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Ipse Dixit

Il folk dei Bellamorea in giro per il Mondo

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Amano la musica, amano la vita. Sempre sorridenti, dietro le quinte, sul palco, dinnanzi all’obiettivo,  nella quotidianità. E il pubblico apprezza, cosi come confermato, anni addietro, quando parteciparono a “Italia’s got talent” su Canale 5, approdando alle semifinali. Ottimo risultato per la loro prima esperienza artistica in tv. Loro sono i fratelli Bunetto, in arte i Bellamorea. Emanuele, musicista ed insegnante, ha 34 anni. E’ laureato in chitarra e filologia moderna. Un vero e proprio polistrumentista: suona la chitarra, il pianoforte, la zampogna, la fisarmonica, l’armonica a bocca, il basso, il banjo, il bouzouki, il flauto e il sax; Francesco e’ la voce del duo. Suona anche la tammorra. Ha 31 anni. Giornalista ed insegnante, è in possesso della laurea in scienze pedagogiche. Hanno ideato e curato il progetto “Med World Tour” che mira alla divulgazione, alla salvaguardia e alla valorizzazione della cultura e della musica popolare del Mediterraneo.  

Il gruppo – dicono – é nato dall’esigenza di raccontare, attraverso studi e ricerche di canti della tradizione popolare del Sud Italia, l’attaccamento alle nostre radici e soprattutto l’amore esuberante verso la nostra terra, la Sicilia, tanto ricca di storia e di cultura”.

Perché la scelta del nome Bellamorea?

“Il nome deriva dalla traduzione italiana di “Bukura More”, un canto nostalgico Arbëreshë che racconta il dolore e il ricordo della patria persa per sempre; Morèa è il luogo da cui arrivavano la maggior parte degli Arbëreshë che oggi si trovano nel meridione d’Italia. Abbiamo deciso di dare questo nome, quindi, in omaggio al paese in cui siamo cresciuti (seppur originari di Gela), San Michele di Ganzaria, colonizzato anche dai greci – albanesi”.

Cosa vi ha spinto a scegliere il target musicale che suonate?

“Per un artista è importante raggiungere una propria ed originale “identità”. Amiamo definire il nostro genere musicale “popular moderno e innovativo”, in cui suoni della tradizione si fondono con contaminazioni della World  Music e con sonorità radiofoniche attuali;  abbiamo cercato, quindi, di dare una  continuità alla tradizione ma con innovazione… e questo è ciò che ci ha spinti a scegliere il target musicale che suoniamo. Inoltre, ci rende felici!”

Avete mai pensato di allargare il duo?

“Lo escludiamo! Siamo due fratelli ed il nostro non è solo un “progetto”, ma una missione di vita! Quale migliore occasione che essere legati da un legame familiare e di sangue?”

Quando suonate dinnanzi al pubblico, cosa provate?

“È sempre un miscuglio di forti emozioni, gioia ed esuberanza! Ci rende orgogliosi vedere il pubblico che reagisce, a sua volta, al nostro coinvolgimento emotivo”.

I brani sono tutti inediti o spaziate anche con altri pezzi già conosciuti?

“La versatilità musicale, generata dal dialogo tra chitarra e voci e la peculiare sonorità del nostro duo riflette la formazione acquisita nel tempo. Il repertorio, in origine, attingeva dalla cultura etnica del Mediterraneo: canti greco salentini, campani e calabresi, approfondendo antiche leggende attinenti soprattutto alle festività del Natale e della Pasqua. Successivamente, tramite la scrittura e la composizione, abbiamo dato origine a nostri brani inediti (sempre in lingua siciliana) che trattano storie che affrontano diverse tematiche legate al sociale, alla legalità e all’attualità, nate dall’unione delle nostre professioni lavorative”.

A chi vi ispirate?

“Il nostro modello principale è stata colei che è considerata la “mamma” della musica popolare siciliana: Rosa Balistreri. Ma anche a Domenico Modugno, Fabrizio De Andrè, Giorgio Gaber”.

Il vostro cantante preferito?

“Sting”.

I Bellamorea hanno un fitto calendario di concerti in tutto il mondo. Prossime tappe sono previste in Qatar, Argentina, Australia e Canada. Si sono esibiti in America, Giappone, Belgio, Germania, Inghilterra, Svizzera, Malta, Francia e Tunisia.

Avete girato il mondo, quale Stato vi ha colpito di più e perché?

“In ogni Stato in cui abbiamo suonato, abbiamo sempre trovato tanta ospitalità, tanta gente che ci ha accolti con tanta cura, affetto e gioia. Ma se dovessimo decidere quali Stati ci hanno lasciato un segno sono l’America e il Giappone. Due realtà cosi diverse ma allo stesso tempo uguali nell’avere dato la possibilità a tanta gente di trovare la propria fortuna!”

Come nascono i vostri tour?

“Abbiamo due tipologie di tour: in Italia e all’estero. Quest’ultimo è caratterizzato da concerti rivolti agli italiani (non solo siciliani) lontani da anni dalla propria terra e nascono dall’esigenza di farli sentire “a casa” per una sera, attraverso la nostra musica”.

Perché vi siete dedicati proprio alla musica?

“Perché, come ogni forma d’arte, ci permette di arrivare al cuore della gente e di trasmettere messaggi importanti”.

Gela è una vera e propria fucina di talenti musicali: è bello ritrovarsi ed esibirsi tutti insieme?

Capita spesso di esibirci a Gela, in teatri o piazze, assieme ad artisti gelesi. Suonare “in casa” è sempre una gioia immensa e infinita!”

L’elenco degli artisti con cui i Bellamorea hanno collaborato è vastissimo ma merita di essere menzionato: Phil Palmer, Leo Gullotta, Nancy Brilli, Francesco Benigno, Nino Frassica, Tony Sperandeo, Roberto Lipari, Giovanni Cacioppo, Andrea Tidona, Paride Benassai, Lucia Sardo, Carlo Muratori, Domenico Centamore, Daria Biancardi, Faisal Taher, Ernesto Maria Ponte, Chris Clun, Gino Astorina. Francesco ed Emanuele hanno condiviso il palcoscenico con Roy Paci, Marco Masini, Giusy Ferreri, Mariella Nava, Lello Analfino, Irene Fornaciari, Gianni Bella, Sud Sound System, Andy dei Bluvertigo, Mario Incudine, Aldo Baglio, Manlio Dovì.

Chi di loro vi ha lasciato qualcosa e perché?

“Ogni artista con cui abbiamo collaborato ci ha lasciato qualcosa: Leo Gullotta per la sua cultura, Nino Frassica per la sua eleganza, Roy Paci per la sua esuberanza, Tony Sperandeo per la sua naturalezza, Roberto Lipari per la sua filosofica e geniale comicità,  Giovanni Cacioppo per la sua simpatia, Paride Benassai per la sua generosità, Lucia Sardo per la sua straordinarietà, Carlo Muratori per il senso di essere “padre”, Domenico Centamore per la sua umiltà, Francesco Benigno per la sua semplicità, Faisal Taher per la sua ironia, Andrea Tidona per la sua accoglienza, Gino Astorina per la sua sensibilità, Manlio Dovì per la sua compostezza, Phil Palmer per la sua professionalità…e i sostantivi potrebbero continuare”.

Come riuscite a finanziarvi per le numerose tappe mondiali?

“Le spese di viaggio, vitto e alloggio, sono coperte dall’ente che ci ospita”.

Qual è stato il riconoscimento più emozionante che avete ricevuto?

“Le lettere di elogio da parte del Vaticano e dell’Ufficio del Presidente della Repubblica Italiana,  Sergio Mattarella, per l’impegno morale, professionale e civile ci rende fieri ed orgogliosi”.

In tutta sincerità, siete andati sempre d’accordo tra voi fratelli?

“No! Ma è proprio questo il bello: ci completiamo a vicenda. Le competenze sono diverse l’uno dell’altro e questo ci permette molto spesso di avere idee contrastanti ma che ci portano ad avere una più ampia visione e valutazione di ogni aspetto: dalla composizione dei brani, al montaggio dei videoclip o alla scelta della scaletta di ogni spettacolo”.

Se un giovane volesse avvicinarsi alla musica, che consiglio dareste?

“L’arte è vita! Il nostro consiglio è quello di coltivare il proprio talento, qualunque forma d’arte si decida di studiare!”

Il vostro sogno nel cassetto?

“E’ che la musica popolare di ogni regione possa avere più spazio nel campo discografico nazionale”.

Sovente, vi esibite anche all’interno delle carceri nell’ambito di iniziative sociali dedicate ai detenuti. Cosa vi colpisce di questi eventi?

“Ci capita spesso di suonare negli ospedali, nelle case di riposo e all’interno delle case circondariali. La voglia di andare avanti, ricominciare a vivere, a riscattarsi e a superare questo terribile momento ci lascia un forte segno dentro e grandi e forti emozioni”.

Cosa non ripetereste di tutti i concerti tenuti finora e perché?

“Ogni concerto ha una sua storia e ci ha profondamente lasciato tanti insegnamenti ed esperienze che sicuramente faranno tesoro al bagaglio della nostra carriera professionale!”

Dopo i successi dei loro primi due dischi (Stereotipi e Currivuci), il prossimo anno, uscirà il terzo lavoro. Lo hanno chiamato “Sospeso”. Perché in fin dei conti certe canzoni ti sollevano, ti prendono con due dita e ti tengono sospeso a mezz’aria, fuori da te. E allo stesso tempo, ti riportano giù. Dolcemente

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Il genio delle colonne sonore si racconta, “comporre è la mia vita”

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Ci siamo emozionati ascoltando la sua colonna sonora nel film “Mascaria”, trasmesso ultimamente su Rai 1. Una brillante espansione armonica che ha reso la pellicola di Isabella Leoni, un vero e proprio capolavoro. Quando gli elementi probanti si intrecciano tra loro, il riscontro del pubblico assieme ad un’attenta riflessione su quello che la vicenda racconta, sono garantiti: una storia di cronaca vera (quella del suicida Riccardo Greco, l’imprenditore edile gelese vessato dalla mafia e abbandonato dalle istituzioni); un cast di attori d’eccezione (Fabrizio Ferracane e Manuela Ventura su tutti) e quell’intreccio musicale al punto giusto, quando le scene lo richiedevano. Non è necessario argomentare: bisogna solo vedere ed ascoltare. Quelle melodie struggenti sono arrivate dritte al cuore.

Artefice di tutto questo è il catanese Santi Pulvirenti, 51 anni. Custode di una laurea in Fisica della Materia conseguita all’Università di Catania con il massimo dei voti (e lode) ha al suo attivo numerose realizzazioni di colonne sonore. E non solo.

Quando hai capito che era giunto il momento di dedicarti interamente alla musica?

“Il mio percorso musicale è cominciato da ragazzino. Ricordo che sopra l’armadio di casa mia, c’era una chitarra tutta impolverata. E’ stato subito amore. Un amore che si è evoluto in studio in tantissime esperienze, con tanti gruppi musicali della città, della provincia. La passione è cresciuta giorno dopo giorno. Avevo un sogno: suonare sui grandi palchi, davanti a tanta gente. E quel sogno si è concretizzato. Il vero salto in ambito musicale l’ho fatto quando ho cominciato a collaborare con Carmen Consoli. Un’esperienza sia umana che artistica, assolutamente fondamentale nel mio percorso. E lì ho veramente cominciato a percepire la possibilità che potesse diventare un lavoro a tempo pieno con cui vivere, da cui avere soddisfazioni, su cui investire tempo, energie, idee, cuore. C’è stato un momento in cui ho dovuto decidere tra due amori: la scienza e la musica.  Ha prevalso quella che aveva il fuoco dentro e così ho continuato a coltivare l’arte che mi ha portato anche a scrivere le colonne sonore per il cinema e per la Tv”

Dicevamo di Carmen Consoli con cui hai realizzato numerosi brani (Mediamente isterica, Stato di necessità, In bianco e nero, L’eccezione, Eva contro Eva, Elettra)…

“Collaborando con lei, ho cominciato a percepire la musica come un lavoro: concreto e reale. Carmen rappresenta tanto. Insomma una parte importante della mia vita, sotto tutti i punti di vista. E’ un’amica storica, abbiamo condiviso tantissime esperienze con numerosi tour in Italia e all’estero, siamo stati tantissimi anni insieme. Poi ci conoscevamo fin dai tempi in cui eravamo ragazzini. La sua voce soul potentissima, che non ha eguali, l’ha portata anche a Sanremo. Assieme abbiamo cominciato questo percorso di scoperta e crescita reciproca. Entrambi ci siamo evoluti, siamo cresciuti tanto. Carmen è, assolutamente, un pezzo importante della mia vita. È un pezzo di cuore. Insomma…una sorellina”.

Oltre alla “cantantessa”, hai lavorato con parecchi mostri sacri della musica: chi ti ha lasciato un segno e perché?

“Nel mio percorso artistico musicale, ho avuto la possibilità di conoscere tantissime persone che mi hanno lasciato una traccia, ricordi bellissimi e intensi. Dal Vip del momento a quello meno famoso ad un’icona come Patti Smith, con cui ho condiviso il palco in tante occasioni. Lo dico con cognizione di causa: si tratta di una persona che possiede un’umanità incredibile ed un carisma pazzesco. Ricordo che a Roma lei cantava “People Have the Power” e tutto quello che diceva non erano frasi fatte ma frutto di un pensiero comune. Identica cosa per Franco Battiato, meraviglioso in tutti i sensi, grandissimo maestro. Un dono della sintesi, della sostanza. Un personaggio assolutamente carismatico. Scrivere in uno dei suoi brani più ascoltati, “….perché io avrò cura di te…”, sembrerebbe, anche in questo caso, una frase fatta ed invece è molto semplice, essenziale perché cantata da lui, arriva come un treno emotivo dettato dalla sua influenza. Se poi aggiungiamo la sua ironia e la sua semplicità, parliamo veramente di un mostro sacro. Franco manca a tanti…”

Santi Pulvirenti, oltre a Patti Smith e l’indimenticato Battiato, ha suonato con Angelique Kidjou, Max Gazzè, Tiromancino, Rocco Papaleo, Paola Turci, Marina Rei. Infinita la realizzazione delle colonne sonore: porta la sua firma il film La mafia uccide solo d’estate di Pif. Con il brano Tosami lady, interpretato da Domenico Centamore, ha ottenuto la candidatura al David di Donatello per la migliore canzone originale nell’ambito dei David di Donatello del 2014. Nel 2016 ha composto la colonna sonora per il film In guerra per amore sempre di Pif, che comprendeva il brano Donkey Flyin’ in the Sky nominato ai Nastri d’argento del 2017 come Miglior canzone originale. Ha inoltre composto le colonne sonore di Questo nostro amore e Le indagini di Lolita Lobosco trasmesse su Rai 1. Ha composto inoltre le musiche di Io c’è per cui ha ottenuto la nomination ai Ciak d’oro per la Miglior colonna sonora cinematografica, Cops – Una banda di poliziotti,  The Italian Recipe  e L’ultima notte di Amore. Ha inoltre realizzato le colonne sonore delle serie Lea, Bang Bang Baby e, quest’anno, della miniserie sulle reti Mediaset, Vanina – Un vicequestore a Catania. Ed ancora:  Due vite per caso, Orecchie ed Era Ora per la regia di Alessandro Aronadio; La gente che sta bene di Francesco Patierno;  Io rom romantica, di Laura Halilovic; La scuola più bella del mondo e Tutti a bordo di Luca Miniero; Un paese quasi perfetto di Massimo Gaudioso; In guerra per amore e Noi come stronzi rimanemmo a guardare, per la regia di Pif e Il mio posto è qui di Daniela Porto. Sono sue, inoltre, le musiche dei documentari  Piccola pesca, L’odore della terra, L’isola delle colf,  La guerra dei vulcani, Tsunami Tour,  What Is Left?, Limbo e Looking for Kadija.

Sono tantissime le colonne sonore che hai realizzato. Qual è quella che ti ha letteralmente fatto sudare al fine di comporla? E per quale motivo?

“In realtà ogni colonna sonora la sudi…La vera difficoltà sta nel trovare il linguaggio. Devi stare concentrato sulla sceneggiatura. Poi ti devi misurare con le aspettative del regista, della produzione, insomma dei committenti. E quindi ogni percorso che fai, ogni nuovo progetto è una nuova sfida. Se penso al mio primo film vero, quello di Pif, con una produzione imponente ed importante come la Wildside, mi sentivo piccolo piccolo, avvolto da tanti pensieri, come se fossi intimorito. Tutto questo fa parte del percorso di ricerca, come quando cerchi di scoprire le cose di te stesso, in un vero e proprio processo creativo. Poi ti impegni, li porti alla luce e li fai ascoltare. Quella è stata una lavorazione molto lunga, con tantissimo impegno, tantissima scommessa da parte di tutti. Anche per il nostro conterraneo Pif era il suo primo film. E’ stata una scommessa vinta. Il film è stato apprezzato da tutti.  Abbiamo messo assieme cuore, energia, sudore. In tutta sincerità, la pellicola ha aperto le porte ad entrambi…”

C’è una regola per precisa per comporre una colonna sonora? Personalmente studi la sceneggiatura o è il regista che invece si adatta alla base musicale che gli proponi?

“Non credo ci siano regole precise per comporre una colonna sonora. Ovviamente si, leggo attentamente la sceneggiatura, mi confronto molto col regista. Ecco, diciamo che attraverso la lettura della sceneggiatura elaboro il mio film in testa, quindi incomincio a delineare i personaggi. E a dargli la sonorità, una tematica, un’emotività, una tensione, un’ironia alla scrittura che mi è stata presentata. E io parto assolutamente dalla sceneggiatura. Mi capita a volte di scrivere le colonne sonore ancor prima che il film sia girato e misurare le musiche sulle immagini. Altre volte mi capita di scrivere.
direttamente sulle immagini. Tra le due preferisco la prima tipologia, nel senso quella di scrivere su sceneggiatura, perché comunque, in qualche modo, ti offre una scrittura libera. È molto importante, fondamentale lo scambio col regista perché ti sa trasmettere la sua idea. Le due visioni alla fine si fondono. Quindi è fondamentale lo scambio di idee. Anche se i registi spesso non usano termini tecnicamente musicali, ti trasmettono delle emozioni, delle visioni che comunque ti danno, ti creano degli stimoli e portano la tua mente e la tua creativa in un’unica direzione”.

In tanti ti definiscono il figlio anagrafico della Catania degli anni Settanta e musicale degli anni Novanta. E’ proprio cosi?

“Assolutamente si! La mia crescita musicale, la mia evoluzione musicale passa per gli anni 90. In quel periodo a Catania ardeva il fuoco, c’era tanta voglia di fare, c’era un fermento incredibile e c’era grandissima cooperazione tra band. C’era questo filo diretto con una parte della musica dell’America indipendente. Catania, non a caso, fu definita dalle riviste musicali, la Seattle Italia. Per  me è stato un periodo molto importante di formazione creativa, con scambi di idee e progetti con altri musicisti, La mia band storica su chiamava Plank. Esploravamo tantissime sonorità. Un’esperienza bellissima che mi ha formato e fortificato”.

Più i poliziotteschi degli anni Settanta rielaborati o Morricone?

“Ho amato i poliziotteschi degli anni 70. È anche bello insomma, pescare gli elementi ed elaborarli in chiave attuale, questo è anche un esercizio creativo meraviglioso. Però se devo scegliere, Morricone ovviamente è stato il numero uno dei compositori. Geniale e grandioso, aveva una forza espressiva incredibile. Noi tutti ci ricordiamo le musiche più famose che avevano una capacità melodica e armonica allo stesso tempo assolutamente evocativa che funzionava ovviamente in maniera incredibile sulle scene. Molte scene sono diventate emblematiche anche grazie alla sua musica. Le melodie sopravvivono anche al di fuori, perché hanno questa forza di entrare nella testa, di non uscire più. In qualche modo possono essere definite popolari perché recepite a tutti i livelli. E questa quindi è una grande forza. E poi aveva anche una grandissima curiosità timbrica perché lui studiava tantissimo sui suoni, come ad esempio sui film western. Non è facile trovare gli strumenti e le melodie giuste per quel tipo di pellicola. Tutto quello che sembra scontato, non lo è affatto. Dietro ad ogni suono, c’è un pensiero di ricerca. Un’altra grandissima colonna sonora, è quella della classe operaia che va in paradiso in cui comincia a giocare coi rumori, quasi un precursore della musica industriale. Si, lo ammetto: sono un fan sfegatato di Ennio Morricone, il più grande compositore di colonne sonore che l’Italia abbia mai avuto. C’è da dire, inoltre, che abbiamo avuto la fortuna, nel territorio nazionale, di avere una scuola di compositori che andava di pari passo con un grandissimo cinema. E quel tipo di cinema, fortunatamente, sta ritornando…”

Comporre colonne sonore è produttivo in termini economici?

“Diciamo che si vive abbastanza bene. E’ giusto ribadire che un compositore non guadagnerà mai come un attore…Crescendo e facendosi apprezzare, tutto verrà da se”.

Come definisci il periodo che stiamo vivendo?

“Molto particolare. Siamo passati attraverso una pandemia che nessuno si aspettava e che ha condizionato fortemente le nostre vite sia durante che dopo. Ancora abbiamo strascichi, soprattutto i più giovani hanno perso una parte della loro adolescenza. Anche noi, anche se in misura più contenuta, considerata l’età. In questo momento ci troviamo in mezzo a guerre assolutamente inaspettate, a delle vere e proprie carneficine. Si tratta di un momento sicuramente doloroso per tutti. C’è chi parla di momenti di assestamento, di nuovi ordini mondiali, anche in termini economici. Il periodo è molto particolare, instabile, complicato, soprattutto per le nuove generazioni che poi si troveranno ad affrontare i resti di questo periodo, E’ una fase molto delicata. L’augurio è quello di uscirne fuori al più presto e di trasformare le brutture in nuova energia, linfa vitale per dare vita a nuovi progetti. E’ un momento, inoltre, in cui i social hanno un ruolo fondamentale: pare che ci sia una vita virtuale più importante di quella poi realmente vissuta. No, io credo che le relazioni concrete abbiano un valore sempre fondamentale. Così come è stato per me e per i miei coetanei.  Senza nulla togliere ai social, la vita va vissuta in modo reale e non solo virtuale. Mi rivolgo ai ragazzi: vivete intensamente e cercate di relazionarvi sempre con gli altri. Non isolatevi!”

In più di un’occasione, hai detto che quando componi “hai bisogno di sentirti immerso nella musica, quasi con un approccio carnale”. Vogliamo specificarlo meglio?

“Io quando scrivo, mi devo perdere assolutamente, devo lasciare un po’ i freni inibitori da parte e in qualche modo connettermi con la parte più intima di me in modo da far uscire quei semi che fanno germogliare un lavoro. Quei semi non sono altro che la lettura della sceneggiatura, lo scambio di stimoli, di suggestioni con il regista. Quindi sì, l’approccio direi che è quasi carnale, nel senso che ti devi veramente lasciare andare e farti prendere da questo vortice di suggestioni. Poi dipende anche molto dalla tipologia di musica che fa in quel momento. Però l’approccio è assolutamente istintivo e la prima parte quella proprio più creativa, perché arriva prima per poi diventare colonna sonora a tutti gli effetti. Devi andare veramente a toccare quello più intimo che c’è in te e che è stato generato dalla sceneggiatura, dalle immagini che stai vedendo o dalle suggestioni…”

Quali sono gli strumenti che non devono mancare per il componimento di una colonna sonora?

“Non credo che ci sia uno strumento in particolare che non debba mancare. Oramai il mondo sonoro è assolutamente molto vario perché ti asseconda e spazia da suoni molto diversi. Puoi realizzare una colonna sonora fatta di rumori insieme, magari poi integrando l’orchestra cosi come è successo anche nel film “L’ultima notte di amore” dove ho utilizzato dei fiati. E me li sono campionati, sono i miei, personali. Successivamente ho utilizzato altri rumori (soprattutto le percussioni) creati con vari oggetti, miscelandoli con sonorità orchestrali. Non c’è una regola aurea per una cosa che non deve mai mancare. Posso dire che non deve mai mancare la creatività. Inoltre abbiamo la fortuna, oggi, di avere computer che ci aiutano in questo lavoro per poter appuntare tante cose, tante idee. Ci offrono un aiuto consistente in fase realizzativa, perché ormai puoi registrare in autonomia tantissime cose. E poi ovviamente il resto lo vai a registrare negli studi”.

Chi è il regista che ammiri di più e per quale motivo?

“Non ho un regista preferito in assoluto. Ho tanti registi che ammiro, che ho ammirato nel tempo, che ho seguito nel corso degli anni, da Wim Wenders a Lars von Trier. Ho amato tanto, per esempio Yorgos Lanthimos in “Povere Creature” e nei suoi film precedenti che ho trovato geniali. Mi piacciono inoltre Matteo Garrone e Paolo Sorrentino”.

Con chi ti piacerebbe lavorare?

“Con tutti quelli che ho appena citato. Parliamo dei migliori registi in circolazione…”

Il tuo cantante preferito?

“Così come per i registi, non ho un cantante preferito. Nella mia vita ho amato i Beatles, i Rolling Stones, i Led Zeppelin, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jeff Buckley, Nick Drake. Nel panorama italiano, trovo interessante Madame e Ghali”.

Che musica ascolti?

“La musica che ascolto è molto variegata. Dipende anche dalle giornate…L’ascolto musicale per il lavoro che faccio, è molto eterogeneo, perché magari se sto lavorando su una colonna sonora con una certa sonorità, come per esempio la solidità elettronica, sei quasi costretto ad ascoltare chi propone quel genere di musica; se devo comporre una colonna sonora sinfonica, mi immergo in quel mondo. Spazio dal jazz di Miles Davis alla pop. Ascolto veramente di tutto, senza alcun pregiudizio. Posso anche essere incuriosito da un brano trap, perché può trasmetterti un suono che ti colpisce”.

Ultimamente, nella categoria miglior compositore, c’eri anche tu tra i candidati al David di Donatello con il film “L’ultima notte di Amore”. Hanno vinto i Subsonica per il film “Adagio”. Ugualmente contento?

“Assolutamente si! Conosco i Subsonica, ed in particolare Max Casacci, e mi fa piacere per loro. Con onestà intellettuale, ribadisco che sono contento, perché l’importante era esserci con un film a cui tengo molto e per il quale abbiamo scommesso tutti. Tra l’altro le candidature sono arrivate a un anno di distanza dall’uscita del film, a testimonianza del fatto che i giurati ci avevano visto bene, perché il prodotto cinematografico ha lasciato un segno. Così come accaduto in Francia, in Germania…La pellicola ha prodotto delle tracce molto positive e dei segnali tra il pubblico. Tutta la sequenza iniziale del film, è stata girata in elicottero mentre il regista Andrea Di Stefano, ascoltava la musica e indicava al pilota dove andare, a seconda di quello che gli suggeriva la musica, per girare a tempo”.

Se dovessi scegliere: Paola Cortellesi o Matteo Garrone?

“Si tratta di due registi molto diversi tra loro. Forse propenderei verso Garrone, per la sua storia, per quello che ha raccontato nel corso degli anni, perché ha dimostrato insomma di avere una visione sempre e comunque. Paola Cortellesi ha fatto un esordio in pompa magna, sconvolgendo tutti in termini di incassi. Il cinema italiano sta riscuotendo successi enormi anche all’estero. Quindi devo dire che come opera prima è stata molto, molto brava. E’ sempre complicato riconfermarsi, quando fai un esordio col botto. Le auguro il meglio. C’è bisogno di nuove energie, di nuova linfa”.

Ti piacerebbe lavorare con lei?

“Certamente!”

Quando al cinema e in tv, ascolti le tue colonne sonore, cosa provi?

“E’ sempre emozionante risentirsi. Anche a distanza di tempo ho provato una sensazione piacevolissima.  Se rivedo “La mafia uccide solo d’estate” mi commuovo pure. Vedere quel lavoro fatto di sudore e cuore, realizzato poi sulle immagini, è stata un’emozione che non riesco a descrivere. Una gioia immensa è riduttiva…”

Progetti per il futuro?

“Sto lavorando ad una serie Netflix su Adelina Tattilo, la giornalista e produttrice cinematografica, nota per le sue battaglie iniziate negli anni sessanta, per la trasformazione dei costumi sociali e sessuali , Una vicenda molto importante, tutta al femminile. Attualmente sto per chiudere una serie prodotta da Groenlandia per Sky: si tratta della storia degli 883 dal titolo “Hanno ucciso l’uomo ragno”. Personalmente mi ritrovo in questo racconto…”

Perché?

“Non posso spoilerare nulla…”

Era il sogno della tua vita diventare un compositore?

“All’inizio il mio sogno era quello di fare il musicista, di esibirmi davanti a tanta gente.  Lo è diventato man mano, quasi un sogno di seconda generazione. Ho sempre avuto un grandissimo amore per il cinema e ovviamente un grandissimo amore per la musica. Ad un certo punto ho voluto fare incontrare le due arti. Pian piano c’è stato questo passaggio dal mondo della discografia al cinema e alle serie tv. Sono molto felice per quello che ho fatto finora e che continuo a fare. La vita mi sta portando dove ha deciso il cuore…”

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Ipse Dixit

“La politica deve stare lontana dalla mafia. A Gela, esperienza di valore”

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Il prossimo 6 maggio, a Roma, assumerà il ruolo di Consigliere Ministeriale presso il Dipartimento di Pubblica Sicurezza. E’ stato nominato direttamente dal Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: gli sono state ampiamente riconosciute elevate attitudini investigative, frutto di un percorso professionale contraddistinto dalla lotta alla mafia in territori difficili del Sud Italia e per essere riuscito a gestire eventi e fenomeni assai complessi e complicati sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica. Nato a Messina, sessantadue anni appena compiuti, il dottore Salvatore La Rosa, laureato in Giurisprudenza ed abilitato alla professione di avvocato, ha conseguito i titoli dell’Alta Formazione ed il Master di II livello in “Sicurezza, Coordinamento Interforze e Cooperazione Internazionale” e quello in “Scienze Criminologico Forensi” presso l’Università di Roma “La Sapienza” e, presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Catania, la Laurea specialistica in “Scienze delle Pubbliche Amministrazioni”. Dal 2019 e fino ai giorni nostri, ha diretto la Questura di Trapani e prima ancora quella di Ragusa. Tra gli altri incarichi, è stato anche vicario del Questore di Messina. Dal 2005 al 2007 è stato a capo del Commissariato di Gela. 

“E’ stato un biennio intenso e di grandi soddisfazioni professionali – ci tiene a precisare -. Ricordo che l’impatto fu davvero complicato: il primo giorno, subito un intervento per un omicidio a Mazzarino e, a seguire, la partecipazione al Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica in ragione della partita di calcio di Serie C Gela – Napoli, che si sarebbe tenuta la domenica seguente con la previsione dell’arrivo di 1000 tifosi partenopei. Ma ero già discretamente “strutturato”. Arrivavo a Gela dopo un triennio passato a Lamezia Terme, dove era in corso una guerra di mafia, ed in precedenza avevo lavorato in Sicilia, nel siracusano, per una dozzina d’anni tra la Squadra Mobile e i Commissariati distaccati. A Gela ho trovato un ufficio ben organizzato, composto da tante persone perbene che non si sono mai risparmiate. Il lavoro era tanto, sia nell’ambito della Polizia Giudiziaria che sotto il profilo del controllo del territorio, ma gli uomini erano disponibili e professionali. Peraltro, in quel periodo, il Commissariato di Gela era impegnato in parecchi servizi di scorta e tutela che assorbivano un gran numero di personale. Per me è stata un’esperienza molto positiva che mi ha ulteriormente rafforzato”.

In quel periodo di tempo a Gela, è stato fatto tutto oppure si poteva fare di più?

“Si può sempre fare di più e meglio ma, certamente, non possiamo rimproverarci nulla, almeno sotto il profilo dell’impegno. Grande è stata la collaborazione con la Squadra Mobile di Caltanissetta e con le Procure pur nella consapevolezza degli impegni sempre maggiori. Proprio in ragione della palpabile sofferenza dovuta al grande carico di lavoro, l’Amministrazione, nel periodo in cui io ho diretto l’Ufficio, ha spostato al Commissariato di Gela quasi 50 uomini che già prestavano servizio in quel territorio ma nell’ambito delle specialità della Polizia di Stato e che, verosimilmente, erano sottoimpiegate. La soppressione degli Uffici di Polizia di Frontiera Marittima e del Posto di Polizia Ferroviaria, con conseguente trasferimento del personale al Commissariato di Ps. fu di grande aiuto non solo sul piano pratico ma anche su quello psicologico, soprattutto per gli uomini che già prestavano il loro servizio al Commissariato di via Calogero Zucchetto”

A Gela convivono due se non tre consorterie mafiose: Cosa Nostra, Stidda e gruppo Alferi. Andando specificatamente nel dettaglio, come sono organizzate – secondo la sua esperienza sul campo – e come riescono (nonostante i numerosi arresti) ad infiltrarsi nel tessuto locale?

“La domanda dovrebbe essere rivolta a chi ha oggi il polso della situazione. Io sono andato via da Gela nel 2007 e a distanza di 17 dalla chiusura della mia esperienza nel territorio sarei, a dir poco, presuntuoso a cimentarmi in un’analisi di questo tipo. Posso solo dire che, nel periodo della mia permanenza, tra “Cosa Nostra” e “Stidda” vi era un patto di “sospettosa” non belligeranza, condito da una equa spartizione dei profitti. La situazione era, a mio modo di vedere, determinata dalla necessità delle consorterie mafiose di mantenere una posizione più defilata in ragione del gran numero di carcerazioni e condanne subite, che le avevano fortemente indebolite ed, ancora, dall’esigenza di evitare di innalzare troppo il livello dell’attenzione da parte delle Forze di Polizia in ragione della presenza nell’area di importanti latitanti. Con riferimento al cosiddetto gruppo “Alfieri” posso dire che “u Ierru”, (Giuseppe Alfieri, ndr) capo dell’organizzazione, già all’epoca era attivo e riusciva a convivere con le consorterie mafiose più strutturate sul territorio per le identiche ragioni che ho esposto e anche perché si occupava di segmenti del malaffare cui non erano direttamente interessate “Cosa Nostra” e “Stidda”.

C’è voglia di cambiamento, di ribellione all’oppressione mafiosa in Sicilia. Almeno così sembra.  La gente, però, scende in piazza solo a seguito di fatti emergenziali. Come mai secondo lei?

“Si, è vero. I grandi movimenti di massa contro la mafia, in Sicilia come altrove, si percepiscono solo quando succede qualcosa di veramente eclatante e questa è la risultante di una percezione attenuata, se non addirittura assente, del fenomeno. Dalla stagione delle stragi son passati 30 anni e più e le giovani generazioni non hanno vissuto quei momenti tragici. Il ricordo è labile o del tutto mancante. La necessità di fare memoria dei fatti accaduti e dei martiri della mafia nonchè di spiegare il fenomeno ai giovani è oggi ancor più importante che in passato. Noi della Polizia di Stato siamo, purtroppo, “azionisti di maggioranza” nella triste graduatoria di operatori uccisi dalla ferocia mafiosa e ci impegniamo in ogni parte del territorio nazionale a dare il nostro contributo a quest’opera di sensibilizzazione delle coscienze nella lotta al crimine organizzato. Purtroppo non tutte le agenzie e le formazioni sociali che, a vario titolo, si occupano dell’educazione dei nostri giovani si stanno dimostrando all’altezza del compito. Molto di più si potrebbe fare sia nell’ambito scolastico, dove sarebbe opportuno dare più spazio allo studio della nostra storia recente e ai valori che ispirano la Carta Costituzionale, che in quello familiare, dove spesso si educano i figli non ai valori su cui si fonda la nostra società ma, piuttosto, all’utilizzo di espedienti e prepotenze per ottenere guadagni e successo. Per formare una “cultura antimafia” occorre intervenire sui giovani, anzi sui giovanissimi, con un’attività di formazione ed informazione che deve, affondando le radici nella storia, spesso misconosciuta, della mafia e dell’antimafia, servire ad educare ai valori della giustizia, della solidarietà, dei diritti e dei doveri che sono il distillato della nostra Costituzione. Lo dico da padre di tre figli, tutti nati dopo le stagioni delle stragi e che hanno un posto di osservazione privilegiato derivante proprio dall’essere figli di un operatore impegnato “per mestiere” nella lotta alla mafia, ma mi raccontano della assoluta assenza di conoscenza del fenomeno da parte di molti dei loro amici e compagni. In una parola: occorre una rivoluzione copernicana per fornire ai giovani gli strumenti culturali per costruire una società libera da condizionamenti”.       

Le cronache raccontano di un intreccio tra mafia e politica. E’ la mafia ad avere bisogno della politica o l’esatto contrario?

“La politica vera è esclusivamente “servizio” ed ha quindi bisogno solo di valori positivi da mettere in campo nel quotidiano a favore dei cittadini. Dato ciò e considerato che la mafia è solo disvalore, sono convinto che è la politica che debba stare lontano. La criminalità, di contro, diventa mafiosa proprio perché si infiltra nel tessuto sociale contaminandone le strutture, in primis quelle politico/amministrative. La mafia non sarebbe mafia senza infiltrarsi nella politica condizionandone l’operato. Se questa contaminazione non ci fosse saremmo di fronte ad organizzazioni criminali ma non alla mafia. Fatto questo breve quadro di riferimento, non posso che affermare che la politica che ha bisogno della mafia per affermarsi non è più politica ma essa stessa è mafia. Quindi, ad esempio, pensare che di fronte a 10 o 10000 voti che puzzano di mafia non prenderli equivarrebbe a farli prendere ad altri non significa ragionare pragmaticamente ma pensare da mafioso”.

Con quali mezzi potrà essere limitato se non completamente sradicato, questo subdolo legame che persiste nel Sud Italia e soprattutto in Sicilia?

“Come ho già detto, è solo una questione culturale. Occorre informare e formare le nuove generazioni fornendo loro gli strumenti culturali. La normativa di settore credo sia più che adeguata nonchè tra le più avanzate nel mondo. L’attività della Magistratura e delle Forze di Polizia è forte e determinata ma pensare che con la sola repressione si possa debellare il fenomeno è pia illusione”.   

Quando il 16 gennaio del 2023, ha saputo che il boss dei boss Matteo Messina Denaro era stato arrestato, cosa ha provato?

“E’ stato un importante momento di riscatto e di liberazione per la nostra terra di Sicilia e, credo, per tutta l’Italia. Si trattava del latitante in cima alla lista dei maggiori ricercati d’Europa e nella top five mondiale. Un successo strepitoso per lo Stato, anche se avvenuto dopo 30 anni di ricerche. Per quanto mi riguarda mi è dispiaciuto che non sia stato rintracciato dalla Polizia di Stato ma la cosa che ho subito pensato è che la sua cattura avrebbe determinato una profonda rivisitazione degli equilibri all’interno dell’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra”, non solo trapanese ma nel suo complesso, e che occorreva tracciare, senza ritardo ed in perfetta sinergia con la Magistratura inquirente e con la altre Forze di Polizia, una nuova strategia per individuare, per tempo, i percorsi che l’organizzazione mafiosa avrebbe potuto seguire dopo l’arresto”.

Anche voi eravate sulle tracce del padrino?

“Lo sforzo della Polizia di Stato per individuare il latitante è stato grande e ininterrotto. Il risultato, purtroppo, non ci ha premiato ma non abbiamo nulla da rimproverarci. Onore al merito, oltre che alla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo che ha coordinato le attività di ricerca, ai colleghi che hanno materialmente proceduto alla cattura. Mi preme sottolineare che, comunque, questa è la risultante dello sforzo, prolungato e determinato, che tutti gli Enti che si occupano di Polizia Giudiziaria sul territorio hanno prodotto. L’attività dispiegata negli anni nei confronti della famiglia del latitante e dei suoi sodali è sotto gli occhi di tutti. Una pletora di arresti e fermi, con le conseguenti condanne, nonchè di sequestri di beni di ingente valore, che sono stati sottratti alla famiglia e ai suoi fiancheggiatori, danno la dimensione dello sforzo prodotto dalla Magistratura e dalle Forze di Polizia, nessuna esclusa, e della determinazione con cui è stata indebolita la rete di protezione che era posizionata attorno al ricercato”.

Ha sperato che, dopo il suo arresto, Matteo Messina Denaro cominciasse a collaborare?

“Certamente. Tutti coloro che stanno dalla parte della verità e della giustizia lo hanno auspicato”.

Quanto sono importanti le rivelazioni dei pentiti?

“L’apporto fornito alle indagini dai collaboratori di giustizia è stato ed è determinante per penetrare fino in fondo nei gangli delle famiglie mafiose e nelle poliedriche interessenze criminali che le riguardano. Si tratta di uno strumento irrinunciabile per combattere le mafie”.

Delle tante tappe lavorative, qual è stata l’esperienza che l’ha formata e fortificata e perché?

“Non saprei dare una risposta secca. Ho affrontato l’avventura professionale con umiltà e tanta voglia di imparare, anche dagli inevitabili errori fatti. Dal punto di vista della mia formazione si è trattato di una sorta di “working in progress” e, quindi, posso affermare che tutto è stato importante. Tuttavia, il periodo che, dal punto di vista operativo, mi ha più di altri formato è stato quello trascorso, nella prima metà degli anni ’90, alla Squadra Mobile di Siracusa. Eravamo nel bel mezzo della guerra di mafia e l’attività di investigazione e di repressione era febbrile ed appassionante. I risultati investigativi furono eccellenti. Si dormiva poco o nulla ma bisognava restare lucidi e soprattutto umani. Il rischio più rilevante era, infatti, quello di perdere, di fronte ai tanti orrori che si presentavano frequentemente davanti agli occhi, la sensibilità che, invece, deve essere la caratteristica principale per un poliziotto che, per mestiere, è chiamato ad intervenire lì dove c’è il dolore. Dal punto di vista organizzativo, invece, ho ricevuto tanto dall’esperienza fatta, subito dopo il periodo trascorso a Gela, quale Capo di Gabinetto della Questura di Siracusa (dall’agosto 2007 all’ottobre 2012). Sono stati 5 anni intensi durante i quali abbiamo affrontato tante situazioni emergenziali come ad esempio, e senza la pretesa di essere esaustivi, i tanti sbarchi di immigrati, i frequenti scioperi che coinvolgevano il Polo Petrolchimico, i confronti, talvolta anche serrati ma sempre costruttivi, con le Organizzazioni Sindacali. Ma, soprattutto, nel 2009 abbiamo organizzato in modo inappuntabile, e lo dico con un pizzico di immodestia, il G8 dei Ministri dell’Ambiente. La pianificazione e la gestione dei complessi servizi di ordine e sicurezza pubblica correlati a quell’importante evento hanno segnato senz’altro il mio percorso e mi hanno completato professionalmente, atteso che sino ad allora mi ero misurato con uffici più prettamente “operativi”, segnatamente i Commissariati distaccati e la Squadra Mobile”.

Qual è il suggerimento che dà sempre ai suoi uomini?

“A chi mi collabora dico sempre che nel nostro lavoro non ci sono battitori liberi ma, al contrario, è necessario essere e sentirsi parte di una squadra. Solo lavorando in team si possono ottenere risultati all’altezza delle attese di coloro che serviamo, cioè i cittadini affidati alle nostre cure. Nessuno deve restare indietro o essere messo da parte poiché tutti, anche coloro che hanno maggiori difficoltà, possono e devono essere messi in condizione di fornire il proprio apporto. Per ottenere il risultato che vogliamo dobbiamo confidare nella forza del gruppo e nella lealtà reciproca e, soprattutto, mai dobbiamo pensare che andrà tutto bene, confidando nella buona sorte. Al contrario, dico ai miei uomini, responsabilizzandoli, che tutto andrà come noi faremo in modo che vada”.

E quello che dà ai ragazzi che vengono attratti dai soldi facili?

“Mi permetto di ricordare ai giovani che la strada pianeggiante o, addirittura, in discesa non porta da nessuna parte anzi conduce spesso a successi illusori. Il crimine con le sue chimere, le sue ricchezze, i suoi modelli è fortemente attrattivo ma di norma conduce al carcere o addirittura alla morte. Basta guardarsi attorno: i criminali si uccidono tra loro, finiscono in carcere per tanti anni o, ben che gli vada, vivono nascondendosi come topi. Per far funzionare il cosiddetto “ascensore sociale” occorre rifuggire da questi modelli effimeri e con impegno e fatica seguire la strada più irta, rimboccandosi le maniche. D’altronde più si percorre il sentiero che inerpica, più si arriva in alto ed alla fine della dura salita il panorama sarà bellissimo. Ai giovani, quindi, dico: non abbandonate mai i vostri sogni, studiate e lavorate con impegno ed onestà, battetevi per una società più giusta e non mollate mai, neanche quando tutto potrebbe apparire perduto. Ricordate che c’è sempre un’altra via, mantenete la barra dritta, acquisite con passione gli strumenti culturali che vi necessitano ed i risultati verranno. Ricordate sempre che qualunque sia la posizione da cui partite sarete sempre e soltanto voi gli artefici del vostro futuro”.

Ci leggono anche dal Commissariato di Gela. Cosa vuole dire a chi l’ha conosciuta? 

“Ho un ottimo ricordo degli uomini che mi hanno collaborato a Gela. Non so, in considerazione degli anni che sono trascorsi, quanti di loro siano ancora in attività e quanti invece siano andati in pensione. Com’è normale che sia, di molti di loro ho ricordi nitidi, di altri un po’ più sfocati ma li saluto tutti affettuosamente e dico loro che sono convinto che, insieme, abbiamo fatto un buon lavoro per la città, i cittadini onesti e per la Polizia di Stato. Li ringrazio singolarmente per quello che hanno saputo dare ed auguro a tutti ogni bene per il futuro”.

Nel corso di questi anni, il dottor La Rosa ha ricevuto la nomina di cavaliere e quella di Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. La sua bacheca è ricca di encomi solenni e lodi per attività di servizio conferiti dal Dipartimento della Polizia. 

Perché ha scelto di fare il poliziotto? 

“Le ragioni che mi hanno indotto a fare questa scelta, non solo lavorativa ma anche di vita, sono molteplici. Fin da ragazzo, ho sempre sentito forte la necessità di dare il mio contributo per costruire una società più giusta, di combattere le prevaricazioni e la disonestà. Accarezzavo, quindi, l’idea di entrare a far parte della Polizia o della Magistratura inquirente per dare il mio contributo. Gli eventi della seconda metà degli anni ’70, con riferimento al terrorismo, e degli anni ’80, con riferimento alla criminalità organizzata, hanno ulteriormente consolidato la mia determinazione. Per questo motivo scelsi di iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza per poi tentare quest’avventura. Fu poi la lettura del libro: “Mafia – l’atto di accusa dei giudici di Palermo”, a cura di Corrado Stajano, ad essere stata determinante per le mie scelte future. Si tratta, in buona sostanza, di uno stralcio della sentenza-ordinanza prodotta dall’Ufficio Istruzione di Palermo che condusse poi al maxi processo a “Cosa Nostra”. Fu una lettura appassionante e travolgente che ha definitivamente rafforzato la passione per questo mio lavoro. Da lì al concorso per Vice Commissario di Polizia il passo fu breve”.    

Se non fosse riuscito nell’intento di entrare a far parte della Polizia, cosa avrebbe fatto?

“Oggi come oggi, non riesco a vedermi in un altro ruolo. Tuttavia, se il progetto non si fosse realizzato, avendone la possibilità, avrei scelto un lavoro che potesse soddisfare, almeno in parte, la mia necessità di fornire un contributo per costruire una società migliore. Forse avrei scelto di fare il docente per cercare di indirizzare i giovani su una strada positiva”. 

Sicuramente contento per il Trapani che ha stravinto il campionato di serie D

“Sono arrivato a Trapani quando la squadra di calcio della città disputava la Serie B ed aveva, qualche anno prima, sfiorato la promozione nella massima serie. Purtroppo le cose non andarono bene negli anni a seguire con fallimenti e cancellazioni che avevano fatto sparire la città di Trapani dal calcio che conta. In quest’ultima stagione sportiva, con l’avvento di una nuova proprietà, la squadra e la città stanno vivendo un periodo straordinario. Lo stadio è tornato un grande luogo di ritrovo e divertimento, la squadra ha stravinto meritatamente il campionato di Serie D ed il prossimo anno si cimenterà tra i professionisti. Sotto il profilo dell’ordine pubblico è stato un impegno notevole ma, in onestà, devo dire che il tifo trapanese è sano e non può certo annoverarsi tra le piaghe che affliggono la città. Purtroppo non è mancato qualche idiota ma è stato subito isolato dalla società, che ha preso immediatamente le distanze, e dai veri tifosi, che vanno allo stadio solo per divertirsi e sostenere la propria squadra. Il resto lo hanno fatto i miei uomini che, individuando gli stupidi e i violenti, mi hanno consentito di emettere parecchi Daspo così da mettere in sicurezza lo stadio, i veri tifosi e lo spettacolo. Mi piace aggiungere che la città di Trapani sta vivendo quest’anno un’altra grande avventura sportiva nella pallacanestro. La squadra dei “Trapani Shark”, che disputa la Serie A2, è stata attrezzata per il salto nella massima serie e nelle gare casalinghe, spesso, si registra il sold-out con oltre 3500 spettatori che gremiscono il palasport. A breve inizieranno i play-off e questo sarà, senz’altro, un rinnovato impegno per la Questura di Trapani ma anche, e soprattutto, uno spettacolo sportivo di alto livello a disposizione degli appassionati di basket trapanesi. Per rispondere alla sua domanda dico, senz’altro, che sono sempre molto contento quando lo sport diventa protagonista della nostra società poiché attraverso la passione per lo sport si innesca un circolo virtuoso. Di norma, in questi casi, i giovani sono stimolati ad avvicinarsi all’ambiente sportivo che li induce ad intraprendere percorsi positivi, sani e formativi. Se riflettiamo, infatti, i ragazzi che fanno sport difficilmente li vediamo bivaccare per strade o bar. La mattina vanno a scuola, il pomeriggio lo dividono tra lo studio e l’allenamento. Lo sport aiuta a rispettare le regole, fa comprendere cosa sia la disciplina, il duro lavoro, la fatica ed il sacrificio per raggiungere un risultato agognato. Dire che “lo sport è scuola di vita” può sembrare una frase fatta ma non lo è affatto”.

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Ipse Dixit

Giuliana Fraglica, l’estro e la fantasia per i giovani

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“Noi adulti abbiamo bisogno di parlare ai giovani, di offrire modelli positivi e alternativi a quelli che loro seguono sui social per farli crescere consapevolmente. Dobbiamo ispirare i giovani con le nostre vittorie o attraverso il come siamo riusciti a superare momenti bui e difficili! Invece pretendiamo e basta senza ascoltare ciò di cui loro hanno bisogno. È inutile paragonare la nostra generazione a quella di oggi. Che senso ha paragonare? Bisogna avere soluzioni per affrontare il cambiamento, non esiste una generazione superiore ad un’ altra, esiste l’umanità che cambia e noi dobbiamo stare al passo, offrendo ai giovani un contributo, una mano, fiducia e amore!”

A primo impatto, potrebbe essere l’incipit di una narrazione dei tanti libri di sociologia che invadono gli scaffali impolverati dei negozi; niente di tutto questo. E’ invece il pensiero composto, dettagliato e preciso di Giuliana Fraglica. Favolista, intrattenitrice, cantante. Iperattiva, sempre sorridente. E’ riuscita a trasformare la sua passione per la scrittura, in una vera vocazione.

“Ho sempre scritto, sin da bambina, già alle elementari. Nonostante la dislessia e le difficoltà che da essa derivano, leggere e scrivere sono sempre state attività meravigliose che mi hanno regalato sempre tanta gioia!”

E’ più difficile scrivere testi musicali o quelli teatrali?

“Non è una questione di difficoltà ma di tempi di realizzazione che per quanto riguarda il teatro sono sicuramente più lunghi”.

I tuoi lavori (mi riferisco ai ibri) sono delle proprie narrative scolastiche ritenute altamente educative. Da cosa prendi spunto per scriverli?

“Mi piace guardarmi attorno, ascoltare tanto le persone soprattutto i bambini e i ragazzi, leggo molto e poi ogni cosa diventa un pretesto per raccontarla attraverso la lente delle mia fantasia”.

Quotidianamente sei a stretto contatto con i bambini. Quali sono le loro fragilità, le loro problematiche?

“Molti bambini sentono il peso delle aspettative degli adulti. Ho scritto due serie di  “Tu sei una meraviglia” proprio per puntare un faro su questi argomenti”. 

Secondo te, i bambini vengono ascoltati dagli adulti oppure si tratta di casi rari quando ciò accade?

“Non posso generalizzare, però è sempre la qualità dell’ascolto che fa la differenza. Avere un dialogo di qualità con un reale livello d’ascolto, che tu sia bambino, adulto o ragazzo, oggi è difficile”. 

Quando un bambino sale sul palco, cosa prova?

“I bambini sul palco si divertono. Sono un esempio costante per me”.

E tu cosa provi?

“Quando guardo loro sul palco, sono felice e mi emoziono. Sono eccezionali! Così come anche gli adolescenti, perché non lavoro solo coi bambini. I ragazzi sono una potenza incredibile. Io credo nelle future generazioni! Cosa provo io quando sto sul palco? Mi diverto molto da sempre!”

Cosa ricordi della tua prima apparizione datata 1994 dinnanzi al pubblico, in occasione dei concerti live?

“Sono passati 30 anni…. Di quella sera sul palco del Royal mi ricordo che ero felice perché stavo facendo la cosa che mi piaceva di più ovvero cantare e poi tutta la gente in piedi ad applaudire. All’ inizio non mi sono resa conto poi è stata una emozione incredibile. Da lì è nato tutto”.

Un altro anno importante è il 2002 quando prendi parte al progetto Flanders del concittadino Vincenzo Callea. Come è nata la collaborazione con il dj e producer di fama internazionale?

“Vincenzo seguiva il nostro progetto da lontano conoscendo già me e gli altri componenti della band da molto tempo, poi quando ha sentito alcune nostre produzioni che lo hanno convinto ha deciso di collaborare con noi. È stata una collaborazione meravigliosa anche da un punto di vista umano!”

Più facile scrivere testi musicali in italiano o in inglese? 

“Per me è più facile scrivere testi musicali in inglese perché ascolto musica americana da sempre e parlo fluentemente l’inglese. La lingua inglese è stata anch’essa una passione che ho coltivato studiando da sola con l’ausilio di libri, audiocassette e soprattutto ascoltando musica”.

Che sensazione hai provato quando nel 2008 il singolo Behind è balzato al primo posto della classifica americana Billboard Airplay?

“Ero incredula ma molto felice soprattutto quando sono andata negli Stati Uniti e le persone cantavano la mia canzone. Ho vissuto tutto con grande serenità, cantare, scrivere, recitare sono attività come qualsiasi altra, bisogna sempre stare coi piedi per terra”.

Chi è stato per te Antonio Caruso?

“Il mio maestro di recitazione e mentore nella scrittura teatrale. Il mio primo esempio”.

Tutti i lavori che hai fatto, sono figli del forte attaccamento e dedizione alla tua professione e come i figli sono tutti belli. Sei d’accordo?

“Assolutamente si. Mi chiedono sempre quale delle mie attività mi piaccia fare di più, capisco che la risposta può suonare banale ma mi piacciono tutte. Spesso mi manca il tempo però e vorrei averne di più”.

Qual è il miglior complimento che hai ricevuto?

“Me lo ha fatto una bambina in un tema che ha scritto per la scuola e che la maestra mi ha condiviso. Scrisse così: “ vorrei essere Giuliana Fraglíca che fa tante cose: è un’attrice, canta, gioca coi bambini, ha scritto quattro libri ed è sempre felice e ama quello che fa”. Penso che nessuno mi abbia mai descritto così efficacemente”.

Solo complimenti o anche critiche?

“Mi hanno dato tanti consigli nella vita e di questi consigli ho sempre preso quello che mi serviva ed è stato importante”

Perché a Gela è così difficile emergere, soprattutto in ambito teatrale e musicale? 

“Perché non abbiamo una tradizione culturale in tal senso”.

Quando con i tuoi amici parli di Gela, cosa dici?

“Io parlo di Gela sempre con grandissimo amore. Cerco di rendere onore e omaggio a questa città cercando sempre di fare del mio meglio. Le difficoltà ci stanno dappertutto, soprattutto al meridione. Penso che singolarmente ognuno possa fare la differenza”.

Il tuo ultimo libro letto?

“Ninfee nere di Michel Bussi”

Progetti per il futuro?

“Per adesso voglio solo portare in scena i miei allievi del laboratorio di teatro educativo Opláb. Il mio futuro è sempre il presente. Ho la fortuna di lavorare coi ragazzi e sento che loro sono in cerca sempre di nuovi stimoli per superare i loro limiti. Hanno delle bellissime idee, visione, progetti e sanno ancora sognare grandi cose. Bisogna amare i giovani!! Dovremmo dare più fiducia ai giovani e criticarli meno e noi adulti dovremmo essere sempre più un esempio e invece stiamo perdendo questa incredibile opportunità. Perché, come diceva il grande Sandro Pertini,  “I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo.”

Chiudiamo con una tua poesia?

“Miei cari giovani. Fate emergere

Il coraggio nelle sfide quotidiane:

Gli eroi dimorano nei vostri cuori!

Realizzate una vittoria dopo l’altra

e piantate semi di pace!”

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