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Ipse Dixit

“Il calcio, la mia vita. Se mi chiamassero da Gela…”

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Partiamo subito in quarta
L’Italia vincerà gli Europei?
“Certamente siamo tra i favoriti. La squadra gioca bene e mi piace. E poi sono passati 15 anni dall’ultimo Mondiale vinto e quindi sembrerebbe l’anno giusto per alzare al cielo un trofeo”. Parole e musica portano la firma di Emilio Docente, trentasettenne, attaccante di razza, gelese doc. Innamorato della sua Francesca e del suo piccolo Emilio Junior di 10 anni, vive a Riccione. Il suo palmares non ha bisogno di presentazioni: 483 presenze in campo e 166 gol segnati. Fino ad oggi.

Una valanga di reti. Quale la più importante e perché?

“Quella realizzata contro l’Ascoli in serie B con il Messina. Vincemmo 3-2. Fu l’anno della mia consacrazione. Da lì è partita definitivamente la mia carriera calcistica”.
E il gol più difficile?
“Sembrerà strano ma quello più difficile da segnare è sempre stato il calcio di rigore. Emotivamente non è semplice da realizzare”.

Tante le tappe della tua carriera: hai giocato anche col Rimini. Cosa ricordi di quell’esperienza?
“Rimini è stato il percorso più importante sia a livello calcistico che anche fuori dal campo. Proprio in Romagna mi sono tolto tante soddisfazioni. Inoltre ho conosciuto negli anni un ambiente e della gente fantastica. Tutti mi hanno fatto sentire a casa e di conseguenza ho scelto di vivere proprio qui”.

Sei esploso, eri appena diciassettenne, con la maglia del Gela (in 40 gare segnasti 13 gol). Poi sei stato venduto alla Juventus che ti ha girato al Messina. In riva allo Stretto, hai giocato pochissimo (8 partite, un solo gol). A distanza di tempo, possiamo dire che fu fatta la scelta giusta?
“Gela è stato il trampolino di lancio. Mi sentivo addosso gli occhi degli addetti ai lavori tra cui Luciano Moggi. Le mie decisioni erano condivise con il mio agente che altro non era che il figlio dello stesso Moggi. Fu scelta Messina perché non volevamo spostarci tanto dalla mia terra. Una decisione approvata pienamente anche dalla mia famiglia. E’ pur vero che all’età di 17 anni non potevo mettermi in competizione con attaccanti del calibro di Zampagna, Amauri, Sullo. Con la maglia giallorossa ho giocato la coppa Primavera Viareggio e siamo arrivati ai quarti di finale. Al mio ritorno sono riuscito a realizzare un gol e a raggiungere le 8 presenze. Non direi che si tratta di un magro bottino, anzi…Tornassi indietro, rifarei la stessa scelta. Messina è stata la tappa giusta per la mia carriera”.

Dopo avere girovagato per mezz’Italia, da Avellino a San Benedetto del Tronto, da Ancona a Perugia, nella stagione 2010-2011, sei tornato a Gela rivestendo la maglia biancoazzurra. Ventisei presenze e 6 gol in Prima Divisione (attuale serie C). Era una gran bella squadra con i vari Cunzi, Cruciani, Scopelliti, Cardinale. Ed era anche un campionato ricco di squadroni: dalla Ternana alla Nocerina, dalla Juve Stabia al Pisa, dal Benevento al Cosenza, al Foggia di Zeman e di Insigne. Chiudeste la stagione al 12’ posto. Si poteva puntare più in alto?
“Ho scelto personalmente di ritornare a Gela insieme al direttore sportivo Carmine Donnarumma ed al compianto presidente Angelo Tuccio. La squadra era forte e si era creato anche un bel gruppo tant’è che nel girone d’andata eravamo a pochissimi punti dalla prima in classifica. Durante il mercato invernale a gennaio, ci furono un po’ di problemi e si decise di sfoltire la rosa e di conseguenza la classifica ne risentì. Posso dire però che, nonostante tutto, chi rimase realizzò un vero capolavoro, raggiungendo la salvezza. Non era affatto semplice, considerato il potenziale delle altre squadre”.

Il Gela, l’anno dopo non si iscrisse al campionato e ti acquistò la Ternana. Per te poteva aprirsi un ciclo con gli umbri, dopo la conquista della Cadetteria ed invece non ti fu rinnovato il contratto. Cosa accadde?
“Dopo Gela ebbi molto mercato e la Ternana fu la società che mi cercò con più insistenza. Non esitai un attimo ad accettare. Parliamo di una grande piazza. A Terni ho vissuto un anno bellissimo. Li il calcio si vive in maniera ossessiva e passionale; ogni calciatore è al centro delle aspettative dei tifosi. Stravincemmo il campionato e andammo in serie B ma per scelta tecnica si decise di puntare su altro attaccante e quindi non fui riconfermato”.

In ogni squadra in cui hai giocato, hai sempre lasciato la tua impronta in fatto di gol segnati. Solo in poche occasioni sei rimasto a secco, Avellino su tutte. Ma avere segnato 34 gol in 39 incontri con la maglia del Real Miramare (prima categoria Emilia Romagna, stagione 2016-2017), è difficile da dimenticare. Quasi un gol a partita…

“Real Miramare è stata una scelta di vita più che calcistica. In quel momento la priorità era stare vicino alla famiglia e la categoria contava poco per me. In quell’occasione, però, ho conosciuto le viscere del calcio dilettantistico sotto tutti punti di vista. Per tutti rappresentavo un idolo con cui poter interagire e condividere la mia esperienza di calcio. E da loro ho imparato molto. Credo sia stata una tappa fondamentale del mio percorso umano. I gol realizzati passavano in secondo piano…”

Anche con la Fya Riccione, in Eccellenza, nella stagione successiva è andata di lusso
“La Fya Riccione fu una scelta mirata per rimettermi di nuovo in gioco. Feci questa scommessa con me stesso, vincendola sul campo: 37 gol in 52 partite”.

Qual è stata la squadra più forte che hai mai incontrato?

“Ho incontrato molte squadre forti nell’arco della mia carriera”.

E il difensore più difficile da cui smarcarsi?
“Sceglierne uno non sarebbe giusto. Ne ho incontrati tantissimi”.

Hai avuto tanti allenatori. Chi ti ha colpito di più e perché?
“Ho avuto la fortuna di avere molti allenatori bravi. Ho imparato molto da Toscano, Boscaglia, Baroni, Braglia. Si tratta di tecnici con mentalità vincente”.

Non soltanto allenatori ma anche tanti presidenti. Con chi sei andato d’accordo?

“Ho conosciuto presidenti con la p maiuscola come Bellavista, Morace, Tuccio, Franza…Per loro la passione andava oltre qualsiasi ostacolo!”

E con chi invece non hai legato?
“Ci sono stati presidenti che chiamarli tali è un offesa alla stessa parola. Più che presidenti, li definirei speculatori…”

Hai conosciuto tantissimi colleghi nella tua carriera. Chi di loro ti è stato veramente amico soprattutto nei momenti difficili che un giocatore può attraversare?
“Nel calcio come nella vita sai riconoscere chi sono gli amici. Ognuno dei compagni di squadra con cui ho giocato, mi ha lasciato qualcosa anche se non era amico mio…Paradossalmente la gente negativa che ho incontrato, ha rappresentato una tappa fondamentale per la crescita calcistica della mia carriera. A distanza di anni ho incontrato ex compagni di squadra con i quali manco ci salutavamo; adesso ci abbracciamo. Credo sia questo, alla fine, il senso positivo”.

Con chi ti sarebbe piaciuto giocare?
“Certamente dopo che mi acquistò la Juve, il mio sogno era indossare quella maglia con i vari Del Piero, Buffon ed altri”

L’ex ds Carmine Donnarumma, sempre su queste colonne, mesi addietro, ad una domanda ben specifica, ha detto testualmente: “Penso che Emilio Docente poteva fare una carriera ancora più importante di quella che ha fatto”. Cosa dici nel merito?
“Donnarumma è stata la persona che mi ha visto crescere. Ricordo che veniva a vedere le nostre partite nelle giovanili del Gela. Poi mi portò in prima squadra e poi mi riprese una seconda volta. Una persona passionale e vero conoscitore di calcio. Ha pienamente ragione per quanto detto su di me”.

Ad un passo dal grande proscenio che era la serie A ai campi di periferia. Cosa si è inceppato nel tuo percorso?
“Forse è stato questo uno dei motivi della mia discesa, aver toccato quasi l’apice della massima serie per poi non prenderla dopo aver fatto tanti sacrifici. Credo che l’emotività e gli stimoli in questo sport siano la priorità. Senza questi elementi, anche se c’è il talento non si va avanti”.

Quella che si è appena conclusa è stata una stagione calcistica da incubo per la squadra in cui hai giocato. La Marignanese Cattolica è retrocessa in Eccellenza. E quando si retrocede, sono tutti colpevoli. Cosa è mancato per salvare la categoria?
“È stata una retrocessione inaspettata. Siamo tutti colpevoli, non si retrocede per caso. Pur essendo una squadra forte evidentemente non è bastato a raggiungere una salvezza tranquilla, ma nel calcio si perde e si vince: l’importante e rialzarsi e continuare a lottare”.

Sei un figlio d’arte: tuo padre Giuseppe è stato una colonna del Terranova e della Gattopardo. Cosa ti ha insegnato?
“Per la mia carriera, mio padre è stato tutto per me. A casa sentivo gli odori degli scarpini e del pallone e di conseguenza il mio futuro non poteva prendere un’altra direzione. Nella mia famiglia, il calcio è sempre stata la priorità. Papà è stato un difensore molto roccioso, un baluardo, un trascinatore e credo che mi abbia trasmesso la voglia di non mollare mai”.

Gela vive nei bassifondi del calcio, dopo i fasti di tanti anni fa. Cosa ci vorrebbe per riportare il vessillo biancazzurro dove merita?
“Io sono nato e cresciuto a Gela quando la città viveva il grande calcio. Vedere adesso la squadra giocare nel puro dilettantismo, suona male. Una piazza passionale come Gela e con un tifo importante al proprio seguito, merita categorie molto superiori di quelle attuali. Credo che una risalita si potrà averla solo facendo e credendo in un progetto a lungo termine in cui società, tifosi, città e politica vadano verso la stessa direzione”.

E se un giorno arrivasse una chiamata da Gela?
“Ad ogni chiamata del Gela ho sempre risposto presente anche quando nessuno se lo aspettava. Non posso negare le mie radici ed il mio attaccamento alla terra. Se chiamassero, valuterò come ho sempre fatto”.

La tua squadra del cuore?
“Non ho una squadra del cuore ma vedendo mio figlio che tifa Inter non ho alternative”.

A quale giocatore ti ispiri?

“Cristiano Ronaldo per me è la massima aspirazione sia in campo che fuori”

Quando smetterai di giocare, cosa farai?
“So che tutto questo un giorno terminerà. Adesso studio incessantemente e mi sto formando per cercare magari di togliermi delle soddisfazioni personali”.
Arriveranno caro bomber ne siamo certi e quando tutto questo accadrà, sarà il gol più bello che avrai segnato. Crederci sempre….

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Don Giuseppe Cafá, il sacerdote dal sorriso contagioso

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Contro ogni stortura, contro ogni imbarbarimento; sempre a fianco dei giovani e con i giovani. Don Giuseppe Cafà, 51 anni, gelese, è il classico sacerdote dal sorriso contagioso. Dal 2011, guida la parrocchia Sacro Cuore di Niscemi, trasmettendo la parola di Dio perché dona la sua vita per qualcosa di veramente grande che lo realizzi in tutto, che lo fa stare bene e che soprattutto serva a rendere bella la quotidianità  degli altri.

Hai conseguito il diploma di perito tecnico commerciale e quello di infermiere professionale. Nella vita, dunque, avresti potuto fare altro ed invece hai deciso di indossare l’abito talare. Qual è stato il motivo che ti ha portato a questa decisione?

“Certamente mi sarei potuto realizzare in tante altre cose, ma fu al conseguimento dei due rispettivi diplomi che entrai in una crisi profonda al centro della quale ci stava una grande domanda: “ma è davvero questo quello che voglio?”. Così mi feci aiutare dal mio parroco a capire e ad individuare la strada giusta. Scelsi il mio parroco perché già sentivo dentro di me, come quanto si sente la voce della coscienza, che diceva “vieni e seguimi”. E così, dopo un anno circa entrai nel Seminario di Piazza Armerina”

Cosa ti ha lasciato l’esperienza presso la casa di riposo per anziani e diversamente abili “Santa Lucia” di Enna, dove hai espletato l’anno di servizio militare come obiettore di coscienza?

“Durante il primo anno di Seminario, per un intoppo nella presentazione del rinvio militare per motivi di studio, fui chiamato a svolgere il servizio di leva che grazie a Dio convertii in obiettore di coscienza per potere svolgere il mio servizio con la Caritas Diocesana. Ad Enna ho trascorso uno degli anni più belli e formativi della mia vita. Il mio ruolo era quello di intrattenere gli anziani e di aiutarli in qualsiasi bisogno o richiesta. Dall’aiutarli durante i pasti o nel far loro compagnia durante una passeggiata accompagnandoli sotto braccio. Compleanni e piccole festicciole diventavano occasioni per strappare loro una risata e far dimenticare gli acciacchi dell’anzianità e della solitudine dagli affetti familiari. Ritengo fondamentale quest’esperienza perché mi ha fatto scoprire l’importanza di questi uomini e queste donne che analogamente ai nostri nonni erano alla ricerca di un abbraccio che fosse capace di non farli sentire un peso per la società e la famiglia”:

Il legame con i tuoi genitori (Vincenzo e Maria) è stato sempre forte. Quando hai comunicato che avresti scelto di intraprendere la via sacerdotale, cosa ti hanno detto?

“Non è stato facile per i miei genitori ingoiare la notizia del mio “lascio tutto e vado in seminario”. Nessuno dei due accettò all’inizio la mia scelta. Mi osteggiarono in tutti i modi. Per un breve tempo si incrinarono persino i rapporti. I nostri pranzi e le nostre cene erano divenuti luoghi di silenzi e di sguardi bassi. La discussione non doveva aver luogo. Il no dei miei genitori fu intransigente, e anche il mio si non fu da meno. Così il 19 settembre del 1994 entrai in Seminario accompagnato da due miei amici e senza salutare i miei genitori. Dopo qualche settimana, si sa come sono le mamme, mi chiama a telefono per dirmi se avevo bisogno di qualcosa e mi chiede come va. In quel momento capii che si stava sciogliendo una lastra di ghiaccio, e così piano piano ripresero i rapporti e mi vennero a trovare in seminario”.

Dal 1996 al 2002, hai studiato, su proposta del Vescovo di Piazza Armerina, Vincenzo Cirrincione, presso la Facoltà Teologica “San Tommaso d’Aquino” dell’Almo Collegio Alberoni di Piacenza dal quale sei uscito con il titolo di Baccalaureato.  Come sono stati i sei anni trascorsi nel capoluogo emiliano e come i piacentini ti hanno accolto?

“Potrei definirli anni meravigliosi e difficili allo stesso tempo. Meravigliosi perché mi fecero incontrare una realtà civile e religiosa totalmente diversa dalla nostra. La totale assenza di devozioni e di manifestazioni folcloristiche (tipiche delle nostre feste religiose siciliane) mi fece scoprire un mondo fatto di oratori, attività ludico ricreative, incontri fatti per ragazzi e famiglie, attività sociali volte al recupero dei tossicodipendenti, all’accoglienza delle ragazze madri, all’adozione temporanea di bambini con disagi familiari, alle mense caritative per i senza tetto e tanto altro ancora. La novità è che ogni parrocchia faceva vivere una o più esperienze tra questa ai vari gruppi parrocchiali. Non c’era mese che almeno una volta non si organizzasse un’attività sociale. Trasmissione della fede e attenzione all’uomo che soffre, erano i due pilastri di ogni parrocchia. La difficoltà all’inizio fu legata allo studio. Da uno che usciva da un tecnico trovarsi ad avere a che fare con materie umanistiche e lingue nuove furono una vera e propria montagna da scalare. La grazia di Dio e il mio forte temperamento mi diedero la forza di non mollare mai e di giungere fino alla fine”.

La tua ordinazione presbiterale ha già…spento le 20 candeline. Era il 2003 quando sei stato nominato, dal vescovo Michele Pennisi, vicario parrocchiale e vice parroco di Monsignor Grazio Alabiso, presso la chiesa Madre di Gela. E’ chiaro che in questi lunghi anni, sono stati tanti gli episodi piacevoli che ti hanno colpito. Ne vogliano raccontare uno in particolar modo?

“Noi sacerdoti spesso viviamo momenti che rimangono impressi come un memoriale per la nostra vita. Sono tanti e tutti importanti e dire così su due piedi quale sia stato il più piacevole, diventa difficile. Certamente ricordo la festa del papà che feci organizzare ai tanti giovani che frequentavano allora la Chiesa Madre. All’inizio la proposta fu accolta con diffidenza da parte dei giovani e dalle loro famiglie, e anche Monsignor Alabiso presentò qualche perplessità, a tal punto che mi disse, sorridendo, che “queste cose del Nord, qui non funzionano”…tuttavia mi lasciò fare e il risultato fu così inaspettato che tutti si ricredettero.  Ricordo ancora il pianto dei papà per la gioia nell’abbracciare i loro figli come mai avevano fatto”.

Qual è stato l’episodio che invece ti ha ferito?

“Allo stesso modo di prima ci sono altri episodi le cui cicatrici rimangono indelebili nel cuore. Mi torna in mente la storia di un giovane ragazzo, la cui mamma aveva contato su di me per aiutarlo ad uscire da una certa situazione. Forse mi addossò aspettative superiori alle mie capacità. Probabilmente sovrastata dal dolore e dall’ennesimo fallimento, mi sbattè la porta in faccia dicendomi di cambiare mestiere”.

Accennavi al compianto Monsignor Alabiso: chi è stato per te?

“All’inizio, come tutti i gelesi, conoscevo Monsignor Alabiso per la sua fama che, in certi ambienti, era positiva e in altri negativa. Mi avvicinai a lui con molto rispetto e altrettanto timore e non nego che le nostre due personalità (leader indiscusso lui, neo sacerdote emergente io in cerca di spazi propri), si scontrarono parecchie volte.  Tuttavia entrambi avevamo rispetto l’uno dell’altro e ciascuno era proteso al bene di tutta la comunità. Fu questa la carta vincente che ci fece vivere insieme per quasi 9 anni. Da lui ho imparato molte cose: la gestione di una parrocchia, il rapporto con le istituzioni locali, la sempre e costante attenzione a preparare tutto con cura, ma soprattutto a tenere la mente sempre attiva con lo studio e l’aggiornamento. Furono per me un tesoro prezioso i suoi racconti della chiesa gelese e delle tante storie e vicende da lui vissute da quando cominciò a fare il parroco dell’allora nascente complesso di Macchitella”.

Nel tuo percorso, hai avuto il privilegio di conoscere ben tre vescovi: Cirrincione, Pennisi e  Gisana. Quali differenze hai notato tra i tre prelati e cosa di loro tuttora custodisci nel tuo cuore?

“Più che delle differenze vorrei invece sottolineare ciò che li accomuna. Tutti e tre i vescovi hanno amato la nostra Chiesa locale con affetto paterno. Hanno dato il massimo che hanno potuto senza mai tirarsi indietro. A Monsignor Cirrincione, durante la visita Pastorale a Gela, gli chiesi una volta alla fine di una giornata, se fosse stanco e avesse bisogno di qualcosa. Mi rispose candidamente: “mi riposerò in Paradiso”. Così anche Monsignor Pennisi e l’attuale Monsignor Gisana non si sono mai fermati e sono stati sempre presenti e attenti ad ogni situazione. Di tutti e tre custodisco l’affetto paterno”.

Presso il Liceo “Leonardo da Vinci ” di Niscemi, ricopri la carica di vice preside e svolgi la professione di insegnante di religione così come già successo, anni prima, all’Istituto Sturzo di Gela (Commerciale e Alberghiero). Giornalmente hai la possibilità di colloquiare con gli studenti. Nel dettaglio, quali sono i timori e le paure che colpiscono i giovani?

“I giovani che incontro quotidianamente sono figli del loro tempo. Sono quelli che la sociologia chiama “Generazione Z”. Fortunatamente possiamo dividerli in due categorie: alla prima appartengono i figli dell’era digitale, circa l’80%, che vivono in ambienti virtuali. Passano da un social all’altro come si attraversano le stanze di una casa, senza uscire dalla loro cameretta. Desiderano qualcosa e immediatamente gli viene data, oppure se la procurano da soli con un click sul telefonino. Comprano su Amazon e guardano le serie Tv sul telefonino. Scommettono al calcio senza andare in ricevitoria o allo stadio e incontrano i loro amori spulciando sui profili dei coetanei. I giovani di questa categoria fanno le vacanze non per conoscere posti nuovi e crescere culturalmente, ma per frequentare le diverse movide notturne come quelle organizzate da Scuola Zoo. Alla domanda quali sono i timori e le paure che colpiscono questi giovani, rispondo con il perdere la connessione con il mondo virtuale. Il rimanere senza internet o senza telefonino. Il restante 20%, sono quei giovani che cercano sui libri o in generale nello studio la loro strada per essere protagonisti della storia e costruttori di una vita migliore. Si impegnano nel volontariato, nella politica e nello sport, crescendo sempre più nella cittadinanza attiva. Subito dopo il diploma scelgono sedi universitarie lontane capaci di poterli realizzare professionalmente e socialmente. Il loro timore? Essere isolati dalla massa… essere considerati uomini e donne dalla vita piatta e senza “divertimento”. Sono quelli che andando via dalla nostra amata Sicilia non torneranno più se non per visitare i familiari e trascorrere qualche settimana di vacanza”.

 E i loro desideri?

“In tutti i giovani c’è comunque un senso di insoddisfazione. Hanno tutto e non sono mai contenti. Nella maggior parte di loro c’è un senso di vuoto che per colmarlo spesso ricorrono a delle bravate che spesso pagano a caro prezzo”.

Se tu avessi la bacchetta magica, cosa risolveresti in primis per garantire ai ragazzi un futuro migliore?

“Non serve una bacchetta magica per garantire un futuro migliore ai giovani. Bisogna tornare ad investire sulla cultura. Ho una mia filosofia che sicuramente non è condivisa dalla maggioranza, ma io ai miei ragazzi trasmetto sempre un concetto: più sai e più avrai. Le mete migliori le puoi raggiungere solo se porti con te uno zaino pieno di conoscenze”.

In tema di malaffare, in più di un’occasione pubblica, non hai esitato a rivolgerti direttamente agli affiliati e ai semplici “carusi” al fine di deporre le armi del crimine. Il messaggio, purtroppo, non è stato raccolto e i fatti di cronaca, nel nostro territorio, sono all’ordine del giorno. Tutto questo, è chiaro, fa male. Non credi?

“Uomini grandi come i giudici Falcone e Borsellino e il Beato Rosario Livatino ci hanno insegnato che non bisogna mai smettere di educare alla legalità, anche quando attorno a noi sembra esserci un terreno arido e incapace di accogliere anche un piccolo seme. Certo che fa male… vedere ragazzi scivolare nel crimine è una sconfitta che lacera la coscienza e indigna sempre di più. Tuttavia bisogna anche aiutare la società sana a non abbassare mai la testa a chi vuole intimorire o spadroneggiare per le nostre città”.

Ma perché una parte consistente dei giovani è predisposta a delinquere?

“C’è un peccato nell’uomo che si chiama avidità, che può essere di denaro o di potere. Soldi facili e prepotenza diventano un binomio fondante per assoldare i nostri giovani”:

Gesualdo Bufalino sosteneva che “la mafia, se un giorno sarà sconfitta, sarà debellata da un esercito di maestri elementari che comunichino e insegnino ai bambini che la mafia è qualcosa di brutto e li allontani da adulti, dalla partecipazione alle organizzazioni mafiose”. D’accordo?

“Assolutamente si, come non essere d’accordo con il grande maestro. Da anni, a Niscemi, attraverso progetti e attività mi prodigo per abbassare la percentuale dei ragazzi in dispersione scolastica. La scuola è l’unico e insostituibile luogo per combattere mafia e povertà”.

Proprio a  Niscemi hai fondato assieme ad un gruppo di imprenditori, l’Associazione antiracket e antiusura dedicata alla memoria di Ninetta Burgio. L’obiettivo è quello di invitare le vittime dell’odioso ricatto di clan, ad intraprende un percorso di legalità e di presenza attiva nel territorio. I risultati ci sono?

“Fino al 2015 ho fatto parte del direttivo come socio fondatore di questa associazione e di risultati ne abbiamo conseguiti diversi. Tuttavia per ragioni che non sto qui a spiegare, da questa associazione ne siamo usciti io ed altri soci e abbiamo intrapreso un nuovo percorso con “Sos Impresa” con la quale abbiamo avviato diversi progetti. In città si avverte un senso di consapevolezza maggiore e gli imprenditori che fanno parte del nostro progetto si sentono molto più sicuri di non essere più soli”.

Per contrastare efficacemente la piaga della povertà e della ludopatia, hai aperto, sempre a Niscemi, nel 2016 un Centro di Ascolto Caritas. I fenomeni sono costanti o ci sono prospettive che vengano definitivamente estirpati?

“La piaga della ludopatia è sempre più drammaticamente dilagante. Siamo riusciti con il sindaco Massimiliano Conti e l’assessore alla Legalità Piero Stimolo a scrivere un protocollo per arginare il fenomeno, ma tuttavia è poca cosa. Anche il Centro di Ascolto della parrocchia ha individuato diversi casi aiutando le famiglie ad intraprendere un percorso riabilitativo. Purtroppo le sale slot crescono come i funghi e le strutture e il personale qualificato per disintossicarsi sono introvabili. Basti pensare che per l’intera area di Gela, Niscemi e Butera esiste un solo Sert con un ufficio e poco personale in via Parioli a Gela. Grazie ai servizi sociali di Niscemi abbiamo intrapreso un’attiva collaborazione con “Casa Famiglia Rosetta” di Caltanissetta aprendo con loro uno sportello di ascolto anche nelle scuole”.

Ritorniamo al tuo percorso sacerdotale. Cosa ti hanno lasciato i dodici anni alla guida diocesana dei gruppi ministranti e l’esperienza come membro del Consiglio Presbiterale Diocesano?

“Come dicevo prima sono stati anni meravigliosi. La realtà dei ministranti la conobbi in Chiesa Madre a Gela e da lì, grazie all’incarico datomi da Monsignor Pennsi, conobbi tutti i gruppi ministranti di molte parrocchie della Diocesi. Con essi mi divertii ad organizzare campi estivi, raduni diocesani con la partecipazione di oltre 500/600 giovani ministranti. Per due volte portai i gruppi ministranti della nostra diocesi a partecipare ai raduni mondiali a Roma che vedeva la partecipazione di circa 80 mila ministranti provenienti da oltre 175 nazioni. E ancora oggi molti di quei bambini diventati adulti (alcuni papà e mamma e altri preti) ricordano con grande entusiasmo.  Diverso è stato l’incarico di membro del Consiglio Presbiterale. Questo incarico non me l’aspettavo perché è l’organo dei più stretti collaboratori che consigliano il Vescovo nelle sue scelte pastorali per l’intera Diocesi. Certamente mi ha riempito di orgoglio, ma nello stesso tempo mi ha caricato di una grande responsabilità. Chiedo ogni giorno la grazia del discernimento per meglio leggere i bisogni di tutto il popolo credente della nostra realtà”:

Quattro anni fa, sei stato promotore dell’inserimento della tua parrocchia e della cittadina di Niscemi in un grande progetto con il distretto di Gela, Mazzarino e Butera con Fondazione Sud per attuare iniziative di inclusione sociale e dispersione scolastica attivando un Centro per bambini e famiglie. Il programma funziona?

“In parte si, perché nel momento in cui abbiamo iniziato il progetto ebbe un grande successo di partecipazione, ma poi il Covid ci ha fatto fermare per tutto il tempo del lockdown. Riprendere a scaglioni con meno bambini e famiglie, non è stato semplice. Nello stesso tempo abbiamo avviato un altro progetto creando un laboratorio di teatro ed uno di cinema e fotografia per adolescenti che ha coinvolto circa 80 ragazzi di scuola media e superiore ottenendo grandissimi consensi tra i cittadini. A distanza di due anni dalla fine del progetto i ragazzi stanno continuando. Adesso sempre con il distretto Gela Niscemi Butera e Mazzarino siamo in fase di programmazione per un nuovo piano di lavoro”.

In due occasioni, hai partecipato nelle vesti di cantante al programma televisivo di Canale 5, “The winner is”. Cosa ti ha spinto a farlo?

“Preferirei non rispondere a questa domanda, ma tuttavia lo faccio per una ragione: onore alla verità. A me piace da sempre cantare. Non l’ho mai fatto professionalmente ma da dilettante. Quella volta mi spinse l’idea di voler fare qualcosa di utile per la mia città, ma quando arrivai negli studi di Mediaset mi resi conto del grande bluff che c’era dietro. L’audience valeva più delle persone. Bisognava dire e fare quello che loro dicevano. Anche le canzoni mi furono imposte senza assolutamente valorizzare i miei gusti o le mie capacità vocali”.

Qual è la canzone a cui sei più legato?

“Una vera e propria canzone non ce l’ho.  Ho alcuni brani che mi piacciono più di altri: Perdere l’amore di Massimo Ranieri; Tanta voglia di lei dei Pooh; L’acrobata di Michele Zarrillo e Vivo per lei di Andrea Boccelli. Solitamente durante una festa mi diletto a cantare e animare le serate”.

Se di quelle appena elencate dovessi sceglierne una, quale sarebbe e a chi la dedicheresti?

“Scelgo Vivo per lei. La musica è come la fede. Da quando l’ho incontrata mi è entrata dentro e c’è restata. Mi fa vibrare forte l’anima ed è come musa ispiratrice per tutte le cose che faccio. Attraverso la mia voce si espande e amore produce. È la protagonista principale della mia vita e oggi la dedico alla mia meravigliosa parrocchia del Sacro Cuore di Gesù di Niscemi e a tutti i miei collaboratori, senza i quali forse avrei fatto meno della metà delle cose che vi ho raccontato in questa intervista”.

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Ipse Dixit

“Determinati per una stampa libera”, la ricetta del presidente dell’ordine dei giornalisti siciliani

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Tantissima televisione, innumerevoli articoli per giornali regionali e nazionali ma, soprattutto, tanta voglia di esportare nel Mondo il vero volto della nostra Sicilia, terra bella e martoriata, attraverso l’impegno costante di chi nel giornalismo crede e ha sempre creduto. “Perché una penna “libera”, se usata bene, riesce a costruire la verità. Mattone su mattone”, ripeteva spesso il compianto Andrea Purgatori.  Ne è assolutamente convinto anche Roberto Gueli, attuale presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia e vice direttore del Tgr Rai nazionale. Prossimo ai 55 anni, ha firmato articoli per “La Sicilia” e il “Corriere dello Sport”, ha lavorato a TeleRegione, Telescirocco, Canale 21, Antenna Sicilia prima di approdare in Rai. Da Palermo (sua città natale) ha commentato le gesta dei rosanero per “Tutto il calcio minuto per minuto”. Ha ricoperto i ruoli di caporedattore del Tgr Sicilia e, a Roma, del Giornale Radio. E’ consigliere nazionale dell’Ussi, l’Unione Stampa Sportiva Italiana. 

Presidente, c’è un dilagante esercizio abusivo della professione di giornalista. Come bisogna contrastarlo?

“Limitando l’accesso alla professione e, in armonia con un più ampio progetto di riforma dell’Ordine, riconoscere che è giornalista chi di fatto svolge un lavoro giornalistico”.

Sovente va di moda il copia-incolla di qualsiasi comunicato arriva in redazione. Così facendo non si annulla il vero compito del giornalista?

“Si annulla il lavoro del giornalista e si rende un cattivo servizio al fruitore delle notizie, il lettore. Che però non è un soggetto passivo: penalizza testate che non riconosce attendibili”.

Troppe fake news in giro. E in tanti ci abboccano. Come e dove capire se si tratta di una notizia non “qualificata”?

 “Il primo vero discrimine è quello della fonte. A questo servono le testate registrate, i direttori responsabili, i “nomi”. Anche da questi parametri si valuta la credibilità di una fonte giornalistica”.

 

Fino a qualche anno addietro, l’utente aspettava l’articolo pubblicato dai giornalisti per essere a conoscenza dei fatti…adesso invece, dopo pochi minuti, si trova tutto sui social. In tanti scrivono e in troppi commentano. Non crede che si tratti di una vera e propria banalizzazione del mondo dell’informazione e uno svantaggio per il cronista che su quel determinato pezzo ci stava lavorando?

 “Sicuramente lo è, ma questi processi vanno a scapito dell’utenza. I social contribuiscono alla diffusione di notizie errate nella misura in cui sono una cassa di risonanza di una massa. Non vanno penalizzati, se utilizzati con criterio, i social possono essere perfino complementari rispetto al lavoro giornalistico”.

Alcuni quotidiani (nazionali e regionali), hanno apportato poche modifiche al proprio aspetto cartaceo, come se fossero legati alle antiche tradizioni. Sono veramente pochi quelli che pubblicano a colori. E’ solo un problema economico? 

“È anche un problema economico. Uno dei tanti aspetti che gli editori devono tenere presente, tanto più dopo l’aumento dei costi scaturito con la guerra in Ucraina”. 

Se un quotidiano cartaceo non riesce a rinnovarsi, è destinato quasi a scomparire. Non crede?

 “È una valutazione che vale per tutti, non solo nel giornalismo. Se non ti aggiorni non vai avanti. Quante volte gli allenatori di squadre di calcio sono accusati di <<non essersi saputi rinnovare>>?”.

Molte realtà editoriali, non riescono a pagare i propri redattori. Perché si arriva fino a questo?

“Le ragioni della crisi del sistema editoriale sono diverse e complesse. Ma credo che più dei redattori, in questa fase storica, stiano soffrendo i collaboratori”. 

Come Ordine, come state seguendo la vicenda dei giornalisti de “La Sicilia” in ritardo con i rispettivi pagamenti?

“Seguiamo con attenzione e preoccupazione. L’intero mondo del giornalismo è in sofferenza. Solidarietà piena da parte dell’Ordine regionale per i colleghi de La Sicilia che hanno scioperato nei giorni scorsi. Ci auguriamo che le problematiche vengano risolte al più presto”.

Perché tanti giornalisti cedono alla linea editoriale?

 “Non si può rispondere a una domanda del genere per linee generali. Bisognerebbe circoscrivere a casi specifici. Esistono redazioni che mandano in frantumi la cosiddetta linea editoriale”.

In tema di libertà di stampa, l’Italia è regredita notevolmente. Su 180 paesi nel Mondo, occupiamo il 58′ posto, addirittura sotto il Suriname e il Gambia. E’ sicuramente un dato preoccupante, non crede?

“Lo è, in ragione del fatto che la libertà di stampa è un diritto costituzionale sancito dall’articolo 21. Quindi, se la libertà di stampa è regredita, vuol dire che la nostra democrazia non se la passa bene”. 

Nella vita si sceglie di intraprendere l’attività di giornalista o tutto avviene per caso?

“Anche qui bisognerebbe valutare i casi. In più circostanze ho visto persone, colleghi, che avevano una predisposizione particolare per questo mestiere”.

Per svolgere bene il proprio compito, qual è l’aspetto caratteriale che un giornalista non può tralasciare?

“La determinazione. Oggi più che in passato”. 

 Quanto è importante pubblicare una foto in un determinato articolo?

“Fondamentale, se l’articolo è su cartaceo o su testate online”. 

A sostegno della professione, quali azioni intende intraprendere come presidente dei giornalisti siciliani?

“Il nostro Ordine monitora e controlla, è un ente che fa da pungolo, da stimolo, alle istituzioni chiamate a legiferare. Siamo una sentinella, ma non deteniamo potere. Il solo fatto di esistere, di parlare, di stare a fianco dei colleghi spesso ingiustamente minacciati, è il nostro modo di dare sostegno alla professione”.  

Quali tutele offre l’Ordine dei giornalisti ai propri tesserati?

 “Essere giornalisti iscritti all’Ordine, in questo momento storico, è l’unico modo possibile per esercitare la professione giornalistica”.

 Perché non tutte le amministrazioni pubbliche (Comuni e Aziende Ospedaliere in primis) non hanno un ufficio stampa ed un proprio portavoce così come prevede la legge?

“Per l’ostinazione di alcuni amministratori nel volere portare avanti metodi poco ortodossi rispetto all’ambito della comunicazione. Fare sì che le cose vadano diversamente è una nostra priorità, che ci vede coinvolti in prima linea insieme alle sigle sindacali”.

Quale consiglio dispensa ai giovani che si affacciano al mondo del giornalismo?

“Avere passione. È la passione che alimenta tutto che fa andare avanti nonostante le avversità che, inevitabilmente, si incontrano lungo il cammino”. 

In più di un’occasione è stato presente a Gela. Cosa l’ha colpita della nostra città?

“La vitalità che riscontro nei giovani”.

 Qual è l’articolo che non avrebbe mai voluto scrivere?

“Uno dei primi servizi. Il crollo della pensilina dello stadio di Palermo, nel 1990. Arrivammo sul posto con la troupe: sugli spalti della tribuna crollata i corpi degli operai (cinque vittime) ed il presidente del comitato organizzatore Renzo Barbera in lacrime”

E quello che sogna di scrivere?

“Mi piacerebbe raccontare di una Sicilia che funziona. Che sia volano dell’intero Mediterraneo. Al momento resta un sogno”.

 Lei è un tifoso del Palermo a tutto tondo. La stagione agonistica che sta per cominciare, sarà quella giusta per ritornare in serie A? 

“Mi auguro che possa tornare la serie A. La passione dei tifosi lo merita: si vede anche dagli abbonamenti sottoscritti per la nuova stagione. La squadra costruita dai dirigenti mi sembra all’altezza con il tecnico Corini che lo scorso anno ha fatto molto bene”.

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Ipse Dixit

Il folk dei Bellamorea in giro per il Mondo

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Amano la musica, amano la vita. Sempre sorridenti, dietro le quinte, sul palco, dinnanzi all’obiettivo,  nella quotidianità. E il pubblico apprezza, cosi come confermato, anni addietro, quando parteciparono a “Italia’s got talent” su Canale 5, approdando alle semifinali. Ottimo risultato per la loro prima esperienza artistica in tv. Loro sono i fratelli Bunetto, in arte i Bellamorea. Emanuele, musicista ed insegnante, ha 34 anni. E’ laureato in chitarra e filologia moderna. Un vero e proprio polistrumentista: suona la chitarra, il pianoforte, la zampogna, la fisarmonica, l’armonica a bocca, il basso, il banjo, il bouzouki, il flauto e il sax; Francesco e’ la voce del duo. Suona anche la tammorra. Ha 31 anni. Giornalista ed insegnante, è in possesso della laurea in scienze pedagogiche. Hanno ideato e curato il progetto “Med World Tour” che mira alla divulgazione, alla salvaguardia e alla valorizzazione della cultura e della musica popolare del Mediterraneo.  

Il gruppo – dicono – é nato dall’esigenza di raccontare, attraverso studi e ricerche di canti della tradizione popolare del Sud Italia, l’attaccamento alle nostre radici e soprattutto l’amore esuberante verso la nostra terra, la Sicilia, tanto ricca di storia e di cultura”.

Perché la scelta del nome Bellamorea?

“Il nome deriva dalla traduzione italiana di “Bukura More”, un canto nostalgico Arbëreshë che racconta il dolore e il ricordo della patria persa per sempre; Morèa è il luogo da cui arrivavano la maggior parte degli Arbëreshë che oggi si trovano nel meridione d’Italia. Abbiamo deciso di dare questo nome, quindi, in omaggio al paese in cui siamo cresciuti (seppur originari di Gela), San Michele di Ganzaria, colonizzato anche dai greci – albanesi”.

Cosa vi ha spinto a scegliere il target musicale che suonate?

“Per un artista è importante raggiungere una propria ed originale “identità”. Amiamo definire il nostro genere musicale “popular moderno e innovativo”, in cui suoni della tradizione si fondono con contaminazioni della World  Music e con sonorità radiofoniche attuali;  abbiamo cercato, quindi, di dare una  continuità alla tradizione ma con innovazione… e questo è ciò che ci ha spinti a scegliere il target musicale che suoniamo. Inoltre, ci rende felici!”

Avete mai pensato di allargare il duo?

“Lo escludiamo! Siamo due fratelli ed il nostro non è solo un “progetto”, ma una missione di vita! Quale migliore occasione che essere legati da un legame familiare e di sangue?”

Quando suonate dinnanzi al pubblico, cosa provate?

“È sempre un miscuglio di forti emozioni, gioia ed esuberanza! Ci rende orgogliosi vedere il pubblico che reagisce, a sua volta, al nostro coinvolgimento emotivo”.

I brani sono tutti inediti o spaziate anche con altri pezzi già conosciuti?

“La versatilità musicale, generata dal dialogo tra chitarra e voci e la peculiare sonorità del nostro duo riflette la formazione acquisita nel tempo. Il repertorio, in origine, attingeva dalla cultura etnica del Mediterraneo: canti greco salentini, campani e calabresi, approfondendo antiche leggende attinenti soprattutto alle festività del Natale e della Pasqua. Successivamente, tramite la scrittura e la composizione, abbiamo dato origine a nostri brani inediti (sempre in lingua siciliana) che trattano storie che affrontano diverse tematiche legate al sociale, alla legalità e all’attualità, nate dall’unione delle nostre professioni lavorative”.

A chi vi ispirate?

“Il nostro modello principale è stata colei che è considerata la “mamma” della musica popolare siciliana: Rosa Balistreri. Ma anche a Domenico Modugno, Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber”.

Il vostro cantante preferito?

“Sting”.

I Bellamorea hanno un fitto calendario di concerti in tutto il mondo. Prossime tappe sono previste in Qatar, Argentina, Australia e Canada. Si sono esibiti in America, Giappone, Belgio, Germania, Inghilterra, Svizzera, Malta, Francia e Tunisia.

Avete girato il mondo, quale Stato vi ha colpito di più e perché?

“In ogni Stato in cui abbiamo suonato, abbiamo sempre trovato tanta ospitalità, tanta gente che ci ha accolti con tanta cura, affetto e gioia. Ma se dovessimo decidere quali Stati ci hanno lasciato un segno sono l’America e il Giappone. Due realtà cosi diverse ma allo stesso tempo uguali nell’avere dato la possibilità a tanta gente di trovare la propria fortuna!”

Come nascono i vostri tour?

“Abbiamo due tipologie di tour: in Italia e all’estero. Quest’ultimo è caratterizzato da concerti rivolti agli italiani (non solo siciliani) lontani da anni dalla propria terra e nascono dall’esigenza di farli sentire “a casa” per una sera, attraverso la nostra musica”.

Perché vi siete dedicati proprio alla musica?

“Perché, come ogni forma d’arte, ci permette di arrivare al cuore della gente e di trasmettere messaggi importanti”.

Gela è una vera e propria fucina di talenti musicali: è bello ritrovarsi ed esibirsi tutti insieme?

Capita spesso di esibirci a Gela, in teatri o piazze, assieme ad artisti gelesi. Suonare “in casa” è sempre una gioia immensa e infinita!”

L’elenco degli artisti con cui i Bellamorea hanno collaborato è vastissimo ma merita di essere menzionato: Phil Palmer, Leo Gullotta, Nancy Brilli, Francesco Benigno, Nino Frassica, Tony Sperandeo, Roberto Lipari, Giovanni Cacioppo, Andrea Tidona, Paride Benassai, Lucia Sardo, Carlo Muratori, Domenico Centamore, Daria Biancardi, Faisal Taher, Ernesto Maria Ponte, Chris Clun, Gino Astorina. Francesco ed Emanuele hanno condiviso il palcoscenico con Roy Paci, Marco Masini, Giusy Ferreri, Mariella Nava, Lello Analfino, Irene Fornaciari, Gianni Bella, Sud Sound System, Andy dei Bluvertigo, Mario Incudine, Aldo Baglio, Manlio Dovì.

Chi di loro vi ha lasciato qualcosa e perché?

“Ogni artista con cui abbiamo collaborato ci ha lasciato qualcosa: Leo Gullotta per la sua cultura, Nino Frassica per la sua eleganza, Roy Paci per la sua esuberanza, Tony Sperandeo per la sua naturalezza, Roberto Lipari per la sua filosofica e geniale comicità,  Giovanni Cacioppo per la sua simpatia, Paride Benassai per la sua generosità, Lucia Sardo per la sua straordinarietà, Carlo Muratori per il senso di essere “padre”, Domenico Centamore per la sua umiltà, Francesco Benigno per la sua semplicità, Faisal Taher per la sua ironia, Andrea Tidona per la sua accoglienza, Gino Astorina per la sua sensibilità, Manlio Dovì per la sua compostezza, Phil Palmer per la sua professionalità…e i sostantivi potrebbero continuare”.

Come riuscite a finanziarvi per le numerose tappe mondiali?

“Le spese di viaggio, vitto e alloggio, sono coperte dall’ente che ci ospita”.

Qual è stato il riconoscimento più emozionante che avete ricevuto?

“Le lettere di elogio da parte del Vaticano e dell’Ufficio del Presidente della Repubblica Italiana,  Sergio Mattarella, per l’impegno morale, professionale e civile ci rende fieri ed orgogliosi”.

In tutta sincerità, siete andati sempre d’accordo tra voi fratelli?

“No! Ma è proprio questo il bello: ci completiamo a vicenda. Le competenze sono diverse l’uno dell’altro e questo ci permette molto spesso di avere idee contrastanti ma che ci portano ad avere una più ampia visione e valutazione di ogni aspetto: dalla composizione dei brani, al montaggio dei videoclip o alla scelta della scaletta di ogni spettacolo”.

Se un giovane volesse avvicinarsi alla musica, che consiglio dareste?

“L’arte è vita! Il nostro consiglio è quello di coltivare il proprio talento, qualunque forma d’arte si decida di studiare!”

Il vostro sogno nel cassetto?

“E’ che la musica popolare di ogni regione possa avere più spazio nel campo discografico nazionale”.

Sovente, vi esibite anche all’interno delle carceri nell’ambito di iniziative sociali dedicate ai detenuti. Cosa vi colpisce di questi eventi?

“Ci capita spesso di suonare negli ospedali, nelle case di riposo e all’interno delle case circondariali. La voglia di andare avanti, ricominciare a vivere, a riscattarsi e a superare questo terribile momento ci lascia un forte segno dentro e grandi e forti emozioni”.

Cosa non ripetereste di tutti i concerti tenuti finora e perché?

“Ogni concerto ha una sua storia e ci ha profondamente lasciato tanti insegnamenti ed esperienze che sicuramente faranno tesoro al bagaglio della nostra carriera professionale!”

Dopo i successi dei loro primi due dischi (Stereotipi e Currivuci), il prossimo anno, uscirà il terzo lavoro. Lo hanno chiamato “Sospeso”. Perché in fin dei conti certe canzoni ti sollevano, ti prendono con due dita e ti tengono sospeso a mezz’aria, fuori da te. E allo stesso tempo, ti riportano giù. Dolcemente

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Direttore Responsabile: Giuseppe D'Onchia
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