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“Politica sorda in Sicilia e i giovani scappano”

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Un solo squillo e risponde. Sempre con la sua immutabile effervescenza. Una vivacità tutta sua. “Ciao Peppe, come stai? A cosa devo la tua chiamata?”. Replico che mi piacerebbe intervistarla. “Ho detto di no a tanti tuoi colleghi – riferisce -. Sono troppo impegnata in un progetto e non riesco. Ma per te – mi rincuora – faccio un’eccezione. Te lo meriti per il grande garbo e rispetto ultradecennali, che hai sempre nutrito nei miei confronti. Facciamoci una chiacchierata. Una delle nostre”. Lei è Silvana Grasso. Non ha bisogno alcuno di presentazioni. La conoscono anche nell’arcipelago di Tonga. Scrittrice, filologa. I suoi tanti libri (racconti, romanzi, poesia), sono stati tradotti in inglese, greco, olandese, tedesco e le sue pièce teatrali, sono state rappresentate in tutta Italia. Ed in Francia e Spagna. Colleziona riconoscimenti dal 1993 ad oggi. Proprio nell’anno che ci siamo lasciati alle spalle, ha ricevuto, a Gela, il premio internazionale Auriga – Eccellenze Italiane nel Mondo e la Gorgone d’Oro. Chapeau.  Ha insegnato per anni, latino e greco,  al Liceo Classico Eschilo e nel 2007/2008, è stata assessore ai Beni Culturali di Catania, in giunta Scapagnini. Il progetto “Una cultura da Castello”, indirizzato a rivalutare il Castello Ursino, porta la sua firma. La chioma color rosso fuoco, è il suo segno distintivo. Ci diamo del tu, memore di un fatto accaduto anni fa. Da me invitata in una rubrica televisiva, la presentai dandole del lei. “No caro Peppe – sentenziò -. Ci conosciamo da tempo, e il lei con me non esiste. O continuiamo a darci del tu, anche davanti alle telecamere, oppure tolgo il disturbo”. Sic et simpliciter.  

Allora cara Silvana, di te sappiamo tutto o quasi. E sappiamo che sei un’attenta osservatrice della scena politica. Ti chiedo: sei soddisfatta dell’attuale governo regionale?

“#diventeràbellissima è stato l’hashtag del Presidente Musumeci per la sua elezione del 2017, siamo ormai agli “sgoccioli” e il Presidente pensa già da tempo a ricandidarsi e vincere. Se questo è l’obiettivo, cambi di gran corsa non solo l’hastag ma chi glielo ha consigliato. Da molteplici sondaggi, protagonisti i cittadini, l’obiettivo non è stato raggiunto e c’è poco da sperare, il quinquennio ha di fatto ormai le valige in mano. Bellissima, paesaggisticamente, climaticamente, lo era già la Sicilia, per grazia di Madre Natura, ma tutto il resto? Servizi, strutture, efficienza, manutenzione, economia, occupazione…? Aspettiamo con non poca curiosità il prossimo hashtag e speriamo che lo azzecchi! È eccezionale che un “eletto” Sindaco o Presidente di regione o di Consiglio, sia “promosso” anche da chi non lo abbia votato. Non è il nostro caso, ahi noi, oggi in Sicilia chi ha votato Musumeci è assai meno indulgente con il Presidente di chi non lo ha votato. Un’insanabile piaga siciliana è che per interesse (incarichi immeritati, cialtroni in questua permanente ed altro ancora), o per stanchezza, tanto nulla cambia mai secondo l’inveterato principio del Gattopardo, si tace e la protesta sana, rigorosa, sanguigna, anima di un popolo libero, dorme il sonno dei ghiacciai. Da più parti si tenta di camuffare l’inerzia dello status quo con il Covid che, paradossalmente, almeno lui ha gridato da solo, nel deserto della sanità siciliana, lo smantellamento di Ospedali, di Pronto Soccorso, di cui la responsabilità prima e unica è della Politica che negli ultimi 15/20 anni ha ghigliottinato non poche strutture ospedaliere, prontamente inaugurate ma mai abilitate, e Pronto soccorso, garanzia di vita in piccoli centri dove morire in assenza di un intervento immediato è “reato” politico e di coscienza. Poiché – continua – non c’è personaggio politico che non abbia la sua paginetta facebook, o più d’una, per lo più dedicate a inaugurazioni, esposizioni, selfie e simili, si potrebbe molto efficacemente, in modo semplice, non certo in burocratese, informare costantemente il cittadino comune sui lavori di Giunta – cosa si fa, chi lo fa in quali tempi con quali costi – lavori che non richiedono certo la segretezza delle società carbonare! Informare costantemente i cittadini non è un merito è un dovere, non comunicare in modo costante e semplice, senza il calcare del burocratese, è  pericolosa sottovalutazione dell’elettorato. Credo, ma non me ne preoccupo affatto,  che per taluni io sia fastidiosa, quasi molesta perché nei miei articoli, su cui sono state realizzate ottime tesi di laurea, interrogo fatti, atti, accadimenti, realtà e anamnesi  in modo che l’analisi dell’operato politico e l’eventuale collazione sia seria, sincronica e diacronica. Sono fastidiosa dunque? Sì, ma solo come può esserlo, fastidiosissimo, perché brucia tanto, un collirio indispensabile contro una dolorosa congiuntivite! Il nostro Presidente è stato ed è costantemente sotto assedio da parte di finti alleati (i socii latini) come da parte di veri alleati, mentre al momento l’opposizione langue narcotizzata dal Covid, ma il Covid ha ormai i giorni contati, bisogna dunque cercare un altro “narcotico” di pari efficacia! Siamo abituati anche a livello nazionale ad “opposizioni” che non solo non oppongono ma sostengono a spada tratta gli avversari con cui chattano freneticamente e con emoticon, dagli spalti della Camera, fino all’ultimo voto!”

Torniamo a Gela. Un anno e mezzo di sindacatura Greco. Qual è il tuo pensiero? 

“Il sindaco Greco dalla sua elezione vive più al Comune di Gela che a casa sua. Ma basta l’abnegazione a garantire il benessere d’una Città? Basta dare anima e corpo, anche a discapito della famiglia e della professione, quando la Città sia ferita a sangue? Nonostante sia stato un costante appassionato osservatore politico, non credo che Lucio Greco si aspettasse di trovare tutto quel che poi ha trovato. Debiti annosi mai estinti, grossissimi mutui di cui si riesce a pagare forse solo gli interessi, una crisi endogena di lavoro senza precedenti che si somma a quella esogena, famiglie al collasso economico e nervoso, famiglie debilitate dall’assenza di ogni spiraglio di salvezza da questa via crucis. Scuole pericolanti e pericolose, strade sbudellate, frane su cui si è intervenuti con micro interventi, per lo più emergenziali, non risolutori, sicché a ogni pioggia il costone collassa con grave rischio di vite umane. C’è una Città intera da rifare ristrutturare, riorganizzare, rimodulare, rimodellare, rivitalizzare, ricompattare e, quando i soldi in cassa sono pochissimi, non basta solo lo spirito di servizio, l’amore, l’abnegazione, la voglia pur encomiabile di farla risorgere. Furono questi i motivi seri non altro  – ribadisce –  a farmi rifiutare la candidatura a sindaco nell’ultima competizione. Sono stata, nel dire fermamente di no alla richiesta d’una mia candidatura a sindaco di Gela, molto meno emotiva di Lucio Greco ma non meno solidale. Pensavo e penso che un ottimo generale senza un esercito eccellente e strumenti adeguati perde uomini e guerra. Poiché la devastazione di Gela mi era chiarissima e poiché non ho le qualità di padre Pio, dunque non faccio miracoli, rifiutai con molta doglia e, devo dire, con molto dispiacere di tantissimi cittadini e professionisti che, stufi delle ere politiche precedenti, confidavano in me,  prontissimi a sostenermi fuori da ogni diktat  politico. C’è anche da dire che i social hanno finalmente sdoganato gli imperativi di un tempo (vota chissu, vota chiddru), oggi la base elettorale sono i social che eleggono il loro candidato senza nessuna becera campagnetta politica ma solo in considerazione dell’opinione che sui social si sono fatta dei candidati.  Stantibus sic rebus non sarei stata affatto, ove avessi accettato la competizione, danneggiata dal vivere altrove. Da anni vivo a Giarre non tanto perché ci sono nata, è una cittadina soporifera, narcotizzante, ma perché ho l’aeroporto a 20 minuti.  Io per lavoro vado spessissimo all’Estero, almeno dove oggi si può, ma a vaccinazione ultimata riprenderò la mia entusiasmante incessante “esplorazione” accademica e culturale in quei Paesi del  Mondo dove si fanno convegni d’eccellenza sulla mia opera letteraria e teatrale”. 

Mai un presidente della regione donna e mai un sindaco donna a Gela. Perché la politica non ha mai pensato a questa soluzione?

“Non credo che il genere sia mai una garanzia, maschio o femmina si nasce per caso, sono le qualità a fare la differenza, non un sesso maschile femminile o trans.  Affermando questo concetto con estremo vigore, mi sono alienata negli anni il consenso di “femministe” dell’ultim’ora che non hanno mai vissuto né rivissuto, culturalmente sociologicamente, il femminismo eppur si ostinano a pensare che  femminismo sia imporre al marito di stendere i panni, stirarli, passare l’aspirapolvere e cambiare i pannolini al pupo. Ero troppo piccola per poterlo vivere il femminismo, ma l’ho talmente studiato, interrogato, setacciato, “escusso” che alla fine ne è venuto fuori pure un interessante romanzo “La domenica vestivi di rosso” (Marsilio editore) pubblicato due anni fa, letto in moltissime scuole d’Italia da studenti che con i loro professori si sono proprio cimentati in un concorso sui primi cinquant’anni del femminismo dal 1968 in poi. Molti studenti di Gela, affiancati da docenti bravissimi sono stati premiati con mia somma soddisfazione. Studiare, approfondire, analizzare, cercare fonti dirette e indirette dei phainòmena sociali, è indispensabile prima d’aprir bocca, soprattutto su temi che hanno davvero segnato una tappa fondamentale nella Cultura della Donna e nella Società tutta, perché ogni essere umano nasce dalla madre, cresce con la madre, quindi il “femminile”, che in psicanalisi era stato tanto bene studiato e analizzato, è stato finalmente soggetto e oggetto di una ”rivoluzione” femminista,  purtroppo rimasta dolorosamente azzoppata a mezza strada. Nel Sud d’Italia – rimarca – continua infatti pervicacemente a resistere il pregiudizio che la Politica la fanno gli uomini e che le eccellenze al femminile tutt’al più possono fare una professione. Alla fine ci ritroviamo con poche donne in Politica e per lo più di scarsa qualità, sono pochissime a conoscere la Costituzione anche nei suoi princìpi basilari (striscia la notizia docet)! Quando anni fa mi fu chiesto di fare l’assessore con tre deleghe (Cultura, Beni Culturali, Politiche giovanili) al Comune di Catania, la proposta mi fu rivolta esclusivamente sulla base della mia preparazione, inconfutabile e documentata in Italia come all’estero. Non conoscevo nessuno di quella giunta, nemmeno il sindaco che la presiedeva. Avevo però tutto quel che veniva richiesto ad un tecnico: cultura, eccellenza di curriculo, personalità (citazione testuale del sindaco, il compianto Umberto Scapagnini, ndr). Volevano un tecnico, il migliore in campo, e fui scelta io. Dopo avere firmato mi fu detto che non c’era un soldo per le mie tre deleghe, ne fui felicissima. Non avrei avuto intorno a me parassiti né farabutti da cacciar via a pedate. Mi giocai tutto sulla mia capacità, innata solo un po’ acquisita, di comunicazione. Sono un animale da combattimento quanto a comunicazione e, a giudicare da cosa riuscii a fare in soli 4 mesi attivi di assessorato, fu arma vincente! Ebbi il consenso di tutta la Città, da san Giorgio a Librino, da San Cristoforo a Canalicchio, dal centro alle periferie, fui per tutti sorella da proteggere, combattente da sostenere a furor di popolo, paladina da onorare. Non ero vissuta a Catania mai, avevo solo studiato all’università, ma ruppi il “silenzio” delle Politica e ancora più, mutuo il nostro indimenticabile Andrea Camilleri, i cabbasisi di molti  farabutti che impastavano brutta infetta politica di cui sfamarsi. Comunicavo ogni giorno o quasi con tutta la Città, rinunciando ai miei linguaggi sostenuti per linguaggi immediati ed essenziali e fu vittoria.  I mass media erano sempre pronti ad accorrere e non restavano mai delusi sull’efficacia dell’evento, come quella volta, una festività, che non si poteva accedere a Castello Ursino per pretestuose questioni di straordinario. Lo aprii io il  Castello Ursino, accolsi gli ospiti e li guidai alla Mostra che avevo organizzato senza una lira, solo con le meraviglie d’arte che giacevano da secoli dimenticate impolverate nei magazzini! Si avvicinarono a me durante l’assessorato – ricorda –  giovani straordinari che davano presenza, aiuto, collaborazione, partecipazione, ma anche adulti, grandi professionisti,  che misero a servizio del mio lavoro tutte le loro energie. Non avere un soldo da spendere mi alienò i parassiti, i malfidati, mi avvicinò le anime belle che, se solo appena gli si dà ascolto, rispondono immediatamente con passione e generosità e fanno un esercito di proseliti. Mettiamoci in testa che i siciliani virtuosi, straordinari, perbene sono assai più che i cialtroni parassiti per i quali fare Politica, intrallazzando, è l’unico reddito. Tornando alla tua domanda, tappeti di porpora all’eccellenza alla serietà ai curricula veri sudati sul campo, non mai al “genere”. Tappeti di porpora a chi, da sempre, pratica l’onestà, la correttezza, l’arte d’agire virtuosamente in ogni campo, non solo professionale”.

I giovani, e non solo, hanno pochi strumenti lavorativi in Sicilia e preferiscono andare via. Come leggi quella che è divenuta una vera emorragia?

“Negli ultimi anni, da quando lasciare la Sicilia per studiare fuori, è una necessità non più una moda da figli di papà, che andavano a selfarsi a Milano, l’amore per la nostra Isola è tanto cresciuto nei giovani, ed è immenso, genuino, ricco di coloriture, le radici, il mito, i sapori, i colori, la bellezza che la Sicilia partorisce ogni giorno senza sforzo alcuno – e da cui si potrebbe fare grandissima economia se solo non si temessero i cervelli “molesti”-  i tramonti insanguati, l’odore di gelsomino in ogni stagione, il mare che canta come un menestrello innamorato, lo scirocco che pazzìa, la luna che svena in mare nel solfeggio dell’onda. Per questo e tanto altro, la Sicilia è un diritto inalienabile sacrosanto per chi, nato in Sicilia, vuole restarci non a mendicare un concorso che non si farà mai  o un’assunzione secondo occulti criteri che non premiano il merito. La Politica, oggi Musumeci domani il nuovo Presidente, hanno il dovere di garantire il diritto dei giovani a impegnare nella loro terra natìa energie, passione, studi, entusiasmo. Menti eccellenti,  straordinarie, snobbate in Sicilia, vanno a ruba in Paesi del Mondo dove vengono onorati, coltivati, premiati in ogni campo, dalla medicina alla ricerca, all’economia all’Arte, mentre la loro Terra madre diventa sempre più orfana dei suoi figli migliori. Non so se i giovani e il loro diritto a vivere in Sicilia facciano parte dei tanti programmi elettorali degli aspiranti Presidenti, l’esodo impressionante, dati alla mano, dimostra che nella realtà i nostri giovani vanno via, obtorto collo, ad arricchire altri Paesi perché in Sicilia non si può restare per chi non voglia pietire il reddito di cittadinanza”

La domanda è diretta, immediata. Se ti chiamassero dal Comune di Gela, per una consulenza o per offrirti una mansione legata al tuo curriculum, accetteresti?

Spesso ricevo offerte di consulenze da parte di Regioni, Comuni, Enti vari o seminari alle università ovunque. Lasciando da parte Gela, su cui è stata formulata la domanda, questo è il mio modus operandi: valuto con attenzione  e se l’incarico è nelle mie corde, spesso lo è, lo accetto e lo porto a buon fine sempre con ottimi risultati. Se invece ritengo di non potere dare il meglio, rifiuto. Faccio un esempio recente: pochi mesi fa mi è stato proposto, molto lautamente retribuito, di entrare nel consiglio di Amministrazione di un Ente in cui, nella fattispecie, avrei potuto spendere solo la mia onestà, la mia vigilanza, non certo competenze, le mie non erano idonee, e rifiutai! Non mi è congeniale far numero perché mi porto appresso il tatuaggio  dell’onestà, per cui un consiglio d’amministrazione si onora d’avermi, portarvi solo le mie credenziali d’integrità mi sembrava e mi sembra troppo poco. Devo sentirmi idonea agli argomenti non inadeguata. Quanti avrebbero rifiutato? Ecco il mio hastag!”

Non sapremo mai in quanti avrebbero rifiutato, cara Silvana. Ognuno risponde delle proprie azioni. E della propria moralità. Comunque, accennavi di un importante progetto in futuro…

“Per adesso non intendo parlarne. Vi terrò informati quando sarà il momento. La nostra è stata una piacevole chiacchierata affettuosa di natura sociale civico-politica, senza acrimonia alcuna, sui nostri balordi tempi”.

Conoscendola, Silvana Grasso ci stupirà anche nei prossimi mesi. Il vulcano di idee è sempre in eruzione…

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Gli scatti vip di Sonia Aloisi, “ringrazio Dio ogni istante della mia vita”

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“E’ il destino che mi ha portato a Gela e mi ha dato l’opportunità di conoscere mio marito che considero la ricompensa che Dio ha deciso per me….”

Quando fato e credenze si intrecciano, è un’esplosione di gioia. La stessa che prova tuttora la fotografa Sonia Aloisi, torinese d’origine ma gelese d’adozione.

“Da parte di mamma sono comunque siciliana,  quindi in Sicilia scendevo spesso anche da piccola per qualche mese di ferie coi nonni” – ci tiene a precisare. Il richiamo materno è indissolubile. Sempre, ad ogni latitudine.

Hai trasformato la passione in lavoro. Come e perché ti sei innamorata della fotografia?

“Penso che abbia sempre fatto parte di me. Ho foto in cui,  avevo appena 5-6 anni, portavo la macchina fotografica al collo, di quelle con le immagini prestampate all’interno. C’è differenza tra fare il fotografo ed essere un fotografo: io penso di esserlo sempre stata anche quando non sapevo cosa fosse la tecnica. Mi ha sempre affascinato il fatto che l’unica cosa che blocca il tempo, che tiene vivo il ricordo,  sia proprio una foto, è l’unica cosa che resta di un ricordo, di un luogo, di una persona cara”.

Hai conseguito la laurea triennale in psicologia ma alla fine hai deciso di non percorrere questa strada. Perché?

“In realtà il mio unico vero grande sogno era diventare medico, ma per una serie di circostanze familiari non mi è stato possibile e questo rimarrà per sempre il mio unico rimpianto. Essendo molto brava a scuola ho optato per un altro indirizzo consono al mio diploma. Adesso invece mi sono iscritta nuovamente all’università scegliendo scienze della comunicazione con indirizzo digital marketing…una grande sfida per me perché incastrare lavoro, famiglia e studio non è semplice. Ma la forza di volontà tutto puo!”

Qual è il tuo stile di foto?

“Non amo classificare o collocare le foto in uno schema, perché ogni storia da raccontare ha dei parametri diversi. Amo alternare delle foto composte e studiate a foto più spontanee. Oggi va molto di moda parlare di “reportage” ma in Italia è impossibile realizzarlo perché siamo legati alle tradizioni, abbiamo un modo diverso di concepire la fotografia, che non è né meglio né peggio, semplicemente diverso. La foto è un linguaggio:  parla, emoziona, analizza e racconta del soggetto ma anche tanto di chi la scatta. Ecco perché non amo rilegare le mie foto all’interno di uno standard, perché per me l’unica cosa che conta è che raccontino una storia. Anzi la storia di chi si è affidato a me”.

I tuoi scatti piacciono e la dimostrazione, negli anni, è arrivata dalle grandi riviste italiane che si occupano prevalentemente di moda. Quando ti hanno contattata, cosa hai pensato?

“Che erano pazzi!  Scherzi a parte, penso che abbia colpito l’idea originale, un po’ fuori dagli schemi. Sicuramente è stata una bella dose di autostima e di soddisfazione”.

Non solo riviste, ma anche set cinematografici, tra cui “Thid Person” di Paul Haggis e il “Tredicesimo apostolo”. Che esperienze sono state e come si sono intrecciate le vostre vite?

“Meravigliose! Conoscere il premio Oscar Liam Neeson è stato un sogno. Ero andata con la scuola a vedere al cinema “Schindler list”, e dopo un po’ di anni proprio lui era davanti a me e alla mia macchina fotografica. Ed è stata la conferma di come persone così grandi e talentuose fossero così umili e semplici. Le esperienze romane anche con Claudio Gioe’ e Claudia Pandolfi le porterò sempre nel cuore, vedere e soprattutto partecipare a quelle fiction è stato un grande insegnamento, tecnico e umano”.

Entusiasmante l’esperienza provata al festival di Sanremo nel 2015, al fianco di Emma Marrone, di cui hai curato l’immagine del dietro le quinte?

“Emma mi è sempre piaciuta moltissimo, per il suo carattere, le sue idee, le sue battaglie sociali, soprattutto dopo essere stata operata per la terza volta di cancro. Essere al suo fianco in un posto sacro per la musica come l’Ariston è stato inebriante. Non si può capire che macchina perfetta ma isterica sia il dietro le quinte di uno spettacolo così importante… migliaia di persone che lavorano come soldati, nessuno può sbagliare o tardare anche solo di un minuto”.

Hai lavorato anche per Gianni Sperti,  per Alessandra Amoroso e Paolo Bonolis. In particolare, di cosa ti sei occupata?

“Per Bonolis il lavoro è stato continuativo, per quattro anni sono stata la fotografa della linea di abbigliamento di sua figlia Adele e di sua moglie Sonia, persona meravigliosa con la quale ancora oggi ho un bellissimo rapporto. Gianni invece mi contatto’ direttamente, dopo avere visto alcune delle foto che avevo scattato, tramite la sua truccatrice, amica mia ma anche di Alessandra Amoroso. In particolar modo era rimasto colpito dalla post produzione delle mie foto e voleva realizzare un servizio fotografico esterno che seguisse quella linea, non posato in studio.  In meno di due giorni organizzammo tutto e partii per Roma. Per Alessandra invece mi sono occupata di realizzare il servizio fotografico all’Arena di Verona, altro tempio sacro per la musica. Ricordo che quando vidi da dietro le quinte 20 mila persone, scoppiai a piangere dall’emozione, perché se apparentemente tutto può sembrare facile, dietro c’è sempre tanto studio, costanza e soprattutto testardaggine”.

Eri stata anche contattata per immortalare Eros Ramazzotti durante i suoi concerti, ma un gravissimo lutto non te lo ha permesso

“Anche Eros mi contatto’ direttamente, ancora conservo le nostre conversazioni, e ancora ci scriviamo di tanto in tanto. Dovevo andare all’Olimpico di Roma, ma un paio di giorni prima mori’ mio padre e l’accordo salto’. O meglio è stato semplicemente posticipato ad altra occasione, che sono certa arriverà. E da lassù, papà ne sarà contento…”

Accennavamo alla famiglia…Cosa rappresenta per te?

“Tutto! È il mio punto fermo, è la mia radice, è l’unico posto in cui torno sempre. Non esiste lavoro, successo, soldi che valgano o abbiano importanza se non hai accanto chi ami.  Perché tutto passa, i periodi buoni e brutti si alternano, la gente intorno è solo di passaggio o approfitta del “momento di gloria”, o giudica pensando di conoscerti . Forse all’apparenza non sembra perché il mio lavoro mi porta ad avere migliaia di conoscenze, e per natura sono una persona molto socievole, ma in questo sono molto selettiva: non permetto a tutti di entrare nei miei spazi privati, mi apro solo con chi decido io, e le mie vere amicizie sono sempre le stesse da 20 anni a questa parte. Niente e nessuno può distrarmi dall’amore che ho per mio marito e per quei pochi veri amici che ho e che considero una seconda famiglia”.

I tuoi cari hanno sempre sposato le tue idee per il lavoro che fai?

“Si. Sempre. Perché conoscendomi davvero sanno perfettamente che se mi metto in testa una cosa è solo questione di tempo ma ci riuscirò’ . Sanno che ho un ottimo intuito e sono talmente testarda che se decido di ottenere qualcosa, studio finché non ci sarò riuscita. Sono sempre stata così, ho sempre bisogno di tenere il cervello in movimento e appena ottengo un risultato professionale ne ho già adocchiato un altro.  Oramai sono rassegnati”.

Nella vita privata, chi è Sonia Aloisi?

“Una persona completamente diversa da ciò che sembra. Sono sempre allegra ma molto spesso introspettiva e malinconica, ho momenti in cui voglio stare sola e in silenzio per i fatti miei. Sono molto altruista ed empatica, troppo sensibile (e ho capito negli anni che forse è più un difetto che un pregio). Alle persone che amo do tutta me stessa, ma pretendo altrettanto. Nonostante il mio lavoro imponga altro, odio la tecnologia, o meglio non sopporto più l’abuso che se ne fa. Ha sostituto per molti la vita reale: io sono rimasta ancorata al bigliettino scritto carta e penna, a quattro chiacchiere faccia a faccia, agli abbracci e ai baci con chi amo. La tecnologia avrebbe dovuto migliorarla la vita, non sostituirla”.

Tornando indietro nel tempo, cosa non rifaresti?

“Non sono quel tipo di persona che rinnega nulla, manco gli sbagli”.

Deduco che sei fortemente credente in Dio

“Si, ma ho imparato negli anni ad avere un dialogo con Lui. E la mia fede si è rafforzata quando cercavo risposte ad eventi difficili da superare che stranamente anziché allontanarmi mi hanno avvicinato e aiutato a sopportare e superare grandi dolori e dispiaceri. Io ogni giorno gli dico grazie per aver messo sul mio cammino mio marito, per avermi fatto superare problemi di salute e soprattutto ringrazio sempre perché non voglio nulla di più, nulla di meno di ciò che ho già”.

Ultimamente, attraverso le colonne di questo giornale, hai voluto esprimere il tuo personale sentimento di cordoglio per il dottor Alfio Garotto, scomparso a seguito di un incidente stradale. Chi è stato per te il noto medico chirurgo e divulgatore, già Direttore del Reparto di Chirurgia Generale e di Chirurgia Metabolica dell’Istituto Ortopedico del Mezzogiorno di Italia di Messina?

“Ancora adesso stento a credere che sia successa davvero questa tragedia. Mi sembra impossibile che davvero non ci sia più una persona come lui. È stato un fulmine a ciel sereno. Io sono sempre stata magra, poi tanti anni fa ho subito un incidente alla gamba che mi ha costretto alla paralisi e ad oltre un anno di ricovero in clinica. Li il mio metabolismo si è bloccato, inceppato. Negli anni a seguire, nonostante non avessi un’alimentazione scorretta, ho iniziato a prendere chili su chili. Nonostante la dieta, non riuscivo a dimagrire… A 122 chili, capii che non potevo andare avanti così. Fu a quel punto che una mia amica mi trascinò a forza alla sua prima visita, che fu scioccante. Tutti siamo abituati a medici frettolosi, che parlano forbito, che non ti guardano mai in faccia, che considerano i pazienti dei numeri. Lui invece era l’opposto: parlava solo in dialetto con tutti, spiegava il metabolismo tra una battuta e una risata, faceva sembrare tutto facile. Mi operó da lì a pochi mesi, “un intervento da manuale e una paziente con decorso perfetto” così mi defini’. Diventammo amici, sapeva che a differenza di molti che provano quasi vergogna a parlare di un intervento subito, io avevo scelto la strada della verità, raccontando a tutti del mio percorso, anche perché potevo essere d’aiuto ad altri. Sapeva che avevo molte persone che mi seguivano e così organizzammo anche delle dirette Instagram per parlare a tutti del mini bypass gastrico. Lui aveva qualcosa di soprannaturale, un carisma unico, un linguaggio per tutti. La sua morte è sicuramente una perdita immensa, perché medici e uomini come lui sono davvero doni di Dio. E mi dispiace per tutti quelli che non potranno più aver la fortuna di conoscerlo”.

Chi è stato per te il compianto Luca Agati, vittima del Covid?

“Questa è una ferita ancora più dolorosa. Poco prima che ricoverassero Luca, in una bruttissima situazione c’ero io… Questo pensiero mi ha divorato per mesi. E la sua situazione familiare e lavorativa,  molto simile alla mia, mi ha resa più sensibile al dolore di sua moglie. Inoltre, vivere questo dispiacere durante la stagione lavorativa è stato uno strazio, perché dovevamo fingere allegria davanti alle coppie quando dentro di noi avevamo solo lacrime. È stato brutto rendersi anche conto che nel nostro lavoro, qualsiasi cosa accada, non ci si può fermare perché sostanzialmente ciò che abbiamo dentro non interessa. Noi siamo gli “addetti ai lavori” e quindi si va avanti. Comunque. Angelica pochi giorni dopo era già al lavoro, non ha avuto neanche il tempo di piangere il suo dolore. Tutto proseguiva normalmente, vorticosamente, un matrimonio dietro l’altro, evento dopo evento. Chi era Luca nel lavoro lo sanno tutti, e spero vivamente che non sarà mai dimenticato,  perché ha fatto davvero tanto per accontentare i suoi clienti e ha fatto tanto per la comunità gelese”.

E’ un vantaggio nell’attività che svolgi, essere una donna?

“Ho sempre pensato di sì. Perché una donna ha una innata sensibilità, un gusto estetico differente. Fondamentalmente io ho a che fare con le spose ed essere una donna ti pone sullo stesso livello empatico di chi hai di fronte, si ha più facilità ad entrare in confidenza. Non so perché la fotografia è sempre stato un settore maschile, ma sicuramente ho aperto la strada a un nuovo punto di vista, appunto quello femminile”.

Chi o cosa vorresti fotografare e perché?

“Avrei tanto voluto fotografare mio nonno, la persona più importante della mia vita, ma purtroppo non ne ho avuto il tempo. Quando ero ragazzina, non esistevano cellulari o iPad, le foto che ho sono tutte da rullino. Quindi non si sprecavano. Si aspettava la scampagnata, i vestiti a festa per scattare, si stampavano e si attaccavano negli album, che ora conservo come gioielli. Un valore totalmente diverso dal presente. Ora invece si scatta di continuo ma inutilmente, perché per la frenesia di non perdere nulla non si guarda più con gli occhi, non si stampa più e i veri ricordi andranno persi. Per sempre”.

Primo premio internazionale “Contest Winter”. Di cosa si tratta?

“Di un concorso a cui si inviano delle foto di matrimonio e una giuria internazionale esprime dei giudizi tecnici e assegna dei voti. È così che mi è stato assegnato il secondo posto nel 2019 e il primo posto nel 2020. Penso di rimettere a giudizio le mie foto quest’anno, purtroppo con la pandemia un po’ tutto è rallentato”.

Qual è stato il complimento più bello che hai ricevuto per il lavoro che svolgi?

“Quando mi sento dire che riconoscono le mie foto ancora prima di leggere chi le ha pubblicate. Lo considero un gran complimento perché vuol dire che ho un’identità, uno stile personale, che può piacere o no. Ma è il mio”.

L’emozione più grande che hai vissuto?

“Avere incontrato Papa Francesco. Ho pianto talmente tanto da non riuscire neanche a formulare una parola di senso compiuto al suo cospetto. Non dimenticherò mai quel giorno”.

In tutti i settori lavorativi, c’è sempre qualche critica dietro l’angolo. Ne hai ricevute?

“Penso di poter scrivere un libro su ciò che sento dire su di me, cose che a volte manco io so di me stessa…Da dove inizio? Si dice io sia antipatica, troppo esigente, troppo cara, che vestivo male quando ero in carne ma che ora pubblico troppi selfie perché sono tornata magra..potrei andare avanti per un bel po’…ma mi fermo qui per non tediare”.

Ti hanno mai chiesto di fotografare scene… osé?

“Mi manca solo questo… (ride) No no,  nessuna richiesta hot, ne a me ne a mio marito”

Qual è stata la richiesta più strana che hai ricevuto?

“Di sostituire in una foto già pronta, la presenza di una donna, inserendo con l’utilizzo di Photoshop una pianta al suo posto…La richiesta è giunta direttamente dal suo ex compagno”.

Soddisfatta della sindacatura Greco?

“Non sono in grado di dare un’opinione, sono troppo stufa di sentire tante promesse durante la campagna elettorale e di vedere poi Gela sempre nello stesso stato da 20 anni. Mi hanno stufato tutti!  Non credo esistano politici a cui interessi davvero il bene comune, forse idealmente si inizia così. Poi gli interessi personali prendono il sopravvento…”

Cosa ha bisogno Gela per emergere?

“Tutto! Gela ha vantaggi naturali come la posizione geografica, il mare e le spiagge, la sua storia, il cibo. Ma sono risorse trascurate. In qualsiasi altro posto al mondo,  creano turismo senza aver nulla, qui c’è tutto e non si fa niente. Ma io non do la colpa solo ai politici.  I primi a sbagliare e a degradare questa città siamo noi cittadini: gettiamo carta ovunque, imbrattiamo muri, sradichiamo panchine e docce pubbliche, parcheggiamo in terza fila, non facciamo nulla per mantenere decoro nel luogo in cui viviamo”

Se dovessi fotografare un angolo della nostra città, su cosa punteresti e per quale motivo?

“Vico Santa Lucia. È un angolo che adoro, perché dà esattamente il senso di come dovrebbe essere tutta la città. L’impegno e la volontà dei commercianti del vicolo lo ha reso un fiore all’occhiello, tutti di comune accordo lo mantengono pulito, colorato, coi fiori e con addobbi e decorazioni. Hanno insistito e resistito visto che all’inizio venivano distrutte anche le piantine di un euro. Ciò vuol dire che se tutti volessimo,  Gela diventerebbe bellissima…”

Il primo vero scatto l’ho sempre fatto col cuore. Poi con l’obiettivo”….è sempre attuale il tuo mantra?

“Assolutamente si. E non cambierà mai. Il giorno in cui non scatterò più col cuore, lascerò la macchina fotografica e farò altro”

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Ipse Dixit

Il mondo incantato di Alberto Ferro, nella magia della musica

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Pochi giorni addietro, ha deliziato la platea del teatro comunale Eschilo in una performance coinvolgente. Gli applausi scroscianti e sinceri lo hanno emozionato. Perché – è risaputo – quando un gelese perbene ritorna nella propria città d’origine, è accolto come una star. Alberto Ferro, prossimo ai 27 anni, è un ragazzo schivo, umile e senza fronzoli per la testa. Innamorato della propria famiglia (papà Giovanni e mamma Marisa) e della sua terra, in ogni concerto dà il meglio di sé, riscuotendo innumerevoli consensi, abbondantemente meritati. Chi lo ascolta, entra in un mondo incantato, assoluto protagonista di un viaggio senza fermate, accompagnato solo dalle note. E dalla magia. Il suo nome circola da parecchi anni nel firmamento internazionale della musica colta: dal Copenaghen Summer Festival alle Settimane Musicali di Ascona in Svizzera; dal Kissinger Sommer al Brussels Piano Festival; dal teatro La Fenice di Venezia al Museo d’arte di Tel Aviv, solo per citarne alcune, è stato un crescendo di entusiasmo. Ha lavorato, tra gli altri, con i più grandi direttori d’orchestra: Arvo Volmer, Christian Zacharias, Paul Meyer e Marco Parisotto. Sempre accanto a quello che lui stesso definisce il “suo interlocutore diretto”: il pianoforte.

Come vengono scelti ed elaborati i brani che proponi al pubblico?

“Generalmente, scelgo composizioni stilisticamente diverse, prediligendo in particolare la scelta di una sonata classica, almeno una composizione romantica e una moderna, a volte anche qualche trascrizione”.

Cosa ti lega alla musica colta?

“Tutto, la mia vita si svolge intorno alla musica e al pianoforte. Grazie alla musica sto maturando esperienze, esplorando il mondo, conoscendo tanta gente. Ho scelto di vivere con la musica perché essa è il miglior modo per esprimere le mie emozioni e le mie sensazioni. Penso che la musica colta sia il genere artistico più formativo nell’educazione umana, perché permette di studiare e approfondire il periodo storico del compositore e ciò che il compositore stesso voleva trasmettere. Inoltre la musica colta fa avvicinare l’uomo alla natura”.

Custode del diploma accademico di secondo livello con il massimo dei voti e la lode, conseguita all’istituto Superiore di Studi Musicali “Vincenzo Bellini” di Catania, hai frequentato numerosi corsi di perfezionamento con pianisti di grosso calibro quali Richard Goode, Vladimir Ashkenazy e Dina Yoffe. Perché hai scelto proprio il pianoforte tra un’infinità di strumenti musicali?

“Mia madre si è diplomata in pianoforte, quindi ho avuto da sempre un approccio naturale allo studio. Attraverso il pianoforte posso manifestare una varietà di stati d’animo e sfumature”.

Qual è stato il momento in cui hai capito che la strada intrapresa era quella giusta?

“Quando vinsi il Secondo Premio al Concorso Busoni di Bolzano nel 2015. È stato un importantissimo trampolino di lancio che mi ha fatto intraprendere una carriera internazionale”.

Ci sono stati passaggi in cui hai pensato di mollare tutto?

“Soltanto da bambino ho avuto qualche volta dei momenti di demotivazione, ma attraverso lo stimolo dei miei genitori e grazie alla guida del mio maestro sono riuscito a superare questi momenti, che penso abbiano avuto in molti”.

Qual è il brano a cui sei più affezionato e perché?

“Il Concerto n. 2 di Bartók. Mi piace tantissimo la varietà tecnica e tematica all’interno di questo concerto. Sono presenti tanti episodi resi particolari da elementi ritmici e percussivi nel primo movimento, da atmosfere estatiche e sonorità fredde nel secondo. Infine nel terzo movimento predominano temi popolari ungheresi e filastrocche”.

C’è un concerto a cui sei particolarmente legato?

“Il mio recital alla Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale di Roma del 5 marzo del 2017. Il concerto è stato trasmesso in diretta su Rai Radio 3 e attraverso i collegamenti Euroradio in molti paesi d’Europa. Cinque minuti prima di iniziare è arrivato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per assistere al mio concerto ed è stato ancora più emozionante esibirmi davanti a lui. Quando ho finito di suonare, si è alzato ed è venuto a complimentarsi, ringraziandomi per il concerto che avevo donato a lui e al pubblico”.

Non dirmi che in auto con la moglie Erika ascoltate Beethoven, Scriabin, Fauré…

“In realtà (ride) io e mia moglie ci spostiamo sempre con i mezzi pubblici, che funzionano molto bene a Palermo, dove viviamo…”

Con chi in tutti questi anni hai intessuto vere amicizie in ambito musicale?

“Vere amicizie sinceramente con nessuno. In generale conoscenze varie con altri strumentisti e direttori d’orchestra. Sono in ottimi rapporti anche con i miei colleghi di conservatorio a Palermo”.

Con chi ti piacerebbe suonare?

“Con i Berliner Philharmoniker”.

Perché un gelese riesce ad esplodere e ad affermarsi solo quando mette piede fuori dalla propria città?

“Perché purtroppo questa città può dare ben poco ai giovani. Sulla formazione scolastica non ci sono aspetti negativi; io personalmente mi vanto di aver studiato al Liceo Classico “Eschilo”, che penso sia uno dei licei più importanti in Italia. Il problema è che non ci sono sedi distaccate di Università statali, Conservatori, Accademie di Belle Arti. Certamente se Gela fosse provincia, le cose potrebbero cambiare in meglio. Pertanto, il gelese dopo gli studi scolastici è quasi costretto ad emigrare per specializzarsi e lavorare altrove”.

Qualcuno, in ambito locale, ti ha chiesto di entrare in politica?

“Fortunatamente nessuno!”

Il tuo auspicio per l’anno che è appena cominciato?

“Mi auguro di continuare a tenere concerti in tutto il mondo, con l’obiettivo di condividere la mia passione per la musica con il pubblico che mi segue”.

Il consiglio che rivolgi ai giovani della tua età?

“Ai miei coetanei consiglio di avere coraggio, di studiare tanto e di avere sempre fiducia in se stessi”.

Cosa dicono di Gela i tanti che incontri nei tuoi numerosi spostamenti in giro per l’Europa?

“In Europa Gela non è abbastanza conosciuta. Chi la conosce mi dice che a Gela c’è il mare più bello della Sicilia, e io confermo al 100%!”

Come te la immagini Gela nel prossimo futuro?

“Me la immagino più pulita, più ricca di cultura e più stabile dal punto di vista lavorativo. Ma forse io vivo di sogni…”

Ah proposito: il tuo sogno ricorrente?

“Debuttare alla Filarmonica di Berlino, alla Carnegie Hall di New York e al Teatro alla Scala di Milano”.

Mi auguro che nella tua vita frenetica in ambito musicale, possa trovare spazio e tempo per concentrarti sulla lettura. L’ultimo libro che hai letto?

“La musica è un tutto. Etica ed estetica” di Daniel Barenboim”.

Quasi fisiologico, aggiungiamo…

Invece in cucina sei una buona forchetta? “Sì, da sempre. Mangio di tutto!”

E il tuo piatto preferito?

“Le lasagne alla bolognese”.

Hai vinto numerosi premi in concorsi nazionali ed internazionali. Ricordiamo il 1’ premio a Venezia nel 2015, il 6’ premio e il premio del pubblico al “Regina Elisabetta di Bruxelles” nel 2016, il premio come finalista e il premio Children’s Corner al “Clara Haskil” di Vevev e il 1’ premio e il premio del pubblico al “Telekom – Beethoven” di Bonn. Nel 2016 e nel 2017, hai ricevuto la medaglia della Camera dei Deputati, quale riconoscimento per il tuo talento artistico e per i successi ottenuti. Per tutto questo e per tutto quello che avverrà nel prossimo futuro, c’è un grazie che vuoi estendere?

“Si! A mia moglie, ai miei genitori e al mio maestro Epifanio Comis che mi sostengono sempre”.

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Ipse Dixit

Il giornalismo tra la gente, Salvo Sottile si racconta

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Il suo nome è anche sull’enciclopedia on line della Treccani, così come i grandi giornalisti e conduttori televisivi di primo piano. Un posto meritato sul campo dopo tanti anni di intensa e dura gavetta. Nel periodo in cui ha cominciato, Salvo Sottile, ha letteralmente consumato le suole delle scarpe per accaparrarsi una notizia, indagando anche nel sottobosco della propria realtà territoriale. E non solo. Si incontravano persone, si verificavano le situazioni. In occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Francesco lo ha sottolineato più volte: “la crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada…” Purtroppo è l’amara realtà dei giorni nostri.

Partiamo proprio dai tempi che furono.

Hai cominciato la tua brillante carriera quando avevi appena 16 anni. Cosa ti ha spinto ad intraprendere quella che poi sarebbe stata la tua professione?

“La possibilità di poter portare, mano nella mano, i telespettatori nei luoghi che vedevo e di far conoscere, attraverso una telecamera, le persone che incontravo”.

Era il 1989 quando hai cominciato a muovere i primi passi con La Sicilia e con Telecolor Video 3. Cosa ricordi di quel periodo?

“Che guadagnavo 100 mila lire al mese. Facevo tutto, dalle fotocopie all’accoglienza ospiti. Ma sopratutto guardavo i colleghi più grandi e cercavo di imparare o di “rubare” con gli occhi”.

Possiamo definirti un figlio d’arte? Cosa ti ha insegnato tuo padre Giuseppe, già capocronista del Giornale di Sicilia?

“Mi ha insegnato il rigore e la disciplina insieme alla curiosità. Senza la curiosità non avrei potuto fare il mio mestiere”.

A livello nazionale, la gente ha cominciato a conoscerti su Canale 5. Per l’allora telegiornale diretto da Enrico Mentana, avevi la mansione di “informatore” dalla Sicilia, soprattutto in tema di cronaca nera. Com’è nata la collaborazione?

“Facevo dei servizi per Telecolor e uno di quei servizi finì a Roma in mezzo a tanti altri provenienti dalla Sicilia. A Mediaset rimasero colpiti dalla mia voce e mi offrirono un ruolo di informatore”.

La tua corrispondenza del 19 luglio del 1992, in via D’Amelio, a Palermo, teatro dell’assassinio del giudice Borsellino e degli agenti di scorta, rimane tuttora un “pezzo” di alto giornalismo per come la strage mafiosa è stata raccontata. Cosa hai provato in quella circostanza?

“Paura, smarrimento. Molti di quei ragazzi della scorta li avevo conosciuti di persona. Fare una diretta lunga una notte assieme a Mentana mi costrinse a crescere in fretta. Avevo 18 anni, dovevo sembrare più grande della mia età e mi trovai a raccontare da “palermitano” una tragedia che aveva colpito la mia città”.

Un giornalista è un uomo e come tale prova delle sensazioni/emozioni che difficilmente farà trasparire dinnanzi ad una telecamera o nella realizzazione di un articolo di giornale. E’ stato così anche per te in quel funesto pomeriggio di trent’anni fa?

“Questo l’ho imparato col tempo. Essendo sensibile e molto passionale all’inizio facevo fatica, l’esperienza ti aiuta a schermarti davanti al dolore e alle tragedie”.

La mafia aveva alzato il tiro, la Sicilia perdeva due uomini di altissimo valore. A distanza di anni, credi che la strada tracciata da Falcone e Borsellino sia stata percorsa da chi è deputato a combattere la criminalità?

“Credo di sì, anche se oggi di mafia non si parla più, anzi sembra che la mafia non esista più. Invece esiste solo che ha cambiato strategia: ora si è inabissata, non fa rumore, illude tutti che sia stata sconfitta”.

Quando riusciremo ad eliminare del tutto l’equazione Sicilia=mafia?

“È’ già così, chi arriva in Sicilia si rende subito conto che la nostra isola non è luogo di cui avere paura ma una certa “cultura” , un certo modo di pensare, purtroppo, è’ ancora radicato, retaggi del passato”.

Torniamo alla tua brillante carriera che include anche le mansioni di corrispondente di guerra durante il conflitto in Afghanistan e la cronaca dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle. Non solo Tg5, ma collaborazione anche con la Rai ed in particolar modo con il Tg1 e il Tg3. Quali le differenze sostanziali che hai notato tra il servizio pubblico e quello privato?

“Sono due aziende diverse. Mediaset nel periodo in cui ho lavorato con loro era un’azienda agile e mi ha permesso di imparare un mestiere e di farmi crescere. La Rai e’ la tv di stato e anche se talvolta tutto è’ più lento, è un traguardo per chiunque voglia fare il mio mestiere”.

Abbiamo letto la tua firma anche per i settimanali Epoca e Panorama e per il quotidiano Il Tempo. Ti manca il contatto con la carta stampata?

“A volte si ma purtroppo i giornali sono destinati a sparire, si comprano sempre meno. Ormai sappiamo tutto attraverso i cellulari”.

Hai lavorato come corrispondente dalla Sicilia anche per Rds e Rtl 102.5 e hai scritto tre romanzi. Se ad un esordiente nel campo giornalistico dovessi illustrare le differenze tra TV, radio e giornale, cosa diresti?

“Sono tre ambiti diversi. In radio devi sostituire le immagini coi suoni, sui giornali devi essere l’occhio del lettore, sulla tv devi sapere raccontare per immagini”.

Parlaci delle tue esperienze su Sky TG24. Non solo conduzione del tg ma anche il format mattutino “Doppio Espresso” e il settimanale di approfondimento “La scatola nera”

“È’ stata una bella esperienza. Ho condotto io il primo telegiornale su Sky”.

Possiamo dire che la conduzione di Quarto Grado su Rete 4 (record assoluto nel 2010 con 18,33 di share con 4 milioni e 665 mila telespettatori) ti ha dato un’enorme popolarità?

“Certo, enorme!”

Qual’è stato il caso di cronaca che durante Quarto Grado ti ha particolarmente colpito e perché?

“L’omicidio di Melania Rea, una donna uccisa dal marito, un militare, Salvatore Parolisi. Lui si era sembra proclamato innocente ma quando lo ospitai in studio, ebbi la sensazione che volesse confessarmi il delitto. Non lo fece alla fine ma nei suoi occhi lessi la voglia di togliersi un peso”.

Sempre a proposito di Quarto Grado, in tanti sottolineano che i processi si svolgono in un’aula di tribunale e non dinnanzi alle telecamere perché ciò potrebbe compromettere il lineare svolgimento dello stesso.

“Che mai la tv si deve sostituire al tribunale. La tv deve raccontare storie. I processi si fanno da altre parti e chi fa un mestiere come il nostro deve pensare principalmente alle vittime”.

Ti abbiamo visto anche a Ballando con le stelle nelle vesti di concorrente. Come ti sei trovato?

“È’ stato puro divertimento. Amo le sfide e amo mettermi in gioco. Avevo una maestra tosta che mi faceva allenare 6 ore al giorno”.

Cosa ti hanno lasciato le conduzioni di”Estate in diretta” con Eleonora Daniele e “Domenica In” con Paola Perego?

“Sono due grandi professioniste e con tutte le donne con cui ho lavorato mi sono divertito molto”.

Mi manda Raitre” possiamo definirlo un vero e proprio format di denuncia?

“Si, un programma di servizio pubblico. Aiutare i cittadini a risolvere dei problemi era qualcosa che mi faceva sentire utile”.

Come ti spieghi la decisione assunta dal direttore di rete, Franco Di Mare, di rimuoverti dalla conduzione dopo quattro stagioni consecutive in cui “Mi manda Raitre” andava per la maggiore?

“Invidia personale. Di Mare è’ stato il peggiore direttore di Raitre, umanamente una delusione. Mi ha tolto un programma al massimo del successo solo per ripicca e senza mai incontrarmi o spiegarmi le motivazioni. Ora vedo che si trova al centro di una brutta storia di molestie tirata fuori da Striscia la notizia, e a uno che tocca il fondoschiena di una collega in tv e dice che è uno scherzo, cosa vuoi dire? Provi solo umana pietà”.

Perché è stato deciso di non mandare più in onda le tue conduzioni, già registrate, di Palestre di vita su Rai tre?

“Non ne ho idea, per ripicca credo”.

Hai esplorato l’universo notturno in tutte le sue sfaccettature attraverso la conduzione del programma “Prima dell’alba”. Che esperienza è stata?

“Incredibile! Raccontare la notte e i lavori notturni era un mio pallino. Programma bellissimo ma faticoso, non ho dormito per settimane ma mi sono divertito molto ed e’ stato un grande successo”.

Da due anni, assieme ad Anna Falchi, conduci i “Fatti Vostri” su Rai 2, lo storico programma ideato da Michele Guardì e Giovanna Flora.

“I Fatti Vostri e’ un vestito che ho cercato di cucirmi addosso. Con Michele e Giovanna c’è un rapporto di grande stima e di amicizia ed e’ anche quella una grande palestra. Il programma mi stupisce perché ogni giorno racconti una storia diversa e ti affezioni a tutte”.

Ti piace l’imitazione che fa di te il tuo compaesano Sergio Friscia?

“Molto ma anche quella di Fiorello. Non mi prendo mai troppo sul serio”.

Che Sicilia immagini nel prossimo futuro? “Un posto dove godermi la pensione”.

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