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Parla il Questore: “Impegno costante contro la criminalità. A Gela, poca collaborazione sul fronte antiracket”

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Schietto, diretto; assolutamente poco incline al contorto. E all’artificioso. Il suo ragionamento è limpido. Con stile e garbo. Parlare col Questore di Caltanissetta, è un vero piacere. Perché quando ti trovi a conversare con un servitore dello Stato, analizzi in fondo quello che dice, frutto di innumerevoli interventi sul campo a combattere l’illegalità, purtroppo ampiamente diffusa dalle nostre parti. E non solo. Emanuele Ricifari scatta una foto limpida delle sue esperienze, entrando nel particolare, attraverso un’accurata esposizione di fatti, numeri, nomi e circostanze.

Partiamo proprio dalle radici. Lei catanese doc, finalmente è ritornato in Sicilia, dopo avere attraversato l’Italia in lungo e in largo. Possiamo definirlo il coronamento di un sogno?

“Per me, siciliano, oltre che una soddisfazione è una “restituzione” che dovevo alla mia gente e alla mia terra. Misurarmi con i problemi e le emergenze e farlo dove sono nato e cresciuto era dovuto”

Penultima tappa, è stata la Questura di Cuneo

“L’esperienza a Cuneo è stata la prima da Questore “titolare”. Si tratta di una provincia molto estesa – più della Liguria – con 247 comuni con un contesto socio economico tra i più ricchi e ben amministrati d’Italia. La disoccupazione in tempi di crisi supera di poco il 3%. Gode di un territorio molto bello. Le Alpi marittime gestite con cura dall’ente Parco, le colline delle Langhe e del Roero… terre di vini – i piemontesi – tra i più celebrati. Paesi con rocche medioevali custoditi come bomboniere. Clima temperato dalla poca distanza dal mare. Un’industria meccanica e robotica di livello internazionale e soprattutto un settore agroalimentare d’eccellenza. Il dolciario (Ferrero, Balocco, Maina, Venchi, tanto per citarne alcuni) e la produzione casearia; l’allevamento della razza fassone, la coltura e la cultura del tartufo bianco di Alba. 

Insomma, un contesto ritrovatosi poverissimo e devastato nel dopoguerra e che grazie a generazioni illuminate votate alla fatica e all’impresa familiare e di comunità hanno fatto un vero miracolo per la propria terra, rendendola una delle aree più floride del mondo. Ed in questo quadro vi è una profonda coscienza civile e senso del bene comune che di per se concorrono a realizzare sicurezza. Eppure ci sono dati che ci dicono che questo benessere attrae il malaffare. Furti in ville o aziende, truffe e tentativi di infiltrazione di consorterie criminali (soprattutto calabresi, di etnie nomadi o di origini dell’est Europa)”

Ha lavorato anche a Roma alla Direzione Centrale Anticrimine. Se non sbaglio, è un posto a cui tutti ambiscono…

“In effetti il primo incarico da dirigente superiore (è il grado per fare il Questore in una provincia) è stato di fondare il servizio anticrimine della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato. Un servizio che da un lato svolge analisi sui vari fenomeni criminali in ambito nazionale e provinciale in ausilio e indirizzo delle questure e dall’altro sviluppa un’attività di indirizzo e impulso per le misure di prevenzione personali e patrimoniali e di contrasto e prevenzione della violenza di genere e domestica.  Il tutto all’interno della Direzione Centrale che, tramite il Servizio Centrale Operativo, coordina le squadre mobili e le attività investigative più rilevanti a livello interprovinciale e nazionale e il servizio controllo del territorio che fa da impulso e coordinamento agli uffici di prevenzione generale e soccorso pubblico: in una parola, alle volanti”.

E’ stato anche a capo della squadra mobile di Piacenza, la città più lombarda dell’Emilia Romagna così come viene definita dagli stessi piacentini. Cosa porta in sé di quel periodo?

“Ho trascorso a Piacenza ed in Emilia Romagna, tra gli anni ‘90 e i primi anni 2000, uno dei periodi più emozionanti ed impegnativi della mia carriera. Indagini su consorterie albanesi che gestivano la tratta e il racket della prostituzione, indagini su infiltrazioni e traffico di stupefacenti sui cutresi e sul gruppo di Grande Aracri (broker internazionali degli stupefacenti) oggi in carcere e da me arrestato la prima volta a Piacenza nel 1996. Poi ricordo le diverse indagini su omicidi, sempre coronate con l’arresto dei responsabili ed un primato della quasi totalità delle rapine in banche e uffici postali, che in quell’epoca erano molto frequenti. Infine e con grande partecipazione, rievoco le indagini sui casi di violenza sessuale anche di gruppo e su quelli di gravi violenze domestiche nei quali, tra i primi, rivolgemmo un’attenzione mirata e di sostegno personale alle vittime che, considerati i successi ottenuti, furono determinanti per le successive modifiche legislative e la logica di rete di sostegno che si è affermata negli ultimi anni con la normativa sul codice rosso”.

Dicevamo che ha girato lo Stivale, da Nord a Sud. Tappe importanti sono state anche Catania e Reggio Calabria, zone caldissime in ambito criminale….

“Catania in realtà è stata un’esperienza brevissima e legata al X reparto mobile (ex celere) dove fui assegnato appena terminato il corso di formazione dopo il concorso nel giugno del 1989.

Fui infatti subito mandato in missione a Reggio Calabria, che era nell’occhio del ciclone per la triste stagione dei sequestri di persona e per la guerra di ‘ndrangheta che in un bagno di sangue vide consumarsi centinaia di omicidi in pochi anni. Lavorai alle volanti e non smettevo mai. Il mio entusiasmo e quello di diversi giovani colleghi, ci portava a staccare dalla direzione del turno e a continuare mettendoci a disposizione della Squadra Mobile per ogni attività operativa che ci consentisse di fare esperienza e acquisire sul campo le competenze. Fu un’esperienza ricchissima e determinante”.

A Brescia, per 9 anni consecutivi, ha ricoperto l’incarico di vice questore. Le cronache raccontano di momenti di tensione e violenza, nel 2010, a seguito della protesta di alcuni extracomunitari che avevano occupato una gru in piazzale Battisti, spalleggiati dai centri sociali della sinistra antagonista. Lei fu minacciato e diffamato e per oltre dieci mesi (assieme alla sua famiglia) fu scortato dai suoi colleghi.

“Brescia è anche la città dove poi mi sono stabilito e ho preso casa. Segno che tra la gente del capoluogo lombardo mi sono trovato bene. Paradossalmente proprio gli eventi cui conseguirono le minacce da parte della galassia anarco autonoma e dei centri sociali e delle frange più violente e pericolose dell’anarco insurrezionalismo, rese pubbliche sui social, determinarono la reazione di tutto il mondo politico democratico e liberale, di centinaia di cittadini, studenti, stranieri, dei sindacati solidali con me e i miei familiari. Questo mi ha dato la sensazione di avere la gente e le istituzioni vicine e che la campagna di fake anche violenta contro di me era un boomerang”.

Facciamo un ulteriore passo indietro: nel 94/95 ha fatto parte del gruppo di lavoro sui delitti della Uno bianca, presieduta dal Prefetto Achille Serra. Avere poi scoperto che gli esecutori dei numerosi delitti, erano dei poliziotti, cosa le ha provocato? 

“Quella di Bologna fu un’esperienza molto formativa e triste allo stesso tempo. Io arrivai subito dopo gli arresti per integrare la commissione d’inchiesta interna presieduta dal Prefetto Serra e lavoravamo in parallelo al gruppo investigativo che svolgeva l’indagine giudiziaria. Capimmo nel tempo e nell’approfondimento dell’inchiesta, che non c’erano misteri o grandi vecchi dietro, solo una personalità – quella di Fabio Savi – molto forte e capace di influenzare quella degli altri, viziata dal mito della “volontà di potenza” e da una spregiudicatezza che li fece sentire invincibili. Erano soggetti con personalità devianti e violente. Purtroppo nelle indagini delle diverse procure romagnole e marchigiane vi furono scarso coordinamento e forti contrasti tra organi inquirenti … L’inchiesta amministrativa le mise in luce chiarendo fatti e contesti. Una sequenza e una somma di inefficienze e di inutili concorrenze”.

Accendiamo i fari sulla nostra provincia. Sono ben quattro i mandamenti presenti. Come si adopera la Polizia per contrastarli?

“L’impegno nel contrasto alla presenza delle organizzazioni malavitose specie di stampo mafioso è sempre intenso. La Direzione distrettuale antimafia della Procura di Caltanissetta segue le nostre attività investigative con attenzione e coordina le indagini dei diversi organismi di polizia, guardia di finanza e carabinieri che non interrompono mai il monitoraggio e l’analisi informativa e investigativa sui diversi gruppi. Non parliamo solo dei quattro storici mandamenti di Cosa nostra (Gela, Vallelunga Pratameno, Riesi e Mussomeli, ndr) ma anche di gruppi di stiddari o di malavitosi appartenenti a gruppi di altre province che operano soprattutto nel traffico e spaccio di stupefacenti e reinvestimento dei capitali illeciti. 

Alta l’attenzione anche sui fenomeni estorsivi o sul tentativo di condizionare i mercati agricoli e la distribuzione delle risorse idriche. Purtroppo anche l’insufficiente organizzazione o talvolta l’inefficienza di alcune pubbliche amministrazioni ed enti pubblici favoriscono deviazioni che alimentano il malaffare”.

A Gela, Cosa Nostra e Stidda si sono fatte la guerra per anni (con tantissimi morti ammazzati e numerosi tentati omicidi) per poi siglare una pax mafiosa che tuttora regge. Non si spara più (fortunatamente) come una volta, ma gli episodi criminosi non mancano, purtroppo. Come e dove bisogna intervenire?

“I tempi ed il contesto della guerra dei bambini dell’assalto della Stidda a Cosa Nostra sono mutati.

Innanzitutto per la risposta forte e determinata dello Stato. Per la meritoria reazione di forze di polizia e magistratura che hanno segnato un percorso poi seguito da altre generazioni di uomini di legge.

Purtroppo i segnali degli ultimi anni, danno l’impressione di parte consistente della società civile che talvolta sembra rinunciare a produrre gli anticorpi alla illegalità e al modo “settario e familista” di gestire ciò che è comune.

Bisogna insistere nella formazione e informazione dei cittadini e dei bambini. Da piccoli si maturano valori e comportamenti fondamentali. Vedere un mondo adulto che cerca prevaricazioni o scorciatoie illecite o comunque pratiche scorrette, non educa ai valori costituzionali”.

Gela è stata definita la capitale degli incendi dolosi di auto. In tante occasioni, è stato detto che si tratta (nella maggior parte dei casi) di diatribe sfociate nel fuoco. E’ solo questo o c’è dell’altro?

“Quella degli incendi dolosi su auto, moto, porte di casa ed altro ancora, è una piaga nota e tanto datata da potere essere definita “tradizione locale”. Non è una battuta e neanche una provocazione: si tratta di un fatto che osservo con amarezza. Purtroppo, nonostante vengano individuati e condannati gli autori, il buon esito delle indagini e le condanne non sono un deterrente sufficiente.  Nella maggior parte dei casi si tratta di dispute e contrasti di vicinato, passionali, gelosie e diatribe sul lavoro … Solo occasionalmente i fini sono estorsivi.  Questo ci dice di un malinteso bisogno di farsi giustizia da se, della mancanza assoluta di senso della legalità e anche, duole osservarlo, di assenza di tolleranza per questioni private.  L’impegno dello Stato, magistratura e forze dell’ordine è grande anche in questo caso  e lo testimonia il fatto che sono alte le percentuali di responsabili individuati, ma non è sufficiente. Ci vuole un risveglio del senso civico, del bene comune e del rispetto delle leggi anche di fronte a pretesi o presunti torti. Questo spiega anche il perché non c’è collaborazione alcuna nelle indagini da parte dei testimoni e spesso neanche delle vittime.  Insomma non vediamo file di cittadini di buona volontà davanti agli uffici di polizia e carabinieri e alla procura per denunciare o testimoniare circa questi fatti. E quando riusciamo a ricostruirli, scopriamo che in diversi hanno visto o che la vittima era ben consapevole di chi poteva essere l’autore, ma non ne ha fatto alcun cenno formale o informale agli inquirenti”.

In città è presente un fiorente spaccio di droga e sono stante tante le operazioni di polizia giudiziaria per contrastare il fenomeno. Però se ancora se ne parla, vuol dire che c’è ancora tanto da fare….

“La vitalità del settore dello spaccio e del consumo di stupefacenti è purtroppo uno dei fenomeni che più risalta agli occhi. Esso è spesso esercitato da appartenenti a organizzazioni mafiose e talvolta anche in modo diretto. Vale ciò che ho detto prima per l’impegno nel contrasto al fenomeno mafioso”.

Ci sono commercianti ed imprenditori che fanno nomi e cognomi degli estorsori, altri invece no. Cosa si deve fare per portarli sulla strada della denuncia?

“Come evidenziato per gli incendi, anche per altre forme delittuose come le estorsioni o anche i reati di violenza domestica o di genere non registriamo forme di collaborazione spontanee e spesso asserite vittime di fatti reato diventano favoreggiatori, attese le coperture omertose che offrono ai colpevoli. Addirittura durante indagini su fenomeni estorsivi, si assiste a dichiarati estorti che invece chiedevano spontaneamente loro protezione o copertura per azioni di concorrenza più o meno sleale a soggetti appartenenti a gruppi criminali.  Vero è tuttavia che a Gela è operante e attiva con entusiasmo, pur nelle difficoltà di indurre alla collaborazione, la Fai Antiracket ed in particolare l’associazione Antiracket “Gaetano Giordano” che conducono una battaglia sia di sostegno alle vittime che di animazione sociale ed educativa molto importante. Spero che nella costante collaborazione con la Polizia, l’associazione riesca non solo a promuovere la legalità ma a tornare ad indurre le vittime di estorsioni, usura e reati connessi alle attività delle cosche, a denunciare. Da qualche tempo, infatti, registriamo minori o quasi nulli casi di collaborazione nonostante la stessa Associazione si sia meglio organizzata e abbia costituito, anche grazie a finanziamenti Pon, una struttura di assistenza legale, fiscale, aziendale e psicologica. Per indurre più persone alla denuncia, credo dobbiamo insistere nell’opera informativa ed educativa a sostegno delle vittime e rendere ancora più efficiente la rete di sostegno pubblica. Nonostante a Gela i processi vengano celebrati con celerità, poi le funzioni di sostegno alle vittime subiscono talvolta rallentamenti. Per fortuna oggi possiamo dire che se c’è collaborazione, la macchina dello Stato dà forza, sostegno e copertura”.

A Gela si chiede più presenza dello Stato. C’è chi invoca anche l’Esercito. Cosa ci dice in merito?

“L’Esercito – molti fanno finta di dimenticarlo – è stato costantemente presente nei servizi coordinati dall’Autorità di Pubblica Sicurezza sia nelle funzioni di controllo e vigilanza sul territorio che nell’ultimo biennio per i servizi di prevenzione alla diffusione epidemica. Poi bisogna ricordare che nelle funzioni di pubblica sicurezza, i militari dell’Esercito non possono operare senza avere accanto o essere comunque coadiuvati e coperti da poliziotti, carabinieri o finanzieri. In realtà sarebbe opportuno tornare a ricostituire corpi di polizia municipale con numeri congrui di operatori e con formazione adeguata. A Gela ciò sarebbe determinante per consentire a Polizia di Stato, Arma e Guardia di Finanza di essere liberate da funzioni di supplenza delle polizie municipali, nel controllo amministrativo, nella rilevazione di sinistri ed altro; funzioni che la Polizia Municipale gelese, per il numero esiguo degli operatori, non riesce a svolgere da sola.

Poi si pone anche un problema di consapevolezza del ruolo da parte delle polizie locali che spesso in altri territori travalicano le proprie funzioni e dalle nostre parti, invece, dimenticano di avere funzioni di polizia amministrativa, di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria”.

Sono tanti i ragazzi che vengono attratti e ammaliati dal crimine e dal guadagno facile. Come bisogna intervenire?

“Sui giovani bisogna poter contare ma per farlo si pone un’emergenza nazionale che a Gela è ancora più evidente: quella educativa.  Le scuole e la società civile devono essere più attive laddove si registra un’assenza, quando non anche una complicità delle famiglie nella trasmissione di valori negativi: facile guadagno, potere dimostrativo, uso della forza e della prepotenza per affermarsi … Oggi anche le donne invece di essere valorizzate per le loro qualità di persone vengono indotte a fondare la propria immagine su aspetto e facilità di approccio. Credo che il riscatto di questa terra passi per un riscatto del “femminile”. Quando le donne troveranno forza e modo di svolgere appieno il proprio ruolo pubblico ed educativo, secondo i valori costituzionali, sarà stato fatto un passo decisivo. Ogni deviante, ogni delinquente, ogni mafioso, ogni violento, ogni oppressore dei più deboli, in famiglia o nella vita sociale ha ricevuto un “imprinting” materno”.

Cosa si sente di dire ai giovani gelesi?

“I giovani gelesi li ho incontrati in diverse occasioni e devono sentirsi ciò che sono: il presente della nostra società. Dobbiamo essere accanto a loro per sostenerli e condurre per loro e con loro la battaglia per la bellezza di questa terra che non può prescindere dal rispetto delle regole, degli altri e dell’ambiente. Il valore fondante deve essere quello di declinare ogni proprio comportamento nel rispetto del bene comune”.

Il prossimo 19 luglio ricorrerà il trentesimo anniversario della strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti di scorta, tra cui la poliziotta Emanuela Loi alla cui memoria è dedicata la sala conferenze della Questura di Caltanissetta. Cosa ha lasciato in lei quel tragico episodio, avvenuto 53 giorni dopo la strage di Capaci?

“I morti delle stragi, le vittime della stagione stragista mafiosa e prima terroristica, poi della mafia che ha usato metodi terroristici, sono uno sprone. I colleghi, i magistrati, tutti coloro che sono stati vittime di mafia con il loro sangue e sacrificio, ci hanno lasciato un esempio straordinario: non sono eroi e non aspiravano ad esserlo. Sono persone per bene che hanno deciso di fare il proprio dovere con onore e disciplina, così come recita l’articolo 54 della costituzione. La strage di via D’Amelio è innanzitutto un impegno investigativo ancora in corso. Molto è stato chiarito nonostante i depistaggi, ma altro deve ancora essere accertato e posto al giudizio dei cittadini”.

Perché ha scelto di intraprendere questa professione?

“Ho scelto di fare il poliziotto per via della mia formazione negli anni dell’adolescenza e giovanili. Studiavo giurisprudenza e facevo volontariato ed ero molto attivo, a Catania, nella comunità parrocchiale e tra i gruppi giovanili cattolici e non. L’uccisione prima del Generale Dalla Chiesa e poi di Montana e Cassarà e di Pippo Fava ci colpirono molto e cominciammo a rivolgere l’attenzione all’azione di contrasto civile alla mafia e all’illegalità.  Quindi appena laureato feci il concorso da commissario di Polizia e lo vinsi subito. Ero già in servizio a 26 anni”.

Ritorniamo alle origini. Adesso che è ritornato in Sicilia, può nuovamente parlare in dialetto…

“Tornare a sentirmi immerso nel dialetto siciliano è una sensazione bellissima. Per trent’anni, avendo lavorato soprattutto al Nord, era occasionale trovare con chi usarlo ed era quasi un divertimento osservare chi non lo conosce, guardarci con occhi interrogativi. Il siciliano è una lingua considerata tale e non per nulla viene valutato siciliano quello in uso anche in gran parte della Calabria e nelle province di Taranto e Lecce che poi si divide in forme locali di dialetto. È stato il siciliano volgare (grazie a Federico II e ai poeti di corte) a far nascere e diffondere il volgare toscano da cui scaturì l’Italiano immortalato da Dante. Amo la Sicilia e la sua storia, in particolare la figura di Federico II cui credo si debba il primo vero concetto di amministrazione moderna e di Regno attento alle esigenze popolari e non solo delle aristocrazie”.

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Il giornalismo tra la gente, Salvo Sottile si racconta

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Il suo nome è anche sull’enciclopedia on line della Treccani, così come i grandi giornalisti e conduttori televisivi di primo piano. Un posto meritato sul campo dopo tanti anni di intensa e dura gavetta. Nel periodo in cui ha cominciato, Salvo Sottile, ha letteralmente consumato le suole delle scarpe per accaparrarsi una notizia, indagando anche nel sottobosco della propria realtà territoriale. E non solo. Si incontravano persone, si verificavano le situazioni. In occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Papa Francesco lo ha sottolineato più volte: “la crisi dell’editoria rischia di portare a un’informazione costruita nelle redazioni, davanti al computer, ai terminali delle agenzie, sulle reti sociali, senza mai uscire per strada…” Purtroppo è l’amara realtà dei giorni nostri.

Partiamo proprio dai tempi che furono.

Hai cominciato la tua brillante carriera quando avevi appena 16 anni. Cosa ti ha spinto ad intraprendere quella che poi sarebbe stata la tua professione?

“La possibilità di poter portare, mano nella mano, i telespettatori nei luoghi che vedevo e di far conoscere, attraverso una telecamera, le persone che incontravo”.

Era il 1989 quando hai cominciato a muovere i primi passi con La Sicilia e con Telecolor Video 3. Cosa ricordi di quel periodo?

“Che guadagnavo 100 mila lire al mese. Facevo tutto, dalle fotocopie all’accoglienza ospiti. Ma sopratutto guardavo i colleghi più grandi e cercavo di imparare o di “rubare” con gli occhi”.

Possiamo definirti un figlio d’arte? Cosa ti ha insegnato tuo padre Giuseppe, già capocronista del Giornale di Sicilia?

“Mi ha insegnato il rigore e la disciplina insieme alla curiosità. Senza la curiosità non avrei potuto fare il mio mestiere”.

A livello nazionale, la gente ha cominciato a conoscerti su Canale 5. Per l’allora telegiornale diretto da Enrico Mentana, avevi la mansione di “informatore” dalla Sicilia, soprattutto in tema di cronaca nera. Com’è nata la collaborazione?

“Facevo dei servizi per Telecolor e uno di quei servizi finì a Roma in mezzo a tanti altri provenienti dalla Sicilia. A Mediaset rimasero colpiti dalla mia voce e mi offrirono un ruolo di informatore”.

La tua corrispondenza del 19 luglio del 1992, in via D’Amelio, a Palermo, teatro dell’assassinio del giudice Borsellino e degli agenti di scorta, rimane tuttora un “pezzo” di alto giornalismo per come la strage mafiosa è stata raccontata. Cosa hai provato in quella circostanza?

“Paura, smarrimento. Molti di quei ragazzi della scorta li avevo conosciuti di persona. Fare una diretta lunga una notte assieme a Mentana mi costrinse a crescere in fretta. Avevo 18 anni, dovevo sembrare più grande della mia età e mi trovai a raccontare da “palermitano” una tragedia che aveva colpito la mia città”.

Un giornalista è un uomo e come tale prova delle sensazioni/emozioni che difficilmente farà trasparire dinnanzi ad una telecamera o nella realizzazione di un articolo di giornale. E’ stato così anche per te in quel funesto pomeriggio di trent’anni fa?

“Questo l’ho imparato col tempo. Essendo sensibile e molto passionale all’inizio facevo fatica, l’esperienza ti aiuta a schermarti davanti al dolore e alle tragedie”.

La mafia aveva alzato il tiro, la Sicilia perdeva due uomini di altissimo valore. A distanza di anni, credi che la strada tracciata da Falcone e Borsellino sia stata percorsa da chi è deputato a combattere la criminalità?

“Credo di sì, anche se oggi di mafia non si parla più, anzi sembra che la mafia non esista più. Invece esiste solo che ha cambiato strategia: ora si è inabissata, non fa rumore, illude tutti che sia stata sconfitta”.

Quando riusciremo ad eliminare del tutto l’equazione Sicilia=mafia?

“È’ già così, chi arriva in Sicilia si rende subito conto che la nostra isola non è luogo di cui avere paura ma una certa “cultura” , un certo modo di pensare, purtroppo, è’ ancora radicato, retaggi del passato”.

Torniamo alla tua brillante carriera che include anche le mansioni di corrispondente di guerra durante il conflitto in Afghanistan e la cronaca dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle. Non solo Tg5, ma collaborazione anche con la Rai ed in particolar modo con il Tg1 e il Tg3. Quali le differenze sostanziali che hai notato tra il servizio pubblico e quello privato?

“Sono due aziende diverse. Mediaset nel periodo in cui ho lavorato con loro era un’azienda agile e mi ha permesso di imparare un mestiere e di farmi crescere. La Rai e’ la tv di stato e anche se talvolta tutto è’ più lento, è un traguardo per chiunque voglia fare il mio mestiere”.

Abbiamo letto la tua firma anche per i settimanali Epoca e Panorama e per il quotidiano Il Tempo. Ti manca il contatto con la carta stampata?

“A volte si ma purtroppo i giornali sono destinati a sparire, si comprano sempre meno. Ormai sappiamo tutto attraverso i cellulari”.

Hai lavorato come corrispondente dalla Sicilia anche per Rds e Rtl 102.5 e hai scritto tre romanzi. Se ad un esordiente nel campo giornalistico dovessi illustrare le differenze tra TV, radio e giornale, cosa diresti?

“Sono tre ambiti diversi. In radio devi sostituire le immagini coi suoni, sui giornali devi essere l’occhio del lettore, sulla tv devi sapere raccontare per immagini”.

Parlaci delle tue esperienze su Sky TG24. Non solo conduzione del tg ma anche il format mattutino “Doppio Espresso” e il settimanale di approfondimento “La scatola nera”

“È’ stata una bella esperienza. Ho condotto io il primo telegiornale su Sky”.

Possiamo dire che la conduzione di Quarto Grado su Rete 4 (record assoluto nel 2010 con 18,33 di share con 4 milioni e 665 mila telespettatori) ti ha dato un’enorme popolarità?

“Certo, enorme!”

Qual’è stato il caso di cronaca che durante Quarto Grado ti ha particolarmente colpito e perché?

“L’omicidio di Melania Rea, una donna uccisa dal marito, un militare, Salvatore Parolisi. Lui si era sembra proclamato innocente ma quando lo ospitai in studio, ebbi la sensazione che volesse confessarmi il delitto. Non lo fece alla fine ma nei suoi occhi lessi la voglia di togliersi un peso”.

Sempre a proposito di Quarto Grado, in tanti sottolineano che i processi si svolgono in un’aula di tribunale e non dinnanzi alle telecamere perché ciò potrebbe compromettere il lineare svolgimento dello stesso.

“Che mai la tv si deve sostituire al tribunale. La tv deve raccontare storie. I processi si fanno da altre parti e chi fa un mestiere come il nostro deve pensare principalmente alle vittime”.

Ti abbiamo visto anche a Ballando con le stelle nelle vesti di concorrente. Come ti sei trovato?

“È’ stato puro divertimento. Amo le sfide e amo mettermi in gioco. Avevo una maestra tosta che mi faceva allenare 6 ore al giorno”.

Cosa ti hanno lasciato le conduzioni di”Estate in diretta” con Eleonora Daniele e “Domenica In” con Paola Perego?

“Sono due grandi professioniste e con tutte le donne con cui ho lavorato mi sono divertito molto”.

Mi manda Raitre” possiamo definirlo un vero e proprio format di denuncia?

“Si, un programma di servizio pubblico. Aiutare i cittadini a risolvere dei problemi era qualcosa che mi faceva sentire utile”.

Come ti spieghi la decisione assunta dal direttore di rete, Franco Di Mare, di rimuoverti dalla conduzione dopo quattro stagioni consecutive in cui “Mi manda Raitre” andava per la maggiore?

“Invidia personale. Di Mare è’ stato il peggiore direttore di Raitre, umanamente una delusione. Mi ha tolto un programma al massimo del successo solo per ripicca e senza mai incontrarmi o spiegarmi le motivazioni. Ora vedo che si trova al centro di una brutta storia di molestie tirata fuori da Striscia la notizia, e a uno che tocca il fondoschiena di una collega in tv e dice che è uno scherzo, cosa vuoi dire? Provi solo umana pietà”.

Perché è stato deciso di non mandare più in onda le tue conduzioni, già registrate, di Palestre di vita su Rai tre?

“Non ne ho idea, per ripicca credo”.

Hai esplorato l’universo notturno in tutte le sue sfaccettature attraverso la conduzione del programma “Prima dell’alba”. Che esperienza è stata?

“Incredibile! Raccontare la notte e i lavori notturni era un mio pallino. Programma bellissimo ma faticoso, non ho dormito per settimane ma mi sono divertito molto ed e’ stato un grande successo”.

Da due anni, assieme ad Anna Falchi, conduci i “Fatti Vostri” su Rai 2, lo storico programma ideato da Michele Guardì e Giovanna Flora.

“I Fatti Vostri e’ un vestito che ho cercato di cucirmi addosso. Con Michele e Giovanna c’è un rapporto di grande stima e di amicizia ed e’ anche quella una grande palestra. Il programma mi stupisce perché ogni giorno racconti una storia diversa e ti affezioni a tutte”.

Ti piace l’imitazione che fa di te il tuo compaesano Sergio Friscia?

“Molto ma anche quella di Fiorello. Non mi prendo mai troppo sul serio”.

Che Sicilia immagini nel prossimo futuro? “Un posto dove godermi la pensione”.

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“Solo la società può sconfiggere la mafia!”

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Non contano i passi che fai, né le scarpe che usi, ma le impronte che lasci. L’aforisma raffigura appieno i valori che l’autore (sconosciuto) vuole rappresentare, tant’è vero che il tenente colonello dei Carabinieri, Antonio De Rosa, la riporta sul suo profilo whatsapp, incastonata in una foto con lo sfondo del mare e le orme impresse sulla sabbia. E di impronte significative, l’ufficiale fiorentino ne ha lasciate parecchio nella sua carriera. Anche a Gela, durante il triennio 2016-2019, al comando del Reparto Territoriale, in un territorio sicuramente non facile per la presenza di ben tre organizzazioni criminali.

“Tre anni vissuti intensamente, densi di emozioni e impagabile esperienza professionale. La peculiarità del territorio gelese richiede una particolare attenzione che lo Stato, attraverso le sue Istituzioni, e non mi riferisco solo alle Forze dell’Ordine, sta ormai portando avanti da anni e che deve essere costantemente alimentato per arrivare, dopo averli contenuti e limitati, ad eliminare certi fenomeni umani degenerativi della società. Lo sviluppo di una coscienza sociale attraverso l’istruzione delle nuove generazioni e la creazione di sbocchi professionali, consentirà il rifiuto collettivo al doversi rivolgere a forme di sussistenza mediante attività criminali e superarne la logica dell’assoggettamento. Finché si avrà una dispersione scolastica alta, queste organizzazioni avranno manovalanza a disposizione per commettere, con grande superficialità reati, anche molto cruenti, di cui spesso non percepiscono la gravità e la portata collettiva. Una classe politica lungimirante, scevra da condizionamenti e rivolta allo sviluppo sostenibile dell’area in base a ciò che offre il territorio (che è tanto) è l’altro aspetto fondamentale necessario a consentire il superamento di questo fenomeno”.

Dell’esperienza a Gela, in tanti le hanno riconosciuto un forte acume investigativo. Come ha fatto ad integrarsi nel vasto e complesso tessuto sociale gelese?

“Penso di non aver fatto niente di eccezionale, ma solo di aver messo in pratica ciò che è alla base dell’essere Carabiniere ovvero essere gente tra la gente, gente per la gente.  Certo, come dice, il tessuto sociale di Gela è molto articolato e complesso, ma ponendosi sempre con correttezza e disponibilità, si percepisce altrettanta apertura e, piano piano, si riesce a riscuotere credibilità e fiducia”.   

Personalmente le riconosco una grande capacità di ascolto. E’ stato un elemento in più per conoscere i risvolti più occulti che si celavano dietro agli episodi criminosi commessi a Gela?

“Parlare con le persone di ogni estrazione e in ogni ambito è ciò che fanno i Carabinieri e permette di conoscere le persone ed essere loro vicine nella risoluzione dei problemi. Portare una divisa vuol dire sentirsi responsabilizzato a dover fornire risposte, conforto, sostegno alla popolazione che riconosce in noi lo Stato, una persona che è stata voluta e preposta a proteggerlo, garantendo il pacifico sviluppo delle relazioni sociali e commerciali. Per questo l’atteggiamento di ascolto di ogni cittadino in ogni circostanza formale o informale come quando andiamo a prendere un caffè al bar, o colloquiamo con un commerciante quando facciamo la spesa oppure con l’insegnante quando andiamo per gli incontri dei figli può essere l’occasione per percepire determinate situazioni, acquisire informazioni, dare indicazioni, fornire supporto, avere spunti da approfondire con quei frammenti di notizia colti direttamente o indirettamente. A ciò occorre abbinare la comprensione del linguaggio del corpo e degli atteggiamenti, normalmente molto marcato e significativo in Sicilia, mantenendo sempre il doveroso rispetto nei confronti del nostro interlocutore. Grazie a questa disponibilità, in molti casi, siamo riusciti ad avviare attività investigative e, in altri casi, da semplici interlocuzioni, a prevenire o affrontare e risolvere situazioni delicate e quando dico questo non penso solo a più o meno altisonanti operazioni di servizio, ma, prevalentemente a casi di soccorso sociale che sono quelli che più umanamente ti colpiscono”.

Assieme ai suoi più stretti collaboratori, a Gela ha portato a compimento diverse operazioni di polizia giudiziaria. In quale di queste, è stato fondamentale (se non imprescindibile) l’elemento di cui accennavamo prima?

“Vorrei poterle dire in tutte, ma non posso sostenerlo, sicuramente l’attività informativa grazie alla costante conoscenza e penetrazione del territorio consente la maggior parte delle attività! Non é certamente per merito di un singolo, quanto per il lavoro di squadra dei Carabinieri del Reparto Territoriale di Gela che, con professionalità, ogni giorno coltivano con pazienza e passione le persone affidate loro. Posso però raccontarle, per confermarle al contrario che è possibile raccogliere la vicinanza della gente, la situazione in cui rimasi più  perplesso per la mancata collaborazione: Operazione “Far West”, una pericolosissima sparatoria del giugno 2017 in un frequentato bar di via Crispi che suscitò  grande preoccupazione per le modalità esecutive e che per mera fortuna non provocò vittime. In quell’occasione arrivammo comunque ai responsabili in pochi mesi, ma solo grazie alle attività tecniche e alla stretta collaborazione tra Forze dell’Ordine e Procura”.

Come legge l’atavico fenomeno degli incendi dolosi a Gela?

“Questo fenomeno, nel resto d’Italia (e del Mondo direi) limitato normalmente a casi circoscritti sottesi a reati ancora più gravi, a Gela (e non in tutta l’area nissena) assume una sorta di “grezzo” e anacronistico metodo di risoluzione delle controversie di vario genere, di cui non si percepisce spesso il profondo disvalore (e lo dico a ragion veduta dopo molteplici incontri con associazioni e scuole locali), tanto da essere stato per molto tempo accettato come normalità. Attività di indagine hanno dimostrato come, al di là di fenomeni estorsivi e minatori veri e propri, dietro gli stessi si celassero spesso piccole rivendicazioni di carattere personale anche per ragioni estremamente futili legate a rapporti amorosi, di vicinato o lavorativi, finanche a screzi per la conduzione dei veicoli. La facilità nel commettere tale tipo di reato e la manovalanza di cui parlavamo prima disposta a farlo per pochi euro, potrà essere contrastata solo grazie alla corretta percezione collettiva di tale grave reato e alla non accettazione dello stesso quale metodo di risoluzione delle controversie”.

In più di un’occasione, lei ha invitato la popolazione a denunciare. Il messaggio è stato recepito?

“Non sempre e non per tutti i reati. E’ necessario dirlo, urlarlo, pubblicizzarlo pubblicamente, ma non basta! Non è una pratica formale che si risolve con un atto, ma un lungo, duro e articolato lavoro che deve essere svolto quotidianamente per conquistare la fiducia delle persone avendo a disposizione la possibilità di garantire loro ristoro e conforto. E’ solo con un lavoro collettivo delle Istituzioni e dell’associazionismo che potrà sempre più essere recepito e fatto proprio questo messaggio. I casi “Miceli” che hanno segnato la realtà gelese devono aver insegnato che solo uniti si può andare avanti e, quindi, la normalità deve diventare la denuncia. Non è semplice superare la paura interiore di fronte a minacce più o meno velate, ma fare scelte diverse vuol dire rimanere schiavo dell’illegalità. La libertà si ottiene con la collaborazione tra il cittadino e le Istituzioni con la responsabilizzazione (non sostituzione) collettiva verso il bene comune e il rispetto sociale reciproco”.    

Tornasse indietro nel tempo, rifarebbe le stesse cose a Gela?

“Non sono abituato ad avere rimpianti, ma a vivere il presente per affrontare il futuro memore degli errori commessi. Certamente certi aspetti pratici, con l’esperienza acquisita, li affronterei diversamente, ma sostanzialmente non ritengo cambierei la linea adottata poiché, grazie a chi mi ha preceduto e saputo descrivere la realtà locale e alle persone del posto che mi hanno permesso di calarmici, ho potuto affrontare con passione ed entusiasmo questa tappa del mio percorso che mi ha molto arricchito umanamente e professionalmente”.  

Rammarico per qualcosa?

“Rammarico no, mi avrebbe però fatto piacere, in alcune occasioni, riuscire a entrare in maggiore empatia con qualche mio interlocutore per poterlo aiutare di più ad affrontare certe situazioni in cui era stato vittima”.

“Sono stato accolto in questa Terra Meravigliosa come un figlio e come tale ho cercato di dare il mio piccolo contributo non solo in termini di contrasto e repressivi, ma cercando di dare un volto familiare e vicino al prossimo in un’ottica aperta, di servizio per la comunità…” Sono le sue parole, giorni prima che venisse trasferito da Gela. Ricorda?

“Si…chiaramente! Sono, a distanza di anni, ancora più convinto e grato per la fortuna che io e la mia famiglia abbiamo avuto nel conoscere la Sicilia e soprattutto i siciliani di Gela e mi auguro che il piccolo contributo fornito a questa comunità sia stato utile. Per quanto mi riguarda, termini bellissimi come “Gioia mia”  o “Vita mia”, che trasmettono tutto il calore di questa Terra Meravigliosa, fanno ormai parte del mio patrimonio linguistico e culturale”.

Nella sua esperienza gelese, ha conosciuto tanti giovani. Costante la sua presenza nelle scuole. Cosa le hanno trasmesso i ragazzi?

“Non ci sono parole per descrivere l’entusiasmo che possono trasmetterti i giovani e la volontà di riscatto che ho trovato nei loro occhi. Riscatto dall’essere ghettizzati dagli stessi siciliani poiché a Gela venivano in automatico abbinate con disprezzo altre due parole: mafia e petrolchimico.  Ricordo con grande gioia e favore l’esperimento sociale che fu fatto in una scuola in cui l’abbinamento al nome Gela di fotografie fatte dagli studenti, ritraenti paesaggi e luoghi meravigliosi della zona, inserite nei motori di ricerca servirono a superare l’automatico abbinamento che detto sistema faceva, ogni volta che qualcuno digitava Gela in rete,  tra la città ed eventi cruenti e criminosi come gli incendi. Lo stupore collettivo e la soddisfazione di quei giovani nell’aver potuto contribuire, con piccoli semplici gesti, a rendere più apprezzabile e conosciuta in senso positivo la loro città e l’orgoglio con cui rivendicavano la loro “gelesità” è qualcosa che porterò sempre dentro. Si parte anche da questi piccoli grandi gesti, in cui il piccolo contributo di ognuno crea grandi cambiamenti”.

E cosa ha trasmesso a loro?

“Non so se sono riuscito a trasmettere qualcosa di buono, questo dovrebbe domandarlo a loro. Mi auguro solo di averli indotti a riflettere da un altro punto di vista sulle cose e fatti che vedevano tutti i giorni con i loro occhi nello stesso modo e a far considerare loro che ci sono sempre delle alternative”.

Ci racconti un particolare episodio della sua permanenza a Gela

“Sono molti i fatti che potrei raccontare e su cui potrei soffermarmi. Evidenzio però la condizione di assoluta povertà e disagio di una famiglia che ho conosciuto libero dal servizio una domenica. In quell’occasione rimasi basito di come in Italia, nel 2017, si potesse vivere in quelle condizioni. La cosa che più mi segnò di quella giornata fu il fatto che, ospite a pranzo di un’altra famiglia conosciuta qualche mese prima, appena furono sfornate le prime pietanze dalla signora, il capo famiglia mi chiese di accompagnarlo a portarle a chi era meno fortunato di noi. Non era una famiglia ricca economicamente, ma la ricchezza interiore che ebbe quella famiglia in quell’occasione con quel gesto di generosità nei confronti dell’altra meno fortunata è qualcosa di tangibile che lascia il segno”.

Tante tappe nella sua carriera professionale cominciata nel 1992. Ha girato parecchio: da Vercelli a Lucera, da Bologna a  Palestrina, da Pistoia a Santa Margherita Ligure. Cosa ricorda in particolar modo dei posti in cui ha operato?

“Ricordo le persone! Ognuna delle esperienze vissute ha rappresentato una tappa importante del mio percorso di arricchimento umano e professionale! Tutto questo è stato possibile grazie alle persone con cui ho avuto modo di collaborare sia all’interno che all’esterno dell’Istituzione e ciò è avvenuto a prescindere dalla bellezza dei luoghi che, grazie all’Arma, ho potuto conoscere e apprezzare. E sono fermamente convinto di quello che affermo poiché ho potuto riscontrare tale effetto anche nella mia famiglia che, nel seguirmi e sostenermi in questo lungo “viaggio”, si è saputa ogni volta immergere appieno nelle nuove realtà cogliendone il vero spirito grazie alle persone che ci hanno accolto e con le quali intratteniamo, anche a distanza di molto tempo, sinceri e profondi legami”.

In tutti questi anni di attività nell’Arma dei Carabinieri, ha ricevuto numerosi attestati e riconoscimenti per il lavoro svolto. A quale è più legato?

“Sono grato per i riconoscimenti e le attestazioni di stima ricevuti per i quali devo ringraziare l’Arma dei Carabinieri che mi ha permesso di avere una propria dignità sociale che mi ha consentito di ottenerli. Sinceramente e non vorrei apparire ridondante e troppo romantico, ma sono più legato alle persone che ho incontrato nel mio percorso e se guarda il mio ufficio non troverà titoli appesi, quanto quadri, foto e oggetti che rappresentano ricordi delle stesse e delle esperienze vissute insieme. In effetti un titolo ci sarebbe, poiché legato ad una persona che ha segnato la mia vita, ma per non far torto a nessuno preferisco portarlo nel cuore e dirle che il più importante è quello che verrà! Sicuramente l’apprezzamento più bello è quello che mi fecero inaspettatamente il Prefetto di Caltanissetta, Cosima Di Stani e il giornalista Franco Infurna (in rappresentanza delle scuole e associazioni locali) nel ringraziarmi per l’attività di vicinanza svolta in favore delle scuole e delle associazioni territoriali”.

Cosa l’ha spinta ad arruolarsi? 

“Sembrerà banale, ma quando ho svolto il servizio di leva nell’Arma quale Carabiniere Ausiliario, sebbene ritenessi quell’esperienza obbligatoria di passaggio e avessi già altri progetti con mio fratello, rimasi “folgorato” dalla soddisfazione che mi dava il mio servizio in favore della gente, anche quale semplice Carabiniere: l’essere utile al prossimo. Mi fornì quell’appagamento interiore che null’altro mi aveva mai dato prima. Avendo avuto poi la fortuna di aver studiato con buoni risultati (due lauree ed altrettanti master, ndr) ho cercato di mettere al servizio dell’Istituzione le capacità possedute. D’altronde ho sempre ritenuto che non vi fosse nulla di più nobile del servire il cittadino”.

Se non avesse fatto il Carabiniere, cosa avrebbe voluto fare?

“Sinceramente non saprei dirle esattamente. Probabilmente mi sarei dedicato a qualche professione in ambito legale/commerciale o mi sarei dedicato al turismo, avendo avuto la fortuna di viaggiare fin dall’età di 4 anni. Forse oggi sarei a promuovere le bellezze e la cultura di questa Terra meravigliosa!”

Da settembre scorso è a capo della 2′ sezione uffici relazioni con il pubblico presso il Comando Generale di Roma. Quali sono nello specifico le funzioni?

“L’Ufficio Relazioni con il Pubblico costituisce l’interfaccia Istituzionale sia con il pubblico esterno che con i militari all’interno dell’Amministrazione. La stessa è preposta a migliorare il rapporto con il cittadino mediante la semplificazione e l’accelerazione delle procedure, l’incremento di modalità di accesso nonché l’utilizzo di strumenti di interconnessione telematica. Nello specifico la 2^ Sezione si occupa del diritto di accesso e della protezione dei dati fornendo un servizio di risposta all’utenza dopo aver individuato e recepito le indicazioni dell’articolazione della nostra organizzazione competente; provvediamo, inoltre, alla consulenza ai Comandi dipendenti in materia di trasparenza ammnistrativa e, ai sensi della vigente normativa eurounitaria, ci occupiamo del trattamento, della circolazione e protezione dei dati personali (per fini non di polizia) nell’ambito Istituzionale”.  

Come si combatte la mafia, con quali strumenti?

“La mafia è un fenomeno sociale e come tale solo la società può determinarne la sconfitta. Come fenomeno non si tratta di operare solo su un piano repressivo, per quello gli strumenti forniti alle Forze dell’Ordine sono commisurati e vengono proporzionati all’occorrenza. Non è che si sconfigge un fenomeno con uno stato di polizia mettendo un carabiniere o un poliziotto ad ogni porta. E’ necessario quello sviluppo culturale che determina in una società il superamento dello stato di accettazione e soccombenza di certe manifestazioni sociali fuori dalle regole. Fortunatamente il livello dei dirigenti scolastici e degli insegnanti che ho trovato in quest’area del nostro Paese è elevatissimo e questo mi fa ben sperare per il futuro perché vuol dire che anche in questo ambito si sta lavorando nella direzione giusta”.

Torniamo nuovamente a Gela: attraverso quest’intervista, cosa si sente di dire a chi ha lavorato fianco a fianco con lei nella nostra città? 

“Un infinito grazie! Sia per quello che ha fatto, sia per avermi consentito, ognuno come ha potuto, di conoscere e affrontare questa impegnativa quanto avvincente esperienza. A loro va continuamente il mio pensiero sia di gratitudine che di sostegno per quanto continuano, con laborioso silenzio, a fare. Sono legami indissolubili che mi legano a quelle persone che, nonostante il tempo trascorso, ogni volta che scendo in Sicilia rivedo con medesimi sentimenti di stima e affetto”

Lei è un assiduo donatore di sangue. La vita è un dono, meritiamola offrendola…. 

“Per la privacy, dato il nuovo ruolo (ride) e il dato particolare, dovrei dirle che questo è un dato sensibile non ostensibile senza la volontà delle parti. Ma avendole dato il consenso non posso che condividere tale pensiero nella certezza che offrire il proprio servizio in favore degli altri fa stare bene e ripaga sempre le fatiche e gli sforzi fatti.”

Aveva proprio ragione il filosofo francese Renè Daumal quando sosteneva che lo stile è l’impronta di ciò che si è in ciò che si fa…

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Ipse Dixit

Salvo La Rosa, “Sicilia da promuovere. Un consiglio ai giovani? Studiate e credete in voi stessi”

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Disquisire con Salvo La Rosa, è interessante. Per molteplici motivi: è un attento osservatore, un veterano dell’intrattenimento televisivo (e non solo), un giornalista preparato ma soprattutto è una persona perbene. Disponibile al dialogo, riflette prima di rispondere. Agisce di testa. E col cuore. Non si fa travolgere dagli episodi. Pacato come sempre, anche quando si parla di politica.

Allora caro Salvo, domenica scorsa ha trionfato il Centro Destra con numeri importanti. Ti aspettavi l’exploit di Giorgia Meloni?

“Era prevedibile. I sondaggi parlavano chiaro e sono stati ampiamente rispettati. Avremo per la prima volta nella storia della Repubblica, una donna come Presidente del Consiglio dei Ministri. Compito arduo. Il Centro Sinistra? Spaccato in ogni direzione!”

Anche alla Regione ci sarà un governo di Centro Destra con Renato Schifani presidente. Se potessi, quale suggerimento daresti al nuovo governatore?

“Di passare ai fatti, subito. Il tempo delle parole è finito da un pezzo. La nostra cara terra presenta innumerevoli problemi che bisogna assolutamente risolvere. E i politici sanno dove bisogna intervenire. Mi riferisco alla viabilità: strade e autostrade difficilmente percorribili e ferrovie abbandonate al loro destino. Non è accettabile che per raggiungere Palermo da Catania, il treno impieghi tre ore! Particolare attenzione dovrà essere dedicata al lavoro, alla sicurezza e a debellare la cancrena della mafia. Quest’estate abbiamo avuto il record di presenze di turisti in Sicilia. Ecco, bisogna puntare anche su questo settore. Chi arriva da noi, deve stare bene. E deve ritornare”.

Sicilia bella ed incantevole che però non riesce a decollare…

“Rimarco quanto ho appena detto: le gestioni politiche sono state sbagliate in tutti questi anni, troppi ritardi e troppe lungaggini. In ogni ambito. La nostra terra ha tutto: mare, sole, cultura, montagna, archeologia. Una terra straordinaria, una delle bellezze italiane che deve essere solo promossa in ogni dove ma con fatti concreti”.

In effetti sono i fatti che dimostrano, le parole illudono…

Il trend è negativo, caro Salvo: troppi giovani lasciano la Sicilia per emergere. Un’emorragia continua

“E’ la cruda e dura verità. Bisogna creare occasioni di sviluppo, intercettare le risorse. Si parla tanto del Pnrr. Ecco, in modo corretto, occorrerà spendere al meglio quei soldi per garantire un futuro ai giovani. Anche io personalmente testimonio la prova provata di quello che succede in Sicilia. I miei due figli, Gianluca di 31 anni e Giuliano di 29, hanno dovuto lasciare la propria terra d’origine per cercare un lavoro. Gianluca, dopo avere frequentato la scuola del cinema a Cinecittà, è un assistente alla regia e – sono contentissimo – sta ottenendo ottimi risultati; Giuliano ha conseguito la laurea in Economia e Finanza e attualmente lavora a Berlino”.

Parliamo della tua attività di “bravo presentatore”, così come la definirebbe Nino Frassica. Con chi avresti voluto lavorare in tutti questi anni e perché?

“Ho avuto l’onore e il piacere di lavorare con grandi artisti, in primis con Pippo Baudo. Mi lega a lui una profonda e sana amicizia. Ci sentiamo spesso e volentieri e dispensa tanti consigli. Sono il suo allievo. Non dimenticherò mai quando mi lanciò al festival di Sanremo. Nel 2002 e nel 2003 ho condotto su Rai1 i collegamenti con le giurie. Un’esperienza unica…”

Hai glissato la domanda? Con chi ti sarebbe piaciuto lavorare?

“Ci sarei arrivato (ride). Uno su tutti, il compianto Piero Angela. Un uomo semplice, un divulgatore scientifico eccezionale che arrivava al cuore della gente. Anche suo figlio non è da meno. Mi sarei divertito come un pazzo se avessi lavorato con Mike Bongiorno e con Renzo Arbore. Quest’ultimo ha rivoluzionato il modo di fare televisione. Il migliore in assoluto”.

Hai conosciuto numerosi artisti, presumo che con tanti di loro hai pure instaurato un rapporto amicale. E’ così?

“Assolutamente si. C’è profonda stima e rispetto con tutti. L’elenco sarebbe lunghissimo, ma mi piace sottolineare il grande rapporto di amicizia che ho con Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, con Gigi D’Alessio (un fenomeno umano), con il mio fraterno amico Mario Biondi e con lo strepitoso Gianni Morandi. Oltre alla professione, c’è quella parte umana che prende il sopravvento. Con Enrico Guarneri “Litterio” c’è un feeling che dura da un quarto di secolo. Siamo una coppia da palcoscenico che si è sempre ritrovata, al di là di ogni copione. C’è un appuntamento a cui siete tutti invitati: il prossimo anno spegnerò 60 candeline, Enrico compirà 70 anni e insieme taglieremo il nastro dei 25 anni…”

Parlando di tv, chi avresti voluto ospitare nei tuoi programmi e non sei riuscito nel tuo intento?

“Sinceramente quelli che ho voluto fossero presenti in trasmissione, ci sono stati. Ho condotto oltre 2600 puntate in 21 anni di “Insieme”, dal 1994 al 2015. Se non è un record, poco ci manca.”

E la soddisfazione più grande?

“Quella che io definisco la puntata della vita. Per la scomparsa di Giovanni Paolo II (2 aprile 2005), ho chiesto a tutti i comici che avevano calcato il parterre di Insieme di lasciare perdere, in quell’occasione funesta, il proprio repertorio e di declamare alcune poesie e lettere scritte dal Papa. Il tutto accompagnato dalle melodie di un’orchestra di 8 elementi diretta da Peppe Arezzo. La trasmissione, che andò in onda tre giorni dopo la scomparsa del Pontefice, ebbe un successo senza precedenti, perché tutti noi siamo stati ammaliati dalla bontà del Papa polacco e dalla sua immensa generosità. E seguendo proprio il suo pensiero, la produzione di Insieme decise di realizzare un dvd di quella puntata che fu poi venduto in allegato al quotidiano “La Sicilia”. Il ricavato fu devoluto in beneficenza alla Caritas per la realizzazione di due case di accoglienza nel Catanese. Nel nostro piccolo, riuscimmo a regalare un sorriso a chi soffre. Si, a distanza di anni continuo a definirla la puntata della vita”.

L’ultimo libro che hai letto?

“Sto leggendo, su suggerimento di mia moglie Daniela, “I leoni di Sicilia, la saga dei Florio” di Stefania Auci”.

Favorevole alla realizzazione del ponte sullo stretto?

“Purché si sistemi, sul serio, l’asse viario in Sicilia”.

C’è chi fa un uso distorto dei vari social, Facebook su tutti. Dati alla mano, è risaputo che alcuni cronisti (o presunti tali) si fidano ciecamente di quello che trovano e ripubblicano senza accertarsi. Definirlo abominevole è poco

“D’accordo con te. Un vero cronista deve scovare la verità e documentarsi prima di scrivere. I social non rappresentano un giornale. Tante sono infatti le fake news che circolano in giro. La finalità dei social è un’altra. Curati e costantemente aggiornati, sono utili per tutti. Ma con estrema moderazione”.

Parecchie volte sei stato a Gela. Cosa ti ha colpito in particolar modo?

“Sono sempre stato accolto benissimo dai tuoi concittadini. Mi vogliono un gran bene e io a loro. E’ una città che potrebbe vivere di luce riflessa per la posizione geografica che occupa. Anche in questo caso, così come accade per altre realtà, bisogna intervenire per renderla a misura d’uomo. Cosa non mi piace? L’abusivismo edilizio dilagante che ho visto in alcune zone. Quei palazzoni grezzi sono un colpo al cuore…”

Che genere musicale ti piace ascoltare?

“Ascolto tutto, soprattutto per il lavoro che svolgo. Amo principalmente il soul jazz, il rhytm and blues, la musica italiana e la classica”

Hai un gruppo o un cantante che segui con interesse?

“No, ma mi emoziono quando ascolto Claudio Baglioni e Stevie Wonder”

Contento del nuovo Catania?

“Due partite, due vittorie. Non c’è male. Il rischio di non vedere più giocare la squadra rossazzurra era molto concreto, dopo il fallimento della matricola. Poi, fortunatamente, è arrivato Ross Pelligra. Molto simpatico e con idee e progetti importanti”.

Attualmente ricopri il ruolo di direttore artistico del gruppo editoriale Ses. Cosa consigli ai giovani che vogliono affacciarsi al mondo dell’intrattenimento televisivo e radiofonico?

“Bisogna guardare al proprio interno, studiare sodo e fare emergere le proprie qualità. Quello che faccio è un lavoro bellissimo che mi regala tante soddisfazioni e che – mi auguro – possa regalarne anche agli altri. Se si impegneranno, così come ho fatto io”.

Il tuo sogno nel cassetto?

“Diventare nonno e dedicare il mio affetto incondizionato ai nipoti. Sarebbe bellissimo”.

Al precedente aggettivo qualificativo, ne aggiungiamo un altro, tanto caro a Salvo: straordinario.

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Direttore Responsabile: Giuseppe D'Onchia
Testata giornalistica: G. R. EXPRESS - Tribunale di Gela n° 188 / 2018 R.G.V.G.
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