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La parola della domenica

“Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”

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Rubrica di ispirazione cattolica

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 16,15-20

“In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio.
Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano”.

«Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura»: l’ordine stupendo impresso da Dio nel creato è stato sconvolto dalla scelta di Adamo ed Eva di volere stabilire loro stessi ciò che è bene e ciò che è male. Tutta la creazione è stata sconvolta: violentata dall’uomo è diventata violenta contro l’uomo. Cristo, nuova creatura, ha dato origine a un nuovo rapporto con la creazione. Proponendo Cristo all’uomo, anche la creazione riscopre il suo nuovo modo di essere per l’uomo. L’uomo deve scegliere: accettare Cristo e salvare se stesso e l’universo; o rifiutare Cristo e perdere se stesso e l’universo. 
Dopo avere parlato fu assunto al cielo (letteralmente: “preso su da Dio”, cioè fu ricongiunto al Padre di cui è l’Unigenito). Egli, risorto, è con i suoi che lo annunciano e mostrano in se stessi il cambiamento che la Parola, che è vita, produce. 

Quaranta giorni dopo Pasqua celebriamo l’Ascensione di Gesù in attesa della Pentecoste.
Fino al V secolo vi era un’unica festa perché fu un unico evento. Gesù è morto e risorto, è istantaneamente salito al cielo e rimane in mezzo a noi con lo Spirito Santo. Queste tre feste sono sfaccettature dell’unico evento della Risurrezione.

Gesù aveva bisogno di liberarsi del tempo e dello spazio per poter essere definitivamente presente in ogni angolo del mondo contemporaneamente e per sempre.
Questa modalità è la possibilità che ogni essere umano ha di poter dire: posso incontrare il risorto.
Da quel giorno in Dio c’è un uomo: Gesù di Nazareth

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La parola della domenica

“Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono”

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Rubrica ad ispirazione cattolica

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,35-41

“In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui.
Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».
Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Ricorderemo per sempre l’interpretazione che della pagina del vangelo di oggi fece Papa Francesco, il 27 marzo 2020, durante il momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, tenutosi sul Sagrato della Basilica di San Pietro, in una Roma deserta

Siamo stati tutti colpiti dalle parole di Papa Benedetto XVI, quando ad Auschwitz si domandò, di fronte alla tragedia dell’olocausto, «Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male?».

Ci sono momenti nella vita delle persone, come anche nella storia, in cui Dio sembra assente o sembra non curarsi degli uomini. È quanto accade nel Vangelo di oggi: «Maestro, non t’importa che moriamo?» (Mc 4,38), dicono, spaventati, i discepoli al Signore.

Ma riprendiamo da capo il discorso. Il nostro testo prende l’avvio da una decisione di Gesù, quella di attraversare il lago di Galilea. Non sappiamo bene le ragioni di tale decisione; secondo alcuni, il passare all’altra riva di Gesù indicherebbe una fretta, un’urgenza missionaria, ma sarebbe anche un comando di Cristo per i discepoli ad andare ad altre rive, ad estendere la missione passando attraverso le tempeste. Perché di una vera e propria tempesta si parla; ad accorgersene, però, sono tutti, tranne Gesù. Lui infatti dorme.

Gesù dorme. Forse il lettore potrebbe immaginare che Gesù sia stanco. Se rileggiamo i versetti precedenti il nostro passo, vediamo che il Maestro ha continuato a insegnare, stando seduto su una barca, raccontando parabole e spiegandone il significato. In ogni caso, a un certo punto si addormenta. Anche di Dio, e può sembrare strano, nella Bibbia si dice che dorma: «Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre» (Sal 44,24), sono le parole del salmista, quando si trova nella sofferenza e nella prova. Anche Isaia grida al Signore «Svegliati, svegliati, rivestiti di forza, o braccio del Signore. Svegliati come nei giorni antichi, come tra le generazioni passate» (Is 51,9). Com’è possibile che Dio dorma?

Anche Giona dormiva. Molti commentatori oggi notano che la pagina odierna ha delle analogie con la storia di Giona. Il profeta è su una barca, come Gesù, e scoppia una tempesta mentre dorme. I marinai lo svegliano, e gli dicono: «Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo» (Gn 1,6), proprio come i discepoli chiedono aiuto al Signore. Ricordiamo come finisce la storia: appena si scopre che Giona è un ebreo, decidono di buttarlo in acqua per placare la tempesta: «Presero Giona e lo gettarono in mare e il mare placò la sua furia» (1,15).

Ma con l’episodio narrato da Marco ci sono grandi differenze. Giona dorme perché stanco della vita, e perché non vuole predicare la conversione a Ninive. Gesù, invece, dorme perché stanco dall’aver predicato tutto il giorno. Giona dorme nella stiva, si vuole nascondere, perché “fugge lontano dal Signore” (1,1); Gesù, al contrario, è sul cuscino, cioè insieme agli altri, in superficie. Infine, il modo in cui si placa la tempesta, dice la differenza più grande; nel nostro testo «la salvezza avviene non perché il profeta è gettato in mare, ma perché il profeta Gesù, prendendo a cuore la sorte di coloro che sono nella barca, si alza e placa il vento e le onde con una sola parola potente, così come egli ottiene obbedienza dai demoni in altri punti del racconto» (B. Van Iersel). Eppure, Gesù finirà proprio come Giona: preservato dal ventre della terra, come Giona da quello di un grosso pesce; tutti e due riemergeranno in superficie, ma il primo, come risorto, per vivere per sempre. «Ecco, qui c’è più di Giona!», dirà Gesù nel vangelo di Matteo (12,41).

A Dio importa di noi. Se a Giona non importa nulla degli abitanti di Ninive, Gesù col miracolo risponde alle fortissime parole dei discepoli: «Non t’importa che moriamo?». Grida al mare e li salva. Suggestivo il commento di S. Atanasio: «Svegliarono la Parola, che era sulla barca con loro, e immediatamente il mare si placò» (Lettera 19.6). Con la Parola è stato creato il mondo (Dio disse «le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto»; Gen 1,9), e ora Gesù è capace di ricomporre l’equilibrio tra il mare e la terra. Gesù ripete il miracolo narrato nel salmo: «Tu con potenza hai diviso il mare, hai schiacciato la testa dei draghi sulle acque» (74,13)”.

Chi è costui? La scena si chiude con l’invito di Gesù alla fede. Per chi crede, non c’è da temere nulla, perché tutto concorre al bene, se si ama Dio; anche le tempeste della vita (Rm 8,28). Soltanto, la paura spesso ha il sopravvento, e quando questo accade, ci scopriamo tutti uomini di poca fede. Ma sul pericolo scampato prevale addirittura lo stupore, e tutti si domandano chi è Gesù. Le parole che finora egli ha detto nel vangelo di Marco, i miracoli che ha compiuto guarendo e liberando gli indemoniati, non sono nulla di fronte a un così grande miracolo che coinvolge la natura, la creazione stessa. A questa domanda, chi è Gesù?, non si può rispondere facilmente, è l’impegno di una vita, o, almeno, il compito di ogni lettore che ha in mano il libro di Marco. È il lettore che dovrà perseverare per leggere tutto il Vangelo, e per scoprire, ma solo alla fine, che il Signore Gesù – come e più di Giona – l’ha avuta vinta sul mare e sulla morte.

Di Guido Michelini

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La parola della domenica

Il regno di Dio come un granello di senape

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Rubrica ad ispirazione cattolica

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 4,26-34

“In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa.

Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».


Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra”.
Con molte parabole dello stesso genere si annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”.

Il vangelo di Marco usa immagini agresti

Il contadino nel vangelo è l’anello mancante tra l’uomo e Dio, dove le parabole non sono solo semplici pretesti per insegnare teologia e morale.

Un albero, le foglioline del fico, il granello di senape diventano una continua rivelazione del divino (Laudato si’), una sillaba del suo messaggio

Le cose del mondo non sono sante perché ricevono l’acqua benedetta, ma sono degne di riceverla perché già benedette, santificate, e noi camminiamo in mezzo a loro come dentro un santuario.

Ezechiele aveva parlato della tenerezza di un Dio giardiniere che pianta un cedro del Libano. Gesù va oltre: parla di un semino di senape con una novità tutta sua: sceglie una pianta mai nominata nel Primo Testamento, nonostante fosse di uso comune.

Gesù sceglie l’economia della piccolezza: mette la senape al posto del cedro del Libano; l’orto al posto del monte;

parlerà di Dio con l’immagine di una chioccia con i suoi pulcini: è il linguaggio teologico portato al registro più umile, a sovvertire le gerarchie.

Gli ascoltatori di Gesù saranno rimasti sconvolti all’idea che il Regno di Dio ha inizi così piccoli, ma Gesù si concentra sulla crescita dal minuscolo al grande, dai più piccoli germogli, alla maturazione in pienezza.

Le sue parole contengono anche un appello alla meraviglia: il Regno diventa un mistero davanti al quale stupirsi.

Prendere sul serio l’economia della piccolezza ci fa guardare il mondo in un altro modo. Ci fa cercare i re di domani tra gli scartati di oggi, ci fa prendere sul serio i giovani e i bambini, e trovare meriti là dove l’economia della grandezza vede solo demeriti.

Il vangelo della terra di Gesù sovverte le norme, perché le leggi che reggono il venire del Regno di Dio e quelle che alimentano la vita naturale sono in fondo le stesse.

Spirito e realtà si abbracciano.

​Il terreno produce da sé, per energia e armonia proprie: è nella natura della natura essere dono e crescita. È nella natura di Dio essere eccedenza gratuita. E anche in quella dell’uomo.

​Dio agisce in modo positivo, fiducioso, solare; e non per sottrazione, ma sempre per addizione, per aggiunta e incremento, con incrollabile fiducia nei germogli.

Dalle sue parabole sboccia una visione profetica del mondo: la nostra storia è tutto un seminare, germinare, spuntare, accestire, maturare: tutto è fiducia incamminata.

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte

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La parola della domenica

“Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso non potrà restare in piedi”

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Rubrica di ispirazione cattolica

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 3,22-30

In quel tempo, gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni».
Ma egli li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana? Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi, ma è finito.
Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa.
In verità io vi dico: tutto sarà perdonato ai figli degli uomini, i peccati e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non sarà perdonato in eterno: è reo di colpa eterna».
Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito impuro».

 “Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni”: questa è l’accusa che gli scribi, venuti da Gerusalemme, rivolgono a Gesù. È una accusa infamante: lui che è il Figlio di Dio, l’inviato dal Padre per la salvezza dell’uomo, viene accusato di fare un gioco sporco. Sostanzialmente la sua azione viene letta come solo apparentemente salvifica: è vero che Gesù scaccia i demoni, i fatti parlano chiaro, ma lo fa non perché è il Figlio di Dio, ma perché è posseduto dal capo dei demoni. Quindi il male sta agendo nascostamente in lui con una strategia molto astuta: finge di combattere una battaglia, finge di vincere e gli stessi demoni fingono di essere sconfitti, ma in realtà il male sta consolidando il suo potere. L’argomentazione è abbastanza contorta, ma fosse stata fondata, il vangelo annunciato da Gesù sarebbe stato il più grande inganno della storia. Gesù risponde agli scribi, ma la sua risposta, ai loro occhi, lascia il tempo che trova. In fondo il punto è un altro, c’è poco da girarci attorno: gli scribi hanno già deciso che non si vogliono lasciar provocare dall’azione di Gesù. Loro stanno a misurare, loro valutano, loro pesano. Loro hanno tutto il loro impianto religioso che serve per sentirsi a posto. Non hanno bisogno di conversione, non sono lì per farsi aiutare, per cui qualunque cosa Gesù faccia non va bene. Era già andata così con Giovanni Battista e loro reiterano il loro indurimento.
Il peccato contro lo Spirito Santo. La conclusione di Gesù è molto chiara, anche qui c’è poco da girarci attorno: c’è un peccato che è imperdonabile ed è quello che Gesù chiama la bestemmia contro lo Spirito Santo. Letteralmente si potrebbe tradurre la blasfemia contro lo Spirito Santo. La parola blasfemia è interessante perché indica una pigrizia, un freno, una resistenza, un rifiuto a riconoscere il valore di ciò che ho di fronte: è la calunnia del bene. Sostanzialmente è il netto rifiuto del bene. Tutti i peccati, dice Gesù, saranno perdonati, ma chi si chiude al bene, chi non lo vuole, non può ricevere il perdono, perché lo rifiuta. Forse l’esempio è troppo semplicistico ed infantile, ma se viene un medico che ti vuole curare e tu sostieni di essere perfettamente sano e affermi anche di conoscere molto bene invece tutte le malattie di coloro che sono malati, e hai vissuto tutta una vita accumulando ricette che hai preparato per gli altri, e in più dici al medico che lui non è un medico ma un untore che sta girando per le case per diffondere un virus mortale, non mi pare che ci sia molto margine perché tu guarisca.


Don Andrea Campisi

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Direttore Responsabile: Giuseppe D'Onchia
Testata giornalistica: G. R. EXPRESS - Tribunale di Gela n° 188 / 2018 R.G.V.G.
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