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Ipse Dixit

“Lo Stato c’è e non mollerà mai contro la mafia!”

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“Violenza, ignoranza, sopraffazione, angheria”: quattro sostantivi per definire il termine mafia. In queste quattro parole, analizzandone nel dettaglio l’etimologia, c’è tutto. E scavando nel sottobosco letterale si trova dell’altro. Ne è fermamente convinto, dall’alto della sua esperienza acquisita sul campo,  il colonnello dei Carabinieri Mario Mettifogo, capocentro Dia (Direzione Investigativa Antimafia) di Genova che ha competenza su tutta la regione Liguria. Lui, varesotto di nascita e siciliano d’adozione, la mafia l’ha conosciuta. Nella terra di Pirandello e Bufalino, ha prestato servizio a Palermo, Gela ed Agrigento. Ha comandato anche il Ros di Genova, Roma e Milano e ha diretto il Nucleo Operativo Carabinieri del Comando Provinciale di Bologna e il Battaglione Carabinieri “Piemonte” a Moncalieri.
Dicevamo della mafia. Come si può contrastarla e dove si deve intervenire?  “Contrastarla significa a volte contrapporsi a blocchi interi della società che l’appoggiano per paura o per convenienza. Si può intervenire sul ripristino della legalità complessiva o più direttamente sui giovani e sulle scuole. Più ragazzi terminano il ciclo di studi, minore è la possibilità che siano tentati dalle scorciatoie che la mafia lascia intravedere”. La strategia mafiosa è cambiata, adesso è più silente rispetto agli anni di piombo. Fa più paura? “Non credo faccia più paura. Sta cercando di mutare per sopravvivere”. Lo scorso 23 maggio, abbiamo ricordato il ventinovesimo anniversario della strage di Capaci in cui morirono il giudice Falcone, la moglie e gli agenti di scorta. Cosa ha lasciato in lei quel tragico evento? “Ricordo bene quel momento nel tardo pomeriggio di un sabato di fine maggio. Le notizie inizialmente generiche divennero via via più precise fino a quando nella prima serata si apprese nella sua interezza la tragica notizia. Mi trovavo con un collega presso un esercizio pubblico di Gela, intorno alle 20, ed all’annuncio dell’attentato ricordo negli sguardi delle persone, alcuni interrogativi ed in altre, la rassegnazione…”. E qual è stato il suo pensiero dopo avere appreso quanto accaduto? “Pensai fosse l’inizio della fine della mafia, perché la strage consumata era talmente clamorosa che avrebbe comunque prodotto una reazione dello Stato senza precedenti”. Per alcuni fu una strage annunciata. D’accordo? “Non sono in grado di dirlo…”. Dopo 25 anni di detenzione, il boss Giovanni Brusca è uscito dal carcere. Non è un’offesa alle vittime?                                                    “Comprendo dal punto di vista umano il dolore e il legittimo disappunto dei familiari delle vittime, ma nel caso di specie è stata applicata la legge vigente. A Gela, dal 1989 al 1993, ci furono un centinaio di omicidi e numerosi tentativi di omicidio. Lei in quegli anni comandava il Nucleo Operativo e la Compagnia dei Carabinieri di piazza Roma. Esageriamo se parliamo di una vera e propria guerra tra clan? “Era una guerra in piena regola che coinvolgendo intere famiglie di sangue, in alcuni momenti assumeva le caratteristiche della faida con il coinvolgimento anche di pregiudicati dei comuni limitrofi come Niscemi, Mazzarino, Riesi, Sommatino, Licata ed altri ancora”.
Quando lei fu trasferito a Gela da Palermo (dove comandava il plotone presso il 12’ Battaglione dei Carabinieri), non ebbe neanche il tempo di varcare la soglia della caserma che lo attendeva, che dovette immediatamente portarsi sul luogo dell’ennesimo omicidio. Quasi un battesimo di fuoco… “In effetti nella stessa mattinata in cui nel mese di maggio 1989 presi servizio come comandante del Norm, si verificò un omicidio in via Generale Cascino. La vittima era un rappresentante di spicco di quel gruppo che qualche tempo fu riconosciuto come “Stidda”.
A Gela in quegli anni si sparava ovunque, rivoli di sangue in ogni dove. La gente era impaurita. La città fu definita l’avamposto dell’inferno. “Giorgio Bocca nel 1992 scrisse “L’Inferno”, un libro sui mali del Sud Italia. Il capitolo che riguardava Gela lo intitolò “Il fondo dell’inferno”. Al di là delle invenzioni letterarie, in quel periodo Gela viveva una situazione drammatica, in cui oltre alle ferite  della criminalità organizzata si aggiungevano le inefficienze storiche degli enti locali oltre ad un diffuso abusivismo in tutti i settori”.
Il 27 novembre del 1990, in quattro agguati quasi simultanei, ci furono 8 morti e 11 feriti in quella che balzò agli onori della cronaca come la “strage della sala giochi”. Cosa ricorda di quel giorno?
“Arrivai nell’immediatezza presso la sala giochi dove c’erano state le prime vittime e mentre prendevamo contezza dell’accaduto, giungevano via radio i resoconti degli agguati tesi in altre vie della città. In tutti noi giunse la consapevolezza che fosse oramai indispensabile cambiare immediatamente le strategie di contrasto al crimine”.  Alcune ore dopo la strage, in un blitz nel quartiere Settefarine, individuaste il covo utilizzato dai sicari. Dentro ad una botola, c’era Ivano Carmelo Rapisarda, detto “Ivano pistola”, che adesso sta scontando tre ergastoli per una trentina di omicidi.  Quando fu arrestato, aveva 19 anni. Cosa vi disse quando capì di essere stato scoperto?
“Non disse nulla. Fu il primo ad essere catturato. Nelle stanze del covo trovammo un tesoro di indizi circa l’identità degli assassini, biglietti aerei, documenti d’identità, ricevute di noleggio auto, carte di credito ed altro ancora. Da quel luogo, gli autori dei fatti di sangue si erano mossi per compiere gli agguati ed in quel posto si erano rintanati al termine, prima di scappare durante la notte per sottrarsi alle ricerche. Rapisarda era rimasto indietro e quindi restò intrappolato nell’edificio che avevamo circondato. Fu il collega Filippo Fruttini a trovarlo e a tirarlo fuori da un’intercapedine del pavimento dove si era celato”. L’uccisione del commerciante antiracket Gaetano Giordano (10 novembre 1992) significò per tutti la sconfitta dello Stato. Qual è il suo pensiero? “La vicenda di Giordano, oltre che molto dolorosa, è anche estremamente delicata e quindi non si presta ad un commento di poche righe. Per quanto mi riguarda, il suo omicidio non fu una sconfitta dello Stato ma della gente perbene”. Se le faccio il nome di Franca Evangelista, vedova Giordano, cosa mi dice? “Una signora che ha dovuto lottare per tutta la sua vita”. Chi è per lei, Nino Miceli? “Non basterebbe un libro per descrivere Nino Miceli. Il suo coraggio ed il suo contributo alla giustizia, sono stati il riscatto per Gela e per i suoi cittadini, anche se all’epoca erano più le voci di critica che di sostegno, ma era comprensibile fosse così. Anche le valanghe all’inizio sono solo piccole pietre. Nessuno si aspettava che l’azione investigativa potesse raggiungere il cuore delle organizzazioni mafiose, come poi è accaduto. C’era un’atmosfera di rassegnazione complessiva e dolente che occorreva risvegliare. La testimonianza di Miceli ha contribuito a smuovere le coscienze”.
La conferma che la maggior parte dei commercianti pagasse il pizzo, l’aveste quando rinveniste il libro mastro durante il blitz nel quartiere Bronx, attuale Scavone, in cui c’erano i loro nomi e le cifre da elargire mensilmente ai clan? “Si, fu quello il primo passo. Identificare i commercianti e convincerli a collaborare. Occorre contestualizzare: siamo nel secondo semestre del 1992, pochi giorni dopo la strage di Capaci, in una cittadina bersagliata dai fatti di sangue della criminalità: in questa situazione non era facile convincere un cittadino a collaborare con la giustizia. Alcuni di loro l’hanno fatto; altri si sono arresi alla mafia. Nonostante quest’ultimi, però i risultati sono stati comunque estremamente soddisfacenti. L’operazione “Bronx 2″ costituisce una pietra miliare nella lotta alla mafia”. Settimane addietro, su questa testata, un commerciante di Gela,  costretto a fuggire dalla citta natia e trasferitosi al Nord Italia, ha dichiarato di avere pagato per anni il pizzo. Lo ha fatto perché lo facevano tutti; non ha denunciato per paura e perché non si fidava dello Stato. Che chiave di lettura dà a quanto sostenuto dall’interlocutore? “Ho letto anch’io l’intervista. Capisco e mi immedesimo nelle paure di chi deve denunciare, ma solo facendolo possiamo liberarci delle pastoie della criminalità organizzata. Compito dello Stato é quello di stare vicino alle vittime, difendendole con ogni sforzo possibile. Non mi sento di giudicare. Personalmente ho cercato di aiutare chi era in difficoltà”. Lei ha seguito molti fatti di cronaca a Gela, quale le è rimasto impresso in mente e perché?  “Gli episodi sono innumerevoli ma tra tutti spicca la vicenda relativa all’omicidio di Giordano”.    Se tornasse indietro alla sua esperienza a Gela, cosa rifarebbe? “Dopo tanti anni, diventa difficile dirlo. Mi affiorano decine e decine di ricordi di quegli anni.  Credo che sia stata un’esperienza ineguagliabile in un periodo della storia italiana che mi auguro non torni mai più”. Cosa avrebbe voluto fare?                                  “Avrei voluto fornire più risposte alle esigenze della cittadinanza. Mi sono impegnato allo strenuo ma non sempre si riescono a soddisfare compiutamente i bisogni di tutti. Voglio peraltro sottolineare come in quel periodo va Gela ci fossero in servizio dei carabinieri assolutamente determinati a combattere il crimine mafioso ed alcuni di loro, in particolare, avessero delle doti professionali ed umane di prim’ordine”.  Lei è cittadino onorario di Gela. Si aspettava questo importante riconoscimento? “No non me l’aspettavo, è stata un’iniziativa che mi ha piacevolmente sorpreso. Lo ritengo un grande onore. Anche se attualmente abito a Genova, faccio in modo, tutti gli anni, di trascorrere un po’ di tempo per le vie della vostra città”. Cosa le manca di Gela? “Il contatto con le persone, le passeggiate sul corso e le bellezze archeologiche”. Se dovesse mandare una cartolina ai suoi cari, cosa vorrebbe che venisse fotografato? “Gela vista dal mare a bordo di un’imbarcazione”.

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Ipse Dixit

“Gela città dalle mille risorse, poco valorizzate. Bisogna puntare sui giovani”

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“A Gela ho trovato una realtà vivace, sotto tutti i profili ed anche sotto l’aspetto dei reati commessi. E’ stato fatto un lavoro importante da parte dei miei Carabinieri del Reparto Territoriale che non finirò mai di ringraziare per il loro impegno e la loro tenacia nell’attività di controllo del territorio ed investigativa. Francamente non mi sono mai annoiato, non c’era giornata che non succedesse qualcosa e l’aspetto più bello e stimolante allo stesso tempo era quello di riuscire ad identificare gli autori di un crimine ed assicurarli alla Giustizia”.

Sono passati ben sette anni, da quando con il grado di Maggiore, Valerio Marra ha lasciato la città del golfo per ricoprire altri ruoli che lo hanno successivamente portato a Roma e da qualche mese a questa parte a Rieti, dove con il grado di Colonnello guida il Comando Provinciale. Il suo affetto nei confronti della nostra città è rimasto immutato, così come quando nel 2013 giunse dal freddo Veneto, dove per cinque anni aveva comandato la compagnia di Conegliano, dopo le esperienze significative vissute al Nucleo Operativo Catania Piazza Lanza e a Mazara del Vallo. Cresciuto a Salve, un piccolo comune di poco meno di 4500 abitanti della provincia di Lecce, situato nel versante ionico del basso Salento, l’ufficiale dei Carabinieri, ricorda con piacere la sua permanenza a Gela, individuando tra i tanti, tre particolari momenti.

“Gli incontri con i ragazzi nelle scuole, tantissimi organizzati in quel periodo grazie alla disponibilità di dirigenti scolastici ed insegnanti. Poi, la predisposizione e l’allestimento di due stanze in caserma (una a Gela ed una a Niscemi) per l’ascolto delle donne vittime di violenza: fu un’iniziativa intrapresa a livello nazionale dal Soroptmist Club e dal Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri. L’inaugurazione delle stanze costituì un momento di riflessione su una problematica, quale quella dei “femminicidi”, oggi purtroppo ancora presente in Italia e terribilmente attuale. L’altro momento è la riapertura del posto fisso Carabinieri Gela Centro: fu un giorno di festa. L’Arma ritornava nella caserma di Piazza Roma dopo un breve periodo di “assenza” e grazie alla volontà dei cittadini e delle istituzioni che hanno fortemente voluto ed auspicato un presidio nel vivo e popolatissimo centro storico della città”.

Qual è invece l’episodio che vorrebbe rimuovere?

“Sicuramente quello dell’omicidio avvenuto una sera in una piazza affollatissima davanti alla chiesa madre alcuni giorni prima di Natale: era il 17 dicembre del 2015. Quell’omicidio (a cadere sotto i colpi dei killer fu Domenico Sequino, ndr), a distanza di alcuni mesi e con non poche difficoltà, fu scoperto grazie alla professionalità dei Carabinieri della Sezione operativa che certamente non potettero contare, nel corso delle indagini, sulla collaborazione di coloro che assistettero al delitto. Nessuna chiamata, neanche in forma anonima fu fatta all’epoca per cercare di indirizzare o fornire qualche indizio utile a chi indagava. Ecco, a distanza di anni, posso affermare che è proprio questo il ricordo che vorrei rimuovere dalla mia mente”.

I giovani gelesi, in più di un’occasione, hanno manifestato il loro disagio per una città che offre poco, soprattutto in ambito lavorativo. In tanti, troppi sono andati via in cerca di fortuna. Come e dove bisogna intervenire per frenare questa vera e propria emorragia?

“Io penso che Gela abbia delle potenzialità straordinarie, penso alla ricchezza del patrimonio culturale, archeologico in particolare, negli anni purtroppo depredato da tombaroli e saccheggiatori clandestini senza scrupoli che hanno alimentato un mercato illegale transnazionale di reperti e monete antiche. Se questo patrimonio venisse adeguatamente valorizzato, Gela potrebbe vivere di turismo, arte, cultura innestandosi in un percorso virtuoso che vede già Agrigento e Piazza Armerina delle tappe già riconosciute ed apprezzate a livello internazionale. Poi, partendo sempre dai buoni esempi, incentivando l’agricoltura e la produzione agricola: Gela può godere di un clima favorevole e per niente freddo per 11 mesi all’anno. Ed in ultimo, ma non meno importante, la buona e sana volontà di crescere e lavorare onestamente, rispettando le regole: in questo ambito scuola e famiglia rivestono un ruolo cruciale”. 

Negli ultimi tempi, a Gela, è sensibilmente calato, fortunatamente, il numero degli attentati incendiari. Ma perché in città si ricorre al fuoco?

“Ho sempre pensato che fosse un problema culturale e di mentalità che faceva fatica a cambiare, il modo più semplice e più meschino per distruggere l’oggetto appartenente ad altri con cui, forse, si era discusso animatamente: non sempre il danneggiamento seguito da incendio di un’auto, di un motociclo, della porta di un’abitazione rappresentava l’esternazione di un pregresso tentativo di estorsione non riuscito. Ecco, anche in questo ambito, l’impegno dei Carabinieri, delle Forze dell’ordine e dell’Autorità Giudiziaria è servito, nel tempo, a prevenire e contrastare in modo significativo il fenomeno”.

C’è un episodio durante la sua permanenza a Gela che l’ha profondamente colpita e perché?

“Sicuramente la morte di tre operai avvenuta il 17 luglio 2014 sulla linea ferroviaria Gela –Licata, nel territorio di Butera. Si trattò di un incidente terribile sul lavoro che spezzò la vita di tre persone a seguito del passaggio di un treno regionale. Le immagini di quei corpi ancora oggi, vive nella mia mente, mi fanno sempre riflettere sull’importanza di garantire in ogni luogo di lavoro, idonee condizioni di salute e sicurezza e sull’importanza, nella prevenzione, delle attività di controllo e ispettive condotte, ad esempio, nei cantieri edili dove è più frequente il fenomeno degli infortuni”.

Se il lavora latita, le organizzazioni criminali ne approfittano.  E’ assodato (purtroppo) che chi non lavora è facilmente appetibile dai clan. In che direzione bisogna muoversi per evitare tutto ciò?

“La risposta più semplice da dare sarebbe: è opportuno creare le condizioni per incentivare l’occupazione soprattutto giovanile. Ma questo non basta, occorre che le nuove generazioni siano consapevoli del disvalore dell’illegalità e del mancato rispetto delle leggi e dell’altro. Per questo il lavoro che è stato fatto nelle scuole e tra le comunità dei giovani attraverso gli incontri con gli studenti illustrando loro i compiti e le funzioni dei Carabinieri ed il sacrificio di tanti militari dell’Arma caduti nell’adempimento del loro dovere, è stato esemplare. Penso all’esempio del Maresciallo ordinario Sebastiano D’Immè, gelese, Medaglia d’oro al valore militare deceduto il 7 luglio del 1996 a Varese, a seguito delle ferite riportate in un conflitto a fuoco avvenuto a Locate Varesino il giorno prima, mentre stava svolgendo indagini su un gruppo di rapinatori. Ricordo il sacrificio dei Carabinieri, entrambi di Niscemi e decorati, Vincenzo Caruso e Roberto Ticli, deceduti rispettivamente il 1° aprile 1977 a Taurianova (Rc) e il 1° ottobre 1990 a Porto Ceresio (Va) durante attività di contrasto alla criminalità organizzata e comune. Questi giovani carabinieri, figli di questa terra, sono morti perché hanno combattuto per gli ideali di giustizia, pace e libertà in cui fermamente credevano e per i quali hanno giurato fedeltà alla Nazione” 

Per anni ha comandato il Gruppo Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale a Roma. Numerosi sono stati gli interventi e i sequestri. Tradotto in soldoni, quanto frutta alle casse della criminalità puntare il proprio interesse sui beni archeologici?

“E’ un mercato clandestino che frutta centinaia di milioni di euro ogni anno. L’Italia, la Sicilia così come molte regioni meridionali sono parte lesa del traffico illecito di beni culturali e di reperti archeologici. Una recente indagine, l’operazione convenzionalmente denominata “Demetra”, condotta dai Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Palermo e coordinata dalla Procura della Repubblica di Caltanissetta, ha dimostrato come in Sicilia e nel Nisseno in particolare, fosse radicata un’organizzazione criminale dedita allo scavo clandestino, o meglio al saccheggio di diverse aree archeologiche del centro della Sicilia. I reperti archeologici trafugati venivano, quindi, illecitamente esportati in diverse case d’asta del centro nord Europa da dove venivano venduti. In quella circostanza è stata contestata oltre all’associazione per delinquere finalizzata alla ricettazione di beni culturali, anche la transnazionalità del reato che ha permesso di eseguire tre mandati di arresto europeo in Gran Bretagna, Spagna e Germania. In quell’indagine furono coinvolti, tra gli altri, gelesi e riesini”.   

Prima facevano tutto i tombaroli: scavavano, trovavano e vendevano. Adesso ci sono i committenti in giacca e cravatta. Anche in questo settore, la criminalità si è evoluta. Non crede?

“Si è evoluta e le recenti operazioni dei Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale lo hanno inequivocabilmente dimostrato. E’ una criminalità ben strutturata che si avvale di tombaroli, ricettatori, trafficanti, soggetti senza scrupoli che a partire dallo scavo clandestino, a volte compiuto con ruspe, che produce danni enormi al terreno e alle aree archeologiche, provoca un danno economico inestimabile quando i nostri beni vengono esportati illegalmente all’estero ed in questo caso la cooperazione internazionale giudiziaria e di polizia ha un ruolo cruciale”.  

Lo accennavamo poco fa: i report sui femminicidi e le violenze sessuali in Italia sono preoccupanti. Come legge questa tragica impennata degli ultimi anni?

“Oggi il fenomeno dei femminicidi è ancora tristemente attuale, come testimoniano gli ultimi casi di cronaca. L’Arma dei Carabinieri, in questo settore, ha puntato molto sulla formazione e preparazione dei militari ai vari livelli proprio per affrontare in modo diretto, tempestivo ed efficace tutte le situazioni di rischio per la vita e l’incolumità fisica della donna e dei minori.  Purtroppo tanti sono stati i casi che abbiamo affrontato anche a Gela e gli interventi compiuti anche in sinergia con la Procura della Repubblica e con i centri antiviolenza presenti sul territorio”.

Ci sono tanti predatori cibernetici. I ragazzi (soprattutto minorenni) sono facilmente a rischio. Cosa bisogna fare per evitare che cadano in trappola?

“La navigazione sul web presenta notevoli insidie. Oltre alla facilità con cui è possibile accedere a determinati contenuti, soprattutto pornografici, raccomandavo e raccomando sempre ai ragazzi di diffidare di siti internet in cui vengono proposti facili guadagni, penso ad esempio ai siti di giochi online che hanno una forte attrattiva sugli adolescenti.  Attenzione, questa potrebbe rappresentare un’esca per farli cadere in trappola!”.

Come legge il costante aumento il consumo di droga tra gli adolescenti?

“Anche in questo caso, sebbene siano state compiute tante attività investigative contro il traffico e lo spaccio di stupefacenti, a Gela e nei comuni limitrofi, il consumo di droga tra i ragazzi rimane ancora una piaga da debellare: anche qui, il ruolo della famiglia e della scuola è decisivo. Spesso quando interveniamo noi Carabinieri con arresti, sequestri, segnalazioni per uso personale ovvero guida sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, o, peggio, in caso di morte per overdose è ormai troppo tardi”.

Qual è il messaggio che vuole inoltre agli uomini in divisa che hanno lavorato con lei a Gela e all’attuale comandante, il tenente colonnello Marco Montemagno?

“Di lavorare sempre e con impegno come finora hanno fatto per il bene della città e dei gelesi. Al Tenente Colonnello Marco Montemagno, Ufficiale serio e preparato che conosco da 20 anni, rivolgo il mio personale augurio di buon lavoro, certo del fatto che saprà ben esercitare la sua funzione di Comandante di Reparto Territoriale anche in virtù della sua esperienza nell’Arma territoriale” 

Che sensazione ha provato al suo arrivo nella nuova destinazione di Rieti?

“Ho trovato una città ordinata, pulita ed una provincia ricca di paesaggi meravigliosi, forse poco conosciuta al grande pubblico e fuori da flussi turistici che vedono nella vicina Roma una tappa quasi esclusiva, in particolare per gli stranieri. Ho subito instaurato un rapporto diretto con la popolazione e con i Sindaci dei 73 comuni della provincia che sono riuscito sinora ad incontrare. A loro ho manifestato la vicinanza dell’Arma dei Carabinieri vista la capillarità delle nostre Stazioni nel territorio. Siamo impegnati su diversi fronti nella prevenzione e nel contrasto dei reati contro il patrimonio e la persona, contro lo spaccio di stupefacenti e contro la violenza di genere. La sensibilità comune dimostrata dai primi cittadini e dalla popolazione locale e la professionalità dei Carabinieri della provincia sono un ottimo presupposto per ben operare”. 

Qual è il consiglio che vuole dare a chi si appresta ad entrare nell’Arma dei Carabinieri?

“Raccomando sempre umiltà, sacrificio, dedizione, motivazione, studio e preparazione fisica e mentale. Oggi scegliere di fare il Carabiniere significa lavorare lontano da casa propria, ma vicino alla comunità e ai cittadini la cui garanzia di sicurezza costituisce il nostro principale obiettivo. A loro, alle persone più deboli, alle vittime del reato non dobbiamo mai farle sentire sole, ma garantire sempre ascolto, attenzione, facendo ogni sforzo per la risoluzione di una problematica o di un reato che ci viene segnalato e di cui sono parte offesa. E’ il nostro compito ed anche una nostra responsabilità da quasi 210 anni ed è per questo motivo che la gente ci sente ancora vicini”.

Lei perché ha scelto di fare il carabiniere?

“E’ stato il mio sogno sin da bambino. All’età di 8 anni ho indossato per la prima volta la divisa, ovvero la grande uniforme storica di mio zio, all’epoca Appuntato Scelto dell’Arma dei Carabinieri in servizio in un Stazione molto impegnata nel sud Salento. Nella mia famiglia non ci sono militari dell’Arma, mio padre era titolare di un’autoscuola, mia madre casalinga, mio fratello più piccolo studente, ma ben 4 zii erano Carabinieri, tutti con esperienza in nuclei operativi o stazioni in varie parti d’Italia: mi raccontavano spesso le loro vicende direttamente vissute con i loro colleghi a contatto con il cittadino, al servizio dei più deboli, sempre pronti a difendere gli onesti e a perseguire i delinquenti con gli strumenti che la Legge consentiva loro. Ecco, a distanza di anni, posso dire che la loro dedizione al lavoro (e alla famiglia), la motivazione sempre alta è diventata e con il tempo, anche la mia”. 

Per un giovane di provincia come lei, è stato complicato addentrarsi in realtà territoriali molto più estese, come ad esempio Modena dove nel 1997 ha partecipato al 179′ corso “Osare” presso l’accademia militare?

“Assolutamente no. Avevo già vissuto l’anno precedente a Siena perché iscritto alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Ateneo di quella città. Lì ho imparato, per la prima volta, ad affrontare, lontano da casa e dalla famiglia, le prime difficoltà di un giovane in una città totalmente sconosciuta e con una mentalità differente rispetto a quella del sud. Poi, nel 1997, vincitore di concorso, ho frequentato con entusiasmo il biennio di formazione presso l’Accademia Militare di Modena e la città l’ho principalmente vissuta, insieme ai miei compagni di corso, nei periodi di libera uscita”.    

D’impatto, che differenza ha notato proprio in Emilia Romagna tra Nord e Sud?

“Sicuramente l’aspetto climatico non mi ha lasciato indifferente, abituato a vivere in un piccolo paese del sud Salento a pochissimi chilometri dal mare. Poi anche le condizioni di vita, una realtà industriale fiorente fanno ancora oggi di Modena e della sua provincia una delle aree più sviluppate del nostro Paese anche per la posizione geografica baricentrica rispetto al centro nord Italia e alle vie di comunicazione che favoriscono moltissimo gli spostamenti anche e soprattutto in treno”.   

Rimanendo in tema: perché persiste questo atavico divario tra il settentrione d’Italia e il mezzogiorno?

“Sicuramente, come dicevo prima, le vie di comunicazione rapide e velocità di spostamento delle merci favoriscono lo sviluppo economico, a questo aggiungiamo una mentalità imprenditoriale radicata, fatta anche da piccole e medie imprese, che garantiscono occupazione e benessere rispetto ad altre zone del Mezzogiorno”. 

Lei è tifoso leccese…quest’anno ci sono le premesse per una salvezza tranquilla in serie A? 

“Non vorrei dirlo troppo presto, per scaramanzia. E’ un campionato in cui abbiamo iniziato con il piede giusto: dopo 5 giornate eravamo al 2° posto e qualcuno parlava già (molto prematuramente) di Champions League. Io quando ho visto giocare il Lecce quest’anno mi sono sempre divertito, bel gioco, squadra votata all’attacco, buona difesa e centrocampo completamente rinnovato. Il portiere, Falcone, è una garanzia: lo scorso anno, alla penultima giornata, parando un rigore al Monza, ha chiuso la saracinesca ed ha spalancato le porte della salvezza di una neo-promossa che ad inizio campionato sembrava un miraggio. Quest’anno, auguro al nostro portiere di ripetere analoghe prestazioni (ha già parato un rigore a Lukaku contro la Roma e ha fatto altri “miracoli” contro altre blasonate formazioni) e alla mia squadra del cuore di non tenermi sulle spine fino all’ultima giornata, ma di farmi vivere una primavera in serenità e, possibilmente, dalla parte sinistra della classifica”.  

Chi vincerà lo scudetto?

“Il tricolore lo può perdere solo l’Inter che ha, praticamente, due squadre”.

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Ipse Dixit

Ernesto Maria Ponte, l’acrobata della risata che ha rinunciato al posto fisso

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Le sue doti artistiche le avevo già percepite nel lontano 1990, quando sul “diretto” Roma-Palermo, intratteneva i commilitoni siciliani con gag nostrane. E giù risate, in un vero e proprio turbinio di divertimento, antidoto ideale per non pensare ai giorni di naia che ci aspettavano. Ridevano anche quattro suore, accomodate nello scompartimento accanto. Tutto improvvisato. E per giunta gratis. Ernesto Maria Ponte è così, e lo è sempre stato: le sue battute sono immediate, candite da quella cadenza dialettale che ne fanno il segno distintivo. Le sue ultime costanti apparizioni al programma “Only Fun” sulla Nove, riscuotono ampi consensi. Si percepisce che arriva dalla scuola teatrale del grande Gigi Proietti. 

Ma come è nata la passione per il teatro?

“Fin da piccolo. Ricordo le recite scolastiche con piccole storielle che suscitavano ilarità. All’età di 15 anni, ho preso parte alla prima compagnia professionistica di Palermo e non mi sono più fermato. E lo faccio da quarant’anni. Devoto e dedito all’arte teatrale…”

Quali sono le differenze tra teatro e Tv?

“Sono sostanziali. La televisione ha dei tempi molto ristretti. Poi nell’ultimo periodo, prevede una comicità d’impatto, molto più repentina. Il teatro invece è tutt’altra cosa: puoi prendere tutto lo spazio che vuoi e quindi giocare con tempi molto più dilatati. C’è chi possiede una comicità prevalentemente televisiva e viceversa, con una gestione diversa. In tutta sincerità, detesto questi 7 minuti che ti offrono in tv perché devi stringere. Col teatro, invece, non è così e ti diverti col pubblico. Si è capito che mi piace di più?”

La bravura di Ernesto Maria Ponte l’abbiamo riscontrata nei film il 7 e l’8, Via Castellana Bandiera, Ore diciotto in punto, La fuitina sbagliata, Il colore del dolore, Un mondo tutto social e in So tutto di te…

Come sono nate le collaborazioni con Ficarra e Picone? 

“Con Salvo e Valentino siamo cresciuti assieme a Palermo….poi loro hanno preso il volo e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Essere partiti per Milano è stato un grande passo in ambito lavorativo. Altri, me compreso, siamo rimasti in Sicilia. Ho girato anche nell’ultimo film di Roberto Lipari ma finora la parte più lunga che ho avuto (avendo il ruolo di protagonista) è quella nella fiction “Agrodolce”. Mi sono divertito  ma…mi ripeto, viva il teatro, il cinema è estenuante!”

Fare teatro è redditizio?

“Da quando ho cominciato a fare sul serio…ci mantengo due famiglie! Per arricchirsi bisogna essere un Enrico Brignano che riesce a riempire le sale, quelle grandi. Uno come me lavora molto sul territorio. La passione per il teatro è innata. Ho rifiutato anche il posto in banca e non me ne pento….la mia rendita è superiore”.

Quanto è stato importante per te, nell’evolversi della tua carriera professionale, l’incontro con Salvo La Rosa?

“E’ stato un grande scopritore di talenti in Sicilia. Aveva in mano una macchina da guerra. Come del resto l’emittente televisiva che lo ospitava. Attualmente il programma si chiama ancora “Insieme” ma per me non ha nulla a che fare con la trasmissione che ho conosciuto. Non c’è più quel bravo presentatore, non c’è più quello spirito di una volta. Si, Salvo La Rosa è stato importante per me e lo è tuttora. Ci sentiamo, collaboriamo. È stato un elemento televisivo che mi ha dato una certa visibilità nel 2000 e ha contribuito a darmi spazio, popolarità e lavoro. Gliene sono grato”.

Con chi dei registi con cui hai lavorato in questi anni, ti sei trovato in sintonia? E perché?

“Ne ho conosciuti pochi. Ho lavorato con il regista palermitano Pippo Spicuzza, con Roberto Guicciardini, con Nino Magistro. Mi sono divertito tantissimo con Gigi Proietti. Aveva una visione dello spettacolo e della teatralità molto vicina alla mia. Lui lavorava molto sul personaggio, sulla sua entità, sulla forma fisica, sull’espressione. Non ti diceva mai di copiare un attore ma ti diceva di trovarti il personaggio secondo le tue caratteristiche e questo era un modo per darti forza con più libertà di espressione. Rimane il migliore insegnante e il migliore regista che ho avuto!”.

Qual è il tuo ricordo personale di Gigi Proietti?

“Dico semplicemente che quando oltre vent’anni fa mi volle come spalla per una serie di repliche al teatro Smeraldo di Milano, quello rimane il momento più bello. In assoluto. Altre volte sono stato in scena con lui.  Ho scoperto tanti meccanismi, ho imparato tanto, ho conosciuto la persona. Il mio legame con Gigi non è stato solo didattico e professionale ma anche molto intimo. Mi manca. Il migliore di tutti!”

Tra i tanti colleghi, riesci ad indicarne uno che possa calcare le orme del grande maestro?

“Seguire le sue orme è impossibile. Proietti era Proietti, Fiorello è Fiorello ma non è Proietti. Brignano ha frequentato la scuola di Gigi ma lo stesso discorso vale per lui: non è Proietti. Ci sono delle epoche che fanno la differenza, c’è un vissuto. La grandezza del maestro era quella che lui riusciva a fare diventare teatrale anche una barzelletta. Quando possiedi queste capacità, hai raggiunto il massimo. Non riesco ad individuare un collega che possa essere paragonato a lui”. 

Con chi avresti voluto lavorare nel tuo settore?

“Ho collaborato con Sergio Vespertino, Antonio Pandolfo, Marco Manera, Marco Simeoli. Le collaborazioni non mi dispiacciono. Se devo pensare in grande, stimo e apprezzo Fiorello. Sono molto amico del suo autore, il mio compaesano Ciccio Bozzi”.

Ti sei sposato da poco con Clelia Cucco. Quando e come è nata la vostra storia d’amore?

“Otto anni fa. Oltre ad essere insegnante di latino e greco, mia moglie fa l’attrice drammatica al teatro”Biondo”. Le sue fondamenta sono differenti dalle mie. L’ho coinvolta nel mondo delle commedie, della comicità….e quando la collaborazione artistica si è intensificata, di conseguenza è nata anche quella sentimentale che si è tradotta in matrimonio. Per me si tratta delle seconde nozze. Con Clelia c’è tanta complicità. Siamo in sintonia anche se non mancano le liti e le divergenze, soprattutto artistiche, che completano la bellezza e la varietà di un rapporto. Tutt’è bbonu e binirittu…”

Ernesto e Clelia sono stati protagonisti degli spettacoli “Finiti sotto un Ponte”, Il punto G” “Amori e guardati”,  “Sesso e spasso” e “Rapina a mani smaltate”. Sul palco, fanno faville.

Consiglieresti ad un giovane di intraprendere la tua professione? E perché?

“E’ un’ attività difficile. Prima la si faceva con la giusta preparazione, adesso invece, tutti si cimentano a fare gli attori, i cabarettisti senza avere le giuste qualità ma solo perché risultano simpatici ad un pubblico da web, da social. Ci sono infatti tantissimi che arrivano proprio da questo mondo. Alcuni li ho formati anch’io, cercando loro di inculcare il giusto equilibrio. Però – sincero – non tutti quelli che arrivano dai social mi piacciono. La definisco spazzatura. C’è un gusto dell’orrido che crea dei fenomeni con al seguito tanti followers…e non il pubblico. Si sentono ammirati con i like che ricevono, non sapendo che non hanno alcuna connotazione artistica. La scuola è alla base di qualsiasi cosa tu voglia fare. Se vuoi fare il comico, devi studiare anche il classico, il drammatico. E’ da qui che si parte! Il consiglio che do ai giovani è diretto: se volete intraprendere questo mestiere, dovete studiare e non dovete fidarvi degli esiti positivi della massa che poi, in futuro, potrebbe voltarvi le spalle perché non siete in condizione di soddisfarla”.

Tra i colleghi con chi hai legato di più?

“Non posso dare un solo nome perché mi sentirei di mancare nei confronti degli altri. C’è un forte legame con Claudio Casisa dei Soldi Spicci con cui ho girato anche un film, con i fratelli Sansoni, con Robertino Lipari. Parallelamente ci sono degli artisti che non frequento e non stimo affatto ma non farò mai i loro nomi. Muto! Nutro grande simpatia e mi trovo bene anche nella vita privata con Gianni Nanfa, Stefano Piazza, Giuseppe Castiglia, Enrico Guarneri, Carlo Kaneba… Affettivamente mi sento legato a Casisa e lui sa il perché…”

Qual è la tua giornata tipo?

“Sono molto pigro. Adoro il divano e amo vedere in tv gli approfondimenti politici e i documentari. Sono iperattivo solo con lo spettacolo. Per il resto non ho voglia di fare nulla! Mare, sdraio, barca, sole: ecco gli elementi che non devono mancare. Faccio un lavoro che mi piace e dispenso la massima energia. Questo mestiere mi offre tanti momenti di relax, dopo avere profuso il massimo sforzo per 7/8 mesi l’anno. Un vero lusso staccare la spina negli altri mesi. Me li godo infinitamente!”

Il tuo hobby?

“In assoluto la cucina. Mi diletto a preparare pietanze e…. soprattutto a mangiare. La mia stazza fisica è ampia e i 100 chili sono evidenti. Non puoi nasconderli”.

In qualche occasione sei stato presente a Gela. Cosa ti ha colpito della nostra città?

“Non ho avuto un rapporto intenso con Gela, la conosco poco. Però ho percepito che la città soffre il passato industriale che ha causato tanto inquinamento..Mia moglie è esperta della storia greca e in alcune occasioni, per lavori di scavo, è stata presente nella vostra città. Mi racconta che Gela ha un vissuto storico importantissimo da fare invidia a qualsiasi altro territorio. Mancano, però, le giuste valorizzazioni. La città potrebbe rappresentare un punto di riferimento della storia siciliana. I gelesi meritano riscatto. E poi avete dato i natali all’artista Giovanni Cacioppo, carissimo amico che stimo tantissimo…”

Perché consiglieresti di venire a vedere un tuo spettacolo?

“Credo che dal punto di vista comico, quando preparo e metto in scena una commedia ci metto tutto me stesso. Sono molto rigoroso con chi mi collabora nella scrittura. Il buon Salvo Rinaudo ne sa qualcosa. Chi viene a vedermi, sicuramente si diverte. Probabile anche che a qualcuno non piaccia. Ripeto sempre: se vi va, venite!”

Riesci ad immaginare una Sicilia non oppressa dalla mafia?

“Ci spero, soprattutto dopo avere vissuto da adolescente, quanto succedeva nella mia Palermo negli anni 80… morti ammazzati ovunque, una vera mattanza. Ho provato vergogna e ho subito l’onta, in quelle tragiche situazioni,  di essere palermitano anche se sentivo il conforto di chi mi stava vicino. Sono stati momenti bruttissimi, acuiti poi con le stragi del 92…La nostra amata Sicilia potrebbe essere una terra di lusso, una vera perla del Mediterraneo, dell’Europa, del Mondo. La mafia – purtroppo – è un fenomeno radicato che ha trasmesso tanta negatività. E non solo a Palermo, ma anche a Gela, Catania…”

Il tuo sogno ricorrente?

“Sarò contraddittorio per le risposte che ti ho dato ma….vorrei fare un film tutto mio. Più che sogno, si tratta di un desiderio per vedere in che modo riesco a relazionarmi con il pubblico, avviando quel meccanismo narrativo che ti rende protagonista. Vorrei proprio vedere quale sarebbe l’esito. Tutto questo mi incuriosisce e non poco”.

Tra una cena romantica con la tua lei e uno spettacolo di un caro collega, cosa decideresti di fare quella sera? 

“Non me ne vogliano i colleghi ma la cena romantica ha sempre il suo fascino, il suo perché. Vale sempre più di qualsiasi spettacolo!”

Quando l’hobby per la cucina (soprattutto mangiare) e il sentimento si incontrano, non c’è altro da aggiungere….

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Ipse Dixit

Il procuratore di Gela e il suo amore per la Sicilia, “terra straordinaria e bellissima”

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Dalle più delicate inchieste sulla presenza della ‘ndrangheta in Emilia Romagna a quelle che hanno interessato la strage alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto del 1980, in cui morirono 85 persone e oltre 200 rimasero ferite a seguito dell’attentato di matrice neofascista. Indagini complesse, attente e scrupolose che hanno permesso di individuare mandanti ed esecutori del più grave atto terroristico (anche per il numero delle vittime) che si è verificato in Italia nel secondo dopoguerra ed indicato come uno degli ultimi atti della strategia della tensione, portano la firma di Lucia Musti, da poco meno di due mesi nuovo procuratore facenti funzioni al Tribunale di Gela. Modena e Bologna sono state tappe fondamentali nella crescita professionale del magistrato. E’ stata proprio lei a chiedere il trasferimento in Sicilia, “terra straordinaria e bellissima” ci tiene fin da subito a sottolineare. Nata a Sabaudia, “fin da bambina – dice – sono stata animata da un profondo ma al contempo equilibrato senso di giustizia. Giustizia e non giustizialismo”.

Partiamo da un assioma: secondo un rapporto dell’Eurispes, il 56,2% degli italiani che hanno subito un reato ha deciso di non presentare denuncia. Non crede che sia un dato preoccupante, come se prevalesse un senso di smarrimento, di paura, di insicurezza?

“Mi piace pensare che ogni scelta sia il frutto di una riflessione, di una ponderazione e non di una presa di posizione improvvisata e frutto di impulsi irrazionali. Ciò detto, credo che alla base della decisione di non denunciare non vi sia solo “la sfiducia nella giustizia” ma giochino anche altri fattori; mi viene in mente, ad esempio, il costo delle parcelle dell’avvocato, il temperamento rinunciatario ed altro…”

Sempre secondo il rapporto, il 44,8% dei cittadini considera il possesso di armi da fuoco un pericolo ( possono finire nelle mani sbagliate), il 19,2% ritiene che sia un diritto da riservare solo a categorie particolari esposte a rischi (come i commercianti) mentre il 18,4% pensa che rappresenti la possibilità per qualunque cittadino di difendersi dai malintenzionati. Come legge questi dati?

“Li leggo, comunque, come dati da rispettare ed anche di utilità per riflessioni di vario contenuto. Una risposta che mi sarebbe piaciuta è che le armi vadano detenute da coloro che sono in possesso di tutte le caratteristiche (fisiche, psichiche, di salute) che ne abbiano la padronanza”.

Chiudendo il discorso riconducibile al rapporto dell’Eurispes, emerge che un intervistato su 4 (27,1%) acquisterebbe un’arma per autodifesa, il 72,9%, al contrario, non lo farebbe. In caso di minaccia concreta alla propria persona e/o alla propria famiglia, il campione si divide a metà con il 49% di risposte positive e circa il 51% di indicazioni negative. Anche in questo caso, qual è la sua chiave di lettura?

“Sono risposte dettate dall’emotività e prive di concreta pre- valutazione di una serie di considerazioni. Si chiedono costoro se realmente il mero possesso dell’arma è elemento atto a garantire l’incolumità della loro famiglia? Possesso di un’arma non significa difesa assicurata, tutt’altro”.

In tema sicurezza, come bisogna distinguere il rischio reale da quello percepito?

“A mio avviso – nei panni del cittadino – coincidono”

“I mafiosi avranno sempre una lunghezza di vantaggio su di noi…”. D’accordo con la citazione di Giovanni Falcone?

“Non tutte le frasi pronunciate dai grandi uomini che ci hanno lasciato sono sempre e comunque valide in eterno; sono sempre giuste, corrette e condivisibili ma alcune è possibile che vengano superate dai tempi. D’altra parte neppure è possibile avere le contro prova che quelle medesime persone oggi pronuncerebbero le medesime frasi. Nel caso di specie non condivido. Ritengo che con le mafie il rapporto sia quello del gatto con il topo: ci si rincorre ed a volte il gatto mangia il topo, altre volte il topo gabba il gatto…”

La mafia è cambiata rispetto a quella che abbiamo conosciuto?

“La mafia è un fenomeno umano e si evolve con la civiltà del costume. Nascono nuove mafie, quale ad esempio, la mafia foggiana che è una mafia “primordiale” che ancora incentra tutto il proprio agire sulla violenza e la sopraffazione, spara e colpisce molto, atterrisce i cittadini: è la mafia “old style”. Le mafie insorte nel secolo: una su tutte la ‘ndrangheta (da me ben conosciuta perché trattata nel mio percorso professionale), ma anche Cosa Nostra ( sia pur un passo indietro rispetto al lato dell’impegno nel settore dell’economia) è mafia 5.0, evoluta e raffinata sotto il profilo della tipologia di attività posta in essere, nell’inserimento nelle attività produttive/economiche nei contesti delle nostre Regioni del Nord Italia in cui si confondono con i gli imprenditori locali i quali hanno compreso che fare affari con la mafia conviene. Infine si servono di professionisti, “colletti bianchi” locali – addirittura – hanno i professionisti “fai da te” ovverosia i loro figli o nipoti che diventano avvocati e commercialisti: categorie professionali utilissime nel settore dell’economia”.

Dopo la morte di Matteo Messina Denaro, cosa cambierà ai vertici della mafia siciliana?

“A questa domanda ha risposto meglio di quanto possa fare io il Procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio De Lucia”.

Nel comprensorio gelese, quali sono i reati in aumento e quelli (fortunatamente) in calo negli ultimi mesi?

“Non abbiamo dati statistici, ma posso esternare solo che vi è un altissimo livello di litigiosità ed aggressività che sfocia con varie tipologie di condotte criminose, dalla minaccia lieve all’esplosione di colpi d’arma da fuoco in pieno giorno anche al solo scopo di intimidazione. E poi gli incendi, di ogni tipologia e l’inquinamento ambientale; la detenzione ed il porto di armi e lo spaccio di stupefacenti”.

Preoccupa che a Gela, oltre a Cosa Nostra e Stidda ci sia anche il terzo polo mafioso. Il riferimento è al gruppo Alferi. Inchieste hanno appurato che si tratta di un gruppo spavaldo e molto aggressivo, assolutamente poco silente rispetto agli altri due, che hanno preferito un profilo criminale basso dopo la pax mafiosa raggiunta alcuni anni fa…

“Del tema è competente la Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta”.

Da ambienti politici e da categorie professionali, a seguito di episodi malavitosi a Gela è stato invocato l’arrivo dell’Esercito. Cosa dice nel merito?

“L’Esercito Italiano è utilissimo in svariati settori. La presenza è utile quale deterrente generico”.

Numericamente la pianta organica della Procura è sufficiente?

“Assolutamente no! Sarebbe opportuno un aumento di 2/3 unità: ovverosia 8 Sostituti, oltre al Procuratore. Attualmente la pianta organica è di 5 Sostituti”.

In giro per la città ci sono troppi giovani che impugnano e imbracciano armi. Tre domande in una: come mai, dove e come bisogna intervenire?

“La risposta è una sola: occorrerebbe prima educare i genitori, a volte. Importanti sono la famiglia, la scuola, la Chiesa, le associazioni”.

Sul fronte dello spaccio di stupefacenti, quali sono gli interventi da adottare?

“Il controllo del territorio e la collaborazione dei cittadini. La Polizia giudiziaria è presente ed efficiente”.

Cosa l’ha colpita quando ha messo piede a Gela?

“La spazzatura ed i rifiuti diffusi dappertutto ed anche da moltissimo tempo: pessimo segnale sotto ogni profilo. Altre sono le ”cose” che mi hanno colpito positivamente. La Sicilia è sempre e comunque affascinante…”

In ambito lavorativo rifarebbe tutto quello che ha fatto fino ad oggi?

“Assolutamente sì”.

Ha un sogno nel cassetto?

“Rifare il magistrato in un’altra vita. Ma solo in Sicilia”.

Un assist perfetto per la scrittrice e giornalista francese Edmonde Charles Roux che di frequente ripeteva: “Nel bene e nel male, la Sicilia è l’Italia al superlativo”.

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