò non produce altro che una maggiore devianza ed un allontanamento dalla vita reale”
Esistono diverse tipologie di pedofili che utilizzano la rete?
“C’è il collezionista armadio che conserva gelosamente le sue collezioni pedopornografiche e non è mai coinvolto in prima persona su abusi sui minori; c’è poi il collezionista isolato, che raggruppa pedopornografia, sceglie una categoria particolare ed è coinvolto direttamente nell’abuso del minore; ci sono anche i maniaci che condividono collezioni, quindi l’attività sessuale con altri e – siamo certi – non ne trae profitto. Infine c’è il collezionista commerciale che è coinvolto nello sfruttamento sessuale dei minori: produce, copia, abusa dei minori stessi e vende materiale pedopornografico con un profitto di business economico a volte strabiliante. Esistono delle vere e proprie organizzazioni pedocriminali che individuano le vittime. Finora – però – sono state pochissime le persone identificate nella pedo criminalità”.

Tra le scoperte eseguite da Don Fortunato Di Noto ci sono quelle di alcuni video che riprendono decine di bambine legate e stuprate dentro stanze di hotel da soggetti adulti e quelle di neonati torturati e di bambini nudi messi in gabbia con la bocca tappata. Ma chi si nasconde dietro a questi soggetti?
“Possono essere persone singole con un’accentuata perversione sessuale e preferenza dei bambini ma possono anche essere dei gruppi che si organizzano non soltanto per adescare i bambini ma anche per scambiare informazioni sui bambini stessi, magari incontrandoli realmente dopo un adescamento on line. Ci sono anche soggetti (a livello internazionale) che rapiscono i bambini, li sfruttano sessualmente e poi non sappiamo mai che fine fanno le vittime”.
Quanto conta la condizione familiare nella deviazione di un pedofilo?
“La risposta alla domanda richiederebbe un approfondimento di un seminario che dovrebbe durare una settimana…Noi non sappiamo quali sono le condizioni che hanno favorito una preferenza sessuale dei minori. Qualcuno dice perché sono stati abusati e quindi abusano; qualcun altro dice che è una perversione proprio sessuale determinata da traumi, non soltanto infantili ma anche di un relativismo nei rapporti con i bambini. Un relativismo storico in cui si evince che – in fondo in fondo – i bambini possono vivere relazioni sessuali perché per loro è un benessere. Non sappiamo quanto la condizione familiare incida. Probabilmente può essere la sindrome dell’assenza del padre, può anche essere che qualcuno da bambino, da minore, abbia subito traumi per la fruizione di pornografia (anche minorile) e quindi tutto questo abbia condizionato il percorso a diventare pedofilo. E’ una domanda – ripeto – così tanto vasta che certamente richiede una maggiore attenzione..”
Quali sono i segnali?
“Se li sapessimo potremmo sicuramente contrastare maggiormente l’azione del pedofilo. Il pedofilo in fondo in fondo è una persona elaborata, capace; una persona che va a fondo della questione. Un profilo forse svierebbe tanto la complessità del soggetto pedofilo, del soggetto pedopornografo. Certamente possono essere scoperti nella misura in cui il minore, la vittima, inizia a parlare, a denunciare, a raccontare. Noi non possiamo pensare che per strada individuiamo i pedofili soltanto perché magari avvicinano un bambino. Stiamo attenti a non cadere in queste esagerazioni e credo invece che questo stia contribuendo a formare una categoria criminale dei pedofili proprio perché le strategie li elaborano in maniera più efficace. Non c’è un profilo definito. Ci sono delle situazioni che sono state verificate ed approfondite quando i maniaci sono stati individuati dopo le denunce presentate”.
E cosa deve fare il bimbo vittime di “certe attenzioni”?
“Bisogna capire l’età. Qui stiamo parlando della pedofilia. Il pedofilo desidera i bambini prepuberi, al di sotto dei 13 anni. Spesso sono età così piccole che i bambini non sanno reagire, non hanno ragione di quello che sta accadendo, non hanno la contezza di quello che stanno subendo. Immaginiamo per un attimo ai neonati: come potrebbero rispondere, reagire o scappare di casa ad un abuso? I segnali possono essere interpretati ma con grande prudenza, con grande determinazione da parte di coloro i quali sono tutori. Mi riferisco ai maestri, ai docenti, al catechista, al sacerdote, ad una religiosa. Si tratta di figure che stanno a contatto con i bambini. L’aspetto più sano è che nessuno – e ribadisco nessuno – deve assurgere il ruolo di giudice. Dobbiamo essere noi stessi a fare parlare i bambini in un determinato contesto, senza suggestione alcuna. Inoltre dobbiamo stare attenti a cosa noi vogliamo fare dire, perché molte volte quel fare dire non corrisponde alla verità”.
Si può superare il trauma, dopo avere scoperto il dramma?
“Si, certo! Si può offrire un sostegno. Si tratta di un percorso lungo e delicato. Il centro di ascolto Meter ci permette di accogliere le vittime e soprattutto, pur sapendo che non è mai facile, raccogliere la vicenda dell’abuso subito. Sottolineo – dice – che non è facile per gli adulti raccontare quanto subito, figuriamoci per i bambini. E’ importante creare il contesto adatto alla loro età e costruire una relazione di fiducia, una vera e propria alleanza. A volte il gioco, è la tecnica più adatta per entrare in contatto con i bambini e con il loro mondo. L’adulto non deve avere fretta di sapere o di ricevere risposte. Bisogna rispettare i tempi dei bimbi. Qualsiasi forzatura potrebbe ulteriormente essere dannosa. Il problema è delicato. Quando i piccoli riescono a liberarsi del loro segreto, vivono questo passaggio come una liberazione. Meter ha accompagnato in questi anni tantissimi bambini, centinaia e centinaia di minori, anche persone vulnerabili e fragili. Certamente i bambini hanno bisogno di rivedere nell’adulto una figura di riferimento e non l’orco che gli ha rubato l’infanzia. Lo sforzo più grande che un educatore deve fare, è proprio quello di riconquistare la fiducia dei bambini e dimostrarsi come adulti che si prendono cura di loro e che possano aiutarli a non subire più abusi da parte di nessuno”.
Quanto influisce l’utilizzo senza sosta dei social?
“Non dobbiamo demonizzare i social, anzi dobbiamo favorirne l’utilizzo. Evidentemente i social fanno parte ormai del mondo del minore che può creare dipendenza così come può creare l’esposizione digitalizzata del corpo senza sapere dove questa digitalizzazione (foto e video) possa arrivare. Ci sono persone mai conosciute che chiedono di tutto e – dati alla mano – i bimbi entrano in un vortice di giochi erotici che a volte non permette più di uscirne, anche se possono subire ricatto. I social sono utilissimi ma bisogna avere l’idea di come utilizzarli. Bisogna utilizzarli bene, con rispetto di se e soprattutto sapere che il virtuale è sempre una vita reale e non un gioco”.
Come può e quando deve intervenire la famiglia?
“Deve intervenire sempre! La famiglia ha il dovere di proteggere i propri figli. La prevenzione, l’accudimento, la tutela, il sostegno, il dialogo, la lealtà, il percorso della sicurezza, l’uso corretto di internet e delle amicizie è un dovere dei genitori. Non si chiede la luna. I genitori hanno dei doveri e se non li esplicano e se non li applicano è un fatto grave. E’ per questo che poi ci ritroviamo tanti bambini orfani con genitori vivi..”
La scuola, che ruolo ha?
“La scuola è già così tanto appesantita, vive momenti anche difficili, ora a maggior ragione in tempo di Covid. La trasmissione dei valori, della cultura, delle nozioni per la vita già implica un cammino non secondario. Però è anche vero che la scuola può essere chiamata in causa nel momento in cui si attiveranno dei protocolli di collaborazione con i genitori e con le agenzie educative del territorio. La scuola può dare ancora degli elementi necessari, ad esempio un’educazione digitale oppure, in un patto con le famiglie, può offrire dei contributi per quanto riguarda una crescita sana, una crescita anche nel percorso della sicurezza, delle proprie relazioni affettive che devono essere gestite con prudenza e con intelligenza”.
Troppi ragazzini – raccontano le cronache – sono stati abusati da prelati…
“Capisco che è pruriginoso poter parlare solo dei prelati. Sono d’accordo che bisogna parlare, condannare. Tolleranza zero. Papa Francesco è stato molto chiaro però non dobbiamo cadere nella trappola sociale. L’abuso è abuso da qualsiasi parte provenga. Non è perché si è prelati e allora si ha più responsabilità. Perché il papà, la mamma, lo zio, non hanno una responsabilità? Un magistrato, un avvocato, un medico, un pediatra non hanno responsabilità? L’abuso è abuso e l’abuso quando accade è devastante”.
Le cifre del fenomeno pedofilia in Italia, purtroppo, sono sempre in aumento. Come si può porre un freno?
“Nella misura in cui si cercherà di dare percorsi informativi e formativi, punti di riferimento. Parlarne senza creare emulazione o eventuali situazioni di pericolo. Bisogna avere una conoscenza attenta, dando priorità a certe informazioni ritenute utili. Essendo fenomeni delicati che devastano la vita dei bambini, bisogna parlarne bene e non tutti lo possono fare”.
Segnali di allarme giungono da ogni parte del Mondo
“E bisogna fare sempre di più per sconfiggere il male. In ogni città, in ogni dove.
La società deve sapere rispondere, le istituzioni devono fare altrettanto, la chiesa può e deve fare la sua parte. Oramai esiste in ogni diocesi il servizio per la tutela dei minori. Esiste anche nella Diocesi di Piazza Armerina di cui la città di Gela fa parte. Noi come Meter siamo presenti con i nostri volontari. Cerchiamo di fornire informazioni e fare formazione. Rappresentiamo un punto di riferimento”
Si è sempre pensato, come pedofilo, ad una figura maschile. Ma esiste – come già sottolineato precedentemente – un lato femminile della pedofilia
“Il filone denunciato nel report 2020 di Meter racconta il pedomama. Si tratta delle mamme che abusano di neonati. Tenete conto che i neonati contati erano più di 2000.”
Domani si chiude la “Giornata bambini vittime della violenza, dello sfruttamento, dell’indifferenza contro la pedofilia” scattata lo scorso 25 aprile. Si tratta di un forte richiamo al fine di tutelare i minori da ogni forma di sopruso.
“E’ la dimostrazione che si può lavorare insieme, si può costruire un buon tempo, una buona cosa, una buona storia, una buona vita…”
Perché ogni bambino deve essere liberato!

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Ipse Dixit

Il maestro Iudice: “L’arte potrebbe dare molto a Gela. Greco si ricandida? Ci vuole coraggio!”

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Succede a volte che una canzone sembra che parli alla testa e invece tocca il cuore. La citazione del compianto Franco Battiato, rappresenta il paradigma assoluto per definire le opere del pittore gelese Giovanni Iudice. Perché la sua è una pittura figurativa contemporanea, sempre al passo coi tempi. Una pittura che arriva dritta al cuore, appunto. Un artista sempre sul pezzo. Le sue opere hanno attirato l’attenzione nelle più importanti e prestigiose mostre italiane: da Spoleto a Salemi, da Milano a Palermo e a Bologna, dal Castello Ursino di Catania all’ex Tonnara di Favignana.

“Lavoro oramai da trent’anni e la mia è stata una dura gavetta. Ero un infermiere ma decisi di lasciare il camice per dedicarmi ed occuparmi definitivamente della mia passione. Ho sempre fatto ciò che ha provocato in me forte curiosità, disegnavo e dipingevo sin da ragazzino ma poi ho girato molto gli ambienti dell’arte in tutta Italia e in parte nel nord Europa. La mia arte però prende forma attraverso un legame che mi ha sempre visto interessato ai luoghi della mia infanzia, dove nel presente ne rievoco le mie malinconie. Adesso sto sempre più incentrandomi sull’idea di antropocene, del rapporto tra uomo e natura”.

Tralasciamo l’epoca geologica definita dal premio Nobel olandese Paul Crutzen in cui l’ecosistema è stato trasformato dalle attività umane e dedichiamoci al rapporto tra uomo e istituzioni.Non hai mai lesinato critiche a chi amministra la cosa pubblica a Gela. Qualcuno ti ha pure definito un attivista pernicioso. Cosa c’è che non ti piace dell’amministrazione Greco?

“Chiarisco: non amo il mestiere dell’opinionista o dell’attivista pernicioso come mi definiscono. Se fosse un mestiere avrebbe invaso il campo dell’ipocrisia perché ne ruoterebbe professionalmente. Io amo la schiettezza ma rispetto le persone per come sono. Amo la mia città come te e tanti che ne vorrebbero un radicale cambiamento, un’inversione di tendenza insomma. Mi appassiona molto l’idea civile di impegno, cioè, quella di contribuire per una comunità di voci, al di là dei luoghi comuni della cronaca, che contribuiscano a dire la propria e nella storia delle comunità civili, l’arte e il pensiero creativo potrebbero dare molto, soprattutto se competente. E qui, non lo dico con spocchia, nè con il solito qualunquismo, perché credo ad una visione di crescita dove ve ne fosse bisogno e la nostra città ne ha bisogno, soprattutto del terziario e della cultura in cui può pure nascere un’economia interna. Ciò mi stimola molto, anche per un mio parametro di misura delle cose, in quanto mi fa studiare l’uomo ma anche ciò che mi ritorna nell’azione e, credimi, a Gela si è toccato il minimo storico, sotto ogni punto di vista. Lo dice uno che ha rifiutato ben due incarichi che mi sono stati offerti dal Sindaco Greco e non ho nessuna faziosità nè interessi a dirlo, ciò dovrebbe bastare a dare di me un’idea di come concepisco l’interagire con una comunità. In parole povere, quello che non profitta delle opportunità come fanno tanti in cerca di incarichi per il facile approccio alla politica, quella perversa. Sono convinto che alle parole occorre far seguire le azioni, ma oggi è un ostico preambolo. Dell’Amministrazione Greco dunque, non mi piace nulla. In questi anni, come dicevo, ho avuto incontri interpersonali con il primo cittadino, ho cercato di spiegare cosa sarebbe occorso per iniziare una nuova stagione culturale della città, un progetto pilota per invertire la rotta insomma, modelli di iniziative per grandi mostre che avrebbero richiamato l’economia e l’interesse di tutta la Sicilia.  Il Sindaco, che inizialmente si era mostrato interessato con una stretta di mano tra uomini seri, è svanito nel nulla creando incresciosi incidenti diplomatici con importanti personaggi del mondo della Cultura che ho invitato a Gela su sua sollecitazione. Stiamo parlando di una Società di Grandi Eventi (la Contemplazioni di Lucca) che smuove economie locali e di Aldo Premoli, intellettuale milanese, titolare di una cattedra all’Accademia di Brera e docente di moda contemporanea. Ebbene, mi dispiace pure dirlo, ma il nostro Sindaco è mancato agli appuntamenti successivi senza comunicazioni e giustificazioni. Tutto ciò lede alla buona immagine della nostra città. Un primo cittadino non può comportarsi cosi. Degli assessori? Asserviti e passivi politicanti”.

Le tue non sono parole al miele ma con la vecchia giunta eri stato più morbido perché politicamente più vicino a Messinese…

“Tutt’altro, stessa idea con quella attuale. Ne più né meno. Ero pure andato ai tavoli di confronto con Messinese da persona sdegnata, perché ho sempre pensato che la Cultura fosse al di sopra di ogni mera questione politica. Però, Messinese non ascoltava. Credo tutto sommato, che si tratti sempre dell’ingenuo che occupa il posto sbagliato, quello della poltrona che non gli appartiene, da ciò ne diviene solo alienazione e megalomania. Un sindaco saggi dovrebbe ascoltare le competenze, quelle che valgono…”

 Messinese prima e Greco adesso, cosa hanno fatto realmente per Gela al fine di garantire quella che in altri contesti si chiama semplicemente normalità?

“Un bel niente, tutto il contrario di tutto”.

Quando si parla di Gela è sempre la stessa solfa: mancanza d’acqua e rifiuti sparsi ovunque. E’ solo colpa della politica?

“La colpa è principalmente della politica, anche se qualcuno direbbe “di tutti ma per gradi”, ed ovvio che il grado maggiore riguarda quelli che definisco i lor signori, quelli delle influenze sottobanco, del sottaciuto manifesto d’affari, tra politica e imprese, tra lucro e interessi privati di soggetti che si nascondono nel perbenismo, per esempio dei club service: Gela ne è meridionalmente succube. Le società che danno servizio a Gela, mancano ai loro precisi doveri. Faccio un esempio pratico: sull’appalto dei rifiuti, la Tekra, anni fa ad Acireale, fu multata da un assessore al ramo attento, il quale faceva gli interessi dell’ente appaltante, cioè il Comune. Una multa di quasi 900mila euro. Diversamente, a Gela, la società dei servizi rifiuti è sempre sembrata il partito del Sindaco di turno, soprattutto nel periodo Messinese, perché assistetti a due volti dello stesso sindaco, inizialmente denunciante, successivamente accondiscendente … Se ne avessi i poteri, scioglierei i contratti e le proroghe sia a Tekra che a Caltaqua e senza preclusione.”

In tanti invocano l’arrivo di turisti a Gela. Ma in tutta sincerità, oltre alle problematiche sollevate prima, siamo pronti ad ospitarli?

“Non credo, c’è molto da lavorare seppur la via d’uscita è la vocazione cultuale. Ciò deriva da una reale analisi del momento economico della città. Dopo la crisi industriale, rimane un discreto commercio e lo statalismo. Le campagne sono aride e inquinate e i mari sempre più compromessi. Rimangono altri beni sostenibili, monumenti, storia e paesaggio che, ad oggi, sembrano in parte resistere. Però attenti agli improvvisati promotori culturali, di dilettanti ve ne sono in ogni città, occorre chiamare in causa professionisti del settore e creativi di livello, ma a ciò non si è pronti per retaggio culturale perché il politico di turno fin qui, ha mostrato clientelismo, cioè sistemare chi gli ha retto campagna elettorale o peggio, qualche raccomandato da lobbies. Così non si va avanti. D’altronde, lo vediamo nello statalismo dalle facili carriere nel senso più vasto”. 

Adesso c’è la mostra “Ulisse in Sicilia” a Bosco Littorio. Una vetrina importantissima. Possiamo definirla per Gela una vera e propria occasione di rilancio?

“Certamente per Gela è un significativo inizio di inversione di tendenza. La differenza sui destini, la fa sempre la buona gestione, e al di là della buona volontà di Musumeci, rispetto a quanto Crocetta non ha fatto per la sua città, non mi fido della Soprintendenza di Caltanissetta, non per pregiudizi bensì per avere dimostrato incuranza per il nostro territorio e i nostri politici a guardare… Qui scriverei un libro e lo farei da ignaro di archeologia. Lo scriverei perché ho assistito a gravi incongruenze rispetto al rientro di reperti archeologici che appartengono al nostro museo, indebitamente sottratti dal museo archeologico nisseno e il Vallone non ha la stessa storia che abbiamo noi. Lo dico, non per campanilismo nè fanatismo ad oltranza. Al contrario, sono testimone di fanatici locali impegnarsi nella cultura (si fa per dire), con il vezzo del servilismo ai poteri forti, con l’aggravante della longa manus di menti raffinate tra clero e industria…”

Cosa provi quando vedi il porto di Gela rimasto all’età della pietra mentre a Marina di Ragusa e a Licata, sono state realizzate due infrastrutture d’eccellenza?

“Repetita iuvant: anche qui, stesso vezzo. Credo che questa città, che per me è fatta di onesti lavoratori e di disonesti approfittatori, abbia bisogno di un rinnovo della classe dirigente, ma soprattutto, di eleggere un Sindaco di elevata caratura, un giovane intelligente che conosca come minimo la storia del paese e quella dell’arte”.

Gira e rigira, c’è sempre la politica in ogni contesto. Tra un anno si ritorna a votare anche a Gela. Un pensierino lo stai facendo pure tu a candidarti a sindaco?

“Candidarmi a Sindaco? No assolutamente, seppur saprei cosa e dove mettere le mani. Ma ovviamente conta la squadra credibile e incorruttibile e credo sia davvero difficile. Personalmente, aspirerei ad un ipotetico assessorato alla cultura ma con fondi di bilancio straordinari per il rilancio della nostra immagine purtroppo indebitata da tante cose. Però essere di giunta vuol dire decidere con il Sindaco, scelte radicali, ma oggi è difficile inquadrare una figura appropriata. Mi piacerebbe però, una donna come Sindaco, mai accaduto da noi.  Si tratta di un mio ideale di visione futura, ma poi dobbiamo fare i conti con la realtà…credo in definitiva che il nostro futuro a Gela sia stato oramai compromesso…”

Non è escluso che Lucio Greco si ricandidi… 

“Ci vuole coraggio!” 

Sono numerose le battaglie avviate dai cittadini per garantire la sanità a Gela ma l’ospedale Vittorio Emanuele, perde sempre più reparti. Come leggi quanto accade?

“Personalmente, ho di questa città l’idea di una specie di lottizzazione sistematica della politica in vari settori, una politica scadente perché di scadente vi sono le persone che la compongono, culturalmente zero, ma ben organizzate, un sistema imperante che controlla le carriere, e il possibile rilancio e ottimizzazione dell’attuale produttività. Una specie di mentalità statalista ma con la perversione delle lobbies curarne personali propensioni …Dico ciò, perché ho notato questo vezzo “meridionalista” nella mentalità di manager e classe dirigente. Fin qui potrebbe sembrare una egemonia del sistema Italia, ma non sono fin troppo analista di questa complessità, e ne rilutto studiarne i retaggi, però mi interessano soprattutto i risultati per una qualità di vita minima decente a prescindere dai personalismi. Insomma, la nostra città, è carente di servizi minimi come un territorio estraneo alle civiltà avanzate eppure, quello che vi è di energico, sono le organizzazioni a cerchie chiuse con professionisti rivolti alle vocazioni di propri interessi. Ecco, il nostro ospedale contiene tutto questo”. 

Anni addietro, si era fatto anche il tuo nome per rilanciare l’immagine di Gela attraverso un’apposita consulta ma non si è concretizzato nulla. Come mai?

“Bisogna chiederlo al Consiglio Comunale o al Sindaco. Attraverso la stampa, ho saputo che vi è stata una delibera di consiglio per tre figure pubbliche: Io, Silvana Grasso e Alberto Ferro, ma fino adesso nulla di invito scritto nè ufficioso. Un mistero…” 

In troppi hanno lasciato Gela per mancanza di lavoro. L’emorragia continua e non si vede alcun barlume di speranza. Se non è una sconfitta, poco ci manca…

“Questo è il punto più dolente per chi ama convivere in una normale comunità. Ciò accade perché in questi ultimi trent’anni, la politica da noi non ha creato affari alternativi, sia in termini di investimenti sia formativi per il progresso di una società. Lo vediamo sotto i nostri occhi: la tanta devianza giovanile e il facile delinquere, non sono solo per una necessità ma sembrano sub culture mafiose. Se non pensiamo a cambiare le teste, imploderemo come sta già accadendo rispetto ad altre aree della stessa Sicilia”. 

Abbiamo avuto a capo della regione, un nostro concittadino. Era lecito attendersi di più per Gela, non credi? 

“Sai bene quanto mi sono espresso nei confronti di Crocetta e della sua propaganda. Ma avrei sperato fino alla fine che facesse almeno una sola cosa e bene nella sua terra di origine. Ma anche qui un mistero, l’ennesimo.” 

Sorpreso della caduta del governo Draghi?

“No. Perché il nostro parlamento è un magma fluido di voltagabbana, ma con tutto il rispetto per una figura garante come Mario Draghi, credo Conte, questa volta, l’abbia azzeccata. Draghi, oltre che tecnico, ricordo, rappresenta il parlamento dove esiste un principio prima di tutti i diritti, il confronto e il dibattito politico, soprattutto se derivante dalle espressioni dei partiti. Si chiama pluralismo, tanto decantato dai politologi, ce lo ricordava il grande Sartori, è il sale della democrazia. Se vivi in una comunità cittadina, ti accorgi, che il sociale è fatto di strati, cioè, da vari retaggi culturali e diversi bisogni. 

Non esiste il bisogno del singolo come imperante. Non parlo per simili vedute, ma per diversità di colore e libere espressioni. Ecco, se ci si riunisce in democrazia per migliorarne i miasmi e necessità di una nazione, città o contea, il pluralismo ottenuto con la resistenza della storia, tra fame e carestia, per la libertà desiderata, chi rappresenta il gruppo, ne è il portavoce e dunque accoglie le problematiche per migliorarne le condizioni del presente.

Occorre, convivere con le diversità e pensare agli strati più deboli, importanti quanto agli strati imperanti, che ci piaccia o no. Ce lo ha insegnato la storia, dare voce alle varie direzioni, altrimenti, anche in Italia ci consegneremo all’Oligarchia, che in parte, si nasconde nel buonismo e nella borghesia perbenista”. 

Rilassiamoci un attimo, basta parlare di politica. Devi dei grazie per quello che hai ottenuto in questi anni?

“Si certo, a coloro che mi hanno sostenuto nelle idee e nei successi. Non posso mai dimenticarlo. Sottolineo che il destino lo costruiamo noi, perché sono convinto che ogni professione si misura con il merito. Arriverà  lento ma arriverà”.

Quanto è stato importante avere conosciuto il critico d’arte Vittorio Sgarbi?

“Vittorio l’ho conosciuto un po’ tardi nella mia carriera ma mi ha dato molta visibilità. Da lui ho imparato che nulla è dovuto nell’arte, ma che ogni cosa non vada tralasciata. Vittorio sembra essere antipatico nell’accezione comune della televisione ma posso dire tutt’altro, è una persona perbene e generosa, in quanto spiega tutto e instancabilmente. Poi è chiaro che nell’arte esistono varie scuole di pensiero che tra di esse creano imbarazzo agli stessi artisti che ne vorrebbero più souplesse. 

Vittorio mi ha portato alla Biennale di Venezia nel 2012, perché ha sempre avuto idee chiare sul mio lavoro. L’arte è fatta pure di tanti farlocchi fanatici che sfruttano artisti prendendoli in giro e divertendosi ad usarli, ciò accade perché in giro vi sono molti arricchiti velleitari e dico pure ai giovani artisti di aprire gli occhi. Guttuso diceva che gli artisti non sono di nessuno”.

Se ti chiedessi adesso di disegnare Gela, cosa rappresenteresti e perché?

“Disegnerei un deserto con un miraggio di un bicchiere d’acqua, dove tutti gli assetati si precipitano per arrivare per primo”. 

La bellezza salverà Gela?

“Non lo credo più, oggi ne ho capovolto il significato perché ci troviamo dentro ad un processo irreversibile, e non mi ritengo pessimista, credo piuttosto che gli uomini più avveduti, ne dovranno preservare dalla prepotenza. Insomma dobbiamo porci il problema che la bellezza vada tutelata e custodita per le future generazioni…”

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Ipse Dixit

Parla il Questore: “Impegno costante contro la criminalità. A Gela, poca collaborazione sul fronte antiracket”

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Schietto, diretto; assolutamente poco incline al contorto. E all’artificioso. Il suo ragionamento è limpido. Con stile e garbo. Parlare col Questore di Caltanissetta, è un vero piacere. Perché quando ti trovi a conversare con un servitore dello Stato, analizzi in fondo quello che dice, frutto di innumerevoli interventi sul campo a combattere l’illegalità, purtroppo ampiamente diffusa dalle nostre parti. E non solo. Emanuele Ricifari scatta una foto limpida delle sue esperienze, entrando nel particolare, attraverso un’accurata esposizione di fatti, numeri, nomi e circostanze.

Partiamo proprio dalle radici. Lei catanese doc, finalmente è ritornato in Sicilia, dopo avere attraversato l’Italia in lungo e in largo. Possiamo definirlo il coronamento di un sogno?

“Per me, siciliano, oltre che una soddisfazione è una “restituzione” che dovevo alla mia gente e alla mia terra. Misurarmi con i problemi e le emergenze e farlo dove sono nato e cresciuto era dovuto”

Penultima tappa, è stata la Questura di Cuneo

“L’esperienza a Cuneo è stata la prima da Questore “titolare”. Si tratta di una provincia molto estesa – più della Liguria – con 247 comuni con un contesto socio economico tra i più ricchi e ben amministrati d’Italia. La disoccupazione in tempi di crisi supera di poco il 3%. Gode di un territorio molto bello. Le Alpi marittime gestite con cura dall’ente Parco, le colline delle Langhe e del Roero… terre di vini – i piemontesi – tra i più celebrati. Paesi con rocche medioevali custoditi come bomboniere. Clima temperato dalla poca distanza dal mare. Un’industria meccanica e robotica di livello internazionale e soprattutto un settore agroalimentare d’eccellenza. Il dolciario (Ferrero, Balocco, Maina, Venchi, tanto per citarne alcuni) e la produzione casearia; l’allevamento della razza fassone, la coltura e la cultura del tartufo bianco di Alba. 

Insomma, un contesto ritrovatosi poverissimo e devastato nel dopoguerra e che grazie a generazioni illuminate votate alla fatica e all’impresa familiare e di comunità hanno fatto un vero miracolo per la propria terra, rendendola una delle aree più floride del mondo. Ed in questo quadro vi è una profonda coscienza civile e senso del bene comune che di per se concorrono a realizzare sicurezza. Eppure ci sono dati che ci dicono che questo benessere attrae il malaffare. Furti in ville o aziende, truffe e tentativi di infiltrazione di consorterie criminali (soprattutto calabresi, di etnie nomadi o di origini dell’est Europa)”

Ha lavorato anche a Roma alla Direzione Centrale Anticrimine. Se non sbaglio, è un posto a cui tutti ambiscono…

“In effetti il primo incarico da dirigente superiore (è il grado per fare il Questore in una provincia) è stato di fondare il servizio anticrimine della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato. Un servizio che da un lato svolge analisi sui vari fenomeni criminali in ambito nazionale e provinciale in ausilio e indirizzo delle questure e dall’altro sviluppa un’attività di indirizzo e impulso per le misure di prevenzione personali e patrimoniali e di contrasto e prevenzione della violenza di genere e domestica.  Il tutto all’interno della Direzione Centrale che, tramite il Servizio Centrale Operativo, coordina le squadre mobili e le attività investigative più rilevanti a livello interprovinciale e nazionale e il servizio controllo del territorio che fa da impulso e coordinamento agli uffici di prevenzione generale e soccorso pubblico: in una parola, alle volanti”.

E’ stato anche a capo della squadra mobile di Piacenza, la città più lombarda dell’Emilia Romagna così come viene definita dagli stessi piacentini. Cosa porta in sé di quel periodo?

“Ho trascorso a Piacenza ed in Emilia Romagna, tra gli anni ‘90 e i primi anni 2000, uno dei periodi più emozionanti ed impegnativi della mia carriera. Indagini su consorterie albanesi che gestivano la tratta e il racket della prostituzione, indagini su infiltrazioni e traffico di stupefacenti sui cutresi e sul gruppo di Grande Aracri (broker internazionali degli stupefacenti) oggi in carcere e da me arrestato la prima volta a Piacenza nel 1996. Poi ricordo le diverse indagini su omicidi, sempre coronate con l’arresto dei responsabili ed un primato della quasi totalità delle rapine in banche e uffici postali, che in quell’epoca erano molto frequenti. Infine e con grande partecipazione, rievoco le indagini sui casi di violenza sessuale anche di gruppo e su quelli di gravi violenze domestiche nei quali, tra i primi, rivolgemmo un’attenzione mirata e di sostegno personale alle vittime che, considerati i successi ottenuti, furono determinanti per le successive modifiche legislative e la logica di rete di sostegno che si è affermata negli ultimi anni con la normativa sul codice rosso”.

Dicevamo che ha girato lo Stivale, da Nord a Sud. Tappe importanti sono state anche Catania e Reggio Calabria, zone caldissime in ambito criminale….

“Catania in realtà è stata un’esperienza brevissima e legata al X reparto mobile (ex celere) dove fui assegnato appena terminato il corso di formazione dopo il concorso nel giugno del 1989.

Fui infatti subito mandato in missione a Reggio Calabria, che era nell’occhio del ciclone per la triste stagione dei sequestri di persona e per la guerra di ‘ndrangheta che in un bagno di sangue vide consumarsi centinaia di omicidi in pochi anni. Lavorai alle volanti e non smettevo mai. Il mio entusiasmo e quello di diversi giovani colleghi, ci portava a staccare dalla direzione del turno e a continuare mettendoci a disposizione della Squadra Mobile per ogni attività operativa che ci consentisse di fare esperienza e acquisire sul campo le competenze. Fu un’esperienza ricchissima e determinante”.

A Brescia, per 9 anni consecutivi, ha ricoperto l’incarico di vice questore. Le cronache raccontano di momenti di tensione e violenza, nel 2010, a seguito della protesta di alcuni extracomunitari che avevano occupato una gru in piazzale Battisti, spalleggiati dai centri sociali della sinistra antagonista. Lei fu minacciato e diffamato e per oltre dieci mesi (assieme alla sua famiglia) fu scortato dai suoi colleghi.

“Brescia è anche la città dove poi mi sono stabilito e ho preso casa. Segno che tra la gente del capoluogo lombardo mi sono trovato bene. Paradossalmente proprio gli eventi cui conseguirono le minacce da parte della galassia anarco autonoma e dei centri sociali e delle frange più violente e pericolose dell’anarco insurrezionalismo, rese pubbliche sui social, determinarono la reazione di tutto il mondo politico democratico e liberale, di centinaia di cittadini, studenti, stranieri, dei sindacati solidali con me e i miei familiari. Questo mi ha dato la sensazione di avere la gente e le istituzioni vicine e che la campagna di fake anche violenta contro di me era un boomerang”.

Facciamo un ulteriore passo indietro: nel 94/95 ha fatto parte del gruppo di lavoro sui delitti della Uno bianca, presieduta dal Prefetto Achille Serra. Avere poi scoperto che gli esecutori dei numerosi delitti, erano dei poliziotti, cosa le ha provocato? 

“Quella di Bologna fu un’esperienza molto formativa e triste allo stesso tempo. Io arrivai subito dopo gli arresti per integrare la commissione d’inchiesta interna presieduta dal Prefetto Serra e lavoravamo in parallelo al gruppo investigativo che svolgeva l’indagine giudiziaria. Capimmo nel tempo e nell’approfondimento dell’inchiesta, che non c’erano misteri o grandi vecchi dietro, solo una personalità – quella di Fabio Savi – molto forte e capace di influenzare quella degli altri, viziata dal mito della “volontà di potenza” e da una spregiudicatezza che li fece sentire invincibili. Erano soggetti con personalità devianti e violente. Purtroppo nelle indagini delle diverse procure romagnole e marchigiane vi furono scarso coordinamento e forti contrasti tra organi inquirenti … L’inchiesta amministrativa le mise in luce chiarendo fatti e contesti. Una sequenza e una somma di inefficienze e di inutili concorrenze”.

Accendiamo i fari sulla nostra provincia. Sono ben quattro i mandamenti presenti. Come si adopera la Polizia per contrastarli?

“L’impegno nel contrasto alla presenza delle organizzazioni malavitose specie di stampo mafioso è sempre intenso. La Direzione distrettuale antimafia della Procura di Caltanissetta segue le nostre attività investigative con attenzione e coordina le indagini dei diversi organismi di polizia, guardia di finanza e carabinieri che non interrompono mai il monitoraggio e l’analisi informativa e investigativa sui diversi gruppi. Non parliamo solo dei quattro storici mandamenti di Cosa nostra (Gela, Vallelunga Pratameno, Riesi e Mussomeli, ndr) ma anche di gruppi di stiddari o di malavitosi appartenenti a gruppi di altre province che operano soprattutto nel traffico e spaccio di stupefacenti e reinvestimento dei capitali illeciti. 

Alta l’attenzione anche sui fenomeni estorsivi o sul tentativo di condizionare i mercati agricoli e la distribuzione delle risorse idriche. Purtroppo anche l’insufficiente organizzazione o talvolta l’inefficienza di alcune pubbliche amministrazioni ed enti pubblici favoriscono deviazioni che alimentano il malaffare”.

A Gela, Cosa Nostra e Stidda si sono fatte la guerra per anni (con tantissimi morti ammazzati e numerosi tentati omicidi) per poi siglare una pax mafiosa che tuttora regge. Non si spara più (fortunatamente) come una volta, ma gli episodi criminosi non mancano, purtroppo. Come e dove bisogna intervenire?

“I tempi ed il contesto della guerra dei bambini dell’assalto della Stidda a Cosa Nostra sono mutati.

Innanzitutto per la risposta forte e determinata dello Stato. Per la meritoria reazione di forze di polizia e magistratura che hanno segnato un percorso poi seguito da altre generazioni di uomini di legge.

Purtroppo i segnali degli ultimi anni, danno l’impressione di parte consistente della società civile che talvolta sembra rinunciare a produrre gli anticorpi alla illegalità e al modo “settario e familista” di gestire ciò che è comune.

Bisogna insistere nella formazione e informazione dei cittadini e dei bambini. Da piccoli si maturano valori e comportamenti fondamentali. Vedere un mondo adulto che cerca prevaricazioni o scorciatoie illecite o comunque pratiche scorrette, non educa ai valori costituzionali”.

Gela è stata definita la capitale degli incendi dolosi di auto. In tante occasioni, è stato detto che si tratta (nella maggior parte dei casi) di diatribe sfociate nel fuoco. E’ solo questo o c’è dell’altro?

“Quella degli incendi dolosi su auto, moto, porte di casa ed altro ancora, è una piaga nota e tanto datata da potere essere definita “tradizione locale”. Non è una battuta e neanche una provocazione: si tratta di un fatto che osservo con amarezza. Purtroppo, nonostante vengano individuati e condannati gli autori, il buon esito delle indagini e le condanne non sono un deterrente sufficiente.  Nella maggior parte dei casi si tratta di dispute e contrasti di vicinato, passionali, gelosie e diatribe sul lavoro … Solo occasionalmente i fini sono estorsivi.  Questo ci dice di un malinteso bisogno di farsi giustizia da se, della mancanza assoluta di senso della legalità e anche, duole osservarlo, di assenza di tolleranza per questioni private.  L’impegno dello Stato, magistratura e forze dell’ordine è grande anche in questo caso  e lo testimonia il fatto che sono alte le percentuali di responsabili individuati, ma non è sufficiente. Ci vuole un risveglio del senso civico, del bene comune e del rispetto delle leggi anche di fronte a pretesi o presunti torti. Questo spiega anche il perché non c’è collaborazione alcuna nelle indagini da parte dei testimoni e spesso neanche delle vittime.  Insomma non vediamo file di cittadini di buona volontà davanti agli uffici di polizia e carabinieri e alla procura per denunciare o testimoniare circa questi fatti. E quando riusciamo a ricostruirli, scopriamo che in diversi hanno visto o che la vittima era ben consapevole di chi poteva essere l’autore, ma non ne ha fatto alcun cenno formale o informale agli inquirenti”.

In città è presente un fiorente spaccio di droga e sono stante tante le operazioni di polizia giudiziaria per contrastare il fenomeno. Però se ancora se ne parla, vuol dire che c’è ancora tanto da fare….

“La vitalità del settore dello spaccio e del consumo di stupefacenti è purtroppo uno dei fenomeni che più risalta agli occhi. Esso è spesso esercitato da appartenenti a organizzazioni mafiose e talvolta anche in modo diretto. Vale ciò che ho detto prima per l’impegno nel contrasto al fenomeno mafioso”.

Ci sono commercianti ed imprenditori che fanno nomi e cognomi degli estorsori, altri invece no. Cosa si deve fare per portarli sulla strada della denuncia?

“Come evidenziato per gli incendi, anche per altre forme delittuose come le estorsioni o anche i reati di violenza domestica o di genere non registriamo forme di collaborazione spontanee e spesso asserite vittime di fatti reato diventano favoreggiatori, attese le coperture omertose che offrono ai colpevoli. Addirittura durante indagini su fenomeni estorsivi, si assiste a dichiarati estorti che invece chiedevano spontaneamente loro protezione o copertura per azioni di concorrenza più o meno sleale a soggetti appartenenti a gruppi criminali.  Vero è tuttavia che a Gela è operante e attiva con entusiasmo, pur nelle difficoltà di indurre alla collaborazione, la Fai Antiracket ed in particolare l’associazione Antiracket “Gaetano Giordano” che conducono una battaglia sia di sostegno alle vittime che di animazione sociale ed educativa molto importante. Spero che nella costante collaborazione con la Polizia, l’associazione riesca non solo a promuovere la legalità ma a tornare ad indurre le vittime di estorsioni, usura e reati connessi alle attività delle cosche, a denunciare. Da qualche tempo, infatti, registriamo minori o quasi nulli casi di collaborazione nonostante la stessa Associazione si sia meglio organizzata e abbia costituito, anche grazie a finanziamenti Pon, una struttura di assistenza legale, fiscale, aziendale e psicologica. Per indurre più persone alla denuncia, credo dobbiamo insistere nell’opera informativa ed educativa a sostegno delle vittime e rendere ancora più efficiente la rete di sostegno pubblica. Nonostante a Gela i processi vengano celebrati con celerità, poi le funzioni di sostegno alle vittime subiscono talvolta rallentamenti. Per fortuna oggi possiamo dire che se c’è collaborazione, la macchina dello Stato dà forza, sostegno e copertura”.

A Gela si chiede più presenza dello Stato. C’è chi invoca anche l’Esercito. Cosa ci dice in merito?

“L’Esercito – molti fanno finta di dimenticarlo – è stato costantemente presente nei servizi coordinati dall’Autorità di Pubblica Sicurezza sia nelle funzioni di controllo e vigilanza sul territorio che nell’ultimo biennio per i servizi di prevenzione alla diffusione epidemica. Poi bisogna ricordare che nelle funzioni di pubblica sicurezza, i militari dell’Esercito non possono operare senza avere accanto o essere comunque coadiuvati e coperti da poliziotti, carabinieri o finanzieri. In realtà sarebbe opportuno tornare a ricostituire corpi di polizia municipale con numeri congrui di operatori e con formazione adeguata. A Gela ciò sarebbe determinante per consentire a Polizia di Stato, Arma e Guardia di Finanza di essere liberate da funzioni di supplenza delle polizie municipali, nel controllo amministrativo, nella rilevazione di sinistri ed altro; funzioni che la Polizia Municipale gelese, per il numero esiguo degli operatori, non riesce a svolgere da sola.

Poi si pone anche un problema di consapevolezza del ruolo da parte delle polizie locali che spesso in altri territori travalicano le proprie funzioni e dalle nostre parti, invece, dimenticano di avere funzioni di polizia amministrativa, di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria”.

Sono tanti i ragazzi che vengono attratti e ammaliati dal crimine e dal guadagno facile. Come bisogna intervenire?

“Sui giovani bisogna poter contare ma per farlo si pone un’emergenza nazionale che a Gela è ancora più evidente: quella educativa.  Le scuole e la società civile devono essere più attive laddove si registra un’assenza, quando non anche una complicità delle famiglie nella trasmissione di valori negativi: facile guadagno, potere dimostrativo, uso della forza e della prepotenza per affermarsi … Oggi anche le donne invece di essere valorizzate per le loro qualità di persone vengono indotte a fondare la propria immagine su aspetto e facilità di approccio. Credo che il riscatto di questa terra passi per un riscatto del “femminile”. Quando le donne troveranno forza e modo di svolgere appieno il proprio ruolo pubblico ed educativo, secondo i valori costituzionali, sarà stato fatto un passo decisivo. Ogni deviante, ogni delinquente, ogni mafioso, ogni violento, ogni oppressore dei più deboli, in famiglia o nella vita sociale ha ricevuto un “imprinting” materno”.

Cosa si sente di dire ai giovani gelesi?

“I giovani gelesi li ho incontrati in diverse occasioni e devono sentirsi ciò che sono: il presente della nostra società. Dobbiamo essere accanto a loro per sostenerli e condurre per loro e con loro la battaglia per la bellezza di questa terra che non può prescindere dal rispetto delle regole, degli altri e dell’ambiente. Il valore fondante deve essere quello di declinare ogni proprio comportamento nel rispetto del bene comune”.

Il prossimo 19 luglio ricorrerà il trentesimo anniversario della strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta, tra cui la poliziotta Emanuela Loi alla cui memoria è dedicata la sala conferenze della Questura di Caltanissetta. Cosa ha lasciato in lei quel tragico episodio, avvenuto 53 giorni dopo la strage di Capaci?

“I morti delle stragi, le vittime della stagione stragista mafiosa e prima terroristica, poi della mafia che ha usato metodi terroristici, sono uno sprone. I colleghi, i magistrati, tutti coloro che sono stati vittime di mafia con il loro sangue e sacrificio, ci hanno lasciato un esempio straordinario: non sono eroi e non aspiravano ad esserlo. Sono persone per bene che hanno deciso di fare il proprio dovere con onore e disciplina, così come recita l’articolo 54 della costituzione. La strage di via D’Amelio è innanzitutto un impegno investigativo ancora in corso. Molto è stato chiarito nonostante i depistaggi, ma altro deve ancora essere accertato e posto al giudizio dei cittadini”.

Perché ha scelto di intraprendere questa professione?

“Ho scelto di fare il poliziotto per via della mia formazione negli anni dell’adolescenza e giovanili. Studiavo giurisprudenza e facevo volontariato ed ero molto attivo, a Catania, nella comunità parrocchiale e tra i gruppi giovanili cattolici e non. L’uccisione prima del Generale Dalla Chiesa e poi di Montana e Cassarà e di Pippo Fava ci colpirono molto e cominciammo a rivolgere l’attenzione all’azione di contrasto civile alla mafia e all’illegalità.  Quindi appena laureato feci il concorso da commissario di Polizia e lo vinsi subito. Ero già in servizio a 26 anni”.

Ritorniamo alle origini. Adesso che è ritornato in Sicilia, può nuovamente parlare in dialetto…

“Tornare a sentirmi immerso nel dialetto siciliano è una sensazione bellissima. Per trent’anni, avendo lavorato soprattutto al Nord, era occasionale trovare con chi usarlo ed era quasi un divertimento osservare chi non lo conosce, guardarci con occhi interrogativi. Il siciliano è una lingua considerata tale e non per nulla viene valutato siciliano quello in uso anche in gran parte della Calabria e nelle province di Taranto e Lecce che poi si divide in forme locali di dialetto. È stato il siciliano volgare (grazie a Federico II e ai poeti di corte) a far nascere e diffondere il volgare toscano da cui scaturì l’Italiano immortalato da Dante. Amo la Sicilia e la sua storia, in particolare la figura di Federico II cui credo si debba il primo vero concetto di amministrazione moderna e di Regno attento alle esigenze popolari e non solo delle aristocrazie”.

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Ipse Dixit

Il miracolato della strage di Capaci: combattere la mafia nel ricordo di Falcone e Borsellino

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“Giovanni Falcone è stato un uomo prima che un magistrato. Possedeva un alto senso di responsabilità e trasmetteva valori difficilmente riscontrabili in altri”. E tanti altri, prima, durante e dopo, chi risponde alle nostre domande, ne ha incontrati e conosciuti parecchi. Più maschere che uomini veri. Giuseppe Costanza, autista giudiziario, medaglia d’oro al valor civile, è la persona con la quale il giudice antimafia ha scambiato le sue ultime parole. C’era lui nella Fiat Croma bianca, fatta saltare in aria alle 17.58 del 23 maggio del 1992 nei pressi di Capaci. Cosa Nostra tentò di cancellare per sempre la libertà. Ma non ci riuscì. Perché fin quando il ricordo di Falcone, della moglie Francesca Morvillo e degli agenti di scorta Antonino Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani resterà vivo dentro ognuno di noi, la legalità regnerà sempre e gli uomini resteranno liberi.

“Liberi di amare la nostra terra. La strada intrapresa è quella giusta. La gente ha capito da che parte stare. E sono fermamente convinto che ce la faremo. In tutti questi anni, partecipando soprattutto a numerosi incontri nelle scuole, ho riscontrato sete di giustizia. Non bisogna voltare le spalle. Per una Sicilia più libera, ci vuole il coraggio di denunciare…”

Però la percezione attuale del fenomeno mafioso – secondo un ultimo sondaggio, realizzato nel trentennale dell’attentato – dimostra che per quattro italiani su dieci, la mentalità mafiosa sta diventando “di moda” tra i ragazzi

“Non voglio crederci, stento a crederci. Le nuove generazioni – come accennavo prima –  vogliono invece che la cancrena malavitosa sia definitivamente debellata. Io con i ragazzi ci parlo e non mi sembra che il fenomeno mafioso sia trainante così come invece emerge dal sondaggio, anzi. Ciò non esclude – purtroppo –  che c’è ancora tanto da fare per annientare del tutto anche quella sparuta minoranza che si rivolge alla delinquenza…”

E come si fa?

“Partendo dai fondamentali. Ci sono i presidi giudiziari a cui rivolgersi, se vittime di soprusi. E’ finito il tempo in cui si cercava l’amico dell’amico, il boss di quartiere per risolvere ogni problema. Anche il più insignificante. E anche quando si va a votare, la gente analizza e controlla a chi destinare il proprio consenso elettorale. Oramai è destinato all’oblio, il tempo in cui si andava a votare solo per ricevere favori. Il classico voto condizionato dai poteri forti. L’equazione “tu mi voti io ti favorisco” sarà definitivamente cancellata. Almeno questa è la mia sensazione”

La mafia non spara più: ha scelto il silenzio e serpeggia ovunque, purtroppo

“Anche questo fenomeno sarà spazzato via. Ci vorrà del tempo ma come diceva sempre Falcone, la mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine!”

La celebre frase di Falcone continuava e recitava testualmente che “piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Costanza, vado spedito: le istituzioni sono state al fianco del giudice antimafia?

“Assolutamente no. In tribunale, a Palermo, in quegli anni non c’era nessun barlume di amicizia e sostegno nei confronti di Falcone ma solo invidia. Pensi che qualcuno che frequentava il palazzo di giustizia, andava dicendo in giro che il fallito attentato all’Addaura del 21 giugno del 1989 se l’era commissionato lo stesso giudice. Farneticazioni che tutt’ora mi lasciano molta amarezza”

Un eroe, un uomo che col suo impegno è andato ben oltre il dovere di giudice e servitore dello Stato. Per il 71% degli italiani, Giovanni Falcone è stato abbandonato dalla politica e per il 75% dalla magistratura.

“Un eroe costretto a combattere la mafia da solo. Alcuni giorni prima che accadesse la strage, il giudice mi confidò che sarebbe diventato procuratore nazionale antimafia. C’erano tutti i presupposti affinché ciò accadesse. Era il giusto riconoscimento per tutto quello che aveva fatto, per avere messo all’angolo Cosa Nostra, per avergli fatto sentire il fiato della legalità sul collo. Avrebbero potuto ucciderlo ovunque, ma Falcone è stato assassinato in Sicilia, a Palermo, nella sua terra come a certificare la potenza della mafia. Chi ha ordito la sua eliminazione non è stato ancora individuato. Abbiamo scoperto gli esecutori, ma non i mandanti. Avere a capo della Procura Nazionale Antimafia, con pieni poteri, un uomo come Giovanni Falcone, sarebbe stato un durissimo colpo per quelli che lo stesso giudice definiva menti raffinatissime…”

Sarebbe questo il movente che ha scatenato l’inferno di Capaci?

Ne sono fermamente convinto!”

Secondo lei, le istituzioni reagirono a quella strage cercando un compromesso politico con Cosa Nostra?

“Non ci sono delle prove nel merito, è una pagina buia della storia d’Italia ancora tutta da scoprire e chiarire. Fino in fondo”.

Sono passati 30 anni dalla carneficina sull’autostrada ma ancora la verità su quanto accaduto è ancora incompleta

“Come dicevo prima, conosciamo chi materialmente ha commesso la strage ma ci sono ancora tanti elementi da sviscerare. Chi di competenza, non si è mai fermato per chiudere definitivamente il cerchio, nonostante i numerosi silenzi e le reticenze continue. Comunque sono fiducioso che ci saranno risvolti importanti, anche a distanza di tempo”.

Lei in più occasioni, si è sentito abbandonato dallo Stato. Perché?

“Eviterei qualsiasi polemica. Ci sono stati momenti in cui mi sono realmente sentito solo ma è acqua passata. Cambiano i tempi e, fortunatamente, cambiano anche gli uomini. Lo scorso 6 maggio sono stato presente nell’aula bunker di Palermo, in occasione della prima conferenza dei procuratori generali dei 46 Paesi del Consiglio d’Europa. Era presente anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. E’ stato un momento di grande apertura che ho molto apprezzato. Come dicevo prima, fortunatamente sono cambiati anche gli uomini che occupavano posti istituzionali di un certo peso e di conseguenza sono cambiate tante altre cose. E personalmente continuo a diffondere il credo della legalità in tutte le scuole d’Italia. E i ragazzi mi ascoltano e capiscono l’importanza dell’argomento…”

La politica ascolta? Qual è il suo pensiero?

“In politica c’è gente perbene. Altri, invece, preferiscono farsi i fatti propri, allontanandosi dall’affrontare il tema mafia perché sono proprio loro che vanno a braccetto col malaffare”.

Da quello che dice, deduco che il vento è cambiato in Sicilia quando si parla di legalità

“C’è ancora tanto da fare, è inutile negarlo. E’ una battaglia lunga ma ce la faremo. Tutti insieme. Però si, il vento è cambiato. Una dimostrazione tangibile è il pizzo. Fino a poco tempo fa, era inimmaginabile che qualcuno denunciasse gli estorsori, facendo nomi e cognomi. Chi subisce, adesso trova il coraggio di farlo. Leggo che a Gela c’è grande fermento in questo senso. Bisogna continuare così”.

Ritorniamo per un attimo a quel 23 maggio del 92. Cosa ricorda?

Ero seduto sul sedile posteriore. Il giudice Falcone era alla guida e accanto c’era sua moglie, la quale aveva preferito accomodarsi davanti perché soffriva il mal d’auto. Ricordai al magistrato di darmi le chiavi quando saremmo arrivati a destinazione.  Falcone distrattamente le sfilò, facendo rallentare l’auto di qualche secondo. Poi, nulla. Il buio. Mi sono svegliato in un letto di ospedale, dopo essere stato in coma. Chiesi perché mi trovassi in quel posto e cosa fosse accaduto. Mi dissero che avevo subito un incidente stradale. Ricordo che vennero a trovarmi il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (appena eletto) e il giudice Paolo Borsellino, l’unico magistrato che venne a sincerarsi delle mie condizioni di salute. Con se aveva un’agenda (probabilmente quella rossa, di cui si sono perse le tracce? ndr)  sulla quale prendeva appunti”.

Paolo Borsellino, altra vittima della ferocia mafiosa e stragista. E con lui, i cinque agenti di scorta in quel maledetto 19 luglio, 57 giorni dopo la strage di Capaci

“Una morte annunciata. Il giudice Borsellino, dopo l’uccisione di Falcone, sarebbe divenuto il nuovo Procuratore Nazionale Antimafia e avrebbe continuato il lavoro del suo fidato collega-amico di sempre…”

Quanti ricordi…

“Ho tanti ricordi belli di Giovanni Falcone. Uno su tutti è quando andavo a trovarlo a casa sua per barba e capelli. Si, prima che facessi l’autista giudiziario ero stato un parrucchiere. Per lui era troppo rischioso andare in una sala da barba e chiese a me. L’ho fatto per quasi 8 anni. Ricordo che la moglie ci portava sempre il caffè…”

Ha mai avuto paura per il lavoro che svolgeva, sempre al fianco di Falcone?

“Trent’anni fa non sono morto fisicamente ma dentro di me. Mi reputo un miracolato e per questo tutto quello che faccio lo dedico interamente a chi ha perso la vita in quel maledetto giorno. Col giudice Falcone, dal lontano 1984, giorno in cui mi chiese di diventare l’autista della sua macchina, ho avuto un rapporto di grande stima e fiducia, nel massimo rispetto dei ruoli. Le racconto un episodio che per me assume un valore enorme…”

Ci dica pure

“A Bagheria, il 23 novembre del 1989, vennero uccisi tre familiari del boss pentito Francesco Marino Mannoia. Assieme al giudice Falcone ci apprestammo a recarci sul posto, quando lo stesso giudice mi consigliò di prendere una strada secondaria, al fine di evitare che potessimo essere vittime di un possibile agguato. Arrivammo e trovammo il procuratore capo Pietro Giammanco. Ricordo che lo stesso Procuratore disse a Falcone che al ritorno sarebbero saliti entrambi su un’altra macchina e che io sarei dovuto andare da solo a Palermo, facendo quasi da battistrada, in una sorta di bonifica del tragitto. La risposta di Falcone fu secca e repentina: io non lascio da solo Costanza, vado con lui. Ecco chi era Giovanni Falcone. Un uomo in possesso di un elevato senso dell’altruismo e di un bene incommensurabile. Un uomo a cui devo la vita e a cui tutti noi dobbiamo dire grazie per tutto quello che ha fatto. Non solo in occasione della ricorrenza del 23 maggio, ma ogni giorno. Sempre!”

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Direttore Responsabile: Giuseppe D'Onchia
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